martedì 8 giugno 2010

Prima di Gomorra


Come risposta ad un post in cui avevo dato un giudizio non molto benevolo al film Gomorra di Matteo Garrone, Gaspare - un compagno di corso - ha affermato che il film ha avuto il merito di far conoscere la situazione campana all'Italia intera. Ho subito controbattuto dicendo che tutti erano a conoscenza di quella situazione. Mi sbagliavo. Ero io ad esserne al corrente, almeno per quel che riguarda il problema dei rifiuti. Vorrei precisare, però, che erano stati fatti servizi di approfondimento ancora prima del libro Gomorra di Roberto Saviano. Quale era, dunque, la situazione prima di Gomorra? Era questa:

Al 2004 le zone maggiormente colpite dallo smaltimento dei rifiuti campani erano quelle comprese tra la provincia di Caserta e l’hinterland settentrionale di Napoli. In queste era proprio la diossina sprigionata dai roghi dell’ecomafia, accesi utilizzando pneumatici o balle di stracci imbevute con solventi e altri rifiuti pericolosi, ad aver provocato la contaminazione dei pascoli. Avvelenando il foraggio di cui si nutriva il bestiame dei tanti allevamenti della zona e, quindi, il latte con cui si produceva la mozzarella di bufala. Ma non solo: fra il maggio 2002 e il dicembre 2003 sono stati abbattuti ben 10.892 capi di bestiame tra mucche e pecore e sono state distrutte 9.000 tonnellate di latte. Sempre a causa della diossina, i sindaci di Frignano e Villa Literno, nel casertano, avevano vietato con un'ordinanza il pascolo, la detenzione di animali da cortile e la raccolta del foraggio. Uno scenario dunque di “democrazia sospesa” dove a dettare legge erano, di fatto, le organizzazioni criminali. L’eliminazione dei rifiuti era così riassumibile: balle di indumenti, carta e materiali facilmente riciclabili venivano ricoperti con altri rifiuti imbevuti di solventi o alogenati. In poche parole si simulava il riciclaggio degli indumenti e ci si liberava dei rifiuti pericolosi utilizzandoli come comburenti. Le fiamme, alte e potenti, erano di colore molto chiaro, con una nuvola di fumo all’apice. Il fumo nero era quello dei copertoni, il cui incendio serviva a coprire il fumo prodotto dalla combustione di solventi e alogenati, che è bianco per le alte temperature raggiunte. Dopo l’incendio l’intero cumulo di rifiuti scompariva, lasciando solo uno strato di cenere bianca e sottilissima. Le temperature elevate non lasciavano dunque alcun residuo incombusto. Il vero problema era rappresentato dal fatto che per questo tipo di incendi non era possibile usare l’acqua, ma bisognava soffocare le fiamme con la terra. Inoltre nell’aria si liberano metalli pesanti e soprattutto diossine che, come è già stato detto, contaminano i campi circostanti, il foraggio e i prodotti ortofrutticoli.

Per un ulteriore approfondimento: Ugo Ferrero e Peppe Ruggiero, La terra dei fuochi, in «La nuova ecologia», Anno XXIV, Numero 5, Maggio 2004.

4 commenti:

il mahatma ha detto...

ahimè, non tutti guardano report o leggono "la nuova ecologia"

Alessia ha detto...

...o vivono a Napoli per costatare di persona

Roberta ha detto...

Il problema non era sapere ma parlare.Certo che tutti sapevano ma come al solito l'emergenza(stranamente ritardata) ha dato a qualcuno la possibilità di fare "miracoli".....

A.V. ha detto...

Hai ragione.

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