giovedì 19 agosto 2010

Gianfranco Fini dopo Veronica Lario. Berlusconi lo "spaccacuori"

Atto I: "Fini & Berlusconi"

Il 18 novembre 2007 Gianfranco Fini, dalla colonne di «Repubblica», affermò: «Adesso basta è arrivato il momento in cui o questo centrodestra è in grado di trovare una soluzione unitaria, di ridarsi una missione, di rioffrire al Paese un progetto, oppure si prende atto che la coalizione non c'è più, e ognuno va per la sua strada. Tertium non datur...».

L'8 febbraio 2008 giunse l'accordo: alle elezioni Forza Italia e Alleanza Nazionale si sarebbero presentati insieme, con il nome di Popolo della Libertà. Qualunque altro alleato, escluso la Lega Nord, sarebbe dovuto confluire nel PdL o presentarsi autonomamente con un altro candidato premier.

Il 16 febbraio Fini rispose a «Libero», che chiedeva conto di questa mossa inaspettata, in questo modo: «Ero e sono contrario a confluire in un partito deciso unilateralmente da Berlusconi, della serie: prendere o lasciare. Così non è, mi creda. Tutto quello che stiamo costruendo e che costruiremo fa parte di un progetto condiviso assieme. Il Popolo della Libertà che stiamo proponendo agli italiani non nasce a San Babila, sul predellino o ai gazebo: nascerà nell'urna il 13 e il 14 aprile». E annunciò al contempo, per l'autunno, il congresso di scioglimento di AN.

Atto II: "Fini vs Berlusconi"

Ora, più di due anni dopo, la domanda che tutti gli elettori farebbero a Fini e ai suoi seguaci è questa: «Ma ve ne siete accorti solo adesso?».
E questo interrogativo non parte né della concretizzazione parlamentare della loro svolta né dal loro progressivo distanziarsi dalle posizioni di Silvio Berlusconi. Molti storici oppositori del premier hanno ritenuto condivisibili le loro posizioni, ma hanno altresì affermato che il ripensamento è stato piuttosto tardivo e molte delle cose che i finiani oggi contestano al premier erano evidenti da diversi anni.

Oggi il magazine di FareFuturo, la fondazione promossa dal presidente della Camera, prende di petto la questione, parlando esplicitamente di «errori» e «sensi di colpa» in un editoriale scritto dal direttore Filippo Rossi. Ecco, di seguito, le parti salienti del testo:

Eravamo convinti che fosse un semplice dibattito politico, il confronto tra due idee di centrodestra. Eravamo convinti che si trattasse di un normale dialogo tra idee diverse, opzioni diverse, leadership complementari. Eravamo sinceramente convinti che tutto potesse scorrere tranquillamente nei canali della democrazia interna a un partito. […]
Adesso è cambiato tutto e niente sarà più come prima. Perché nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida integralmente con le sue espressioni più appariscenti e drammaticamente caricaturali. Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida con il dossieraggio e con i ricatti, con la menzogna che diventa strumento per attaccare scientificamente l’avversario e magari distruggerlo. Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non si nutra di propaganda stupida e intontita, di slogan, di signorsì e di canzoncine ebeti da spot pubblicitario. Ma tanto non ci proveranno nemmeno, a convincerci. E, purtroppo, il pensiero corre agli eventi passati, all'editto contro Enzo Biagi, contro Daniele Luttazzi, contro Michele Santoro. Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea. Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? Non c'è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore.
Eravamo convinti che tutto fosse un semplice dibattito politico. Sbagliavamo. È molto, molto di più. È una questione di civiltà. Di democrazia. E di libertà. […]
(continua a leggere sul magazine di FareFuturo)


Meglio tardi che mai?


Fonti: Wikipedia, Il Post.

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