venerdì 11 novembre 2011

Nuova recensione Cineland. Una separazione di A. Farhadi

Una separazione
di Asghar Farhadi
con Babak Karimi, Leila Hatami, Merila Zarei, Peyman Moaadi, Sareh Bayat
Drammatico, 123 min., Iran, 2011

Vincitore dell’Orso d’oro e dei riconoscimenti riservati agli attori protagonisti e a tutto il cast (non era mai successo), Una separazione è il film che ha dominato l’ultimo Festival di Berlino.

Con quest’opera Asghar Farhadi rappresenta la condizione della società iraniana: i vincoli famigliari, la presenza (o meglio, l’ingerenza) della religione, la condizione delle donne, l’opprimente (onni)presenza dello stato. Per tutte queste tematiche si potrebbe parlare di una sorta di “nuovo realismo” iraniano, al fine di indicare un modo di fare cinema che punta tutto sulla  capacità di rendere ancora più labili i confini tra realtà e fiction.

In Una separazione c’è, infatti, una finzione densa di realtà che tradisce un meccanismo per il quale la seconda si confonde nella prima. E così gli attori sembrano interpretare persone più che verosimili e l’intero contesto sembra corrispondere al più meticoloso identikit della società iraniana, carica di costrizioni e contraddizioni. Dunque, senza mai tradire una sola denuncia esplicita, il film si trincera dietro l’infallibilità della ricostruzione di una situazione possibile: le sequenze sono scandite da porte aperte o chiuse, da scorci di stanze o da finestre in cui spesso appare un terzo personaggio che ascolta in silenzio due dialoganti e funge da alter ego dello spettatore.

Noi ci sentiamo allo stesso tempo sodali e giudici ma non di un aspetto della vicenda, bensì dell’intera storia. Una badante ha avuto un grave incidente durante un diverbio con il datore di lavoro. Ogni personaggio offre la propria versione dei fatti, facendo emergere questioni problematiche: la disoccupazione, le leggi sul lavoro, il sistema giudiziario. Avremo il coraggio di giudicare o di parteggiare per una delle due fazioni coinvolte?

Nelle lunghe sequenze di dialoghi la tensione è altissima (c’è chi ha parlato di thriller) e finalmente, dopo tanto tempo, rimaniamo incollati allo schermo per sapere come andrà a finire.

Voto: 4½/5

(Film visionato il 5 novembre 2011)

mercoledì 9 novembre 2011

E' uscito il primo disco solista di David Lynch


Da ieri è disponibile Crazy Clown Time, il primo album solista dell'eclettico David Lynch, composto da 14 brani a metà strada tra l'elettronica e il blues-rock.

"Se pensate che i film di Lynch siano strani, aspettate di sentirlo cantare". Con queste parole il giornalista del Guardian Xan Brooks aveva presentato il disco qualche giorno fa e in effetti aveva ragione. Crazy Clown Time è un disco surreale, un disco che non ti aspetti, proprio come il suo autore. Ci sono ballate romantiche come Football Game, misteriose e terribili canzoni d’amore come Noah’s Ark, psicodrammi all’organo come I Know, brani ipnotici e martellanti come l'iniziale Pimkie's Dream, dove l'elemento vocale è lasciato a Karen O delle Yeah Yeah Yeah's.

Da notare anche il brano allucinato che dà il titolo all'album, il cui testo parla di una festa sul prato osservata attraverso lo sguardo distorto di un bambino, o la robotica Strange and Unproductive Thinking, in cui Lynch si apre all'influenza dalla meditazione trascendentale, che pratica ormai da molto tempo. (Si pensi che è addirittura presidente di una fondazione per la diffusione della pratica della meditazione.)

Del resto l'attenzione di Lynch per l'universo sonoro non è certo una novità, dato che già dal 1986 collabora con il compositore Angelo Badalamenti nella scrittura delle colonne sonore dei suoi film e serie tv (Twin Peaks). In particolare la colonna sonora di Inland Empire comprende due canzoni cantate da lui stesso.

Nel 2009, poi, Lynch aveva partecipato al disco-progetto Dark Night of the Soul di Danger Mouse e di Mark Linkous registrando due canzoni, Star Eyes e Dark night of the Soul.




martedì 1 novembre 2011

Nuova recensione Cineland. Faust di A. Sokurov

Faust
di Aleksandr Sokurov
con Johannes Zeiler, Stefan Weber, Anton Adasinsky, Hanna Schygulla, Isolda Dychauk, Georg Friedrich
Drammatico, 134 min., Russia, 2010

Non c’è altro modo di iniziare a parlare del Faust di Aleksandr Sokurov se non quello di mettere subito in chiaro una cosa: è riduttivo parlare di film perché siamo di fronte ad un’opera d’arte. Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia il lavoro sintetizza cultura e maestria tecnica, per un risultato che ci fa tornare alla mente vette della cinematografia mondiale quali Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957) e Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979).

Lontano dalla spiritualità del Faust di Goethe, quello delineato da Sokurov è un protagonista sì pieno di conoscenza ma profondamente legato alla dimensione terrena, caratterizzata dalla voglia di soddisfare gli istinti primari della fame e del sesso. Come lui anche Mauricius è un Mefistofele molto terreno, asessuato, dal ventre flaccido e l’aspetto ripugnante, che fa l’usuraio e non si cura né dei sentimenti né della cultura. Il mondo in cui i due si muovono è corrotto dalla violenza e dalla miseria, permeato da odori di cadaveri, sporcizia e flatulenze.

Per la precisione l’azione si svolge all’inizio dell’Ottocento in un villaggio dell’Europa centrale (Germania?), in cui abitazioni e locande sono state arredate facendo attenzione anche ai minimi particolari. L’operazione di meticolosa ricostruzione degli ambienti si lega anche alla volontà di recuperare le atmosfere e lo spirito popolare originario della leggenda del Faust che, nata da una figura di alchimista forse realmente esistito, si era diffusa in Germania attraverso i Volksbuch (libri del popolo) a partire dalla fine del XVI secolo e fu tradotta in rappresentazioni comico-farsesche da compagnie popolari e di marionette (Goethe era entrato in contatto con l’opera di Marlowe proprio grazie a queste ultime).

La meticolosità di Sokurov si manifesta, pertanto, sia nella recitazione degli attori, che potrebbe essere a tratti ricondotta a quella dei guitti e dei giullari medievali, che nello spirito grottesco e alchemico della tradizione popolare tedesca. Non c’è allora da stupirsi dei molteplici riferimenti dotti riguardanti la cultura del periodo disseminati in tutta l’opera: una dissertazione sulle piante del bosco porta Faust a far notare a Margarete la mandragola (che sappiamo essere pianta dall’essenza afrodisiaca o all’occorrenza mortale); Wagner, allievo ormai folle di Faust, porta con se un homunculus. Come i riferimenti alla cultura del tempo non si esauriscono di certo in questi due esempi, anche i nessi con una certa tradizione cinematografica sono molteplici e rilevanti.

Se l’atmosfera e i temi trattati rimandano, come anticipato, al Settimo sigillo di Ingmar Bergman, la struttura dell’opera e l’impianto narrativo richiamano invece il cinema di Andrej Tarkovskij. Non a caso l’acqua e la terra, due dei cinque elementi prepotentemente presenti nella seconda parte del film, sono proprio rimandi a Stalker e Nostalghia (1983). Sokurov è dunque riuscito nel difficilissimo proponimento di reinterpretare visivamente la complessità dell’opera goethiana, anche attraverso l’uso “pittorico” di lenti speciali (molte scene ricordano quelle dei dipinti di Hieronymus Bosch).

Come ha dichiarato il regista stesso:
«Abbiamo usato strumenti ottici di grandi dimensioni e lenti speciali originali, realizzate in Russia, che il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ha usato per la prima volta. L’ispirazione viene dalla pittura europea dei primi decenni dell’Ottocento, soprattutto quella tedesca. I colori, i volti dei personaggi, l’immagine della città e i dettagli della vita quotidiana si riferiscono a quel tipo di iconografia ottocentesca. Per riprodurne l’atmosfera abbiamo cercato oggetti d’epoca in Austria, in Germania, in tutta Europa, ricostruendo esattamente dettagli anche minuti della vita quotidiana, come i vestiti, i cuscini, le lenzuola, le tazze e il cibo. I cavalli che si vedono nel film sono frisoni, la razza equina più antica, di cui ormai sopravvivono solo sessanta esemplari nel mondo. Partivamo dal presupposto che l’uomo è una razza in evoluzione ed è molto importante avere memoria del nostro passato. Uno dei compiti principali del cinema è far rinascere il tempo, con tutti i suoi particolari».

Avevamo il timore che dopo la morte di Bergman un certo tipo di cinema (ricercato, erudito, ineccepibile) fosse andato perduto. Con quest’opera Sokurov lo ha salvato.

(Film visionato il 30 ottobre 2011)

mercoledì 26 ottobre 2011

Novità da Blockbuster. Cosa vedere e cosa no

Da vedere

La donna che canta
di Denis Villeneuve
con Lubna Azabal, Maxim Gaudette, Remy Girard
Drammatico, 120 min., Canada, 2010
****

C’è tutto. Ma per poterlo comprendere fino in fondo bisogna avere una minima infarinatura della guerra del Libano e dei conflitti mediorientali (per questo consiglio la visione di Valzer con Bashir di Ari Folman, 2009). Uno dei film più belli e sconvolgenti degli ultimi anni.


Evitabili

Con gli occhi dell’assassino
di Guillem Morales
con Belen Rueda, Luis Homar, Pablo Derqui
Horror, 112 min., Spagna 2010
**

Qualche buona intuizione a livello tecnico. Per il resto molti riferimenti a film come Psycho, Profondo rosso e The Eye. Dopo la coppia Jaume Balaguerò e Paco Plaza (Rec, 2007), un altro regista spagnolo dimostra che è sulla suspense e non sulla truculenza che bisogna puntare per riuscire a rinnovare ulteriormente il genere horror.

Hanna
di Joe Wright
con Cate Blanchett, Eric Bana, Saoirse Ronan
Thriller, 111 min., Usa, Gran Bretagna, Germania, 2011
**

Stereotipi su stereotipi su stereotipi (c’è anche il killer che fa roteare sul palmo della mano due sfere d’acciaio) per una sagra del “già visto” a metà tra Mission Impossible e la saga di Jason Bourne. La differenza è che qui chi ci sa fare con le armi è una ragazzina. Da notare la colonna sonora dei Chemical Brothers.

venerdì 21 ottobre 2011

Nuova recensione Cineland. This Must Be the Place di P. Sorrentino

This Must Be the Place
di Paolo Sorrentino
con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton
Drammatico, 118 min., Italia, Francia, Irlanda, 2011

L’11 ottobre scorso Antonio D’Orrico, il Fabio Fazio del «Corriere della Sera» (sì, perché come il conduttore di Che tempo che fa anche lui è entusiasta di tutto quello che recensisce), ha pubblicato nel sito online della testata di via Solferino un articolo dal titolo roboante: Quello che non dimenticherò mai di Sorrentino. Il pezzo, dal sottotitolo ancora più altisonante (Le 19 cose imprescindibili di This Must Be the Place), propone una lista di 19 particolarità che dovrebbero farci ricordare per sempre della pellicola in questione. Il problema, però, è che D’Orrico ha compiuto due gravissimi errori: ha portato lo spettatore completamente fuori strada; non ha aiutato il regista ad aprire gli occhi. Sì, perché This Must Be the Place è un film che inizia benino ma finisce veramente male, in un crescendo di errori tanto palesi quanto ingenui. Dal regista del Divo non ce lo saremmo mai aspettato. Quindi ora, per rendergli un servizio e per tentare di riparare agli errori del giornalista, proporrò di seguito la vera lista di motivi per cui ci dimenticheremo prest(issim)o di questo film.

1) Tipologia di film. Road movie? Sicuramente no. Film di formazione? Potrebbe, ma il percorso di maturazione del protagonista non si vede.

2) Trama. Nella prima parte del film ci viene presentato Cheyenne (Sean Penn), un’ex rockstar usurata dagli stravizi del passato che vive in una villa irlandese con la sua amata moglie e passa le giornate tra la noia e l’apatia. Fino a questo punto (contrariamente a quello che potrebbe far pensare l’esilità della trama) l’interesse dello spettatore viene stuzzicato da una miriade di domande che sorgono spontanee: chi è veramente Cheyenne? Chi si nasconde dietro la sua maschera? Perché, lui che è una rockstar, ama così tanto la moglie e le è fedele? Perché non ha avuto figli? Dov’è la sua famiglia? Ecc. Tutto cambia dopo che il protagonista viene raggiunto dalla notizia dell’aggravarsi della malattia del padre e decide di spostarsi negli USA alla ricerca di un aguzzino nazista. Qui inizia infatti una sorta di seconda parte simil on the road in cui vengono celermente risolti tutti gli interrogativi che ci avevano fatto affezionare al protagonista. Così il suo alone di mistero svanisce e del suo futuro non ce ne può più fregar di meno.

3) Temi trattati. Purtroppo (e dico purtroppo perché dal primo film internazionale di Sorrentino ci aspettavamo molto di più) viene detto poco se non addirittura niente. Quel poco che viene detto (come il rapporto padre/figlio) o viene trattato male o è addirittura già stato approfondito (e meglio) in altre pellicole.

4) Dialoghi. I dialoghi sono assolutamente irreali (addirittura più del personaggio Cheyenne), con frasi slegate tra loro che sembrano aforismi da biscotto della fortuna. Per un po’ il giochino funziona, poi diventa ridondante.

5) Regia. Dal regista del Divo tutti si aspettavano il botto. E invece Sorrentino passa da scene inutili (v. il concerto di David Byrne) a sequenze alla Sofia Coppola (ma illogiche e/o venute male). Carina la fotografia, ma ormai a certi livelli è la regola. Stucchevoli le scene della donna a mollo nella piscina e della band che suona nel centro commerciale con i passanti che muovono la testa a tempo di musica.

6) Protagonista. Il personaggio che Penn ha dovuto interpretare (lo ha fatto con talento) è e rimane una macchietta. Infatti, come recita la pagina di Wikipedia, un personaggio per essere ben riuscito deve mostrare tre diverse facce: come sembra, com’è in realtà e come diverrà (lungo l’arco della storia). La macchietta, invece, ha una sola faccia: il come sembra. Cheyenne è quindi un personaggio piatto, non approfondito psicologicamente.

7) Artifici narrativi. I ralenti sono scontati e sicuramente non epici, il montaggio sconclusionato. Inclassificabile, invece, il rapporto musica/immagini, sfruttato come peggio non si potrebbe.

8) Il finale. Per ovvi motivi non lo espliciterò. Vi basti sapere che è inutile, privo di pathos e puerile.

Qualcosa di buono rimane in quella che sembrerebbe essere una valle di lacrime? Sì. Come già accennato la prima parte del film, con le sue domande, e la recitazione di Penn. Poi una scena: quella del ping pong.

Voto: 2/5

(Film visionato il 19 ottobre 2011)

domenica 16 ottobre 2011

Nuova recensione Cineland. Final Destination 5 di S. Quale

Final Destination 5 (3D)
di Steven Quale
con Nicholas D’Agosto, Emma Bell, Miles Fisher
Horror, 92 min., Usa, 2011

Il copione si ripete per la quinta volta. Un ragazzo ha una premonizione, grazie a questa riesce a salvare sé stesso e qualche altro amico da una catastrofe, ma così facendo cambia il disegno della morte e allora quest’ultima li rincorre e cerca di farli fuori tutti nella sequenza in cui nella premonizione li aveva sottratti alla vita. A livello di trama, nulla è cambiato dal primo capitolo della serie.

Final Destination 5, però, riesce a fare un passo in avanti. Final Destination 5 riesce laddove il 4 (anch’esso in 3D) aveva fallito e fa compiere al genere un salto di qualità. Il che, data la situazione in cui versano i film horror/splatter, non è poco.

I suoi punti di forza sono almeno due. In primis le coincidenze negative che portano alla morte dei vari personaggi sono sempre più imprevedibili e benché si sappia che qualcosa di veramente brutto accadrà non si sa né quando né come. Ed è così che la tensione è crescente e finisce con il non mancare quasi mai. In secondo luogo c’è il vero valore aggiunto del film, un asso nella manica che molti registi non sono riusciti a sfruttare: il 3D. Steven Quale, già supervisore degli effetti speciali di Avatar, ha superato di gran lunga lo scadente risultato in tre dimensioni del film con gli omoni blu e qui è invece riuscito a dare vita ad una prospettiva veramente “da paura” che (finalmente) riesce a dare allo spettatore l’illusione di partecipare alla vicenda. Come se non bastasse il realismo delle tragedie è accresciuto dai numerosi dettagli tridimensionali che abitano la scena e da particolari anatomici assolutamente realistici.

In poche parole un film già visto che però, grazie alla tecnologia, riesce ancora a stupire proprio grazie a quel 3D che ormai rischiava di diventare un semplice escamotage per alzare il prezzo dei biglietti.

P.s. Non si può considerare la possibilità di guardare e recensire questo film senza averlo visto al cinema in tre dimensioni. Sarebbe come andare a fare una passeggiata al parco invece di fare un giro sul Blu Tornado.

Voto: 2½/5

(Film visionato il 12 ottobre 2011)

martedì 11 ottobre 2011

Nuova recensione Cineland. Drive di N.W. Refn

Drive
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks
Thriller, 95 min., Usa, 2011

Non stupisce che Nicolas Winding Refn sia uno dei registi più corteggiati da Hollywood. Ed infatti il suo film fa sorgere il dubbio che sia una sorta di novello Quentin Tarantino. «Come?», direte voi. Non mi riferisco tanto allo stile, anche perché a Refn sembra mancare la capacità tarantiniana di dare vita a dialoghi tanto spassosi quanto sconclusionati, quanto alla sua maestria nel dare vita ad un film pieno zeppo di citazioni. «Ma è tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis!», esclamerete. Sì, ma non è detto che la trasposizione cinematografica non possa cogliere l’occasione per riproporre alcuni meccanismi che su celluloide hanno dimostrato di funzionare egregiamente.

Ed è così che in Drive si possono ritrovare le caratteristiche di almeno quattro o cinque film famosissimi e ormai consolidati nella tradizione cinematografica mondiale. Due di questi, poi, sembrerebbero proprio essere la base dell’intera storia. Questi sono Leon (Luc Besson, 1994) e A History of Violence (David Cronenberg, 2005). Del primo ritorna il rapporto “platonico” tra un killer e una donna (ma qui già sposata e con un bambino), con quest’ultima che risveglia nel protagonista il sentimento d’amore. Del secondo invece viene ripreso quasi in toto l’impianto: in un crescendo di violenza abbiamo un personaggio dal passato oscuro che sa però come uccidere e lo fa con chirurgica precisione (ma là Viggo Mortensen era egregio, qua Ryan Gosling è troppo poco credibile). Noi siamo spinti a chiederci: chi è?; come fa ad uccidere con quella maestria?; quale sarà il suo futuro? Come nel film di Cronenberg non ci è dato sapere.

Continuando con il gioco dei rimandi non stupisce poi che la pellicola si apra con una rapina, e qui è inutile elencare la lunga lista di film che principiano in questo modo (da ultimo Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, 2008), e finisca con un incidente che assomiglia a quello dell'inizio di Mulholland Drive (David Lynch, 2001). Come se non bastasse, a livello stilistico la musica e i continui ralenti sono una presenza costante. Ed è così che la mente torna alle Regole dell’attrazione (Roger Avary, 2002). Certo, la scelta è funzionale a rendere epiche anche le scene di collegamento che rischierebbero di essere fiacche ma in questo modo il regista palesa il suo timore di non riuscire a tenere alta la soglia d’attenzione nello spettatore. Un (mal)celato segno di debolezza che dimostra quanto la storia sia in fondo già vista.

Dopo il Cigno nero di Darren Aronofsky (2010) avanti dunque con un’altra accoppiata film/regista che desidera più compiacere il pubblico in tutto e per tutto che proporre qualcosa di nuovo. In poche parole un ottimo prodotto senza cuore.

Voto: 3/5

(Film visionato il 7 ottobre 2011)
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