venerdì 20 aprile 2018

Registi di Parma - Intervista a Matteo Macaluso


Registi di Parma – Intervista a Matteo Macaluso

La regia, la fotografia, il montaggio, sono tutte fasi che Macaluso conosce e padroneggia perfettamente. Basti guardare Al crepuscolo o Tears, opere che lasciano a bocca aperta per la loro assoluta qualità. Non stupisce allora che dalle sue risposte si evinca un profondo rispetto per la settima arte. Una sorta di “religiosa” venerazione che affonda le sue radici nell’infanzia e che si alimenta giorno dopo giorno con ogni suo lavoro.


Riferimenti culturali

1) Da dove nasce il tuo amore per il cinema?
È una passione che mi accompagna fin da ragazzo. Ho sempre avuto un sorta di attenzione particolare e appagamento dalla narrazione per immagini, partendo dai cartoni animati fino ad arrivare al cinema. Credo che parte di questo amore mi sia stato trasmesso da mio padre. Ricordo che portò a casa uno dei primi videoregistratori. Vedevo i film entrare in casa in quelle particolari custodie di plastica, e mi innamoravo delle locandine. Uno dei primi film che vidi fu Terminator di James Cameron. E, in particolare, la potenza dell’immagine stampata sul manifesto mi è rimasta tutt’ora impressa.

2) Quali sono i tuoi registi di riferimento?
Ho vissuto in modo molto forte gli anni Ottanta. In quel periodo ero un bambino e al cinema vidi molti dei film della nuova Hollywood che con il tempo sono diventati dei classici. Quello fu il mio imprinting cinematografico. Solo dopo, in tempi più recenti, sono entrato in contatto con il cinema italiano e quello d’autore. Ma molto del mio immaginario lo devo ai registi che animarono quel mio primo periodo: da Steven Spielberg a Robert Zemeckis, passando per Brian De Palma, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola.

3) Quali film annoveri tra i capolavori?
In prevalenza la cinematografia americana degli anni Ottanta e Novanta. Mi reputo un grande amante del cinema di genere, cosa che sento mancare molto nel cinema italiano di oggi, anche se qualche giovane autore sta tornando ad esplorarlo. Non sarei in grado di fare una classifica. Ne cito solo alcuni: E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo, Lo squalo, Ritorno al Futuro, Shining, Blade Runner. Mi fermo, perché rischia di diventare una lista infinita.

4) Quali sono i film che riguarderesti all’infinito?
Praticamente quelli che ho appena citato.

5) Quali sono i gruppi e/o cantanti che ascolti abitualmente?
Ascolto un po’ di tutto, senza pregiudizi. Da ragazzo divoravo molte colonne sonore, che ascolto tuttora.

6) Quali sono i libri e gli autori letterari che ami?
Come per il cinema, il genere ha un posto privilegiato anche in letteratura. Ricordo di aver amato tutta la serie di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle e tutta la letteratura horror dei primi del Novecento, in particolar modo Poe e Lovecraft.
Per quel che riguarda gli autori contemporanei ho un debole per Stephen King, che credo abbia contribuito a plasmare gran parte dell’immaginario cinematografico horror contemporaneo. Si pensi ai vampiri, inseriti in un contesto sociale moderno. Prima di Le Notti di Salem una visione cosi non esisteva.


Processo creativo

7) Da quali idee/influenze nascono i tuoi lavori?
Non c’è una regola. A volte è un personaggio a farti venire in mente una storia, a volte è un luogo, altre volte alcuni fatti visti o letti. In generale penso sia il frutto inconscio di un’elaborazione di tutto ciò che mi ha formato a livello letterario e immaginifico, compreso il cinema.

8) Quando trovi il tempo per scrivere il soggetto e la sceneggiatura?
Una volta lo facevo nei ritagli di tempo, la notte soprattutto. Ora mi occupo totalmente di produzione video e allora, per fortuna, ho più tempo da dedicare alla scrittura.

9) Cortometraggio o lungometraggio? Perché?
A mio modo di vedere non esiste una forma migliore dell’altra. Se hai in mente una storia devi trovare il modo più efficace di raccontarla, nella forma che più le è congeniale.
Io tendo a preferire la via che mi permette di avere un risultato credibile. In questo senso ritengo che abbia molto più senso lavorare ad un prodotto di 5 minuti fatto molto bene piuttosto che ad un’opera di oltre un’ora che però non ha le qualità per reggersi in piedi da sola.
Trovo che il corto sia una palestra utile per chi deve imparare a sviluppare e sperimentare il linguaggio per immagini e i vari registri narrativi. Al momento non ho ancora diretto un lungo, anche se ho preso parte alla produzione di film di alcuni amici registi. Ho scritto alcune storie per un lungo ma non si sono mai create le condizioni per produrre un lavoro che avrei ritenuto soddisfacente. Gran parte del lavoro, ancora prima di andare sul set, è capire se si creeranno le circostanze per realizzarlo.

10) Le scene sono frutto di immaginazione o attingi da racconti ed esperienze di vita?
Nascono da un mix di entrambi.

11) I personaggi sono ispirati a persone reali?
Anche in questo caso l’abilità sta nell’integrare il reale nel fantastico e viceversa. Il cinema credo abbia ancora bisogno di fiction. E per fiction non intendo qualcosa di poco credibile. Intendo che occorre una predisposizione ad inventarsi personaggi o situazioni che non siano solo “metto-una-camera-e-giro-quello-che-è-la-realtà-nuda-e-cruda”, altrimenti ci si ritrova in una dimensione che è più vicina a quella del documentario.

12) Sei incline a pensare ad ambientazioni e personaggi in un contesto comico, drammatico o fantascientifico?
Dipende dalla storia. Tuttavia nella mia filmografia sono maggiormente presenti situazioni drammatiche o fantastiche.

13) Cosa cerchi di comunicare? A chi?
Tendo a privilegiare l’emotività. In genere, in base alla storia che sto raccontando, riesco ad individuare su quale emozione mi sta portando il progetto e lavoro su quello. Credo che questo mi permetta di entrare in contatto con quella parte di pubblico più vicina a quel tipo di sensazione e alla mia sensibilità.


Processo realizzativo

14) Come scegli gli attori?
Molto spesso considero la fisicità che ritengo essere adatta al ruolo. Molti dei miei primi lavori – ma questo capita anche adesso – si sono avvalsi della collaborazione di amici, anche attori non professionisti, amanti di cinema.

15) In base a cosa scegli le location?
Le scelgo in base al tipo di storia da raccontare e all’atmosfera che ritengo adatta alla narrazione di certi momenti.

16) Preferisci girare in interni o in esterni?
Dipende dalla location. Tendo a preferire la qualità, senza alcun tipo di preferenza. Certo, è vero che in interno si possono controllare più situazioni a livello tecnico di quanto non succeda in esterno. In interno però è molto più complicato trovare una location all’altezza, a meno che non si abbia in squadra un buon location manager o un buon scenografo.

17) Che macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Ho potuto lavorare con macchine diverse, sia in occasione di miei progetti che di altri. Nei miei progetti ho iniziato utilizzando le mitiche mini-dv con una Panasonic DVX-100, poi sono passato ad una Canon 7D ed ora uso Blackmagic.

18) Qual è il tuo movimento di macchina preferito? Quale usi più spesso?
Mi piacciono le carrellate e, quando posso, tendo ad utilizzarle. Ma a queste abbino ovviamente anche tutti gli altri movimenti di macchina.

19) Com’è organizzata una tua giornata di riprese?
Nelle giornate intense si parte presto il mattino e si finisce tardi la sera, con poca pausa. Purtroppo molti dei progetti realizzati sono produzioni indipendenti in cui non si ha molto tempo e allora bisogna ottimizzare ogni aspetto.

20) La sceneggiatura cambia in corso d’opera?
La struttura del racconto no, ma è possibile che qualche dialogo venga limato se diventa una necessità dell’attore.

21) Lasci i tuoi attori liberi di improvvisare?
Lascio loro il modo migliore di esprimere un concetto purché ne mantengano il senso narrativo e il ritmo.

22) Quali indicazioni dai più spesso ai tuoi attori?
Consiglio di cercare di essere più naturali possibili senza esagerare nell’interpretazione. Ogni tanto suggerisco anche scene di film da vedere se in esse vi è un indicazione di ritmo o un particolare atteggiamento.

23) Hai dei collaboratori?
Ne ho, ne ho avuti e spero sempre di averne in futuro. Il cinema è lavoro di gruppo e di confronto.
Alcuni tra i più storici collaboratori hanno seguito la postproduzione o la produzione dei miei progetti. Tra di essi voglio menzionare Matteo Di Simone (sound designer), Piernicola Di Muro (compositore), Saverio Settembrino (compositore), Gianluca Palma (fotografia), Gianluca Ceresoli (fotografia), Francesco Capone (vfx), Roberto Manfredi (fotografia). E altri amici che hanno accompagnato le mie produzioni: Matteo Biacca, Massimiliano Niero, Maurizio Notari, Carlo Rizzelli, Federica Pini, Angelica Mila e Raffaele Salvaggiola, con il quale sto condividendo tutti i miei attuali progetti.
I collaboratori più importanti sono quelli che, nonostante tu abbia con loro un rapporto di amicizia, hanno il coraggio di dirti se un lavoro che hai fatto e magari li vede coinvolti ha qualcosa di brutto o che può essere sistemato. Se si vuole migliorare occorre affrontare la realtà e anche guardarsi molto attorno, per avere un sano confronto.

24) Quanto è importante la musica nei tuoi film? Dove preferisci utilizzarla?
Quando serve, molto. La musica è un elemento narrativo del film e usata sapientemente diventa un utile mezzo espressivo per creare un’emotività o una suggestione. Ma non bisogna abusarne. Diciamo che la musica non deve diventare un riempitivo per mascherare una povertà insita nella scena. Trova un suo senso quando vi è dietro un’indicazione registica.

25) Quanto ritieni sia importante il montaggio?
Il montaggio è fondamentale. È una riscrittura del film. Spesso si evita di apportare correzioni poco rilevanti su una sceneggiatura se si sa che poi si può intervenire al montaggio. Grazie al montaggio un film può prendere una forma diversa rispetto a quella prevista in sceneggiatura.


Il prodotto finito

26) Quali canali sfrutti per diffondere le tue opere?
Al momento sempre e solo festival e web.

27) Pensi subito di partecipare a qualche concorso o la decisone dipende soprattutto dal risultato finale?
Se un’opera ti sembra realizzata bene credo che la partecipazione ad un festival possa servire a farla entrare in contatto con un pubblico che non sia composto solo da coloro che vi hanno lavorato. È utile per permettere all’opera di essere al centro di un confronto.

28) Hai vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Ho avuto riconoscimenti con alcuni dei miei cortometraggi. Vercinge, Al Crepuscolo, Tears, Mio Padre, Stateless sono tutte opere che hanno ricevuto riconoscimenti in territorio nazionale. Alcune di queste sono anche state selezionate per manifestazioni internazionali.

29) Sei soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Riguardi le tue opere e ogni volta le rivaluti alla luce del presente. Sono felice di tutti i lavori fatti però si cresce, si cambia il punto di vista e il modo di vedere  e valutare le cose. Oggi rivedo alcune mie opere e penso che se le dovessi rigirare lo farei in modo differente. Ma ogni cosa deve essere vissuta nel suo tempo.

30) Progetti futuri?
Sto lavorando ad un cortometraggio per una scuola che vedrà la luce ai primi di maggio e presto uscirà il primo episodio di una serie web di genere, un thriller fantapolitico.


Filmografia

-       - Stateless, 2005 (cortometraggio)
-       - Vercinge, 2009 (cortometraggio)
-       - Al Crepuscolo, 2011 (cortometraggio)
-       - Tears, 2012 (cortometraggio)
-       - Mio padre, 2017 (cortometraggio)
-       - Rifugio, 2018 (cortometraggio)
-       - Altromondo, 2018 (serie web)

-       - La passeggiata dello scettico, 2005 (cortometraggio) - sceneggiatura, produzione
-       - 1/2, 2016 (lungometraggio) - assistente fotografia
-       - Un'altra via, 2017 (cortometraggio) - assistente fotografia



Biografia

Matteo Macaluso nasce a Parma nel 1979. Fin da ragazzo è appassionato di cinema e arti visive. Nel 2001 frequenta e si diploma all'Accademia d'Arte Drammatica dell'Antoniano e si cimenta per la prima volta nella regia. Frequenta un seminario tenuto dalla regista internazionale Jane Campion. Dirige il suo primo cortometraggio nel 2004. Continua dirigendo e collaborando alla realizzazione di videoclip e opere di narrativa.

venerdì 13 aprile 2018

Registi di Parma - Intervista ad Alessandro Bertoncini


Registi di Parma – Intervista ad Alessandro Bertoncini

Era giovedì 15 gennaio 2015 quando l’opera d’esordio di Bertoncini, Fade – Storia degli ultimi giorni, è stata proiettata al cinema Astra di Parma. Ero presente, e ricordo ancora con piacere il coraggio, l’audacia, la passione che quell’evento e quell’opera mi avevano trasmesso.
Alessandro aveva 21 anni. Dopo gli studi a Roma, sta attualmente lavorando come Direttore della Fotografia.


Riferimenti culturali

1) Da dove nasce il tuo amore per il cinema?
Me lo ha trasmesso mio padre. Mi portava al cinema fin da quando ero piccolo. A Parma c’erano diversi cinema tra cui il Lux ed il Capitol Multiplex. La struttura di quest’ultimo mi dava la sensazione di essere parte di qualcosa di grande.

2) Quali sono i tuoi registi di riferimento?
David Fincher, Steven Soderbergh, Ridley Scott, Kornél Mundruczò e Frederick Wiseman.

3) Quali film annoveri tra i capolavori?
Sono i tre film che mi fanno amare il mio mestiere: Zodiac, Blade Runner e Alien.

4) Quali sono i film che riguarderesti all’infinito?
Ho l’ossessione per i film americani e canadesi. Avendo la fortuna di poter vedere molti film, grazie al lavoro che faccio, cerco di imparare qualcosa ad ogni visone.

5) Quali sono i gruppi e/o cantanti che ascolti abitualmente?
Prediligo il rock e folk anglosassone. Ascolto Springsteen, Tom Petty, fino ad Alexi Murdoch e Josh Ritter.

6) Quali sono i libri e gli autori letterari che ami?
Tutto Paul Auster, a cui devo molto del mio lavoro di fotografo. È un autore estremamente visivo e lo amo perché è come sedersi su un divano ed ascoltare un vecchio saggio che ti racconta la sua vita.

Durante la lavorazione di Fade
Processo creativo

7) Da quali idee/influenze nascono i tuoi lavori?
In questo momento, curando la fotografia, mi confronto con il regista su quello che vuole (difficilmente mi è stata data carta bianca sul progetto, il che è un bene) e poi gli porto delle mie proposte. Da lì decidiamo il look definitivo del film.

8) Quando trovi il tempo per scrivere il soggetto e la sceneggiatura?
Mi prendo più tempo possibile, ameno otto mesi, perché devi dare il tempo al film di cambiare e crescere.

9) Cortometraggio o lungometraggio? Perché?
Dipende da cosa si vuole raccontare. Trovo che fare dei cortometraggi al giorno d’oggi sia quasi inutile se non per scopi fini a se stessi come può essere un’esercitazione. Ogni anno vado al Marché di Cannes e all’EFM di Berlino e ci sono sempre più filmmaker con idee eccezionali. Abbiamo a disposizione il digitale che ci premette di dare libero sfogo al nostro cervello e individuare soluzioni per adattarci ai mezzi che abbiamo a disposizione. Non è importante avere un carrello o un crane, ma piuttosto avere delle bandiere ed un set decente di proiettori e pannelli riflettenti.

10) Le scene sono frutto di immaginazione o attingi da racconti ed esperienze di vita?
A livello di luce cerco sempre di prendere ciò che vedo nella vita reale e “portarlo allo stremo”. Mi piace molto lavorare in sottoesposizione (anche perché è il miglior modo per approcciarsi al digitale). Questo mi permette di giocare molto con la luce che arriva sugli attori.

11) I personaggi sono ispirati a persone reali?
Nell’unica sceneggiatura che ho scritto, ovvero quella di Fade, sono partito dall’idea di raccontare qualcosa di estremamente reale. Sono sempre stato affascinato dal documentario e il pensiero di base era quindi questo: rappresentare ciò che vediamo tutti i giorni in forma “spettacolare”.

12) Sei incline a pensare ad ambientazioni e personaggi in un contesto comico, drammatico o fantascientifico?
Penso che un bravo regista sappia integrare più generi nello stesso contesto. Di recente ho lavorato ad un progetto di fantascienza tratto da un libro di Richard Mattheson. La cosa che mi ha sorpreso è stato come la regista sia riuscita ad integrare il rapporto madre-figlia nel contesto, ed è stato parecchio divertente anche dal punto di vista fotografico perché ho dovuto creare un’immagine luminosa per dare risalto alla villa nella quale viveva la madre, nonostante fosse una scena molto tesa.

13) Cosa cerchi di comunicare? A chi?
Bisogna anzitutto comunicare con se stessi, trovare nella storia qualcosa che ci affascina e poi essere capaci di rendere quel concetto interessante anche per il pubblico.

Film still da Fade
Processo realizzativo

14) Come scegli gli attori?
Con Fade mi sono avvalso di attori esordienti e con poca esperienza alle spalle in modo che non fossero “impostati” e si sentissero più liberi possibile.

15) In base a cosa scegli le location?
Difficilmente capita che lo scenografo decida di cambiare i colori di una stanza, per via della mancanza di budget. Quindi scegliamo una casa che abbia il più possibile le caratteristiche che stiamo cercando.

16) Preferisci girare in interni o in esterni?
In interni, perché posso direzionare la luce come voglio.

17) Che macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Di solito giro in RED, una macchina che uso ormai da molti anni. Ha un’ottima latitudine di posa e soprattutto è una macchina digitale che non tenta di rievocare la pellicola.
Per accentuare i colori faccio uso di vecchie lenti e filtri.

18) Qual è il tuo movimento di macchina preferito? Quale usi più spesso?
Dipende dalla storia che racconto, ma tento quanto più possibile di fare delle carrellate lente in avvicinamento agli attori.

19) Com’è organizzata una tua giornata di riprese?
Ci si trova sul set con gli attori, il regista parla con me e mi dice esattamente come vuole la scena. Poi chiedo un tempo che va dai 20 ai 30 minuti durante il quale insieme a macchinisti ed elettricisti prepariamo i settaggi di illuminazione.

20) La sceneggiatura cambia in corso d’opera?
Sempre. Deve essere cosi. Spesso si tolgono o aggiungono scene che pensi sul momento. È naturale.

21) Lasci i tuoi attori liberi di improvvisare?
Penso che quando hai dei bravi attori devi lasciarli liberi di improvvisare. Sono loro quelli che possono portare la scena ad un livello più alto. Il bravo attore è capace di avere il lampo di genio durante il take e portare la scena in una direzione inaspettata.

22) Quali indicazioni dai più spesso ai tuoi attori?
In Fade parlavamo del climax della scena.

23) Hai dei collaboratori?
Si, un gruppo di giovani macchinisti ed elettricisti fidati.

24) Quanto è importante la musica nei tuoi film? Dove preferisci utilizzarla?
Come direttore della fotografia trovo che la musica sia il mio primo strumento. Immagino sempre la scena con una musica di sottofondo e penso ai movimenti di camera, all’illuminazione ecc. Poi, una volta deciso il mood, vedo se funziona con la scena in totale silenzio.

25) Quanto ritieni sia importante il montaggio?
Se il direttore della fotografia è il braccio destro del regista, il montatore è la sua mente. È colui che può mettere in pratica il mood del film, renderlo possibile.

Film still da Fade
Il prodotto finito

26) Hai vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Ho partecipato a diversi festival con alcuni corti fatti alla scuola di cinema, tra cui lo SFC del festival di Cannes.

27) Sei soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
A livello fotografico sono soddisfatto dei miei lavori recenti perché sono quelli più maturi e perché ho trovato un asset visivo-narrativo che mi piace.

28) Progetti futuri?
Per ora una commedia sperimentale prodotta da un giovane produttore che ha lavorato per anni in America per cui nutro una grande stima.


Filmografia parziale

-       - FADE – STORIA DEGLI ULTIMI GIORNI (2015)

  
Biografia

Alessandro Bertoncini è nato a Parma il 19 dicembre 1994.
Ha conseguito nel 2017 la laurea triennale in Direzione della Fotografia alla RUFA (Rome University of Fine Arts). Attualmente lavora come Direttore della Fotografia. 

giovedì 5 aprile 2018

Registi di Parma - Intervista a Raffaele Salvaggiola


Registi di Parma – Intervista a Raffaele Salvaggiola

Raffaele Salvaggiola è regista dalla cultura cinematografica sterminata. Il suo amore incondizionato per il Cinema traspare dal suo lungometraggio, 1/2, che denota una notevole abilità e precisione nella costruzione del racconto a tutti i livelli (sceneggiatura, regia, ecc.).
Le sue risposte restituiscono un profilo maturo, in cui vi è una forte consapevolezza della propria idea di cinema. Una maturità che gli dà il coraggio di portare a galla, senza paure e con un pizzico di amarezza, le contraddizioni di un sistema, quello cinematografico italiano, che in questi anni sta mettendo a nudo tutti i suoi limiti.


Riferimenti culturali

1) Da dove nasce il tuo amore per il cinema?
Un po’ per mancanza di stimoli un po’ perché da piccolo mi affascinava molto la strada, la passione per il cinema così come quella per la lettura è arrivata tardi. Fino agli anni del liceo conoscevo, o sarebbe meglio dire guardavo, solo le commedie italiane e i film di avventura trasmessi da Italia Uno, il mio canale preferito per i cartoni animati.
Poi ho incontrato un pittore spagnolo che ha iniziato a parlarmi di arte e in particolare di cinema come mai nessuno aveva fatto. È stato l’inizio delle notti in bianco per seguire Fuori Orario e i noleggi delle videocassette nelle videoteche di Bari dove ho studiato all’università.
È divertente ripensare a quei tempi. Guardando i film dei grandi autori sentivo di essere ancora acerbo per coglierne a pieno il significato ma facevo i conti per la prima volta con aspetti che andavano oltre la semplice messa in scena della trama. Ritmo, fotografia, interpretazioni, suoni. Era come aver “aperto”, più che “strofinato”, la lampada di Aladino. Mi sono sentito inondato di novità: mi si è aperta la mente e anche il mondo è diventato più bello.

2) Quali sono i tuoi registi di riferimento?
In realtà preferisco rispondere a questa domanda dividendo i miei registi preferiti per categoria perché in questo modo spiego anche cosa intendo per registi preferiti e lascio aperta la lista ad eventuali new entry, a dimenticanze del momento e a tipologie di gruppi che adesso ignorerò ma che non è detto che in futuro non possano entrare nella mia scaletta.
Fellini, Bergman, Tarkovskij, Cassavetes, P.T. Anderson, Antonioni, Herzog, Bela Tarr per la coerenza della loro filmografia e l’estrema sincerità di ogni loro opera.
Lynch, Rossellini e Godard, per avere messo in discussione l’idea di cinema ed aver così aperto la strada al cinema contemporaneo.
Lars Von Trier come esempio di cineasta in grado di fondere mondi così distanti come quelli Tarkovskij, Cassavetes e Godard mantenendo comunque un punto di vista estremamente originale e innovativo.
Degli italiani non posso non citare Matteo Garrone e le nuove leve Guadagnino e Carpignano. Non so se nominare Sorrentino che è stato per anni il mio punto di riferimento ma che oggi lo percepisco un po’ ridondante.
I nuovi internazionali e poco conosciuti come Reygadas, Albert Serra, Grandrieux, Larrain, Antonio Campos.
Sion Sono, Bong Joon-ho, Na Hong-jin sono conseguenza logica del mio amore incondizionato per il cinema orientale partito dai vari Wang Kar Wai, Kim Ki Duk e Park Chan Wook.
Non posso infine non nominare Scorsese, Bertolucci, Coppola e chissà quanti altri che adesso non mi vengono in mente.

3) Quali film annoveri tra i capolavori?
I Pugni In Tasca, Nel Corso del Tempo, Faust, Holy Motors, Il Petroliere, La Conversazione, , Amarcord, Mollholland Drive, Blow-up, Love Exposure, Tony Manero, Viale del Tramonto, Lo Specchio, Andrey Rublev, Una Moglie, La sera della Prima, Il Posto delle Fragole, Il Settimo Sigillo, Segni di Vita, Melancholia, Old Boy, Mother, Memento, Taxi Driver , Reality, Arancia Meccanica, Shining, In The Mood For Love, C’Era Una Volta in America e mi fermo qui sennò non finisco più.

4) Quali sono i film che riguarderesti all’infinito?
All’infinito nessuno ma ci sono stati e ci saranno lunghi periodi in cui ogni titolo tra quelli nominati o qualsiasi film tra i miei registi preferiti potrei rivederlo più e più volte.

5) Quali sono i gruppi e/o cantanti che ascolti abitualmente?
Sin dall’epoca del liceo mi sono sempre piaciuti i cantautori italiani e gli album interi di un artista o di un gruppo, da sentire dall’inizio alla fine, con una certa predilezione per i concept.
Faccio dei nomi: De Andrè, De Gregori, Battiato, Battisti, Dalla, Capossela. Tra i giovani dico Di Martino, Iosonouncane, Le Luci della Centrale Elettrica, Andrea Laszlo De Simone.
Per quel che riguarda gli album di autori stranieri, invece, considerando ovviamente tutta la loro discografia: Kid A, The Dark Side of The Moon, Kind of Blue, Waltz for Debby.
Poi ci sono i gruppi che amo ascoltare in sottofondo senza preoccuparmi del titolo dell’album: Pat Metheney Group, The Beatles, The Smiths, Fleet Foxes, Sufjan Stevens, Benjamin Clementine, David Bowie, Nick Drake, Jeff Buckley, Sigur Ros, Beck.

6) Quali sono i libri e gli autori letterari che ami?
Questa è una domanda più ostica perché vado a periodi e i ricordi di un libro sono molto forti subito dopo la lettura, poi lentamente sbiadiscono. Cosa che non mi succede con i film. Faccio comunque dei nomi, pochi.
Per i libri cito Cent’anni di Solitudine, Ogni cosa è Illuminata,  Mattatoio n°5, Trilogia della città di K. Gli scrittori Dostoevskij, Kafka, Murakami Haruki (anche se per quest’ultimo vale quello che ho detto a proposito di Sorrentino).
Infine non posso non ricordare i libri della Minimum Fax dedicati ai grandi autori del cinema mondiale.


Processo creativo

7) Da quali idee/influenze nascono i tuoi lavori?
Finora ho sempre avuto la possibilità, lavorando in autoproduzione, di assecondare la mia idea di Cinema, sicuramente influenzata in vario modo dagli autori che prima ho citato. Cinema come arte, senza richiami necessari all’attualità del presente.
Il fatto di non dover dipendere economicamente dall’arte – di mestiere faccio l’insegnante di fisica e matematica alle superiori - mi consente di essere più libero e di non dovermi imporre dei temi sociali o di denuncia solo perché altrimenti non ottengo i fondi per realizzare i miei film.

8) Quando trovi il tempo per scrivere il soggetto e la sceneggiatura?
Il lavoro dell’insegnante ha l’indubbio vantaggio di consentire l’autogestione di metà del lavoro, quello domestico, fatto di preparazione di lezioni, di formazione, di correzione delle verifiche, decidendo liberamente come e quando dedicarmi alla scrittura durante la settimana.
Il fatto di avere un lavoro fisso fuori dal mondo del cinema mi consente inoltre di non avere fretta e scadenze ma di aspettare l’ispirazione che potrebbe anche (spero di no) non venire mai più, senza per questo avere ripercussioni sulla mia vita professionale.
Comunque a me piace molto, quando ho delle idee, raccoglierle su taccuini durante lunghe passeggiate pomeridiane al parco e poi ricopiarle e riordinarle sul computer al ritorno.
Quando mi rendo conto che gli spunti possono essere sviluppati in un soggetto allora provo ad abbozzarlo. Ma sono tanti i falsi allarmi. Spesso l’idea non funziona. E allora archivio il file e preparo una nuova cartella per le idee che verranno in futuro.
Il mese in cui ho maggiore creatività è senz’altro marzo.

9) Cortometraggio o lungometraggio? Perché?
Lungometraggio, senza dubbio. Prima di tutto perché è il prodotto cinematografico che più amo da spettatore. E poi perché il lavoro che c’è dietro un lungometraggio è più affascinante e stimolante in ogni suo step. In un lungometraggio è più difficile barare. Se non hai qualcosa da dire un film non può reggere, non ha senso di esistere.
Per i corti è diverso. Anzi, direi che è quasi l’opposto. Nella maggior parte dei casi i cortometraggi sono frutto della mano di un prestigiatore che, sfruttando la breve durata, riesce nella magia di ammaliare il pubblico con i colori sgargianti della fotografia, i movimenti di macchina morbidi e lenti, le musiche strappalacrime. E il pubblico è più clemente perché alla fine è stato preso in giro per soli dieci minuti, quindi può perdonare.
Se fai la stessa cosa in un lungometraggio allora ti conviene uscire dalla sala prima della fine. Non nego che ci siano comunque esempi di cortometraggi di alto livello e probabilmente la mia critica più che al cortometraggio in sé è rivolta alla maggior parte dei prodotti italiani, soprattutto quelli che raggiungono alti riconoscimenti.

10) Le scene sono frutto di immaginazione o attingi da racconti ed esperienze di vita?
Lo spunto me lo dà sempre qualcosa che ho vissuto. Tutte le volte in cui ho tentato di partire esclusivamente dalla mia immaginazione ho fallito. Questo succede perché partendo dall’immaginazione ho davanti a me uno spazio così ampio da perdermi. Devo costruire da zero la strada per andare dove? In realtà nella maggior parte dei casi non lo so neppure io.
Diverso è sfruttare l’immaginazione per sviluppare un’idea forte che pone le basi in qualcosa che ho vissuto e che mi ha stimolato in qualche modo. Una volta determinato l’ambiente in cui posso muovermi, una volta individuati “i confini”, allora sì che mi sento libero eventualmente anche di scavalcarli con l’immaginazione, ma sempre in maniera cosciente.

11) I personaggi sono ispirati a persone reali?
Inevitabilmente sì.

12) Sei incline a pensare ad ambientazioni e personaggi in un contesto comico, drammatico o fantascientifico?
Tendenzialmente vado sul drammatico anche se nel mio corto Io Non Parlo Mai – ma anche un po’ nel lungo – ci sono spunti divertenti e ironici che in un certo senso rispecchiano maggiormente la mia personalità.

13) Cosa cerchi di comunicare? A chi?
Più che comunicare con i film cerco di esprimermi. La speranza è che esprimendomi io possa interessare a un pubblico vasto stimolando qualcosa dentro di loro. Cosa in particolare non lo so e spero non sia la stessa cosa per tutti.


Processo realizzativo

14) Come scegli gli attori?
Disponibili al lavoro anche prima del set, con la voglia di mettere qualcosa di proprio nel personaggio.

15) In base a cosa scegli le location?
Nella maggior parte dei casi non sono tanto esigente. Nel mio ultimo film alcune stanze di casa mia erano la casa del protagonista, altre la casa del suo amico. La mia ex scuola è stata la scuola in cui insegna il personaggio del mio corto ma è anche stata in seguito la sala proiezioni dove il protagonista del film viene premiato. In generale spesso quello che cerco sono degli spazi non necessariamente troppo caratterizzati all’interno dei quali ricreare l’atmosfera che ho in mente.

16) Preferisci girare in interni o in esterni?
È indifferente. Per questioni tecniche e di libertà è molto meglio un interno, ma gli esterni, soprattutto se con tante comparse, possono divertirmi di più.

17) Che macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Non sono un esperto dal punto di vista tecnico. L’ultima volta che ho usato io stesso una camera andava ancora il minidv. Per il film ho seguito il suggerimento del mio direttore della fotografia che ha voluto utilizzare una RED SCARLET, secondo lui indispensabile per un progetto come il mio perché registrando in Raw e con obiettivi sufficientemente luminosi si possono letteralmente abbattere i tempi delle riprese riducendo al minimo il reparto luci. Considera che il film, che ha una durata di 93 minuti, è stato girato in soli 16 giorni. Ci sono anche delle immagini girate con una GoPro, ma solo perché era funzionale alla storia.

18) Qual è il tuo movimento di macchina preferito? Quale usi più spesso?
Cerco di scegliere l’inquadratura che secondo me sia la migliore nella specifica situazione. E per migliore intendo quella che faccia esprimere al massimo le potenzialità dell’inquadratura nel film sia da un punto di vista semantico – il contenuto – che da un punto di vista sintattico – la forma.

19) Com’è organizzata una tua giornata di riprese?
Sudore, fatica, concentrazione. Tutti gli elementi della troupe, tutti gli attori, tutto ciò che ruota attorno a un mio film è legato a me tramite un filo diretto. Organizzazione, responsabilità, orari, piani di lavoro, permessi, catering: sono io l’unico responsabile. Ovviamente ho una schiera di amici, professionisti e non, che mi seguirebbe in capo al mondo per realizzare un mio film. Però devo e voglio costantemente mostrare a loro che il primo a rimetterci in tempo, salute e sacrifici sono e sarò sempre io.

20) La sceneggiatura cambia in corso d’opera?
Certo che sì. Quando giravo i corti, la sola idea che una singola parola della sceneggiatura potesse essere dimenticata mi metteva i brividi. Poi col tempo ho imparato a vedere l’uomo che è nell’attore. E allora mi si è aperto un mondo. Credo che sia proprio grazie a questo mio nuovo atteggiamento che il film funzioni. La maggior parte degli attori che hanno lavorato al mio ultimo film erano o alla loro prima esperienza nel cinema o non erano affatto attori. Ci sono monologhi completamente ispirati al vissuto dell’attore che interpreta il personaggio o arricchiti dei racconti che gli attori stessi mi hanno fatto durante i colloqui che hanno preceduto le prove. Altre volte mi è capitato di dover ripensare ai tipi di inquadrature perché quelle previste erano diventate impossibili o per mancanza di mezzi o per mancanza di tempi. Garantisco che è una situazione molto stimolante per la creatività quando ti vedi costretto a ripensare in 10 minuti una scena sapendo che se non ci riesci il film non lo porterai a termine.

21) Lasci i tuoi attori liberi di improvvisare?
Io non vado sul set se prima non ho provato con gli attori, singolarmente e insieme. Gli attori hanno quindi tutto il tempo e la facoltà di dire la loro su una scena o su una battuta. Mi piacerebbe che una volta fatto questo non ci fossero molti cambiamenti sul set. Non perché la decisione presa in precedenza sia incondizionatamente la migliore, ma per una semplice questione di tempi. Come dice il proverbio, “il tempo è denaro”. Figuriamoci quando il denaro per comprarlo non c’è.
Ci sono però situazioni in cui lascio l’attore libero di improvvisare. Questo accade soprattutto quando la scena è fatta di una sola inquadratura e quando nella scena non intervengono o non sono coinvolti altri attori.

22) Quali indicazioni dai più spesso ai tuoi attori?
Il lavoro che faccio con loro è soprattutto di immedesimazione nel personaggio. Cerco in ogni modo di adattare il personaggio al loro vissuto e di rendere, grazie ai loro spunti, i personaggi il più possibile “tridimensionali”’.

23) Hai dei collaboratori?
Il direttore della fotografia del mio ultimo film è un amico con cui ho condiviso alcune delle tappe più importanti del mio percorso nel mondo del cinema. Ci conosciamo dal 2007 e nonostante da allora lui si sia mosso dovunque nel mondo, siamo in costante contatto e cerchiamo di collaborare anche in fase di scrittura.
A Parma condivido tanto cinema col mio amico cineasta Matteo Macaluso. L’ho conosciuto poco prima che realizzassi il mio corto nel 2012 e da allora siamo l’uno il braccio destro dell’altro, soprattutto sui set.

24) Quanto è importante la musica nei tuoi film? Dove preferisci utilizzarla?
È molto importante. Di solito prevedo già in quali parti dovrà essere presente e cerco di evitare gli eccessi.  È stato molto interessante lavorare con l’autore della colonna sonora del lungometraggio. Mi aveva passato dei pezzi già registrati che avevo da subito considerato perfetti per il film. E infatti in fase di montaggio non ho dovuto fare altro che posizionare i brani in punti precisi. Successivamente il musicista ha visto il film con le sue musiche e ci ha lavorato per migliorarle e aggiungerne altre. In alcuni casi ho tenuto le vecchie versioni, in altri le ho sostituite. Delle parti nuove aggiunte da lui ne ho tenute circa il 50%. Inizialmente è stato molto difficile staccarmi dalla mia prima idea.

25) Quanto ritieni sia importante il montaggio?
Penso sia importantissimo anche se non credo ai film che acquistano l’identità in montaggio. Penso che il ritmo, il cuore pulsante del film debba essere riconoscibile in ogni inquadratura il giorno stesso in cui viene registrata. Non credo nel montaggio salva-film. Il montaggio è un momento fondamentale per far emergere i punti di forza del film che però sono stati ben costruiti già in fase di realizzazione. Nel caso del mio lungometraggio il film è stato pensato per abbattere i tempi di realizzazione, sia in fase di ripresa che in fase di montaggio. E infatti il premontato era pronto già dopo una settimana di lavoro. Poi ne è servita un’altra per arrivare alla versione definitiva.


Il prodotto finito

26) Quali canali sfrutti per diffondere le tue opere?
Festival indipendenti europei, che cerco tramite le piattaforme presenti sul web. Scarto a priori i festival americani di medio-basso livello perché ce ne sono migliaia, per la maggior parte inutili ai fini del percorso dei miei film. Per motivi diversi, considerando quello che è stato il percorso del mio ultimo film, scarterei i festival italiani. Principalmente ho potuto constatare l’assenza in Italia di festival indipendenti di un certo spessore e che abbiano a cuore veramente il cinema indipendente. C’è spazio per il cinema che usa il cinema come mezzo per fare altro (denunciare, valorizzare il territorio, ecc.) come Torino o per la sperimentazione tout-cour come Pesaro. Il resto è solo una markettata un po’ fighetta.

27) Pensi subito di partecipare a qualche concorso o la decisone dipende soprattutto dal risultato finale?
È sempre l’ultimo dei miei pensieri. Sono così tanti e variegati i festival sparsi per il mondo e disseminati nell’anno che quello giusto per il mio film sarà sempre quello che scade il giorno dopo il finalcut.

28) Hai vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Per il mio lungometraggio considero riconoscimenti l’essere stato tra i sei finalisti dello Snowdance Independent Film Festival in Germania, tra i tre finalisti dell’Underground Film Festival di Dublino e l’aver partecipato assieme a Call Me By Your Name al Sofia Independent Film Festival.
In Italia è stato buio totale, e forse questo, col senno di poi, è anch’esso un riconoscimento. Può sembrare una conclusione affrettata, priva di fondamento, ma sono i numeri che lo dicono. Su 13 iscrizioni a festival esteri (tra cui Berlino, Tribeca e il Paris Independent Film Festival) il film ha superato 3 selezioni, quasi il 25%, che è un ottimo risultato. In Italia su 20 festival il film ha superato una sola selezione. Il 5%. Perché questa differenza? Questione di gusti? Di formazione dei selezionatori? Esigenze differenti? Io fingo di non conoscere le risposte e chiedo ai lettori di trarre le conclusioni.
Il mio corto Io Non Parlo Mai ha invece vinto alcuni premi in giro per l’Italia, uno di questi è il premio come Miglior Corto Emiliano al festival ZeroTrenta di Argenta (Fe) edizione 2013.

29) Sei soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Tutti in modi diversi ma nessuno pienamente. Per fortuna.

30) Progetti futuri?
Non credo che un progetto come quello del mio lungometraggio sia un’esperienza ripetibile. Ha richiesto tanta energia, troppa. Sia mia, sia di chi in un modo o nell’altro è stato convolto. Così come non credo che io possa tornare a girare corti. Se però un giorno dovessi avere una possibilità, forse mi piacerebbe tradurre in sceneggiatura un romanzo.
Tornando al discorso sui limiti, mi piace l’idea di delineare ancora di più, prendendo spunto da un libro, il contorno entro il quale muovermi ed usare la mia immaginazione. Ogni tanto ci penso, ogni tanto ci provo. È un esercizio utile e stimolante che non è detto si trasformi in qualcosa di concreto, di realizzabile. Ma è il mio atto di libertà e quindi continuerò a farlo.


Filmografia

-          - Io Non Parlo Mai, 2012 (cortometraggio)

-          - 1/2, 2016 (lungometraggio)

  
Biografia

Raffaele Salvaggiola è un regista lucano che vive a Parma. 
Dal 2004 scrive e dirige cortometraggi che partecipano a festival lucani.
Nel 2012, prodotto dalla LogicFilm, realizza il cortometraggio Io Non Parlo Mai, che si aggiudica diversi premi, tra cui: miglior corto emiliano al festival ZeroTrenta di Argenta, edizione 2013; la Camera d’oro 2013, sezione scuole al Videomaker Film Festival; miglior corto al concorso Generazione 2020 del festival Hub C Abruzzo, edizione 2013.
Nel 2014 ha girato un documentario dal titolo Materia Off, non ancora distribuito.
Nel 2016 scrive, dirige e produce, assieme alla Magnet Films, 1/2 il suo primo lungometraggio.
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