Capolavoro trash. Ace Hunter, il protagonista, combatte il male. Su una
motocicletta volante. Vi basta?
2.
Robot Holocaust di Tim Kinkaid (I robot conquistano il mondo, 1986)
Un
misto tra Conan il barbaro, Terminator, Star Wars, Dune e chi più ne ha più ne
metta. E infatti esce un disastro dall’effetto veramente esilarante. Basti
pensare agli sfondi di cartone, ai macchinari di plastica, ai vermi di gomma.
Un vero must per il genere.
Di
seguito il film completo:
3. The Worst
Horror Movie Ever Made di Bill Zebub (2005)
Film
che vuole essere volutamente un disastro. E lo è, in tutto e per tutto. Storia
sgangherata, così come gli effetti speciali, la recitazione e la regia. Alcune scene memorabili per essere veramente troppo scorrette.
4. La croce dalle sette pietre di Marco
Antonio Andolfi (1987)
Un uomo
si trasforma in lupo mannaro e combatte la Camorra. Lunghe sequenze della
crescita dei pelazzi sul suo volto. Vi basta?
5. L’uomo puma di Alberto De Martino (1980)
È come
partire per andare a vedere un concerto fantasmagorico e ritrovarsi alla sagra
della porchetta. Film dalle velleità hollywoodiane che fa acqua da tutte le
parti. Orrendo.
Di
seguito il film completo:
P.s. Ringraziamenti doverosi, ancora una volta, a Moro e Manna per avermi ricordato i titoli esatti di queste perle che ci siamo gustati insieme qualche anno fa.
con George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong
Guerra, Azione, Drammatico, 119min., USA, UK, 2019
Bellissimo film d’azione da vedere al cinema, possibilmente nella sala con lo schermo più grande in città. Dico questo perché l’ultimo film di Sam Mendes è intrattenimento prima che ricostruzione storica. Di poco, ma è così.
Le trincee brulicano di soldati sporchi e affamati, il campo di battaglia è fangoso, pieno di buche abitate da cadaveri e carcasse di animali in decomposizione. Ma quello che riempie letteralmente lo schermo è la "missione a livelli" (sì, quasi come in un videogioco) che ha per protagonisti due soldati incaricati di fermare un attacco suicida. La telecamera li segue in due (finti) piani sequenza che mettono in luce tutta la bravura del regista e della sua squadra. Due veri e propri capitoli distinti che concorrono a comporre la stessa storia, con momenti di pathos, momenti di suspense, momenti onirici e momenti di pura poesia.
Detto così sembrerebbe essere tutto perfetto. Invece qualche momento di troppo di computer grafica e un protagonista che a tratti sembra più un supereroe che un uomo fatto di carne e ossa (cosa già vista nella seconda parte di Revenant) tolgono forza ad un film che altrimenti sarebbe stato memorabile.
El Camino - Il film di Breaking Bad (El Camino: A Breaking Bad Movie)
di Vince
Gilligan
con Aaron Paul, Jesse Plemons, Krysten Ritter, Charles Baker
Drammatico, 122 min., USA, 2019
Protagonista centrale e indiscusso è il
sopravvissuto Jesse Pinkman. Ne seguiamo le vicissitudini – intervallate da
frequenti flashback – che deve superare per riuscire a cambiare
vita.
Il film è la perfetta appendice di Breaking Bad. Personaggi, atmosfere, ambientazioni e recitazione rimangono fedelissimi alla serie. Gilligan, infatti, non aggiunge e non toglie (quasi) nulla. Quel poco che aggiunge lo mette solo per farci conoscere ancor meglio la personalità di Jesse. Forse l'unico personaggio dal quale si poteva tirar fuori ancora qualcosa.
Astenersi tutti coloro che non hanno visto la serie. Prodotto e distribuito da Netflix.
con Evan Peters, Barry Keoghan, Jared Abrahamson, Blake
Jenner
Drammatico, 116 min., USA, 2018
Layton realizza un film che senza gli
inserti delle interviste ai veri protagonisti della rapina più strampalata
della storia d’America durerebbe una ventina di minuti in meno e starebbe in piedi
lo stesso. Anzi, probabilmente ne gioverebbe.
L’eccessiva lunghezza (in
relazione ai contenuti) si fa sentire e l’effetto complessivo quasi infastidisce.
Storia flebile, recitazione ridotta ai minimi termini (Barry Keoghan sotto tono)
e mancanza di azzardi registici affossano un’opera che si dimentica presto e a
cui non basta il solo messaggio sullo spaesamento di una generazione.
Peccato.
Buona
regia. Buona fotografia. Storia striminzita. Agli Oscar ha conquistato le
statuette per Miglior Regia, Miglior Film Straniero, Miglior Fotografia. Bah.
Voto: 2
½ su 5
I Don’t Feel at Home in This World Anymore di Macon Blair (2017)
con Clint Eastwood, Bradley
Cooper, Michael Pena, Dianne Wiest, Andy Garcia
Drammatico, 116 min., USA,
2018
Clint is back. Regia sobria, narrazione lineare, lui sempre al
centro della scena in modo discreto, senza mai strafare. Certo, la storia
riprende tematiche già viste (Breaking Bad) ed è questo il vero punto debole.
Ma The Mule funge da testamento, quasi come un’onesta seduta di autoanalisi in
cui l’uomo Eastwood si mette a nudo, fa mea culpa ed espia i peccati in attesa
della redenzione finale. Sicuramente non ai livelli di Gran Torino, ma pur
sempre un film degno di nota.
Storico, Drammatico, Grottesco, 120 min., Irl., UK, USA, 2018
Dieci
candidature agli Oscar per un film in cui (quasi) tutto funziona perfettamente.
Dalla ricostruzione storica alla recitazione (Emma Stone su tutte), passando
per la regia, le scenografie e la sceneggiatura. Un capolavoro? Purtroppo no.
Ci troviamo di fronte all’ennesima grande prova che mette a nudo tutti i limiti
contenutistici della cinematografia moderna.
La favorita infatti finisce per
ricordare troppo le pellicole del passato. Sicuramente Barry Lyndon, con la sua
metafora sul potere, l’arrivismo, i conflitti di classe, le ipocrisie nei
rapporti umani. Temi già ampiamente trattati, troppo spesso sempre nello stesso
modo.
La New Hollywood ebbe il merito di far uscire il Cinema da una situazione
di stallo (crisi economica e contenutistica) grazie ad un superamento dei temi classici
e del modo di trattarli. Oggi, in un momento di massima libertà di espressione
e provocazione, la vera sfida è quella di capire cosa rimane ancora da
superare. E come.
con Sandra Bullock, Trevante Rhodes, Jacki Weaver, John
Malkovich
Thriller, Fantascienza, Drammatico, Horror, 120 min., USA, 2018
Il
film, che sviluppa la tematica survival ambientandola in un mondo post-apocalittico,
si pone in linea di continuità con una miriade di pellicole – più o meno
riuscite – tra le quali si possono citare “The Fog” (2005), “Io sono leggenda”
(2007), “30 giorni di buio” (2007), “The Road” (2009), “World War Z” (2013) e
il capostipite “La notte dei morti viventi” (1968).
Nulla di nuovo, dunque. Ma
la Bier, che avevamo apprezzato per “Non desiderare la donna d’altri” (2004)
più che per “In un mondo migliore” (2010) e “Una folle passione” (2014), ha il
merito di trattare con spiccato senso del ritmo e della suspense un argomento inflazionato
e dal quale sarebbe stato difficile tirare fuori qualcosa di interessante.
Questo
anche grazie alle intuizioni del romanzo di Josh Malerman su cui si basa il
film (il male che non ha volto e il non poter vedere, pena la morte) e l’ottima
recitazione della Bullock (le cui fattezze sono sempre più simili a quelle
dell’ultimo Michael Jackson), che riescono a tenerci incollati allo schermo per
due ore abbondanti. Nonostante qualche buco narrativo di troppo e un finale sul
quale è meglio non pronunciarsi.
Wikipedia parla di
“film interattivo”. Significa che in più parti lo spettatore si trova davanti
ad un bivio e deve scegliere la strada su cui far proseguire la narrazione.
Nulla di nuovo per chi ha passato l’infanzia a macinare pagine e pagine di librigame.
In questo nuovo capitolo della serie, per la prima volta un lungometraggio, siamo
noi i registi-demiurghi di un “The Truman Show” che conduciamo secondo un
sistema ad opzioni binarie. Fino ad indurre Stefan, il protagonista, a compiere scelte
contro la sua volontà. L’esperimento diventa ancor più interessante quando viene
svelato il parallelismo tra Bandersnatch/film e Bandersnatch/videogioco: il
progetto rivoluzionario a cui Stefan sta lavorando fino alla pazzia si fonda
sullo stesso meccanismo su cui si basa l’esperienza di cui siamo protagonisti.
Le evoluzioni della trama, così come i tanti finali, non sono e non possono
essere infiniti e spesso ci si trova ad essere “riportati in carreggiata” anche
e soprattutto contro la nostra volontà. Se ci fermassimo a questo dovremmo
parlare di esperimento fallito. Invece, ancora una volta, Black Mirror ha tutto
sommato il merito di aver proposto qualcosa di coraggioso.
Se non sono remake sono sequel. Ormai c’è poco da fare.
Questo Hallowen si distanzia allora dal primo esattamente di quarant’anni, tanto da ritrovare Laurie e Michael attempati. Detto così potrebbe sembrare grottesco. Invece la scrittura di quest’ultimo capitolo (ultimo per ora) è intelligente perché attualizza il topos dell’horror tradizionale senza stravolgerlo o modificarlo.
Stessa operazione anche a livello tecnico, con il regista che sfrutta la bellezza della messa in scena dei migliori slasher anni Settanta senza mai cadere nella tentazione di pigiare l’acceleratore sulla violenza splatter.
Tutto funziona dunque in questa operazione nostalgia che con intelligenza e un po’ di suspense ci ha tenuti ancora una volta incollati allo schermo nella notte delle streghe.
Lorenzo
Bresolin lavora nel mondo della comunicazione. I suoi video abbracciano diversi
generi: documentario, spot, video aziendale, video cartoline. È recente
l’approdo al mondo del cinema con il lungometraggio Sotto la cenere, action movie che sarà proiettato in anteprima al
The Space Barilla Center il prossimo 29 settembre (prenotazioni qui).
Riferimenti
culturali
1. Da
dove nasce il tuo amore per il cinema?
Nasce dalla necessità
di trovare un linguaggio diverso dal
solito verbale. Nella vita di tutti i giorni trovo più spontaneo e concreto
esprimere concetti ed emozioni attraverso immagini in musica. Qui il linguaggio
si trasforma in qualcosa di ricercato, ponderato e delicato, a dispetto di
qualsiasi dialogo fatto di quelle parole preconfezionate che vanno tanto di
moda oggi.
2. Quali
sono i tuoi registi di riferimento?
Non ho nomi celebri
di riferimento, sono sostenitore del cinema che non deriva dai blockbuster.
Apprezzo molto i registi inglesi minori ultimamente, alcuni lavori si possono
trovare tra le serie televisive di Netflix. Se dovessi proprio fare un nome
direi probabilmente Guy Ritchie. Tra le serie televisive di riferimento inglesi
invece ricordo sicuramente House of Cards,
Sherlock e Black Mirror. I rispettivi registi sono accomunati da un medesimo
linguaggio che mi ispira molto.
3. Quali
film annoveri tra i capolavori?
Nessuno.
4. Quali
sono i film che riguarderesti all’infinito?
Quelli che sono
realizzati in maniera oggettivamente valida e che, soprattutto, sono in grado
di trasmettere un messaggio positivo. Non ho un titolo preferito. Adoro i film d’azione. V for Vendetta ne è un buon esempio.
5. Quali
sono i gruppi e/o cantanti che ascolti abitualmente?
The Lumineers, Bruce
Springsteen, ma ascolto tanta musica diversa per esplorarla. Dopotutto ogni cantautore
ha qualcosa da trasmettere, a modo suo. Quindi spazio dal rap alla classica,
dalla trap al nu metal.
6. Quali
sono i libri e gli autori letterari che ami?
Baricco su tutti.
Scrive divinamente e a cuore aperto.
Processo
creativo
7. Da quali
idee/influenze nascono i tuoi lavori?
L’idea iniziale è la
fase più delicata, quella che non va mai trascurata anche se è la meno
“concreta”. La vita vissuta è di
sicuro la fonte più importante da cui attingere. Le scene si costruiscono da
sole se si saosservare bene.
8. Quando
trovi il tempo per scrivere il soggetto e la sceneggiatura?
Il tempo per
sviluppare l’idea va letteralmente “strappato” dagli impegni di tutti i giorni;
solitamente mi siedo su una panchina del parco sotto casa con un quaderno e,
penna alla mano, lascio vagare la mente ma mantenendo sempre fermo l’obiettivo.
9. Cortometraggio
o lungometraggio? Perché?
Fatta l’esperienza
del lungo, sceglierei il corto. In linea coi ritmi di vita di oggi, trasmettere
un messaggio in poco tempo è diventato imperativo. Curare le singole scene nei
dettagli è di gran lunga più affascinante che diluire il tutto in sessanta
minuti o più. Il corto rappresenta inoltre una sfida di sintesi.
10. Le
scene sono frutto di immaginazione o attingi da racconti ed esperienze di vita?
Sono completamente
frutto di immaginazione. Anche se l’idea di base può nascere da esperienze
reali o film visti, tutto il resto deve essere necessariamente riempito
dall’immaginazione del regista. Diversamente mancherebbe di divertimento per il
regista stesso.
11. I
personaggi sono ispirati a persone reali?
I miei personaggi
hanno delle caratteristiche che ricalcano quelle degli attori, in modo da
risultare meglio interpretabili. Quindi, nel mio caso, si può dire che i personaggi nascono da persone in carne ed
ossa.
12. Sei
incline a pensare ad ambientazioni e personaggi in un contesto comico,
drammatico o fantascientifico?
Il dramma, come il
noir, è sicuramente l’ambiente che mi rispecchia. Le ambientazioni che scelgo
sono raramente molto luminose o colorate.
13. Cosa
cerchi di comunicare? A chi?
Vorrei che il mio
pubblico fosse il più esteso possibile ma spesso mi rendo conto che in pochi
colgono i significati, più o meno nascosti, che cerco di trasmettere. Perdóno, forza d’animo e coerenza sono
i messaggi che prediligo.
Processo
realizzativo
14. Come
scegli gli attori?
Attraverso i soliti
canoni estetici ma soprattutto dal loro “modo di fare”. Come si pongono durante
un semplice colloquio e come durante un pezzo su parte; entrambe le maniere
sono ugualmente importanti.
15. In
base a cosa scegli le location?
In base all’impatto
emotivo che mi trasmettono a prima vista. Di sicuro è la fase che richiede più
tempo, un buon sfondo agli attori è una componente fondamentale.
16. Preferisci
girare in interni o in esterni?
Gli interni sono
ambienti molto protetti nei quali si possono creare situazioni di luce a
piacimento, senza che subiscano variazioni nel tempo. Ma la bellezza della
natura, come quella degli edifici illuminati dalla luce naturale, restituiscono
un impatto unico. Non ho preferenze tra i due.
17. Che
macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Uso quello che ho. Non
ho voglia di affittare super macchine, spesso meno maneggevoli della mia. Per
trasmettere un messaggio basterebbe un cellulare; io uso Sony a7s II.
18. Qual
è il tuo movimento di macchina preferito? Quale usi più spesso?
In base alla scena, i
movimenti che scelgo sono sempre diversi, si adattano all’azione. A me piace
molto “seguire o precedere” i soggetti in movimento, quindi tutti i tipi di carrellata.
19. Com’è
organizzata una tua giornata di riprese?
Non ci sono orari o
troupe standard. Ogni volta è sempre un’avventura imprevedibile.
20. La
sceneggiatura cambia in corso d’opera?
Di sicuro non si
stravolge. Può essere soggetta a piccole variazioni, in base alle condizioni
esterne o alla sensibilità degli attori.
21. Lasci
i tuoi attori liberi di improvvisare?
Sì. Se sul momento
della ripresa alcuni attori si lasciano naturalmente trasportare dalla scena,
sono sempre ben felice di valutare la variazione alla sceneggiatura.
22. Quali
indicazioni dai più spesso ai tuoi attori?
Al di là di alcuni
movimenti del corpo nello spazio, lascio che le singole battute “entrino”
nell’attore e lascio che lavorino da sole sul tono della voce o sulle
espressioni del viso.
23. Hai
dei collaboratori?
Spesso mi avvalgo di
collaboratori per il reparto audio. Mi piace stare sempre dietro alla macchina
da presa e agire da solo sull’immagine. Sarà perché sono effettivamente
cresciuto così.
24. Quanto
è importante la musica nei tuoi film? Dove preferisci utilizzarla?
La musica è importante tanto quanto l’immagine.
Sceglierla necessita di lavoro meticoloso. Le scene che esprimono emotività hanno
bisogno del giusto tappeto musicale per enfatizzarle al meglio. Sia che si
tratti di allegria piuttosto che di tristezza, noia o movimento sfrenato,
affetto o violenza.
25. Quanto
ritieni sia importante il montaggio?
Sono abituato a
ragionare diversamente dal solito flusso di lavoro. Il montaggio per me si fa prima della fase di ripresa: attraverso
uno storyboard preciso so già come sarà il risultato ancora prima di iniziare
coi ciak. Su di esso si basa tutta la fase di ripresa. Per questo il montaggio,
per me, è molto più che importante.
Il
prodotto finito
26. Quali
canali sfrutti per diffondere le tue opere?
I social vanno per la
maggiore, ma le rassegne e i concorsi rimangono sempre vetrine insostituibili.
27. Pensi
subito di partecipare a qualche concorso o la decisone dipende soprattutto dalrisultato?
Raramente sono
soddisfatto al cento per cento dei miei lavori, altrettanto raramente partecipo
a concorsi. Sono tutti ragionamenti che faccio a lavoro finito chiaramente. Non
parto con un’idea in funzione di una call, la trovo una forzatura.
28. Hai
vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Cinque premi minori
con spot per call online. Per il resto non ho mai partecipato a niente.
29. Sei
soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Purtroppo (o per
fortuna) sono molto puntiglioso, specialmente a lavoro finito. Spesso non c’è
possibilità di rigirare pezzi venuti poco piacevoli perciò, per pochi dettagli
a gusto mio mediocri, tendo a non presentare l’intero progetto. Tuttavia c’è
una clip a cui sono particolarmente affezionato perché rappresenta un viaggio
tra le capitali del centro Europa. Quella la rivedo spesso con piacere, per
quello che mi rievoca.
30. Progetti
futuri?
Sto scrivendo, in
collaborazione con altri, una serie. Sono ancora molto indietro, ma non voglio
forzare i tempi.
Già
dalla giovane età emergono le sue doti di disegnatore. Dopo la formazione
universitaria in Architettura, si dedica interamente al Videomaking in qualità
di regista, produttore e montatore.
Nel
2014 entra a far parte dell’agenzia di comunicazione Up Strategy con sede a
Roma e svolge svariati lavori nell’ambito video e fotografico per Maserati,
Tim, Fastweb, Tescoma, Bristol Mayers Squibb, Iquos. Lo stile dei lavori si
rende riconoscibile come un mix di spirito innovativo e rispetto delle
tradizioni, concependo le varie creazioni come opere di puro artigianato
digitale.
Attualmente
collabora con diverse produzioni, dividendosi tra mondo Corporate, Music Videos
e Short Docs di cui spesso cura sia le riprese che la post-produzione (B Studio).
Nel
2017 è autore e regista di Sotto la
Cenere, opera lungometraggio attualmente in post-produzione.
Ad
oggi sta lavorando alla produzione di un nuovo film di fiction su Parma 2020.
Il
sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer)
di Yorgos Lanthimos
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan
Drammatico, Thriller, 121 min.,
USA, 2017
Un grande film, senza ombra di dubbio. Rimaniamo inizialmente
spiazzati dalla estrema pulizia formale delle immagini, da movimenti di
macchina studiati e realizzati con certosina precisione, dall’impeccabile e asettica
recitazione di tutti gli attori, da una storia crudele, spietata, violenta.
Poi,
grazie alla bravura del regista che dissemina la sua opera di indizi, ci
rendiamo conto che quello che stiamo guardando altro non è che una
trasposizione in chiave contemporanea di una massima tragedia greca, l’Ifigenia
in Eulide di Euripide, e che quindi ogni dettaglio è funzionale al pathos, alla
catarsi. E allora tutto torna, perfettamente, e si staglia dal piattume cinematografico
odierno. Chapeau!
Pietro
Medioli approda al documentario nel 2000. Fondamentale per il suo percorso
artistico è l’incontro con Werner Herzog, uno degli autori con i quali è
entrato in contatto lavorando in qualità di aiuto-regista a partire dal 1992 al
Teatro dell’Opera di Bonn.
Quartiere Pablo, ultima opera in
ordine temporale di una carriera che vanta ben 18 titoli, è una dichiarazione
d’amore nei confronti di uno dei quartieri di Parma in cui si respira tradizione
e, soprattutto, senso d’appartenenza. Questo aspetto è stato ben colto dal
pubblico, che ha riempito le storiche sale della città in occasione di ben otto
proiezioni. Un grande risultato, che impreziosisce il percorso di un autore maturo
e consapevole.
Riferimenti
culturali
1. Da dove nasce il
tuo amore per il cinema?
Credo
sia iniziato da bambino andando al cinema d’inverno, al pomeriggio, spesso con
mio nonno e talvolta con mio padre. Era l’ultimo periodo del western. Mi
stupiva soprattutto entrare con la luce
del giorno ed uscire con il buio. Poi verso i diciott’anni le rassegne
dell’Astra: ricordo quelle su Ferreri, Bergman, Fassbinder.
2. Quali sono i tuoi
registi e documentaristi di riferimento?
I
registi in generale sono tanti, difficile elencarli. Nel cinema documentario
potrò sembrare un po' retro’ ma direi Frederick Wiseman, Jorin Ivens, Vittorio
De Seta e Franco Piavoli. Poi ovviamente Herzog.
3. Quali opere
annoveri tra i capolavori?
Domanda
difficile perché sono tanti. Faccio qualche titolo: La febbre dell’oro e Luci
della ribalta di Chaplin, Il
cameraman di Keaton, La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, Ombre
rosse di Ford, M – Il mostro di Duesseldorf di Lang, Il padrino
di Coppola, Toro scatenato di Scorsese, Paisà di Rossellini, Aguirre
Furore di Dio di Herzog, Un cittadino al di sopra di ogni sospetto
di ElioPetri. Ma tra dieci minuti
potrei farne altri 20.
4. Quali sono quelle
che riguarderesti più e più volte?
Di
sicuro quelli che ho citato. Poi Pianeta Azzurro di Piavoli, Padre
padrone dei Taviani, Ladri di biciclette e Suscià di De Sica, quasi
tutto Billy WlIder, tutto Kurosawa. Idem per Bergman e Tarkovskij. I film di
Ozu che conosco. Il problema è sempre quello, i film valgono quando si vogliono rivedere. Il più grande
complimento è quando qualcuno mi dice che ha rivisto un mio film.
5. Quali sono i
gruppi e cantanti che ascolti abitualmente?
Sento
poca musica pop o rock. Ascolto talvolta cantautori anche italiani. Di fatto
però la musica che preferisco è l’opera
e la classica di qualsiasi epoca, anche contemporanea. Per me dopo i
vent’anni è stato un po' così e questi generi hanno preso il sopravvento.
Mentre mi è sempre piaciuto il jazz.
6. Quali sono i libri
e gli autori letterari che ami?
Ho
sempre letto soprattutto i classici. Mi vanto di aver quasi finito di leggere
tutto quello che ha scritto Dostojevskij,
mentre di recente ho letto, a distanza di 25 anni, Guerra e Pace per la
seconda volta. Per quanto riguarda i contemporanei leggo Roth, Oz, Grossman,
Auster, MccCarthy. Per gli italiani sono indietro di vent’anni almeno, i nuovi
scrittori non li conosco. Da tempo però ho affiancato alla narrativa la
saggistica e i libri di storia e filosofia. Mi piacerebbe leggere un po' di
libri di scienze.
Processo
creativo
7. Perché hai scelto
come forma espressiva proprio il documentario?
Sinceramente
non saprei. Dopo la maturità mi sono iscritto a Giurisprudenza ma avevo già in
mente di fare il regista. Il cinema, alla metà degli anni Ottanta, mi sembrava
irraggiungibile e così iniziai a fare l’aiuto regista in teatro e poi in
Germania in un teatro d’opera. Feci anche le mie prime regie. Credo che di fatto sia stato Herzog a
portarmi a fare documentari. Una volta a casa sua a Monaco mi disse: “Se
non hai bisogno di costumi un film lo fai anche con diecimila marchi”. Più o
meno come dire oggi diecimila euro.
8. Da quali spunti,
idee e influenze nascono i tuoi lavori?
Credo
che di fatto fare un film diventi sempre più un incidente di percorso. Si ha
una certa idea su di un certo tema ma difficilmente poi la si realizza. Poi a
volte si verificano condizioni strane, come conoscere luoghie frequentare persone. Allora, se si vede che
c’è carne da mettere al fuoco, si indaga, si ricerca. Ci vuole tempo. Viaggiare credo aiuti molto a conoscere,
purtroppo in questi ultimi anni l’ho potuto fare molto poco.
9. Quando trovi il
tempo per delineare e definire la struttura delle tue opere?
Il
tempo per sviluppare progetti per me non è un problema enorme, per fortuna,
perché non sono un dipendente legato agli orari di un cartellino quindi, pur
dovendo lavorare, ho dei periodi più o meno lunghi che posso dedicare a quella
che ormai da anni non è più un’attività a tempo pieno.
10. Quanto è
importante documentarsi sulla tematica da trattare e sui soggetti da intervistare?
Documentarsi
è molto importante, sempre. Conoscere il
più possibile, che non vuole dire solo leggere, è fondamentale. È indispensabile
avere anche un po' di fiuto per trovare le persone “giuste”, ed io credo di
averne. Il verbo “intervistare” però lo eviterei. L’intervista è una cosa che
va bene nei servizi giornalistici o negli studi televisivi.
11. Organizzi il
lavoro per tenere il focus su un singolo tema o è importante prevedere anche
eventualidivagazioni?
All’inizio
bisogna essere, secondo me, il più
possibile aperti, direi a trecentosessanta gradi, già a partire dal tema
del film. Nel senso che si può avere uno scopo ma poi notare che non è
raggiungibile quell’obiettivo ma un altro. In filosofia si chiama “eterogenesi
dei fini”. Abbiamo una meta ma poi ci accorgiamo che a fianco ne esiste
un’altra e forse vale la pena non escluderla perché potrebbe diventare quella
da raggiungere. Non è detto migliore o più importante, ma raggiungibile. Poi
ovviamente si restringe il campo sempre più.
12. Meglio riportare
la realtà senza filtri e senza retorica o bisogna trovare il modo di far
emergere da essa laparte poetica?
Io
non credo si possa riportare la realtà “senza filtri”, credo anche poco nel
cinema-verità. Credo anzi che ci voglia invenzione proprio per avvicinare la
verità. Certo, poi è indispensabile
provocare emozione, creare situazioni e cercare immagini che provochino
emozione.
13. Cosa cerchi di
comunicare? A chi?
Cerco
di comunicare dei sentimenti, delle
sensazioni, costruire anche atmosfere; cerco anche di trasmettere un certo
grado di verità delle cose, il grado
massimo che penso di riuscire a raggiungere. A chi? Non lo so. Comunque sempre al maggior numero di persone, senza
distinzioni.
Processo
realizzativo
14. Com’è organizzata
una tua giornata di riprese?
La
organizzo in modo da avere sufficiente tempo per ragionare, preparare quello
che anche per il documentario è un set, e per poter girare una scena anche più
volte. Ma mai più di due scene al giorno.
Poi
cerco anche di tenere un po' di tempo per guardarmi intorno: c’è sempre
qualcosa che succede a due passi o a trecento metri. Si verificano spesso delle
situazioni improvvise, nuove, mentre si gira e bisogna avere gli occhi ben aperti e le orecchie tese per coglierli al
volo. A volte, insomma, si deve un po' cercare di domare il caso.
15. Quanto ritieni
siano importanti le interviste? Come le prepari?
Ragiono
su quello che deve saltar fuori e lo scrivo sempre prima, anche se poi non
corrisponderà. Poi lavoro con le persone,
cerco di capire che cosa vogliono dire ma anche che cosa possono o potrebbero
dire. Cerco sempre di creare delle situazioni, la cosa contraria
all’intervista. Le situazioni poi si sviluppano.
16. Lasci le persone
libere di divagare o cerchi, direttamente e/o indirettamente, di indirizzarle?
Inizialmente
parlo molto io, le indirizzo. Poi strada facendo le lascio sempre più libere,
me ne allontano, cerco di fare in modo
che si sentano libere di esprimersi, in un certo senso anche di divagare;
ma questo avviene solo se si sentono collocate in una situazione congeniale.
17. In base a cosa
scegli le location? Quanto sono importanti?
Sono
fondamentali i luoghi. Il termine “location” ormai lo si usa quando si decide
in quale ristorante andare! Ma i luoghi
sono strettamente legati al tema. In “Tokio-ga” c’è un bel dialogo tra
Herzog e Wenders. Wenders deve filmare nel cemento di Tokio e deve individuare
i luoghi da riprendere, mentre Herzog gli dice che non è possibile filmare un
panorama di cemento. Herzog ha ragione, perché le immagini pure sono, per
esempio, quelle della foresta pluviale. Ma Wenders girava nel caos della città,
quindi doveva trovare le immagini là.
Tutto
questo per dire che siamo legati al luogo dal tema. L’importante è cercare
immagini nuove, o comunque immagini che
abbiano un loro senso segreto nel deterioramento provocato dal proliferare del
digitale.
18. Interni o
esterni?
Dipende
sempre dalle situazioni che si filmano. Tendenzialmente cerco di trovare degli
“esterni”. Difficilmente potrei immaginarmi un film completamente senza
“esterni”, mentre senza “interni” non farei fatica.
19. Durante le
riprese rispetti la scaletta che ti sei dato o cerchi di cogliere al volo anche
le situazioniinaspettate?
Come
dicevo precedentemente, rimango sempre con gli occhi ben aperti.
20. Che macchina da
presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Non
posseggo più una macchina da presa. L’ultima è stata una Sony PD 170 ma mi fu
rubata. Devo anche dire che raramente filmo io. Preferisco lavorare con un
operatore per due motivi: 1) Di certo è più bravo di me; 2) Il regista deve essere
libero e fidarsi di chi ha l’occhio in camera. L’ultimo film è stato girato con
la Canon, ma l’importante è avere le ottiche e ormai sono tutte ottime.
21. Hai dei collaboratori?
Certamente,
io credo nella troupe. Stimo chi fa
tutto da solo ma io sono cosciente di avere dei limiti tecnici. Quindi mi
avvalgo sempre dell’aiuto di operatore, fonico e assistente. Anche il direttore
di produzione è molto utile, anche se non è obbligatoria una sua presenza fissa.
22. È presente la
musica nelle tue opere? Dove preferisci utilizzarla?
Sì,
è molto presente. È una componente essenziale. Non credo di essere in grado di
immaginare un film senza musica. Spesso l’ho in mente mentre giro, talvolta anche
prima. Di solito preferisco usarla da sola, in modo che si leghi alle immagini in modo contrappuntistico, per utilizzare un
termine “musicale”. Raramente la uso sotto il parlato, di solito preferisco
usarla dopo le parole: dove finiscono le parole inizia la musica.
23. Utilizzi la voce
fuori campo? E la parola scritta?
Se
intendi la lettura di qualcosa direi di sì, spesso.
Sulla
voce fuori campo c’è un lungo discorso. Noi, ovvero coloro che hanno
collaborato al rilancio del documentario alla fine degli anni Novanta, abbiamo
deciso di eliminarla perché ci sembrava una cosa vecchia. Talvolta è indispensabile, ma va usata con parsimonia, almeno per me. Prossimamente vorrei usare
la mia, quando necessaria, anche se temo che usandola potrei rischiare la personalizzazione. Non so. Ma lo farò!
24. Quanto ritieni
sia importante il montaggio?
Il
montaggio è fondamentale, anche se oggi
ha assunto un ruolo forse eccessivo. Sembra che chi monta il film sia il
regista e non un secondo regista. Io però ho un’idea di montaggio mentre giro e
vado in montaggio con un arco narrativo già abbastanza chiaro dell’intero film,
ovviamente suscettibile di cambiamenti. Con il montaggio digitale di oggi si
deve però stare molto attenti perché le possibilità sono diventate
paradossalmente troppo ampie.
25. Qual è la tua
cifra stilistica?
A
questa domanda non so rispondere.
Il
prodotto finito
26. Quali canali
sfrutti per diffondere le tue opere?
L’ultimo
mio film, Quartiere Pablo, è stato
proiettato a Parma 8 volte e il passaparola ha portato al cinema quasi mille
spettatori paganti. In autunno uscirà il dvd. La distribuzione è un problema enorme. Gli ultimi passaggi
televisivi dei miei film risalgono al 2007. Forse ci si può aspettare qualcosa di nuovo tramite il web, non so. Di
fatto è un imbuto la cui parte superiore si allarga sempre di più mentre quella
inferiore si restringe, a sua volta, sempre di più.
27. Pensi subito di
partecipare a qualche concorso o la decisione dipende soprattutto dal risultato
finale?
Ho
smesso da anni di partecipare ai festival. Ci credo poco. Certo, partecipare ad
una manifestazione importante non mi dispiacerebbe ma credo poco ai criteri di
selezione di oggi, ed ancor meno al sistema dei premi.
28. Hai vinto qualche
premio/riconoscimento? Con quali opere?
Ho
partecipato a diversi festival nei primi anni 2000 sia in Italia che
all’estero, ma non ho mai ottenuto un riconoscimento. Ci sono andato vicino al
Libero Bizzarri di San Benedetto del Tronto con Il mondo che abbiamo perduto, a Torino nel 2001 e in Russia con Mezzanotte
a Mosca, e nel 2003 a Bellaria con Nostalgia del futuro. A Bellaria
Lorenzo Pellizzari su Cineforum scrisse che avrebbe dovuto vincere il mio film.
Acqua passata.
29. Sei soddisfatto
dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Complessivamente
sono abbastanza soddisfatto. Direi però che, facendo un bilancio, avrei voluto farne
due o tre di più, ed erano film ai quali tenevo molto.
30. Progetti futuri?
Attualmente
non ho molto in cantiere. Sto partendo per Treviso per dei sopralluoghi sul
fiume Sile. Il titolo provvisorio del film è “Il fiume del silenzio”. Lo farò?
Chissà!
Poi
avrei un progetto di un Macbeth tra Shakespeare e Verdi da ambientare in
un castello in provincia di Reggio, un film tra cinema e teatro. Ci penso da
anni e credo di avere l’età giusta per farlo.
Filmografia
-
Il mondo che abbiamo perduto, 2000
-
Botticelli e la Divina Commedia, 2000
-
Mezzanotte a Mosca, 2001
-
Um Certo Brasil, 2002
-
La giacca del tenore, 2003
-
Nostalgia del futuro – In viaggio con
Vittorio Foa, 2003
-
Lezioni d’emergenza, 2005
-
Quel pezzo d’Emilia altrove, 2005
-
Un leader in ascolto, 2006
-
Fermata a richiesta, 2008
-
Per esempio Vittorio, 2010
-
YIUANA, 2012
-
Quartiere Pablo, 2017
Biografia
Pietro
Medioli è nato nel 1965 a Parma, dove ha compiuto i suoi studi. Già a vent’anni
si occupa di cinema e teatro per una radio privata, è figurante al Teatro Regio
di Parma e inizia a collaborare in teatro come aiuto regista volontario. Nel
1990 esordisce come coregista in La donna
alla finestra di Hugo von Hofmannsthal (Collecchio-Parma). Segue nel 1991 Nel nome di Mozart (Milano) e nel 1992 Lazarus di Schubert (Milano): poi, per
tutti gli anni Novanta, seguiranno regie di opere di Pergolesi, Puccini, Verdi
e Wagner. Nel 1992 è chiamato dal regista Giancarlo del Monaco all’Opera di
Bonn dove resta otto anni come aiuto regista stabile del teatro, affrontando
una quarantina di opere del repertorio francese, tedesco, russo ed italiano,
oltre ad opere contemporanee come Hindenburg
di Steve Reich, occupandosi anche delle “riprese”. A Bonn lavora con Werner
Herzog con il quale ha collaborato poi diverse volte nell’opera e una volta nel
cinema. Interrotto il contratto a Bonn è rientrato in Italia nel 2000
dedicandosi prevalentemente al cinema documentario.
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