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mercoledì 22 aprile 2020

I film più trash della storia del cinema


"I 5 film più trash della storia del cinema"

1. Megaforce di Hal Needham (1982)


Capolavoro trash. Ace Hunter, il protagonista, combatte il male. Su una motocicletta volante. Vi basta?



2. Robot Holocaust di Tim Kinkaid (I robot conquistano il mondo, 1986)



Un misto tra Conan il barbaro, Terminator, Star Wars, Dune e chi più ne ha più ne metta. E infatti esce un disastro dall’effetto veramente esilarante. Basti pensare agli sfondi di cartone, ai macchinari di plastica, ai vermi di gomma. Un vero must per il genere.

Di seguito il film completo:



3. The Worst Horror Movie Ever Made di Bill Zebub (2005)


Film che vuole essere volutamente un disastro. E lo è, in tutto e per tutto. Storia sgangherata, così come gli effetti speciali, la recitazione e la regia. Alcune scene memorabili per essere veramente troppo scorrette.



4. La croce dalle sette pietre di Marco Antonio Andolfi (1987)


Un uomo si trasforma in lupo mannaro e combatte la Camorra. Lunghe sequenze della crescita dei pelazzi sul suo volto. Vi basta?



5. L’uomo puma di Alberto De Martino (1980)


È come partire per andare a vedere un concerto fantasmagorico e ritrovarsi alla sagra della porchetta. Film dalle velleità hollywoodiane che fa acqua da tutte le parti. Orrendo.

Di seguito il film completo:



P.s. Ringraziamenti doverosi, ancora una volta, a Moro e Manna per avermi ricordato i titoli esatti di queste perle che ci siamo gustati insieme qualche anno fa.

domenica 2 febbraio 2020

Nuova recensione Cineland - 1917 di Sam Mendes



1917 
di Sam Mendes 
con George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong 
Guerra, Azione, Drammatico, 119min., USA, UK, 2019 

Bellissimo film d’azione da vedere al cinema, possibilmente nella sala con lo schermo più grande in città. Dico questo perché l’ultimo film di Sam Mendes è intrattenimento prima che ricostruzione storica. Di poco, ma è così. 

Le trincee brulicano di soldati sporchi e affamati, il campo di battaglia è fangoso, pieno di buche abitate da cadaveri e carcasse di animali in decomposizione. Ma quello che riempie letteralmente lo schermo è la "missione a livelli" (sì, quasi come in un videogioco) che ha per protagonisti due soldati incaricati di fermare un attacco suicida. La telecamera li segue in due (finti) piani sequenza che mettono in luce tutta la bravura del regista e della sua squadra. Due veri e propri capitoli distinti che concorrono a comporre la stessa storia, con momenti di pathos, momenti di suspense, momenti onirici e momenti di pura poesia. 

Detto così sembrerebbe essere tutto perfetto. Invece qualche momento di troppo di computer grafica e un protagonista che a tratti sembra più un supereroe che un uomo fatto di carne e ossa (cosa già vista nella seconda parte di Revenant) tolgono forza ad un film che altrimenti sarebbe stato memorabile. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 25 gennaio 2020)

martedì 22 ottobre 2019

Nuova recensione Cineland - El Camino - Il film di Breaking Bad (El Camino: A Breaking Bad Movie) di Vince Gilligan



El Camino - Il film di Breaking Bad (El Camino: A Breaking Bad Movie) 
di Vince Gilligan 
con Aaron Paul, Jesse Plemons, Krysten Ritter, Charles Baker 
Drammatico, 122 min., USA, 2019 

Protagonista centrale e indiscusso è il sopravvissuto Jesse Pinkman. Ne seguiamo le vicissitudini – intervallate da frequenti flashback – che deve superare per riuscire a cambiare vita. 

Il film è la perfetta appendice di Breaking Bad. Personaggi, atmosfere, ambientazioni e recitazione rimangono fedelissimi alla serie. Gilligan, infatti, non aggiunge e non toglie (quasi) nulla. Quel poco che aggiunge lo mette solo per farci conoscere ancor meglio la personalità di Jesse. Forse l'unico personaggio dal quale si poteva tirar fuori ancora qualcosa.

Astenersi tutti coloro che non hanno visto la serie. Prodotto e distribuito da Netflix. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 19 ottobre 2019)  

mercoledì 21 agosto 2019

Nuova recensione Cineland - American Animals di Bart Layton



American Animals 
di Bart Layton 
con Evan Peters, Barry Keoghan, Jared Abrahamson, Blake Jenner 
Drammatico, 116 min., USA, 2018 

Layton realizza un film che senza gli inserti delle interviste ai veri protagonisti della rapina più strampalata della storia d’America durerebbe una ventina di minuti in meno e starebbe in piedi lo stesso. Anzi, probabilmente ne gioverebbe. 

L’eccessiva lunghezza (in relazione ai contenuti) si fa sentire e l’effetto complessivo quasi infastidisce. Storia flebile, recitazione ridotta ai minimi termini (Barry Keoghan sotto tono) e mancanza di azzardi registici affossano un’opera che si dimentica presto e a cui non basta il solo messaggio sullo spaesamento di una generazione. Peccato. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 13 agosto 2019)

lunedì 25 marzo 2019

Tre recensioni veloci veloci: Roma, I Don’t Feel at Home in This World Anymore, Scappa - Get Out



Roma di Alfonso Cuarón (2018)
Buona regia. Buona fotografia. Storia striminzita. Agli Oscar ha conquistato le statuette per Miglior Regia, Miglior Film Straniero, Miglior Fotografia. Bah.
Voto: 2 ½ su 5

I Don’t Feel at Home in This World Anymore di Macon Blair (2017)
Semplice semplice, carino, simpatico. Da divano.
Voto: 2 ½ su 5

Scappa - Get Out di Jordan Peele (2017)
Cagata pazzesca.
Voto: 1 ½ su 5

venerdì 15 febbraio 2019

Nuova recensione Cineland - Il Corriere-The Mule di Clint Eastwood



Il corriere – The Mule 
di Clint Eastwood 
con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Michael Pena, Dianne Wiest, Andy Garcia 
Drammatico, 116 min., USA, 2018 

Clint is back. Regia sobria, narrazione lineare, lui sempre al centro della scena in modo discreto, senza mai strafare. Certo, la storia riprende tematiche già viste (Breaking Bad) ed è questo il vero punto debole. 

Ma The Mule funge da testamento, quasi come un’onesta seduta di autoanalisi in cui l’uomo Eastwood si mette a nudo, fa mea culpa ed espia i peccati in attesa della redenzione finale. Sicuramente non ai livelli di Gran Torino, ma pur sempre un film degno di nota. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 9 febbraio 2019)

martedì 29 gennaio 2019

Nuova recensione Cineland - La favorita (The Favourite) di Yorgos Lanthimos



La favorita (The Favourite) 
di Yorgos Lanthimos 
con Olivia Coleman, Emma Stone, Rachel Weisz 
Storico, Drammatico, Grottesco, 120 min., Irl., UK, USA, 2018 

Dieci candidature agli Oscar per un film in cui (quasi) tutto funziona perfettamente. Dalla ricostruzione storica alla recitazione (Emma Stone su tutte), passando per la regia, le scenografie e la sceneggiatura. Un capolavoro? Purtroppo no. Ci troviamo di fronte all’ennesima grande prova che mette a nudo tutti i limiti contenutistici della cinematografia moderna

La favorita infatti finisce per ricordare troppo le pellicole del passato. Sicuramente Barry Lyndon, con la sua metafora sul potere, l’arrivismo, i conflitti di classe, le ipocrisie nei rapporti umani. Temi già ampiamente trattati, troppo spesso sempre nello stesso modo. 

La New Hollywood ebbe il merito di far uscire il Cinema da una situazione di stallo (crisi economica e contenutistica) grazie ad un superamento dei temi classici e del modo di trattarli. Oggi, in un momento di massima libertà di espressione e provocazione, la vera sfida è quella di capire cosa rimane ancora da superare. E come. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 26 gennaio 2019)

venerdì 25 gennaio 2019

Nuova recensione Cineland - Bird Box di Susanne Bier



Bird Box 
di Susanne Bier 
con Sandra Bullock, Trevante Rhodes, Jacki Weaver, John Malkovich 
Thriller, Fantascienza, Drammatico, Horror, 120 min., USA, 2018 

Il film, che sviluppa la tematica survival ambientandola in un mondo post-apocalittico, si pone in linea di continuità con una miriade di pellicole – più o meno riuscite – tra le quali si possono citare “The Fog” (2005), “Io sono leggenda” (2007), “30 giorni di buio” (2007), “The Road” (2009), “World War Z” (2013) e il capostipite “La notte dei morti viventi” (1968). 

Nulla di nuovo, dunque. Ma la Bier, che avevamo apprezzato per “Non desiderare la donna d’altri” (2004) più che per “In un mondo migliore” (2010) e “Una folle passione” (2014), ha il merito di trattare con spiccato senso del ritmo e della suspense un argomento inflazionato e dal quale sarebbe stato difficile tirare fuori qualcosa di interessante. 

Questo anche grazie alle intuizioni del romanzo di Josh Malerman su cui si basa il film (il male che non ha volto e il non poter vedere, pena la morte) e l’ottima recitazione della Bullock (le cui fattezze sono sempre più simili a quelle dell’ultimo Michael Jackson), che riescono a tenerci incollati allo schermo per due ore abbondanti. Nonostante qualche buco narrativo di troppo e un finale sul quale è meglio non pronunciarsi. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 22 gennaio 2019)

mercoledì 23 gennaio 2019

Nuova recensione Cineland - Black Mirror: Bandersnatch di David Slade


Black Mirror: Bandersnatch 
di David Slade 
con Fionn Whitehead, Will Poulter, Asim Chaudhry 
Fantascienza, Drammatico, 40-150 min., UK-USA, 2018 

Wikipedia parla di “film interattivo”. Significa che in più parti lo spettatore si trova davanti ad un bivio e deve scegliere la strada su cui far proseguire la narrazione. Nulla di nuovo per chi ha passato l’infanzia a macinare pagine e pagine di librigame. 

In questo nuovo capitolo della serie, per la prima volta un lungometraggio, siamo noi i registi-demiurghi di un “The Truman Show” che conduciamo secondo un sistema ad opzioni binarie. Fino ad indurre Stefan, il protagonista, a compiere scelte contro la sua volontà. 
L’esperimento diventa ancor più interessante quando viene svelato il parallelismo tra Bandersnatch/film e Bandersnatch/videogioco: il progetto rivoluzionario a cui Stefan sta lavorando fino alla pazzia si fonda sullo stesso meccanismo su cui si basa l’esperienza di cui siamo protagonisti. 

Le evoluzioni della trama, così come i tanti finali, non sono e non possono essere infiniti e spesso ci si trova ad essere “riportati in carreggiata” anche e soprattutto contro la nostra volontà. Se ci fermassimo a questo dovremmo parlare di esperimento fallito. Invece, ancora una volta, Black Mirror ha tutto sommato il merito di aver proposto qualcosa di coraggioso. 

Voto: 2 ½ su 5

sabato 10 novembre 2018

Nuova recensione Cineland - Halloween di David Gordon Green



Halloween 
di David Gordon Green 
con Jamie Lee Curtis, Judy Greer, Will Patton 
Horror, 104 min., USA, 2018 

Se non sono remake sono sequel. Ormai c’è poco da fare. 
Questo Hallowen si distanzia allora dal primo esattamente di quarant’anni, tanto da ritrovare Laurie e Michael attempati. Detto così potrebbe sembrare grottesco. Invece la scrittura di quest’ultimo capitolo (ultimo per ora) è intelligente perché attualizza il topos dell’horror tradizionale senza stravolgerlo o modificarlo. 
Stessa operazione anche a livello tecnico, con il regista che sfrutta la bellezza della messa in scena dei migliori slasher anni Settanta senza mai cadere nella tentazione di pigiare l’acceleratore sulla violenza splatter. 
Tutto funziona dunque in questa operazione nostalgia che con intelligenza e un po’ di suspense ci ha tenuti ancora una volta incollati allo schermo nella notte delle streghe. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 31 ottobre 2018)

venerdì 21 settembre 2018

Registi di Parma - Intervista a Lorenzo Bresolin



Registi di Parma - Intervista a Lorenzo Bresolin

Lorenzo Bresolin lavora nel mondo della comunicazione. I suoi video abbracciano diversi generi: documentario, spot, video aziendale, video cartoline. È recente l’approdo al mondo del cinema con il lungometraggio Sotto la cenere, action movie che sarà proiettato in anteprima al The Space Barilla Center il prossimo 29 settembre (prenotazioni qui).   


Riferimenti culturali

1. Da dove nasce il tuo amore per il cinema?
Nasce dalla necessità di trovare un linguaggio diverso dal solito verbale. Nella vita di tutti i giorni trovo più spontaneo e concreto esprimere concetti ed emozioni attraverso immagini in musica. Qui il linguaggio si trasforma in qualcosa di ricercato, ponderato e delicato, a dispetto di qualsiasi dialogo fatto di quelle parole preconfezionate che vanno tanto di moda oggi.

2. Quali sono i tuoi registi di riferimento?
Non ho nomi celebri di riferimento, sono sostenitore del cinema che non deriva dai blockbuster. Apprezzo molto i registi inglesi minori ultimamente, alcuni lavori si possono trovare tra le serie televisive di Netflix. Se dovessi proprio fare un nome direi probabilmente Guy Ritchie. Tra le serie televisive di riferimento inglesi invece ricordo sicuramente House of Cards, Sherlock e Black Mirror. I rispettivi registi sono accomunati da un medesimo linguaggio che mi ispira molto.

3. Quali film annoveri tra i capolavori?
Nessuno.

4. Quali sono i film che riguarderesti all’infinito?
Quelli che sono realizzati in maniera oggettivamente valida e che, soprattutto, sono in grado di trasmettere un messaggio positivo. Non ho un titolo preferito. Adoro i film d’azione. V for Vendetta ne è un buon esempio.

5. Quali sono i gruppi e/o cantanti che ascolti abitualmente?
The Lumineers, Bruce Springsteen, ma ascolto tanta musica diversa per esplorarla. Dopotutto ogni cantautore ha qualcosa da trasmettere, a modo suo. Quindi spazio dal rap alla classica, dalla trap al nu metal.

6. Quali sono i libri e gli autori letterari che ami?
Baricco su tutti. Scrive divinamente e a cuore aperto.


Processo creativo

7. Da quali idee/influenze nascono i tuoi lavori?
L’idea iniziale è la fase più delicata, quella che non va mai trascurata anche se è la meno “concreta”. La vita vissuta è di sicuro la fonte più importante da cui attingere. Le scene si costruiscono da sole se si sa  osservare bene.

8. Quando trovi il tempo per scrivere il soggetto e la sceneggiatura?
Il tempo per sviluppare l’idea va letteralmente “strappato” dagli impegni di tutti i giorni; solitamente mi siedo su una panchina del parco sotto casa con un quaderno e, penna alla mano, lascio vagare la mente ma mantenendo sempre fermo l’obiettivo.

9. Cortometraggio o lungometraggio? Perché?
Fatta l’esperienza del lungo, sceglierei il corto. In linea coi ritmi di vita di oggi, trasmettere un messaggio in poco tempo è diventato imperativo. Curare le singole scene nei dettagli è di gran lunga più affascinante che diluire il tutto in sessanta minuti o più. Il corto rappresenta inoltre una sfida di sintesi.

10. Le scene sono frutto di immaginazione o attingi da racconti ed esperienze di vita?
Sono completamente frutto di immaginazione. Anche se l’idea di base può nascere da esperienze reali o film visti, tutto il resto deve essere necessariamente riempito dall’immaginazione del regista. Diversamente mancherebbe di divertimento per il regista stesso.

11. I personaggi sono ispirati a persone reali?
I miei personaggi hanno delle caratteristiche che ricalcano quelle degli attori, in modo da risultare meglio interpretabili. Quindi, nel mio caso, si può dire che i personaggi nascono da persone in carne ed ossa.

12. Sei incline a pensare ad ambientazioni e personaggi in un contesto comico, drammatico o fantascientifico?
Il dramma, come il noir, è sicuramente l’ambiente che mi rispecchia. Le ambientazioni che scelgo sono raramente molto luminose o colorate.

13. Cosa cerchi di comunicare? A chi?
Vorrei che il mio pubblico fosse il più esteso possibile ma spesso mi rendo conto che in pochi colgono i significati, più o meno nascosti, che cerco di trasmettere. Perdóno, forza d’animo e coerenza sono i messaggi che prediligo.


Processo realizzativo

14. Come scegli gli attori?
Attraverso i soliti canoni estetici ma soprattutto dal loro “modo di fare”. Come si pongono durante un semplice colloquio e come durante un pezzo su parte; entrambe le maniere sono ugualmente importanti.

15. In base a cosa scegli le location?
In base all’impatto emotivo che mi trasmettono a prima vista. Di sicuro è la fase che richiede più tempo, un buon sfondo agli attori è una componente fondamentale.

16. Preferisci girare in interni o in esterni?
Gli interni sono ambienti molto protetti nei quali si possono creare situazioni di luce a piacimento, senza che subiscano variazioni nel tempo. Ma la bellezza della natura, come quella degli edifici illuminati dalla luce naturale, restituiscono un impatto unico. Non ho preferenze tra i due.

17. Che macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Uso quello che ho. Non ho voglia di affittare super macchine, spesso meno maneggevoli della mia. Per trasmettere un messaggio basterebbe un cellulare; io uso Sony a7s II.

18. Qual è il tuo movimento di macchina preferito? Quale usi più spesso?
In base alla scena, i movimenti che scelgo sono sempre diversi, si adattano all’azione. A me piace molto “seguire o precedere” i soggetti in movimento, quindi tutti i tipi di carrellata.

19. Com’è organizzata una tua giornata di riprese?
Non ci sono orari o troupe standard. Ogni volta è sempre un’avventura imprevedibile.

20. La sceneggiatura cambia in corso d’opera?
Di sicuro non si stravolge. Può essere soggetta a piccole variazioni, in base alle condizioni esterne o alla sensibilità degli attori.

21. Lasci i tuoi attori liberi di improvvisare?
Sì. Se sul momento della ripresa alcuni attori si lasciano naturalmente trasportare dalla scena, sono sempre ben felice di valutare la variazione alla sceneggiatura.

22. Quali indicazioni dai più spesso ai tuoi attori?
Al di là di alcuni movimenti del corpo nello spazio, lascio che le singole battute “entrino” nell’attore e lascio che lavorino da sole sul tono della voce o sulle espressioni del viso.

23. Hai dei collaboratori?
Spesso mi avvalgo di collaboratori per il reparto audio. Mi piace stare sempre dietro alla macchina da presa e agire da solo sull’immagine. Sarà perché sono effettivamente cresciuto così.

24. Quanto è importante la musica nei tuoi film? Dove preferisci utilizzarla?
La musica è importante tanto quanto l’immagine. Sceglierla necessita di lavoro meticoloso. Le scene che esprimono emotività hanno bisogno del giusto tappeto musicale per enfatizzarle al meglio. Sia che si tratti di allegria piuttosto che di tristezza, noia o movimento sfrenato, affetto o violenza.

25. Quanto ritieni sia importante il montaggio?
Sono abituato a ragionare diversamente dal solito flusso di lavoro. Il montaggio per me si fa prima della fase di ripresa: attraverso uno storyboard preciso so già come sarà il risultato ancora prima di iniziare coi ciak. Su di esso si basa tutta la fase di ripresa. Per questo il montaggio, per me, è molto più che importante.


Il prodotto finito

26. Quali canali sfrutti per diffondere le tue opere?
I social vanno per la maggiore, ma le rassegne e i concorsi rimangono sempre vetrine insostituibili.

27. Pensi subito di partecipare a qualche concorso o la decisone dipende soprattutto dal risultato?
Raramente sono soddisfatto al cento per cento dei miei lavori, altrettanto raramente partecipo a concorsi. Sono tutti ragionamenti che faccio a lavoro finito chiaramente. Non parto con un’idea in funzione di una call, la trovo una forzatura.

28. Hai vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Cinque premi minori con spot per call online. Per il resto non ho mai partecipato a niente.

29. Sei soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Purtroppo (o per fortuna) sono molto puntiglioso, specialmente a lavoro finito. Spesso non c’è possibilità di rigirare pezzi venuti poco piacevoli perciò, per pochi dettagli a gusto mio mediocri, tendo a non presentare l’intero progetto. Tuttavia c’è una clip a cui sono particolarmente affezionato perché rappresenta un viaggio tra le capitali del centro Europa. Quella la rivedo spesso con piacere, per quello che mi rievoca.

30. Progetti futuri?
Sto scrivendo, in collaborazione con altri, una serie. Sono ancora molto indietro, ma non voglio forzare i tempi.


Filmografia

-       Sotto la cenere, 2017 (in post-produzione)


Biografia

Lorenzo Bresolin nasce nel 1984 a Parma.
Già dalla giovane età emergono le sue doti di disegnatore. Dopo la formazione universitaria in Architettura, si dedica interamente al Videomaking in qualità di regista, produttore e montatore.
Nel 2014 entra a far parte dell’agenzia di comunicazione Up Strategy con sede a Roma e svolge svariati lavori nell’ambito video e fotografico per Maserati, Tim, Fastweb, Tescoma, Bristol Mayers Squibb, Iquos. Lo stile dei lavori si rende riconoscibile come un mix di spirito innovativo e rispetto delle tradizioni, concependo le varie creazioni come opere di puro artigianato digitale.
Attualmente collabora con diverse produzioni, dividendosi tra mondo Corporate, Music Videos e Short Docs di cui spesso cura sia le riprese che la post-produzione (B Studio).
Nel 2017 è autore e regista di Sotto la Cenere, opera lungometraggio attualmente in post-produzione.
Ad oggi sta lavorando alla produzione di un nuovo film di fiction su Parma 2020.

giovedì 26 luglio 2018

Nuova recensione Cineland - Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer) di Yorgos Lanthimos



Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer) 
di Yorgos Lanthimos 
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan 
Drammatico, Thriller, 121 min., USA, 2017 

Un grande film, senza ombra di dubbio. Rimaniamo inizialmente spiazzati dalla estrema pulizia formale delle immagini, da movimenti di macchina studiati e realizzati con certosina precisione, dall’impeccabile e asettica recitazione di tutti gli attori, da una storia crudele, spietata, violenta
Poi, grazie alla bravura del regista che dissemina la sua opera di indizi, ci rendiamo conto che quello che stiamo guardando altro non è che una trasposizione in chiave contemporanea di una massima tragedia greca, l’Ifigenia in Eulide di Euripide, e che quindi ogni dettaglio è funzionale al pathos, alla catarsi. E allora tutto torna, perfettamente, e si staglia dal piattume cinematografico odierno. 

Chapeau! 

Voto: 4 su 5 

(Film visonato il 21 luglio 2018)

lunedì 18 giugno 2018

Registi di Parma - Intervista a Pietro Medioli


Registi di Parma – Intervista a Pietro Medioli

Pietro Medioli approda al documentario nel 2000. Fondamentale per il suo percorso artistico è l’incontro con Werner Herzog, uno degli autori con i quali è entrato in contatto lavorando in qualità di aiuto-regista a partire dal 1992 al Teatro dell’Opera di Bonn.
Quartiere Pablo, ultima opera in ordine temporale di una carriera che vanta ben 18 titoli, è una dichiarazione d’amore nei confronti di uno dei quartieri di Parma in cui si respira tradizione e, soprattutto, senso d’appartenenza. Questo aspetto è stato ben colto dal pubblico, che ha riempito le storiche sale della città in occasione di ben otto proiezioni. Un grande risultato, che impreziosisce il percorso di un autore maturo e consapevole.


Riferimenti culturali

1. Da dove nasce il tuo amore per il cinema?
Credo sia iniziato da bambino andando al cinema d’inverno, al pomeriggio, spesso con mio nonno e talvolta con mio padre. Era l’ultimo periodo del western. Mi stupiva soprattutto entrare con la luce del giorno ed uscire con il buio. Poi verso i diciott’anni le rassegne dell’Astra: ricordo quelle su Ferreri, Bergman, Fassbinder.

2. Quali sono i tuoi registi e documentaristi di riferimento?
I registi in generale sono tanti, difficile elencarli. Nel cinema documentario potrò sembrare un po' retro’ ma direi Frederick Wiseman, Jorin Ivens, Vittorio De Seta e Franco Piavoli. Poi ovviamente Herzog.

3. Quali opere annoveri tra i capolavori?
Domanda difficile perché sono tanti. Faccio qualche titolo: La febbre dell’oro e Luci della ribalta di Chaplin, Il cameraman di Keaton, La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer, Ombre rosse di Ford, M – Il mostro di Duesseldorf di Lang, Il padrino di Coppola, Toro scatenato di Scorsese, Paisà di Rossellini, Aguirre Furore di Dio di Herzog, Un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio  Petri. Ma tra dieci minuti potrei farne altri 20.

4. Quali sono quelle che riguarderesti più e più volte?
Di sicuro quelli che ho citato. Poi Pianeta Azzurro di Piavoli, Padre padrone dei Taviani, Ladri di biciclette e Suscià di De Sica, quasi tutto Billy WlIder, tutto Kurosawa. Idem per Bergman e Tarkovskij. I film di Ozu che conosco. Il problema è sempre quello, i film valgono quando si vogliono rivedere. Il più grande complimento è quando qualcuno mi dice che ha rivisto un mio film.

5. Quali sono i gruppi e cantanti che ascolti abitualmente?
Sento poca musica pop o rock. Ascolto talvolta cantautori anche italiani. Di fatto però la musica che preferisco è l’opera e la classica di qualsiasi epoca, anche contemporanea. Per me dopo i vent’anni è stato un po' così e questi generi hanno preso il sopravvento. Mentre mi è sempre piaciuto il jazz.

6. Quali sono i libri e gli autori letterari che ami?
Ho sempre letto soprattutto i classici. Mi vanto di aver quasi finito di leggere tutto quello che ha scritto Dostojevskij, mentre di recente ho letto, a distanza di 25 anni, Guerra e Pace per la seconda volta. Per quanto riguarda i contemporanei leggo Roth, Oz, Grossman, Auster, MccCarthy. Per gli italiani sono indietro di vent’anni almeno, i nuovi scrittori non li conosco. Da tempo però ho affiancato alla narrativa la saggistica e i libri di storia e filosofia. Mi piacerebbe leggere un po' di libri di scienze.


Processo creativo

7. Perché hai scelto come forma espressiva proprio il documentario?
Sinceramente non saprei. Dopo la maturità mi sono iscritto a Giurisprudenza ma avevo già in mente di fare il regista. Il cinema, alla metà degli anni Ottanta, mi sembrava irraggiungibile e così iniziai a fare l’aiuto regista in teatro e poi in Germania in un teatro d’opera. Feci anche le mie prime regie. Credo che di fatto sia stato Herzog a portarmi a fare documentari. Una volta a casa sua a Monaco mi disse: “Se non hai bisogno di costumi un film lo fai anche con diecimila marchi”. Più o meno come dire oggi diecimila euro.

8. Da quali spunti, idee e influenze nascono i tuoi lavori?
Credo che di fatto fare un film diventi sempre più un incidente di percorso. Si ha una certa idea su di un certo tema ma difficilmente poi la si realizza. Poi a volte si verificano condizioni strane, come conoscere luoghi  e frequentare persone. Allora, se si vede che c’è carne da mettere al fuoco, si indaga, si ricerca. Ci vuole tempo. Viaggiare credo aiuti molto a conoscere, purtroppo in questi ultimi anni l’ho potuto fare molto poco.

9. Quando trovi il tempo per delineare e definire la struttura delle tue opere?
Il tempo per sviluppare progetti per me non è un problema enorme, per fortuna, perché non sono un dipendente legato agli orari di un cartellino quindi, pur dovendo lavorare, ho dei periodi più o meno lunghi che posso dedicare a quella che ormai da anni non è più un’attività a tempo pieno.

10. Quanto è importante documentarsi sulla tematica da trattare e sui soggetti da intervistare?
Documentarsi è molto importante, sempre. Conoscere il più possibile, che non vuole dire solo leggere, è fondamentale. È indispensabile avere anche un po' di fiuto per trovare le persone “giuste”, ed io credo di averne. Il verbo “intervistare” però lo eviterei. L’intervista è una cosa che va bene nei servizi giornalistici o negli studi televisivi.

11. Organizzi il lavoro per tenere il focus su un singolo tema o è importante prevedere anche eventuali divagazioni?
All’inizio bisogna essere, secondo me, il più possibile aperti, direi a trecentosessanta gradi, già a partire dal tema del film. Nel senso che si può avere uno scopo ma poi notare che non è raggiungibile quell’obiettivo ma un altro. In filosofia si chiama “eterogenesi dei fini”. Abbiamo una meta ma poi ci accorgiamo che a fianco ne esiste un’altra e forse vale la pena non escluderla perché potrebbe diventare quella da raggiungere. Non è detto migliore o più importante, ma raggiungibile. Poi ovviamente si restringe il campo sempre più.

12. Meglio riportare la realtà senza filtri e senza retorica o bisogna trovare il modo di far emergere da essa la parte poetica?
Io non credo si possa riportare la realtà “senza filtri”, credo anche poco nel cinema-verità. Credo anzi che ci voglia invenzione proprio per avvicinare la verità. Certo, poi è indispensabile provocare emozione, creare situazioni e cercare immagini che provochino emozione.

13. Cosa cerchi di comunicare? A chi?
Cerco di comunicare dei sentimenti, delle sensazioni, costruire anche atmosfere; cerco anche di trasmettere un certo grado di verità delle cose, il grado massimo che penso di riuscire a raggiungere. A chi? Non lo so. Comunque sempre al maggior numero di persone, senza distinzioni.


Processo realizzativo

14. Com’è organizzata una tua giornata di riprese?
La organizzo in modo da avere sufficiente tempo per ragionare, preparare quello che anche per il documentario è un set, e per poter girare una scena anche più volte. Ma mai più di due scene al giorno.
Poi cerco anche di tenere un po' di tempo per guardarmi intorno: c’è sempre qualcosa che succede a due passi o a trecento metri. Si verificano spesso delle situazioni improvvise, nuove, mentre si gira e bisogna avere gli occhi ben aperti e le orecchie tese per coglierli al volo. A volte, insomma, si deve un po' cercare di domare il caso.

15. Quanto ritieni siano importanti le interviste? Come le prepari?
Ragiono su quello che deve saltar fuori e lo scrivo sempre prima, anche se poi non corrisponderà. Poi lavoro con le persone, cerco di capire che cosa vogliono dire ma anche che cosa possono o potrebbero dire. Cerco sempre di creare delle situazioni, la cosa contraria all’intervista. Le situazioni poi si sviluppano.

16. Lasci le persone libere di divagare o cerchi, direttamente e/o indirettamente, di indirizzarle?
Inizialmente parlo molto io, le indirizzo. Poi strada facendo le lascio sempre più libere, me ne allontano, cerco di fare in modo che si sentano libere di esprimersi, in un certo senso anche di divagare; ma questo avviene solo se si sentono collocate in una situazione congeniale.

17. In base a cosa scegli le location? Quanto sono importanti?
Sono fondamentali i luoghi. Il termine “location” ormai lo si usa quando si decide in quale ristorante andare! Ma i luoghi sono strettamente legati al tema. In “Tokio-ga” c’è un bel dialogo tra Herzog e Wenders. Wenders deve filmare nel cemento di Tokio e deve individuare i luoghi da riprendere, mentre Herzog gli dice che non è possibile filmare un panorama di cemento. Herzog ha ragione, perché le immagini pure sono, per esempio, quelle della foresta pluviale. Ma Wenders girava nel caos della città, quindi doveva trovare le immagini là.
Tutto questo per dire che siamo legati al luogo dal tema. L’importante è cercare immagini nuove, o comunque immagini che abbiano un loro senso segreto nel deterioramento provocato dal proliferare del digitale.

18. Interni o esterni?
Dipende sempre dalle situazioni che si filmano. Tendenzialmente cerco di trovare degli “esterni”. Difficilmente potrei immaginarmi un film completamente senza “esterni”, mentre senza “interni” non farei fatica.

19. Durante le riprese rispetti la scaletta che ti sei dato o cerchi di cogliere al volo anche le situazioni inaspettate?
Come dicevo precedentemente, rimango sempre con gli occhi ben aperti.

20. Che macchina da presa utilizzi? Qual è il suo maggior pregio?
Non posseggo più una macchina da presa. L’ultima è stata una Sony PD 170 ma mi fu rubata. Devo anche dire che raramente filmo io. Preferisco lavorare con un operatore per due motivi: 1) Di certo è più bravo di me; 2) Il regista deve essere libero e fidarsi di chi ha l’occhio in camera. L’ultimo film è stato girato con la Canon, ma l’importante è avere le ottiche e ormai sono tutte ottime.

21. Hai dei collaboratori?
Certamente, io credo nella troupe. Stimo chi fa tutto da solo ma io sono cosciente di avere dei limiti tecnici. Quindi mi avvalgo sempre dell’aiuto di operatore, fonico e assistente. Anche il direttore di produzione è molto utile, anche se non è obbligatoria una sua presenza fissa.

22. È presente la musica nelle tue opere? Dove preferisci utilizzarla?
Sì, è molto presente. È una componente essenziale. Non credo di essere in grado di immaginare un film senza musica. Spesso l’ho in mente mentre giro, talvolta anche prima. Di solito preferisco usarla da sola, in modo che si leghi alle immagini in modo contrappuntistico, per utilizzare un termine “musicale”. Raramente la uso sotto il parlato, di solito preferisco usarla dopo le parole: dove finiscono le parole inizia la musica.

23. Utilizzi la voce fuori campo? E la parola scritta?
Se intendi la lettura di qualcosa direi di sì, spesso.
Sulla voce fuori campo c’è un lungo discorso. Noi, ovvero coloro che hanno collaborato al rilancio del documentario alla fine degli anni Novanta, abbiamo deciso di eliminarla perché ci sembrava una cosa vecchia. Talvolta è indispensabile, ma va usata con parsimonia, almeno per me. Prossimamente vorrei usare la mia, quando necessaria, anche se temo che usandola potrei rischiare la personalizzazione. Non so. Ma lo farò!

24. Quanto ritieni sia importante il montaggio?
Il montaggio è fondamentale, anche se oggi ha assunto un ruolo forse eccessivo. Sembra che chi monta il film sia il regista e non un secondo regista. Io però ho un’idea di montaggio mentre giro e vado in montaggio con un arco narrativo già abbastanza chiaro dell’intero film, ovviamente suscettibile di cambiamenti. Con il montaggio digitale di oggi si deve però stare molto attenti perché le possibilità sono diventate paradossalmente troppo ampie.

25. Qual è la tua cifra stilistica?
A questa domanda non so rispondere.


Il prodotto finito

26. Quali canali sfrutti per diffondere le tue opere?
L’ultimo mio film, Quartiere Pablo, è stato proiettato a Parma 8 volte e il passaparola ha portato al cinema quasi mille spettatori paganti. In autunno uscirà il dvd. La distribuzione è un problema enorme. Gli ultimi passaggi televisivi dei miei film risalgono al 2007. Forse ci si può aspettare qualcosa di nuovo tramite il web, non so. Di fatto è un imbuto la cui parte superiore si allarga sempre di più mentre quella inferiore si restringe, a sua volta, sempre di più.

27. Pensi subito di partecipare a qualche concorso o la decisione dipende soprattutto dal risultato finale?
Ho smesso da anni di partecipare ai festival. Ci credo poco. Certo, partecipare ad una manifestazione importante non mi dispiacerebbe ma credo poco ai criteri di selezione di oggi, ed ancor meno al sistema dei premi.

28. Hai vinto qualche premio/riconoscimento? Con quali opere?
Ho partecipato a diversi festival nei primi anni 2000 sia in Italia che all’estero, ma non ho mai ottenuto un riconoscimento. Ci sono andato vicino al Libero Bizzarri di San Benedetto del Tronto con Il mondo che abbiamo perduto, a Torino nel 2001 e in Russia con Mezzanotte a Mosca, e nel 2003 a Bellaria con Nostalgia del futuro. A Bellaria Lorenzo Pellizzari su Cineforum scrisse che avrebbe dovuto vincere il mio film. Acqua passata.

29. Sei soddisfatto dei tuoi lavori? Quale ti rappresenta maggiormente?
Complessivamente sono abbastanza soddisfatto. Direi però che, facendo un bilancio, avrei voluto farne due o tre di più, ed erano film ai quali tenevo molto.

30. Progetti futuri?
Attualmente non ho molto in cantiere. Sto partendo per Treviso per dei sopralluoghi sul fiume Sile. Il titolo provvisorio del film è “Il fiume del silenzio”. Lo farò? Chissà!
Poi avrei un progetto di un Macbeth tra Shakespeare e Verdi da ambientare in un castello in provincia di Reggio, un film tra cinema e teatro. Ci penso da anni e credo di avere l’età giusta per farlo.


Filmografia

- Il mondo che abbiamo perduto, 2000
- Botticelli e la Divina Commedia, 2000
- Mezzanotte a Mosca, 2001
- Um Certo Brasil, 2002
- La giacca del tenore, 2003
- Nostalgia del futuro – In viaggio con Vittorio Foa, 2003
- Lezioni d’emergenza, 2005
- Quel pezzo d’Emilia altrove, 2005
- Un leader in ascolto, 2006
- Fermata a richiesta, 2008
- Per esempio Vittorio, 2010
- YIUANA, 2012
- Quartiere Pablo, 2017


Biografia

Pietro Medioli è nato nel 1965 a Parma, dove ha compiuto i suoi studi. Già a vent’anni si occupa di cinema e teatro per una radio privata, è figurante al Teatro Regio di Parma e inizia a collaborare in teatro come aiuto regista volontario. Nel 1990 esordisce come coregista in La donna alla finestra di Hugo von Hofmannsthal (Collecchio-Parma). Segue nel 1991 Nel nome di Mozart (Milano) e nel 1992 Lazarus di Schubert (Milano): poi, per tutti gli anni Novanta, seguiranno regie di opere di Pergolesi, Puccini, Verdi e Wagner. Nel 1992 è chiamato dal regista Giancarlo del Monaco all’Opera di Bonn dove resta otto anni come aiuto regista stabile del teatro, affrontando una quarantina di opere del repertorio francese, tedesco, russo ed italiano, oltre ad opere contemporanee come Hindenburg di Steve Reich, occupandosi anche delle “riprese”. A Bonn lavora con Werner Herzog con il quale ha collaborato poi diverse volte nell’opera e una volta nel cinema. Interrotto il contratto a Bonn è rientrato in Italia nel 2000 dedicandosi prevalentemente al cinema documentario.

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