martedì 6 marzo 2012

Nuova recensione Cineland. Hugo Cabret di M. Scorsese

Hugo Cabret 
di Martin Scorsese
con Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen
Avventura, 125 min., USA, 2011
Il cinema è memoria e magia. Questo sembra volerci dire Martin Scorsese con il suo Hugo Cabret, storia di un orfanello che aggiusta gli orologi della stazione di Parigi e che ha un unico sogno: risvegliare l’uomo robot che suo padre stava riparando appena prima di morire. Tra una fuga dal vigilante che lo vuole rinchiudere in un orfanotrofio e i ricordi del padre, passando per l’attenta osservazione della fauna che popola l’ecosistema della Gare de Lyon, Hugo entra in contatto con un misterioso uomo di mezza età che vende giocattoli. Quest’uomo si scoprirà poi essere nientemeno che il regista George Méliès.

Prendendo spunto da un’opera letteraria, Scorsese ha creato un film che vuole essere un omaggio al cinema e ad uno dei suoi padri fondatori. (Se i fratelli Lumiere hanno inventato la cinepresa, Méliès è stato tra i primi a credere nelle capacità del mezzo avendo anche il coraggio di innovare. Basti pensare che ad oggi viene considerato il padre degli effetti speciali, di certa punteggiatura cinematografica e del cinema a colori). Ne esce un film che, attraverso un buon 3D, cerca di emulare la magia delle pellicole del grande cineasta d’inizio secolo. Questo sforzo, unitamente alla ricostruzione per immagini della vita del maestro francese e ai costumi, impreziosisce di molto una narrazione a tratti sconfinante nel già visto che cerca di fare leva su una classica galleria di personaggi di sicuro impatto emotivo (l’orfano, il genio caduto ingiustamente in miseria, le accennate storielle d’amore) che riescono a smuovere emozioni nello spettatore ma che talvolta scadono nel retorico.

In ultima analisi il film è indubbiamente gradevole, ma se non fosse per l’interessante riferimento alla vicenda biografica di Méliès non sarebbe neanche degno di menzione. 11 nomination sono tante. 5 oscar sono troppi.

Voto: 2,5 su 5

(Film visionato l’8 febbraio 2012)

P.s. Non sono più così sicuro che basti la maestria tecnica per fare dei buoni film. Avatar, in questo senso, insegna. Direte voi: “Tutto è già stato fatto e tutto è già stato detto” pertanto solo le innovazioni tecniche possono innovare. Io vi rispondo affermando che Méliès rischiò di cadere nel dimenticatoio proprio perché puntava molto (forse troppo) sulla tecnica. 

martedì 14 febbraio 2012

La forma del cuore



Vi siete mai chiesti qual è l'origine del simbolo del cuore, segno universale di amore?
Molti pensano che esso sia semplicemente la stilizzazione dell'immagine dell'organo fisico, ma in realtà l’ipotesi più probabile è che sia ispirato alla forma di un seme, quello del silphium, in italiano silfio, una pianta selvatica estinta da due millenni, molto conosciuta e apprezzata dagli antichi per le sue eccezionali proprietà mediche.

Il silfio curava varie malattie, oltre ad essere usato largamente come contraccettivo e per questo era molto richiesto ed utilizzato.
Nell'antichità questa pianta cresceva unicamente in una ristrettissima zona costiera dell'attuale Libia, lunga circa 200 km e larga 55 e inoltre, essendo refrattaria ad ogni genere di trapianto, poteva essere solo raccolta, non coltivata e per questo il suo commercio rimase sempre monopolio della città di Cirene, tanto che l'immagine del seme venne fatta anche imprimere sulle monete.

Dopo aver fatto la fortuna del territorio per circa 700 anni, il silfio alla fine si estinse, divenendo la prima pianta a scomparire a causa dello sfruttamento umano. L'invio dell'ultima derrata di silphium, destinata all'imperatore Nerone, viene testimoniata da Plinio.

Una diversa interpretazione è quella della Chiesa cattolica, secondo la quale il simbolo avrebbe origine dalla visione di Santa Margherita Maria Alacoque, alla quale nel 1600 apparve in sogno il Sacro Cuore di Gesù circondato da spine.
Sicuramente l’evento religioso diede popolarità alla forma del cuore, che cominciò a essere replicata su vetrate e immagini sacre, ma essa era certamente già conosciuta.

Aristotele
infatti parlò del cuore umano come di un organo composto da tre camere, arrotondato in cima e con una punta rivolta verso il basso. Da questa approssimativa descrizione gli artisti medievali potrebbero avere desunto l'immagine stilizzata del cuore che oggi ci è diventata familiare.

Del resto una forma molto simile a quella attuale si intravede in una pittura rupestre realizzata in epoca preistorica sulla parete di una grotta spagnola dove, all'interno della sagoma di un mammut, è stata disegnata una figura arrotondata proprio nel punto in cui doveva trovarsi il cuore dell'animale.

Per documenti storiografici sul silfio clicca qui
Per il carme 7 di Catullo, dove si parla del silfio di Cirene (lasarpiciferis Cyrenis) clicca qui
Per l'articolo di Slate del 2006 sull'argomento vai qui

venerdì 3 febbraio 2012

Nuova recensione Cineland. Le idi di marzo di G. Clooney

Le idi di marzo
di George Clooney
con Ryan Gosling, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei, Paul Giamatti
Drammatico, 101 min., Usa, 2011

Breve premessa
"È tardi è tardi è tardi". In questo periodo, tra tesi e lavoro, mi sento un po’ come il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Pertanto eccovi, per forza di cose, una recensione flash che più flash non si può.

Trama
(Per il riassunto vedere la pagina Wikipedia del film o quella miriade di blog che vi propongono una recensione che altro non è che un riassunto dell’intera vicenda). In quest’opera clooneyana i colpi di scena non mancano, ma la trama sembra un filino troppo semplice e lineare. E, fidatevi, non è un pregio. È un vero peccato che il tema "comunicazione&politica", che aveva già dimostrato di essere molto affascinante (v. L’uomo nell’ombra di Roman Polanski, 2010), sia stato trattato in modo così approssimativo, quando invece avrebbe meritato di essere portato in primo piano (è proprio il caso di dirlo) e sviscerato. Dopo Good Night, and Good Luck (2005) Clooney riconferma sì di voler parlare di temi forti (qui le ipocrisie e le bugie dell’ambiente politico), ma non riesce a conferire alla pellicola quell’incisività necessaria per renderla memorabile. (E mentre sto scrivendo penso: sai che novità per noi italiani parlare delle bugie e delle nefandezze della politica!)

Recitazione 
Avevamo ormai capito che Clooney non è un attore molto versatile. Gosling, qui protagonista, è sulla stessa strada (e per questo giudizio considero anche la prova di Drive). Che poi è la stessa di tutti gli attori "monofaccia" (v. John Cusack, Christian Bale, ecc.). Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman, invece, impreziosiscono questo film con due piccole ma efficacissime parti secondarie. Qui mi fermo, in attesa di tempi migliori. Anche cinematografici. Certo questo film, benché buono, farà fatica a rimanere nella nostra memoria.

Voto: 2½  su 5

(Film visionato il 25 gennaio 2012)

sabato 21 gennaio 2012

Nuova recensione Cineland. Shame di S. McQueen

Shame
di Steve McQueen
con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie
Drammatico, 99 min., G.B., 2011

Cosa vuol dire non avere la forza di amare veramente? Ce lo spiega McQueen, tratteggiando con estrema lucidità un vortice, quello della dipendenza dal sesso, che spinge chi ne è affetto sempre più giù, verso la “vergogna” (la parola del titolo), rendendogli quasi impossibile la risalita. Costituita da masturbazione meccanica e sistematica, incessante fruizione di pornografia e selvaggi incontri con prostitute, tale caduta è graduale e inesorabile, sfociante in un senso di inadeguatezza e di vuoto interiore che impedisce a chi ne soffre di intraprendere normali relazioni.

Certo, sulle dipendenze molto è già stato detto (v. Giorni perduti di B. Wilder per l’alcol; per la droga la filmografia è sterminata), ma quello del sesso rimaneva un territorio poco esplorato. McQueen ci spiega tutto, proprio tutto, attraverso la perfetta costruzione delle scene (alcune memorabili), una sceneggiatura impeccabile (raro film con dialoghi misurati) e un ottimo rapporto musica/immagini (la colonna sonora è strepitosa).

Le immense prove di Fassbender e Mulligan, due veri antieroi postmoderni, aiutano il film a non scadere quasi mai nel retorico. I personaggi che interpretano sono infatti più che verosimili e caratterizzati da una rara umanità che fa risaltare problemi condivisi: entrambi non amano pur facendo regolarmente sesso; entrambi sono soli, lei per colpa di poca autostima, lui per colpa delle sue dipendenze.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Shame non è il classico “pugno nello stomaco”. È, piuttosto, un’opera d’arte che tratta un tema delicato. Grazie agli attori e all’abilità registica il messaggio arriva ed è chiaro: si può avere difficoltà ad amare non solo perché ci si sente inadeguati, ma anche perché, pur essendo persone con tutte le carte in regola, ci si sente “sporchi”, soli, non meritevoli della gratuità di un sentimento. “Retorica”, penserete probabilmente voi. Invece, non c’è nulla di più vero. McQueen ha colpito nel segno.

Voto: 4,5/5

(Film visionato il 18 gennaio 2012)

domenica 15 gennaio 2012

Nuova recensione Cineland. J. Edgar di C. Eastwood

J. Edgar
di Clint Eastwood
con Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Harmie Hammer, Judi Dench
Biografico, 137 min., USA, 2012

Non è che sull’ultima opera di Eastwood ci sia poi molto da dire. La storia parla infatti della vita di J. Edgar Hoover (Leonardo Di Caprio), colui che per oltre mezzo secolo ha lavorato per l’FBI dando un fondamentale contributo al suo perfezionamento: l’accademia nazionale per l’addestramento degli agenti, l’immenso archivio delle impronte digitali, i laboratori scientifici sono sue intuizioni. Da questo si evince che dire che questo film parla della sua vita vuol anche dire che parla del suo lavoro.

Ebbene, è proprio questo il limite del film. Lo spettatore si aspetta di vedere l’evoluzione della polizia federale con una narrazione che si addentra nelle pieghe più recondite dei rapporti di potere, magari arricchita da qualche chicca riguardante i moderni sistemi d’investigazione, invece l’evoluzione della struttura dell’FBI è solo il pretesto per farci conoscere un uomo, solo, omosessuale, represso, che per non esporsi o dover fare i conti con la sua condizione si consacra totalmente al lavoro. Ecco, in questo il film funziona, ma ad un certo punto la sceneggiatura comincia a mettere a nudo forse troppe debolezze.

Perché farci vedere il protagonista vestito da donna davanti ad uno specchio quando è già stato esplicitato più volte che egli ama, ricambiato, l’avvenente collega Clyde (Harmie Hammer), colui che si dimostrerà la sua vera anima gemella? Perché fare scadere i dialoghi al livello di frasi fatte che cercano goffamente di delineare i sentimenti che intercorrono tra i due?

Certo, la recitazione di Di Caprio è buona (sorprendono invece Harmie Hammer e la perfetta Judi Dench), la regia anche, ottimi i costumi e le ricostruzioni, i momenti teneri non mancano. Ma non basta. La sensazione di incompiutezza rimane.

Per non bocciare questo film lo si potrebbe interpretare come parente di Brokeback Mountain (Ang Lee, 2005). Resta il fatto che da Clint, dopo gli exploit di Gran Torino (2008) e Lettere da Iwo Jima (2006), ci aspettiamo sempre molto di più, anche se i successivi Invictus (2009) e Hereafter (2010) non si sono dimostrati all’altezza. La sua parabola registica è irrimediabilmente discendente?

Voto: 3/5

(Film visionato l’11 gennaio 2012)

sabato 14 gennaio 2012

Addio Luisito

Si è spento giovedì scorso all’età di 85 anni lo scrittore Luisito Bianchi, autore del prezioso capolavoro La messa dell’uomo disarmato e di altre opere minori.
Prete-operaio e partigiano, uomo ribelle, non convenzionale, sacerdote straordinario e fuori da ogni schema.
Profeta di un cristianesimo povero e radicale, da lunghi anni era cappellano all’abbazia milanese di Viboldone, dopo avere compiuto vari lavori, anche al di fuori dell’ambito ecclesiastico.

Nato nel 1927 in una famiglia contadina di Vescovato, in provincia di Cremona, frequenta il seminario, si laurea alla Cattolica, poi viene ordinato sacerdote nel 1950.
Ben presto però comincia a sentire che l'incarico sacerdotale, così come è concepito dalla gerarchia ecclesiastica, non fa per lui.
Don Luisito preferisce immergersi nel mondo, essere utile agli altri senza beneficiare dello stipendio curiale: «Non volevo essere pagato come sacerdote, […] trovo scandaloso lo stipendio per i preti. Iniziai allora una ricerca sulle Scritture e sulla storia che mi portò a decidere di lavorare per guadagnarmi da vivere».

Lavora allora come benzinaio, inserviente in ospedale, infermiere, insegnante, traduttore e, soprattutto, come operaio turnista addetto alla lavorazione dell'ossido di titanio, mestiere che svolge per ben tre anni.
E' proprio l’esperienza in fabbrica quella che lo segna di più: da questa nascono i romanzi Come un atomo sulla bilancia (1972), Sfilacciature di fabbrica (1970) e la raccolta di diari scritti negli anni da operaio, intitolata I miei amici, edita nel 2008 da Sironi, lo stesso editore che nel 2003 ha colto la sfida pubblicando il romanzo autoprodotto di un autore sconosciuto, un prete per giunta, un romanzo che nessuno voleva pubblicare e che da anni, dal 1989, circolava in forma autofinanziata passando di mano in mano, da amico in amico, diffondendosi attraverso il passaparola.
Questo è La messa dell’uomo disarmato, un romanzo sulla Resistenza che è anche, e più di tutto, un romanzo sulla vita e i suoi semplici, essenziali valori. Un romanzo che incessantemente, dalla prima all’ultima delle quasi novecento pagine che lo compongono, va alla strenua e disperata ricerca della Parola che informa di sé ogni cosa e nella quale, a dispetto di quanto ci si aspetterebbe da un prete, non si intravede il dogma della religione, bensì la purezza e lo splendore dello spirito umano.

«Tutto doveva essere ascoltato. Una parola inesauribile richiede un ascolto incessante; e la parola era dappertutto, penetrava ovunque: nell'avvenimento, con la rapidità folgorante del lampo, nella tessitura dei gesti quotidiani, violenta come un terremoto o suadente come la brezza».

mercoledì 4 gennaio 2012

Remember Us: The New World, Cose molto cattive e Sette anime

The New World
di Terrence Malick
con Colin Farrell, Christian Bale, Q’Oriana Kilcher
Avventutra, 151 min., USA, 2006
****

È incredibile come Malick riesca a parlare del rapporto che intercorre tra l’Uomo e la Natura in modo così naturale e convincente. Qui lo fa con la storia d’amore tra Pocahontas e John Smith. La particolarità è che le ambientazioni mutano in base al sentimento d’amore della protagonista. Fino a quando la bella si sente amata dall’avventuriero, l’azione si svolge tra i territori rigogliosi della Virginia. Quando lui decide di lasciarla per continuare il suo compito di esploratore lei si lega a John Rolfe e, trasferitasi in Inghilterra, si muove tra le geometrie di un giardino all’italiana.

Cose molto cattive
di Peter Berg
con Christian Slater, Cameron Diaz, Daniel Stern, Jon Favreau
Grottesco, 101 min., USA, 1998
*** 

Kyle (Favreau) si deve sposare con Laura (Diaz) e gli amici di vecchia data gli organizzano un addio al celibato totalmente wild in quel di Las Vegas. Tra sesso e droga la situazione degenera. Sarà proprio vero che “quello che succede a Las Vegas rimane a Las Vegas”? In questo caso l’ondata di omicidi sembra inarrestabile. Il film ricorda Piccoli omicidi tra amici e anticipa Una notte da leoni, ma qui i personaggi sono più “cattivi”, più “pazzi”, più “spudorati”. Colpo di scena choccante o finemente grottesco?

Sette anime
di Gabriele Muccino
con Will Smith, Rosario Dawson, Michael Ealy
Drammatico, 123 min., USA-It., 2008
**

Ben Thomas (Will Smith), ricco ingegnere aerospaziale, è stritolato dal senso di colpa per aver provocato un incidente stradale in cui è morta la moglie e altre sei persone. Cosa fare per redimersi? La cosa più ovvia: salvare la vita a sette persone di indubbia moralità. Come? Lascio a voi la sorpresa. Qui basta aggiungere che Will Smith ha perennemente l'espressione da "cane bastonato", la Dawson è brava, l’alchimia tra i due personaggi che interpretano funziona. Per il resto (ovvero una buona parte del film) siamo di fronte ad un’accozzaglia di situazioni lacrimose e luoghi comuni che ci restituiscono la sensazione di essere stati “violentati” emotivamente.

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