Prossimamente su questi schermi
le interviste airegisti emergenti di Parma.
Ci sono infatti storie di dedizione, passione e abilità che sentiamo l'esigenza
di portate alla luce. C’è chi sta riuscendo a fare delle immagini in movimento
una professione e chi ancora no. Tutti però sono accomunati dal fatto di aver
messo il loro tempo libero, il loro impegno e le loro finanze a servizio della
settima arte. Spesso non per averne un ritorno, ma semplicemente per
passione.
È a questo che si apre il blog: al
coraggio di filmmaker che cercheremo di conoscere meglio attraverso le loro
risposte su influenze culturali, modus operandi e ambizioni che li guidano nel
loro percorso di crescita e maturazione dietro la macchina da presa.
con
Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps, Brian Gleeson
Drammatico,
130 min., USA, 2017
Il solito P.T. Anderson. Film potenzialmente
memorabile vanificato da un finale improponibile. Così come era accaduto con Il
petroliere (There Will Be Blood, 2007) e The Master (2012) ci troviamo di
fronte ad un rigore ed un’abilità tecnica davvero ragguardevoli, interpreti
praticamente perfetti ma una sceneggiatura non di pari livello. Si parla di un
particolare rapporto uomo/donna che regge, nonostante dialoghi smaccatamente
didascalici, fino a tre quarti di pellicola. Poi il regista lascia spazio, come
da sua abitudine, ad un finale grottesco, stridente, che vanifica il pathos che
ci aveva tenuto incollati allo schermo. Gli echi bergmaniani (il fantasma della
madre, le tensioni esistenziali) che ci avevano fatto ben sperare si infrangono
così, ancora una volta, sulla scelta del regista di non farsi aiutare da uno
sceneggiatore.
con Sally Hawkins,
Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Octavia Spencer
Fantascienza/Sentimentale,
119 min., USA, 2017
Un Leone d’oro e 13 candidature agli Oscar. Certo, le
statuette dorate non sono più (a dire il vero non lo sono mai state fino in
fondo) un termometro affidabile, ma sicuramente possono dare un’indicazione sullo
stato di salute del Cinema. Il film è ottimamente diretto e interpretato (Shannon
su tutti), come puntuali sono le atmosfere e la ricostruzione storica (anni
Sessanta). Ciò che non funziona fino in fondo, è dura ammetterlo, è la storia.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un delirio citazionistico che fa
furbescamente l’occhiolino un po’ a tutto il pubblico: spettatori alle prime
armi (“Guarda quanto ne sa del Toro, che inserisce tanti spezzoni di vecchi
film!”), critici cinematografici (“Interessante la metafora sull’amore per il
cinema: la creatura non umana rimane immobile davanti alla magia delle immagini
in movimento”), cinefili (“Interessante la riscoperta del musical da parte di Del
Toro, per non parlare del finale che ricorda l’Atlante di Jean Vigo”).
Il resto
è una storia già vista e rivista che oscilla tra Free Willy e The Artist, E.T. e
La bella e la bestia. Recenti le accuse di plagio: Davi Zindel ha depositato
una causa per violazione del diritto d’autore perché sostiene che La forma dell’acqua
sia la copia di Let Me Hear You Whisper, opera del padre Paul.
Film piacione,
dove tutto concorre a fare l’occhiolino allo spettatore. Anni Ottanta, famiglia
benestante, villa in campagna, i giovani, i loro corpi e le loro pulsioni, la
natura verdeggiante della provincia d’estate. Siamo sempre al solito discorso:
se questa storia d’educazione sentimentale fosse stata ambientata a Quarto
Oggiaro non avrebbe avuto lo stesso effetto.
E invece ci facciamo avviluppare
da una storia d’amore universale, seppur semplice (siamo ben lontani da Brokeback Mountain), che ci ricorda
le nostre estati da giovani inquieti, i nostri primi amori. E pazienza se
ci sono scene al limite del kitsch e momenti inutilmente didascalici. Guadagnino si dimostra un ruffiano di stile.
con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell
Drammatico, 115 min., USA/UK, 2017
Tutto è portato all’eccesso. Nella sua sceneggiatura
e nella regia McDonagh non alza mai il piede dall’acceleratore e il risultato
finale ne risente. Nonostante l’ottimo inizio, la buona recitazione di tutti
gli interpreti e il finale azzeccato. Ciò che non convince sono i dialoghi fin troppo
forzati (qua e là penalizzati dalla traduzione in italiano), l’eccessiva
linearità della narrazione e del montaggio e la caratterizzazione dei
personaggi, ai quali manca spontaneità.
Troppi elementi tradiscono l’urgenza del
regista di raccontare narrativamente e visivamente mettendo in mostra il
proprio patrimonio di immagini e monologhi stranianti, perturbanti. Ambientazione
e tematiche avrebbero richiesto maggiore sobrietà ed una migliore calibratura
degli elementi in gioco. Un peccato, perché la storia rimane comunque molto
interessante e i temi trattati di una rilevanza non comune.
Tipico esempio di film nordico da festival.
E infatti ha vinto la Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes. Ma cosa
intendo esattamente con la assolutamente generica e semplicistica denominazione
“film nordico”? Non un’opera alla Carl Theodore Dreyer, non un film alla
Bergman e neppure alla Lars von Trier. Nel caso di Ostlund tornano alla mente
le tematiche e certe atmosfere di Susanne Bier (In un mondo migliore, 2010),
Roy Andersson (Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, 2014),
Aki Kaurismaki (Miracolo a Le Havre, 2011).
Significa che una vera e propria
storia (in senso hollywoodiano) non c’è. Ci sono delle ramificazioni, delle divagazioni rispetto alla
storia principale che viaggiano su binari che sembrerebbero morti. Siamo spinti
a pensare ad un errore, ad un’inutile spreco di forze, e invece questo è un
modo peculiare per indagare la natura umana.
La commedia si fa cupa, le scelte
del protagonista risultano sconclusionate e discutibili: così facendo nello
spazio di due ore e mezza vengono toccate moltissime tematiche contemporanee e
universali come il potere dei media, le contraddizioni dell’arte, le differenze
sociali e culturali, le pericolose derive della nostra società. Detta così,
sembrerebbe un capolavoro. E invece viene trattato tutto in modo un po’ troppo
asettico e (falsamente) cervellotico. Un’opera notevole, certo, che manca però
di quel tocco di poesia che la avrebbe resa indimenticabile.
con
John Boyega, Will Poulter, Algee Smith, Jacob Latimore, Jason Mitchell
Drammatico,
143 min., USA, 2017
Grande
Cinema, davvero. A partire dall’inconsueto e interessantissimo inizio,
passando per lo svolgimento e fino al bel finale la tensione narrativa non cala
mai e le immagini sono ciò che di migliore a livello tecnico abbiamo visto non
solo in questa stagione ma addirittura negli ultimi anni.
La Bigelow sceglieinquadrature e movimenti di macchina in modo praticamente perfetto. Dettagli,
primissimi piani, riflessi di luce su volti e oggetti sono la punteggiatura che
dà ritmo a questo film, aumentando la drammaticità o l’epicità delle scene in
modo saggio e calibrato. Per questa ragione, e per le ottime interpretazioni
degli attori impiegati, siamo senza ombra di dubbio ad un film che ridimensiona
il livello di certe pellicole e serie tv recentemente esaltate.
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