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giovedì 14 gennaio 2016

Nuova recensione Cineland. Macbeth di J. Kurzel


Macbeth 
di Justin Kurzel 
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis 
Drammatico, 113 min., GB, 2015 

La bellezza della composizione delle inquadrature. La forza di questo film è riassunta in questa frase. Ogni quadro riflette infatti un perfetto studio della disposizione degli elementi in scena, che non tradiscono mai lo spirito del tempo in cui è ambientata la narrazione e non smorzano la tensione di una delle più efferate tragedie mai concepite. Il travaglio, la sofferenza interiore sono lo sporco sotto le unghie dei combattenti, la terra verde di Scozia battuta dal vento che proviene dall’oceano, i veli di nebbia che offuscano gli altipiani, le candele che illuminano i crocifissi, le geometrie del castello in cui Macbeth e la sua regina perdono loro stessi. Un travaglio interiore che è ben reso dalla recitazione degli ottimi Fassbender e Cotillard

L’opera oscilla tra la “classicità” di una mise-en-scène tanto curata quanto essenziale (tornano alla mente Dryer e Bresson) e un interesse per la luce e una cura della fotografia che si risolvono in soluzioni narrative davvero interessanti (time lapse, ralenti e saturazione cromatica finalmente utilizzati in modo funzionale e sensato). La commistione tra tradizione e modernità finalmente funziona

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 13 gennaio 2016)

lunedì 24 febbraio 2014

Nuova recensione Cineland. 12 anni schiavo (12 Years a Slave) di S. McQueen



12 anni schiavo (12 Years a Slave
di Steve McQueen 
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt 
Drammatico 134 min., USA, 2013

USA, 1841. Solomon Northup ha una moglie, due figli e si guadagna da vivere suonando il violino. Ha una vita decorosa, una bella casa ed è istruito. Il suo cognome gli deriva da Minus Northup, suo padre, che a sua volta lo aveva “ereditato” dal padrone insieme alla libertà. Pur essendo nero, Solomon è dunque un uomo libero. La vita gli fa incontrare due impostori che gli promettono facili guadagni e, dopo averlo drogato, lo vendono ai mercanti di schiavi per le piantagioni degli stati del Sud. Sarà l’inizio di un calvario lungo 12 anni. 

Diretto da Steve McQueen (Hunger, Shame) e sceneggiato da John Ridley, il film ricalca fedelmente le memorie di Solomon, già pubblicate nel 1853 e oggi ristampate in Italia da Newton Compton Editori. Fedelmente perché l’opera si concentra esclusivamente sulle scene in cui compare il protagonista: non vediamo cosa gli accade immediatamente dopo essere stato drogato, non vediamo Samuel Bass (Brad Pitt) scrivere la lettera che gli ridarà la libertà, tantomeno vediamo la ricezione della lettera da parte dei famigliari e loro reazioni. Considerando anche l’esiguo numero di scene corali ed il superficiale approfondimento psicologico dei personaggi, siamo portati a pensare che McQueen abbia voluto limitare il cono prospettico a quello del solo protagonista, per aumentare a dismisura l’eccezionalità della sua disavventura. Una sola è quindi la prospettiva, e il narratore non può e non vuole essere onnisciente, per concentrarsi al meglio sulla storia di un uomo che diventa paradigma della perdita della libertà nonché emblema della schiavitù e delle sue implicazioni. Il Cinema aveva trattato questo tema attraverso scene corali di lavoro nei campi, sudore, sporcizia e sangue che si sviluppavano nel buio di una fotografia dov’erano le ombre a prevalere. McQueen opta invece per una narrazione più “pulita” che fa in modo che il sangue e le lacrime si confondano col colore della pelle (aperta, tagliata), mentre la natura si mostra in tutta la sua stupefacente bellezza e fulgore nonostante in essa si perpetrino le brutture e la ferocia dei padroni (giustificata con le sacre scritture, altro esempio di aderenza della narrazione alla Storia). È la costruzione perfetta delle inquadrature che ci fa distogliere per un attimo l’attenzione dalla materia trattata fin quasi a stemperare il dramma, perché fino ad ora avevamo visto tale artificio utilizzato solo nei film in costume in cui si parla di aristocrazia (si vedano le scene a lume di candela, che rimandano a Barry Lyndon). 

Da artista visuale qual è, il regista rimane pertanto fedele al suo stile anche rappresentando una storia di schiavitù, continuando ad esprimere la propria Poetica mediante la tecnica anziché le parole. Una scelta, già utilizzata con esiti diversi da Terrence Malick, difficile da far digerire al grande pubblico e che qui trova la sua acme nei 180 secondi della scena dell’impiccagione: la parte a fuoco del campo lungo ci fa vedere Solomon impiccato ad un albero che si tiene in vita grazie alle punte dei piedi che scivolano sul fango, suoni di deglutimento e nel contesto, sfocato, gli altri schiavi che lavorano come se nulla fosse. Un’inquadratura, un artificio tecnico che si fa metafora riuscendo a condensare qualsiasi discorso sulla schiavitù. Ciò non vuol dire che nel film non si registrino monologhi o dialoghi pregni di significato: è memorabile il discorso sulle leggi e il futuro della schiavitù di Bass/Pitt nonché quello della schiava libera sul destino dei proprietari terrieri schiavisti, presagio della guerra di secessione del 1861. 

C’è chi ha visto in questa opera una battuta d’arresto nella carriera del regista, chi lo ha candidato a 9 premi Oscar. Fuori da qualsiasi considerazione sul valore artistico del film, comunque indiscutibile, rimane fondamentale riconoscere a McQueen di aver portato sul grande schermo l’enorme insegnamento della storia di Solomon, che grazie alla sua cultura è riuscito a sopravvivere giorno dopo giorno, per dodici interminabili anni, non senza cedimenti (incredibile la scena del coro gospel Roll Jordan Roll), solo per poter riassaporare ancora una volta il valore della parola Libertà. 

Voto: 4 ½ su 5 

(Film visionato il 22 febbraio 2014)

sabato 18 gennaio 2014

Nuova recensione Cineland. The Counselor di R. Scott

The Counselor 
di Ridley Scott 
con Michael Fassbender, Brad Pitt, Javier Bardem, Cameron Diaz, Penelope Cruz 
Drammatico, 111 min., USA, GB, 2013 

Un avvocato (Fassbender) decide di sfruttare i suoi agganci per fare soldi grazie ad un carico di droga sottratto alla malavita. Quest’ultima mette in moto un meccanismo di vendetta che non gli lascerà vie di fuga. L’avvocato capirà così il monito del suo socio in affari (Pitt): “Tu sei il mondo che hai creato. Quando smetti di esistere, anche il mondo che hai creato smetterà di esistere”. 

Dopo una partenza fracassona, Ridley Scott mette in campo una regia fin troppo didascalica (la tendenza al far vedere a tutti i costi) e a tratti retorica (locali glamour, case con piscina e alberghi a cinque stelle) per mettere in immagini una sceneggiatura di Cormac McCarthy che presenta luci e ombre in egual misura. Tra i punti di forza c’è sicuramente la presenza di una forte morale (cosa ormai rara) nonché la costruzione di una buona storia che parla di una discesa agli inferi (qui ambientata sul confine tra Messico e USA) dove il principale vizio da purgare è l’avidità e dove tutti sono certi che il contrappasso prima o poi li punirà. Benché la storia sia di facile comprensione è tuttavia tortuoso ricostruirne i singoli passaggi e spesso, attraverso i dialoghi, si comprende come l’approccio alla narrazione sia più quello di uno scrittore che non quello di un uomo di cinema. Ogni battuta diventa dunque il pretesto per esporre una massima filosofica o di vita (fortunatamente non ai livelli della stucchevolezza sorrentiniana), con esiti talvolta del tutto inverosimili. Come il boss della droga che cita i versi di Antonio Machado rimarcandone il significato attraverso parafrasi e commento. 

Riguardo le prove degli attori bisogna rilevare che, nonostante il cast stellare, l’unico veramente nella parte risulta essere Fassbender, sicuramente più verosimile di un Bardem che sembra sempre più il mascherone di un carro allegorico del carnevale di Viareggio (in continuità con quello mostrato in Skyfall), un Pitt poco in forma, una Diaz e una Cruz quasi relegate in secondo piano. Anche per questo la solitudine di Counselor/Fassbender viene accentuata ma il risultato finale, comunque molto gradevole, finisce col risentire di una fastidiosa frizione tra lo stile pop/rock di Scott e il linguaggio esistenzialista di McCarthy (meglio sfruttato dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi). 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 16 gennaio 2014)
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