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sabato 19 ottobre 2013

Le Correzioni di Jonathan Franzen. Recensione

Mirabile affresco del Midwest americano, il romanzo di Franzen ritrae i fallimenti dello sforzo educativo teso a correggere le deviazioni dalla “regola” rigida e tradizionalista del Dopoguerra.
Emblema di questa inadeguatezza sono gli anziani coniugi Lambert, Enid e Alfred, alle prese con la malattia di quest’ultimo e con le delusioni di un’esistenza agli sgoccioli, incapaci di approvare le scelte dei loro tre figli ormai adulti, trasferitisi sulla costa per sfuggire alle pressioni di una famiglia troppo ingombrante.
Ognuno di loro, nonostante un lavoro prestigioso e una vita esteriormente gratificante, è irrimediabilmente condannato all’infelicità: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie immatura; Chip, che perde il posto di professore universitario per avere avuto rapporti sessuali con una studentessa; Desirèe, chef di successo, che dopo il divorzio dal suo capo intreccia una discutibile relazione con un uomo sposato e poi con la moglie di questo.

Di fatto, ognuno dei protagonisti avrebbe tutte le carte in regola per aspirare ad un briciolo di felicità o, perlomeno, di appagamento, ma le loro esistenze sono talmente confuse e ricche di orpelli, talmente basate sull'apparenza e l’esteriorità, che non possono fare altro che andare avanti per inerzia.
I personaggi di Franzen, insomma, sono i perfetti prototipi della degenerazione della cultura occidentale: uomini e donne della media borghesia, senza particolari problemi ma depressi e insoddisfatti, che trovano negli psicofarmaci e nelle droghe un caldo rifugio e sono circondati da persone che non fanno altro che mettere in luce le loro mancanze e debolezze.
L'autore americano è davvero abile nel tratteggiare i propri caratteri, umanizzandoli e ritraendoli ognuno con qualità peculiari e individuali.

Il personaggio a mio avviso più interessante è senza dubbio Chip, intellettuale di 39 anni ossessionato dal sesso, animato da velleità sovversive e anticonformiste, ormai troppo vecchio e patetico per gli abiti di pelle che indossa.
Nonostante le nobili intenzioni, è una caricatura di se stesso, ancora dedito alla vana ricerca di approvazione da parte dei genitori, segretamente giudicati responsabili per l’uomo che è diventato.
Il suo vero problema, infatti, è la mancanza di autostima, acuita non solo dai rapporti famigliari, ma anche dall’indifferenza dei propri studenti ai temi di critica sociale che egli potentemente veicola durante le sue lezioni universitarie e che rimangono sostanzialmente inascoltati: «Tutti quei critici che si danno tanta pena per lo stato della critica. Nessuno che sappia dire di preciso che cosa non va. […] E chi crede di essere libero non è “davvero” libero. E chi crede di essere felice non è “davvero” felice».
Quasi come una forma di protesta contro il declino della società occidentale, Chip si fa sedurre dalla giovane e avvenente Melissa, la studentessa che meno si mostrava interessata alle sue lezioni, testimoniando suo malgrado che il sesso è sicuramente uno dei due motori della società americana, ovvio compendio al secondo motore, costituito dai soldi.
Contro questa certezza si era dovuto scontrare a sue spese lo stesso Chip, il quale «sino a poco tempo prima […] credeva che in America si potesse avere successo senza guadagnare un sacco di soldi».

Puntuale contraltare alle velleitarie aspirazioni del figlio, è la madre Enid, il cui mondo è a tal punto un «miracolo di perbenismo» che è in grado di emozionarsi per un’enorme piramide di gamberetti veduta al matrimonio dei ricchi vicini di casa e addirittura si sente offesa quando, durante una crociera autunnale a lungo sognata, il marito Alfred spezza l’atmosfera di eleganza cadendo involontariamente in mare.
In sostanza Enid non riesce a comprendere i bisogni emotivi degli altri, forgiando nella sua mente i figli e il marito ad immagine e somiglianza di quanto ella si è prefissata a tavolino: «i suoi figli non erano intonati all’ambiente. Non volevano le stesse cose che volevano lei e tutti i suoi amici e tutti i loro figli».

Franzen riesce a trasmetterci con grande efficacia e in modo assolutamente credibile i pensieri e le emozioni dei personaggi, strutturando una tecnica narrativa che tornerà anche nel successivo Libertà, caratterizzata dal ricorso a continui flashback funzionali ad ambientare solo una parte del racconto nel tempo presente, quando l’azione descritta si è ormai già svolta.
Ne deriva un potente senso di irrimediabilità che avvolge l’intero romanzo e che in forma maggiore di quanto accadrà in Libertà, qui si colora di tinte più tragiche e claustrofobiche, nella visione di un passato ormai irrecuperabile.

Jonathan Franzen, Le Correzioni, Torino, Einaudi, 2005.

venerdì 11 ottobre 2013

La Passeggiata di Robert Walser. Recensione


Inno alla leggerezza e alla bellezza della vita, questo breve racconto incarna perfettamente la poetica di Robert Walser, racchiusa nella contemplazione delle piccole cose che, passo dopo passo, si affacciano sulla strada dell’esistenza umana.
Tutto diventa possibile per chi intraprende un viaggio senza progettare un itinerario né fissare una meta alle proprie peregrinazioni: la natura si anima sotto il suo sguardo incantato, la quotidianità scivola lentamente sul piano della fantasia, ogni oggetto perde il suo alone di prosaico grigiore per trasformarsi in un miracolo inaspettato, tanto sorprendente da fare dubitare persino della sua stessa esistenza.

Ad ogni passo un nuovo mondo si dischiude sotto il piede del poeta camminatore che, come un bambino, è capace di imbattersi in spaventosi giganti, incontrare professori, conversare amabilmente con cantanti e attrici famose, ingaggiarsi in cortesi ma taglienti tenzoni con sarti perfidi e ironici.

E se il lettore potrebbe non credere a ciò che gli viene raccontato, in un universo dominato dalle leggi dell’individualità, dove le percezioni appaiono più concrete della realtà esterna, i sensi diventano l’unica guida e il solo punto di riferimento:  «la terra si faceva sogno, io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile».

Colui che passeggia è colto da ogni sorta di pensieri e di idee così che, ben presto, tra l’incanto e lo stupore, comincia a farsi strada una sensazione di malinconia e sottile inquietudine, che lo conduce al dubbio che le meraviglie godute sino a quel momento non siano altro che fiori da deporre sulla sua tomba al termine del cammino e, fuor di metafora, della vita stessa.
È su questo pensiero e, insieme, sulla consapevolezza dell’insolubile intreccio tra felicità ed infelicità dell’uomo, che calano le tenebre e si chiude il racconto.

La Passeggiata diventa così emblema della scrittura nomade ed erratica di Walser, solerte passeggiatore, dell’approccio alla vita velato di nostalgico romanticismo tipico di uno scrittore che ha condotto un’esistenza difficile e tormentata, punteggiata di difficoltà economiche e crisi allucinatorie e che solo dopo la morte è stato ammesso tra i massimi autori di lingua tedesca del Novecento e posto sullo stesso piano di autori come Kafka, Musil e Rilke.

Robert Walser, La Passeggiata, traduzione di Emilio Castellani, Milano, Adelphi, 1976.

vedi anche: Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Milano, Adelphi, 1981.

venerdì 16 agosto 2013

Trilogia di New York di Paul Auster. Recensione



Tre storie misteriose, tre casi da risolvere animano i racconti di Paul Auster che costituiscono la Trilogia di New York, ambientata in una metropoli allucinata e surreale, in cui i contorni delle cose si sfumano sino a confondersi completamente. In questa città caotica e disordinata non c’è più spazio per l’individualità: tutto è omologato e uguale a se stesso, rispondente a leggi esterne che sfuggono alla comprensione umana e si ripetono all’infinito.  
È quanto accade ai protagonisti di Auster, tre giovani uomini privi di identità che, per lavoro o per caso, diventano detective, trovandosi invischiati in situazioni complesse ed oscure, finendo per diventare loro stessi oggetto della loro estenuante ricerca.

Il primo è Daniel Quinn, protagonista di Città di Vetro, primo racconto della serie, uno scrittore di gialli che viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata inaspettata. All’altro capo del filo una voce femminile, che chiede insistentemente di parlare con un certo Paul Auster, sconosciuto investigatore privato (e qui la fiction comincia ad intrecciarsi con il piano del reale). La scena si ripete per varie notti, fino a quando Quinn, ormai rapito dalla curiosità, dichiara di essere lui stesso Paul Auster. Sotto queste mentite spoglie si reca all’appuntamento con la donna, venendo pian piano travolto da una fitta trama di rapporti famigliari, paure ossessive, crimini e follie.

Il protagonista della seconda storia, intitolata Fantasmi, è invece un detective di professione chiamato Blue, assoldato dal suo capo White per pedinare giorno e notte un uomo di nome Black, il quale passa le giornate chiuso nella sua camera a leggere e scrivere su un taccuino rosso. I due uomini trascorrono mesi e mesi svolgendo sempre le stesse occupazioni, fino a quando a Blue nasce il sospetto di essere lui il vero sorvegliato.

Nel terzo e ultimo elemento della trilogia, Una stanza chiusa, il protagonista viene contattato dalla moglie di un suo vecchio amico, Fanshawe, scomparso misteriosamente, affinchè decida cosa fare della monumentale opera letteraria che lui ha lasciato inedita. Leggendo gli scritti, il protagonista si immedesima a tal punto nella vita dell’amico, da sposarne la vedova e prenderne a tutti gli effetti il posto, fino a quando riceve da Fanshawe un’inaspettata lettera che lo spinge ad intraprendere una ricerca tanto ossessiva quanto irrazionale.

Pubblicati tra il 1985 e il 1987 e raccolti da Einaudi in un solo volume, i tre racconti narrano le vicende di altrettanti uomini che si muovono come fantocci comandati da oscuri burattinai, che ne dominano la volontà e li spingono alla deriva delle loro esistenze, verso una totale autodistruzione.
Nella New York di Auster, vero e proprio non luogo, non c’è spazio per l’individualità: le particolarità umane si uniformano e si appiattiscono su un piano di impersonalità e conformismo, dove tutto è confuso e uguale a se stesso.
In balia dei propri fantasmi, ognuno dei protagonisti finirà per perdersi nei meandri delle proprie visionarie ossessioni, diventando vittima di un capovolgimento di ruoli, in un labirintico gioco di rimandi e autocitazioni capace di svelare, alla fine, che i tre racconti sono in realtà un unico romanzo, tre diversi stadi di autocoscienza del narratore.

Paul Auster è abile nel creare intrecci complessi, fuorviando continuamente il lettore e negandogli ogni soddisfazione letteraria: il linguaggio è sempre volutamente asciutto e stereotipato, privo di metafore e figure retoriche, ricondotto unicamente a ciò che accade.
La necessità di attenersi ai fatti, prima regola del detective tradizionale, qui viene esasperata diventando un esercizio di stile fine a se stesso, in cui le parole coincidono con i fatti e vengono perciò spogliate di ogni velleità letteraria.
Del resto neppure la mera trasposizione dei fatti può ritenersi esaustiva e veritiera: gli antieroi di Auster non sono personaggi autorevoli, ma sono piuttosto preda di allucinazioni, alcolismo, manie persecutorie e depressive. Lo stesso scrittore all’inizio del primo racconto ammicca al pubblico inserendo nella storia il suo vero nome, rimarcando in tal modo la convenzione della finzione letteraria e invitandoci a non credere mai totalmente a quello che leggiamo.

Sarebbe quindi un grossolano errore etichettare i racconti di Auster come detective stories o, perlomeno, essi non lo sono nel senso tradizionale della definizione.
A differenza del giallo classico, infatti, qui manca del tutto l’oggettività della narrazione e, anche per questo, non riusciamo ad identificarci nelle vicende che abbiamo davanti, ma ne siamo continuamente distolti da lunghe parentesi introspettive e digressioni deliranti.

Questo escamotage è piuttosto efficace per restituirci l’immagine di una realtà spezzettata e frammentaria, in cui la ricerca della verità non approda mai a nulla e il lavoro dell’investigatore è destinato a fallire.
Tuttavia, sebbene sia un procedimento giustificato, l’inserimento nel testo di lunghe pause narrative finisce per appesantire notevolmente il racconto, spezzando il ritmo della narrazione e rendendo la lettura lenta, a tratti faticosa.
Si pensi al primo elemento della serie, Città di Vetro, il cui inizio è brillante ed entusiasmante, degno della migliore Agatha Christie, capace di catturare completamente l’attenzione del lettore e di trasportarlo direttamente nella storia.
Dopo le prime pagine però, il nostro interesse scema mentre, assieme al protagonista Quinn, cominciamo a scoprire la trama che costituisce il motore della vicenda: uno strambo giovane di nome Peter Stillmann, pallido e vestito completamente di bianco, dai capelli biondo candidi quasi albini, i movimenti meccanici da automa, il linguaggio disarticolato e artificioso, teme per la sua incolumità a causa della recente scarcerazione del padre, un anziano scienziato che, poco dopo la sua nascita, aveva tenuto il figlio segregato per anni in uno sgabuzzino con l’intenzione di scoprire quale fosse la lingua primigenia.

I temi eccentrici sono spesso il pretesto per lunghi approfondimenti didascalici di storia, religione, astronomia, musica. Si va dal resoconto di tutti gli studiosi e filosofi che nel passato hanno tentato esperimenti per scoprire quale fosse la lingua prima e originaria, alle credenze superstiziose che animavano i primi esploratori del Nuovo Mondo, dall’esame della Caduta terrestre e del racconto babelico, all’analisi del Don Chisciotte di Cervantes in chiave metafisica.

Comunque in nessuno dei racconti approdiamo ad una risoluzione del caso: tutto rimane incerto e inspiegabile perché, in un mondo determinato dal caso, non può esserci alcuna soluzione logica e anche le apparenti “prove” dell’investigation tradizionale ormai non rimandano più a nulla al di fuori di loro stesse.

Quello che rimane insomma è una contorsionistica riflessione sul rapporto tra scrittore-lettore e sulle possibilità del romanzo, infinite come i piani della realtà e le interpretazioni che se ne possono dare.

sabato 29 giugno 2013

Libertà di Jonathan Franzen. Recensione

 

In questi giorni d'estate divisi tra caldo torrido e inaspettati scrosci temporaleschi è il caso, per chi non lo avesse ancora fatto, di rispolverare uno dei libri più validi degli ultimi anni, celebrato da più parti come Il Grande Romanzo Americano e che ha valso al suo autore vari premi e riconoscimenti.

Dopo il sublime Le Correzioni, in Libertà (Freedom) Franzen riesce ancora una volta nell’impresa di rappresentare la complessa società americana, con i suoi paradossi e le sue contraddizioni, attraverso le vicende di una tranquilla famiglia della media borghesia urbana, seguendone i passi dall’ascesa sino all’inarrestabile declino: Walter, Patty, i figli adolescenti Joey e Jessica.
Come nel già acclamato predecessore, anche qui lo sguardo del narratore si sposta di volta in volta sui singoli personaggi, esprimendone emozioni e pensieri mediante una tecnica narrativa che favorisce l’immedesimazione e si avvale di continui flashback e scarti cronologici.
Privilegiando il tempo interiore rispetto a quello reale, molti eventi, anche importanti, trovano posto in un passato anteriore a quello del racconto, come fossero rievocati dai ricordi dei protagonisti, e non di rado vengono narrati in modo del tutto incidentale, come fossero fatti assolutamente marginali.

Questo contribuisce all’impressione che siano in realtà i personaggi stessi a muovere i fili della trama: la voce dell’autore si fonde con quella delle sue creature, che diventano esseri viventi a tutti gli effetti, capaci di soffrire, emozionarsi, prendere decisioni, pentirsi delle proprie azioni.
Ad ogni pagina la loro esistenza acquisisce sempre maggiore concretezza, il loro respiro, il loro calore umano sembrano quasi fisicamente percepibili. Uno dei maggiori meriti di Franzen è infatti sicuramente la sua capacità di creare personaggi fortissimi, credibili e convincenti, mossi da pulsioni e motivazioni del tutto reali con le quali, tutti i giorni oppure in qualche momento determinato della nostra vita, ci troviamo inevitabilmente a dover fare i conti.
E Franzen descrive queste emozioni con abilità ineguagliabile, tanto che ben presto non solo ci accorgiamo che ogni singolo personaggio racchiude anche un po’ di noi stessi, ma ci rendiamo anche conto dei meccanismi psicologici inconsci che stanno alla base delle nostre azioni e che sino a quel momento avevamo ignorato. Pagina dopo pagina, leggendo le peripezie dei protagonisti, non si può fare a meno di esclamare, con una punta di sconcerto e di entusiasmo insieme: “Ma è proprio così! E’ proprio quello che si prova!”

E questa autorivelazione coinvolge anche i personaggi che troviamo più insopportabili e che, tuttavia, alla fine siamo costretti nostro malgrado a riabilitare almeno in parte.
In effetti i protagonisti di Franzen sono così vivi e caratterizzati che o li si odia o li si ama. Per fermarci ai due principali, ho amato Walter e odiato Patty. Sin dall’inizio ho amato Walter per la sua estrema coerenza, per la sua integrità e il suo zelo onnidirezionale. Patty invece l’ho odiata per il suo infantilismo, i suoi tediosi piagnucolii, la sua debolezza, immaturità e acidità.
In questo senso Patty è un’evoluzione di Caroline, la moglie del Gary delle Correzioni il quale, diversamente da Walter, è un personaggio paranoico e depresso, portatore di una visione negativa e parziale della realtà. E, dato che nelle scene che lo riguardano, il punto di vista del racconto è sempre quello di Gary, ne deriva che anche la descrizione degli atteggiamenti della consorte potrebbe essere inficiata dalla sua mancanza di obiettività.

La depressione è comunque un tema molto presente anche in Libertà, sebbene in forma meno patologica e claustrofobica rispetto al romanzo precedente.
Infatti come ha affermato Franzen in un’intervistase sei un cittadino dell’Occidente ricco e prospero, in un mondo così travagliato sul piano ambientale e politico, dovresti essere davvero malato di mente per non essere ogni tanto un po’ depresso”.

Maggiore leggerezza non significa però minore impegno sociale e politico: ovunque nel testo l’autore coglie l’occasione per stimolarci alla riflessione sui macrotemi dell’attualità: politica, ecologia, sovrappopolazione, guerra, corruzione, moralità, autorealizzazione.

Particolarmente incisiva e insistente è l’idea secondo cui il più grande male del pianeta è costituito dall’eccessivo numero di persone che lo abitano. Tale convinzione anima Walter sin dai tempi del college e lo induce ad ingaggiare una vera e propria crociata contro la crescita demografica caldeggiata dai media tradizionali e dal papa, colpevole di spingere le coppie a procreare, causando inquinamento e distruggendo l’ambiente.
Per portare la propria battaglia all’attenzione dell’opinione pubblica, Walter fonda la Nature Conservancy, un’associazione ambientalista che si propone come atto simbolico la salvaguardia della dendroica cerulea, una specie ornitologica minacciata dalla deforestazione e dell’aumento esponenziale di gatti domestici, entrambi effetti del popolamento umano.
Si spiega così la misteriosa presenza, sulla copertina del libro, di un guardingo uccelletto azzurrino, che si staglia circospetto sullo sfondo di un paesaggio lacustre colto al tramonto. Si tratta proprio della dendroica, simbolo per eccellenza della libertà minacciata e alter ego dei singoli protagonisti e del genere umano in generale.

E così dalla prima all’ultima pagina tutti i personaggi sperimentano varie forme di libertà: la scelta di Patty di non lavorare e dedicarsi esclusivamente ai figli, il suo tradimento con il migliore amico del marito, la sua emancipazione dal lavoro e dalla famiglia di origine, il senso di liberazione offerto ai giovani dalla musica, l’allontanamento di Richard dai Berglund, la possibilità di Joey di decidere il proprio futuro, lo sfogo di Walter, la libertà del popolo iracheno rispetto agli Stati Uniti, l’America come paese della libertà per il padre di Walter, la separazione dei due coniugi, l’abbandono di Richard da parte di Patty…

Già nella prima parte del romanzo a Patty sorge il dubbio che sia stata proprio la sua assoluta libertà a condannarla all’infelicità. E in effetti, benché tutti i personaggi aspirino ad essere liberi, una volta ottenuto ciò che bramavano, provano solo una profonda delusione che alla fine li porta a redimersi e a tornare indietro sui propri passi.
Si fa dunque strada l’idea che la libertà non sia sempre e solo un bene: essere liberi significa anche avere il potere di sbagliare e autodistruggersi.
Dice ad un certo punto Walter: “Tutto gira intorno allo stesso problema, le libertà personali […]. La gente è venuta in questo paese per cercare soldi o libertà. Se non hai soldi, ti aggrappi ancora più rabbiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non puoi permetterti di nutrire i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da un pazzo armato di fucile d’assalto. Sarai anche povero, ma l’unica cosa che nessuno ti potrà mai togliere è la libertà di sputtanarti la vita come ti pare e piace.”

Quello che Franzen vuole dirci, insomma, è che non sempre felicità fa rima con libertà, soprattutto in un’epoca storica in cui quest’ultima parola è stata strumentalizzata per raggiungere gli obiettivi più biechi e in cui la difesa della propria libertà personale è divenuta un’ossessione capace di farci perdere di vista gli altri valori della vita.

martedì 14 maggio 2013

La Messa dell'Uomo disarmato di Luisito Bianchi- Recensione


"Un Romanzo sulla Resistenza".
Questo è il sottotitolo che venne aggiunto al libro di Luisito Bianchi in occasione della sua pubblicazione per i tipi dell'editore Sironi nel 2003, dopo essere circolato per anni tramite il passaparola in forma autoprodotta e autofinanziata dagli amici dell'autore.

E un romanzo sulla Resistenza lo è a tutti gli effetti, in quanto si  presenta come un lungo e complesso racconto di tono narrativo in cui la Resistenza gioca un ruolo centrale, come Avvenimento che segna irrimediabilmente la vita di Franco, giovane novizio benedettino che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale lascia il monastero per tornare alla cascina dei genitori e alla umile vita dei campi. Al monastero farà poi ritorno in età adulta, alla ricerca del senso della propria esistenza e dell'Avvenimento resistenziale, raccontato direttamente nella parte centrale del testo.

Come un'opera musicale, questo è suddiviso in tre tempi, corrispondenti ad altrettante manifestazioni della Parola che Franco, per tutta la vita, cerca nella realtà che lo circonda.
Oltre che protagonista, Franco è narratore del primo e dell'ultimo tempo, mentre nel lungo intermezzo centrale la sua figura si eclissa per lasciare il posto ad una narrazione in terza persona che testimonia l'assenza del giovane dal grande Avvenimento, un'assenza che egli - e con lui Luisito Bianchi, di cui Franco è evidente alter ego - si rimprovererà per tutta la vita, percependola come una colpa logorante che gli graverà sulle spalle sino alla fine, spingendolo a raccontare la sua storia:

Sono stanco. L'impresa che ho voluto affrontare mi snerva ogni giorno di più [...], nel dubbio che non sia lecito a me costringere la Parola, racchiusa nell'avvenimento capitale della mia esistenza, a prendere un suono, quando essa stessa ha scelto di rimanere muta per tanto tempo.
Non è un orgoglio smisurato il mio, se penso che gli attori del grande avvenimento (io fui solo spettatore, contro la mia volontà certo, e dolente per esserne stato messo da parte, ma pur sempre uno spettatore) hanno dato il loro sangue che non ha più voce [...]. (pp. 212-213)

Ed è proprio il bisogno di espiare questa colpa che lo spinge, monaco ormai anziano, a ritornare indietro nel tempo, ripercorrendo catarticamente le tappe della guerra e della Resistenza, così come essa è stata vissuta dai suoi diretti protagonisti, i partigiani, ma anche da coloro che non vi hanno preso parte in prima persona.

Si fa in questo modo la conoscenza con una galleria di personaggi eccezionali, che si stagliano nitidi sulla pagina bianca staccandosi con forza dal racconto per tornare alla vita davanti ai nostri occhi, grazie alla straordinaria capacità di Luisito Bianchi di definire con pochi umili tratti caratteri e situazioni, inclinazioni e ideali.
E' quanto accade ai membri della famiglia di Franco: il coraggioso fratello Piero, la dolce e delicata Maria, la premurosa madre Benedetta. A questi si uniscono gli abitanti del paese, tra cui il Professore - l'intellettuale laico perseguitato per il suo antifascismo-, Stalino - il reduce dalla Russia -, Rondine - così chiamato perchè non si fa vedere d'inverno e ricompare in primavera -, Giuliano - il pover'uomo che possiede solo se stesso e il suo asino, con il quale condividerà lo stesso tragico destino, morendo come è sempre vissuto.

Nel suo romanzo Luisito ritrae anche meravigliose figure di religiosi, tra cui l'Abate, che non si fa scrupoli a sacrificarsi per i suoi protetti, e l'Arciprete, un uomo onesto e illuminato, che nutre sincero affetto per i suoi compaesani, anche per quelli che non hanno mai messo piede in Chiesa e nonostante il suo ruolo si pone sul loro stesso piano, comprendendone bisogni e pensieri con assoluto realismo e senza alcuna volontà di proselitismo.

Nelle esistenze di questi personaggi si insinua a poco a poco la guerra, che nasce silenziosa come un male oscuro, per poi esprimersi in manifestazioni sempre più palesi.
La serenità che domina la prima parte del romanzo lascia così gradualmente spazio all'inquietudine, all'insicurezza, alla paura, spingendo i protagonisti a fare delle scelte, come quella di Piero e di altri amici di disertare la chiamata alle armi e ritirarsi nei boschi, per dare vita alla lotta resistenziale combattuta in nome della Libertà.

Per il narratore il gesto dei partigiani è un gesto cristiano, in quanto essi hanno visto Dio nell'Uomo, ponendosi al servizio di tutti gli uomini.
E' il caso di Rondine, «uno che scrive l'evangelo dove va, pur senza conoscerlo>> e che <<se fosse vissuto duemila anni fa avrebbe seguito nostro Signore a qualche decina di metri, per non disturbare, senza chiedere nulla; ma gli sarebbe stato vicino anche sul calvario».
Si fa dunque strada l'idea che il vero cristiano non è colui che si vota in modo totalizzante a Dio, ma colui che vede l'Uomo come incarnazione di Dio e di conseguenza gli conferisce priorità rispetto ad una divinità astratta e lontana dalla realtà.

Portatore di questo messaggio all'interno del testo è Dom Luca, un monaco che si unisce ai partigiani con il nome di Dom Benedetto, rifiutando di portare armi e divenendo ben presto riferimento e trait d'union tra le varie bande.
Quando il giovanissimo partigiano Balilla, che è quasi un bambino, viene ferito gravamente in un raid fascista, Dom Benedetto «volle pregare perchè Piero vegliava e il corpo di Balilla si opponeva inerme alla violenza della morte. Non perchè Cristo era morto, vegliava. Vegliava perchè c'erano uomini vivi in lotta con la morte» (p. 536).
 
Barilla viene operato in tutta fretta la notte del Venerdì Santo, sull'altare di una chiesetta dispersa in mezzo al bosco e la scena acquista la ritualità di una celebrazione pasquale, come fa osservare Dom Benedetto a Piero, che ha operato il ragazzo: «Ti ho fatto da diacono alla messa che hai celebrato sul corpo di Barilla».

Questi sono solo alcuni degli spunti di riflessione che emergono dalla ricchissima opera di Luisito Bianchi, un'opera preziosa per lo spessore tematico ed ideologico, che attraverso uno stile scorrevole e accattivante fotografa un'epoca capitale della nostra Storia, meritando di essere annoverata tra i grandi Romanzi del Novecento italiano.
 
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