Visualizzazione post con etichetta Michael Keaton. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michael Keaton. Mostra tutti i post

lunedì 22 febbraio 2016

Nuova recensione Cineland. Il caso Spotlight di Thomas McCarthy


Il caso Spotlight 
di Thomas McCarthy 
con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams 
Thriller, 128 min., USA, 2015 

Ricostruzione di una storia vera. E già in questo si celano due insidie. La prima: come rendere avvincente un evento che sappiamo già come andrà a finire? La seconda: come camminare sulla linea che separa la realtà dalla finzione senza sconfinare totalmente in una delle due parti? 

Il caso Spotlight, indubbiamente scritto e girato bene, è un’attenta prova di equilibrismo che, in quanto sobria e misurata, non ha quei guizzi che la rendono memorabile. La ricostruzione di ciò che accadde al Boston Globe è fin troppo lineare, senza pathos, senza sussulti, senza quella crescita interiore dei personaggi che è la molla di una narrazione appassionante. Sarà che il tema (la pedofilia nella Chiesa) è stato ed è copiosamente trattato, sarà che il “turning point” non è che una naturale evoluzione degli eventi. “Sono i fatti”, si potrà ribattere. Ma questo è un film, e un film dovrebbe rendere avvincente anche la realtà più banale

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 20 febbraio 2015)

lunedì 16 febbraio 2015

Nuova recensione Cineland. Birdman di A.G. Iñárritu


Birdman 
di Alejandro González Iñárritu 
con Michael Keaton, Edward Norton, Zach Galifianakis, Naomi Watts, Emma Stone 
Commedia, 119 min., USA, 2014 

Storia di Riggan Thomson (Keaton), celebrità hollywoodiana che si vuole scrollare di dosso l’etichetta di attore da blockbuster portando in scena a Broadway uno spettacolo teatrale ispirato al racconto di Raymond Carver What We Talk About When We Talk About Love. Incombono su di lui i successi commerciali del passato, rappresentati dalla voce di quel Birdman, supereroe di cui aveva indossato le vesti, che gli ricorda quanto sia più facile e proficuo (per le tasche e per l’ego) percorrere la strada cinematografica del remake piuttosto che quella del teatro. Riuscire a portare a compimento il proprio progetto, riuscire a convincere pubblico e critica di essere un Attore, diventano per Riggan un’ossessione. Tutt’intorno i problemi famigliari, gli sforzi per non disunire la compagnia, la competizione con un attore più giovane e talentuoso, i dubbi sulla propria esistenza. 

Iñárritu esplora la contemporaneità attraverso la dicotomia tra teatro e cinema, dimensione pubblica e privata, realtà (vita reale) e rappresentazione (rappresentazione scenica). Lo fa attraverso lunghi piani sequenza che indagano gli (angusti) spazi del teatro seguendo gli attori e svelandone gelosie, debolezze, promiscuità. Come le opere carveriane e altmaniane, Birdman vorrebbe elevare al massimo grado di “onestà” (nel senso hemingwayano del termine) le vicissitudini del suo antieroe contemporaneo, schiacciato da un sistema (quello dello spettacolo) che glorifica ma che troppo spesso dimentica o discrimina. Non ci riesce

Il raffinato gioco di rimandi (Keaton è stato il Batman di Tim Burton; molte sono nel film le citazioni di attori realmente esistenti) non è infatti così incisivo e funzionale come ci si potrebbe aspettare e anche i riferimenti alla nuove tecnologie (la notorietà ridefinita da YouTube e Twitter), il finale aperto e ermetico, gli effetti speciali non fanno altro che tradire un malcelato tentativo di svecchiare una tematica di stampo esistenzialista già ampiamente visitata dal mondo delle arti

Certo, Iñárritu mette in campo tutta la sua bravura registica ottenendo da troupe e attori una prova egregia, tuttavia l’enorme mole e autoreferenzialità delle tematiche trattate finisce con il nascondere qualsiasi barlume innovativo dell’opera, vanificandolo. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 14 febbraio 2015)


domenica 16 febbraio 2014

Nuova recensione Cineland. Robocop di J.Padilha

Robocop 
di José Padilha 
con Joel Kinnaman, Gary Oldman, Michael Keaton, Samuel L. Jackson, Abbie Cornish 
Azione, 121 min., USA, 2014 

Nel 2028 la multinazionale OmniCorp, leader nel settore della tecnologia robotica, ha prodotto e fornito agli USA androidi di pattuglia che garantiscono di vincere e mantenere l’ordine nei teatri di guerra. Raymond Sellars (Michael Keaton), leader dell’azienda, fiuta però un’ulteriore possibilità di profitto e cerca, spinto dal consenso mediatico di cui godono le sue macchine, di estendere il mercato anche all’uso interno. L’unico ostacolo alla diffusione dei robot sul suolo nordamericano è rappresentato dall’emendamento sostenuto dal senatore Hubert Dreyfuss, che non è disposto ad affidare l’ordine a macchine prive di coscienza. È a questo punto che in Sellars comincia a farsi spazio un’idea per aggirare il problema: mettere un uomo all’interno della macchina. 

Era il 1987 quando Paul Verhoeven, alla sua prima prova hollywoodiana, portava sullo schermo le gesta di un agente di Detroit che, ucciso da alcuni malviventi, veniva trasformato in un cyborg al servizio della polizia. La sua memoria prendeva tuttavia il sopravvento sul corpo robotico e lo portava a vendicarsi senza pietà. Sono passati quasi trent’anni e José Padilha, anch’egli alla sua prima prova hollywoodiana dopo il successo dei due adrenalinici capitoli di Tropa de Elite, ha il difficile compito di attualizzare un film già entrato nella storia.

Facilitato a livello tecnico da un budget da 100 milioni di dollari che gli permette di sfruttare effetti speciali spintissimi e armamenti avveniristici, è a livello tematico/contenutistico che il regista e i suoi sceneggiatori (Nick Schenk, James Vanderbilt, Joshua Zetumer) hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto, finendo però con il (sovra)caricare la storia di elementi contestuali. Qualcuno di questi rende la narrazione indubbiamente interessante, mentre qualcun altro appesantisce il tutto rendendo ampolloso qualche passaggio di troppo. è il caso degli interrogativi che assalgono l’uomo nella macchina (Joel Kinnaman) e che ci fanno conoscere un Robocop “esistenzialista” al centro di un cortocircuito tra coscienza/parte umana (positiva) e irrazionalità/corpo robotico (negativo) che si risolve in una vendetta non solo nei confronti di chi ha attentato alla sua vita, ma soprattutto verso chi lo ha sfruttato (la OmniCorp) per una mera operazione pubblicitaria. 

Ed è proprio sull’operazione commerciale della multinazionale che vengono innestate le considerazioni più interessanti promosse dal film: Robocop viene utilizzato come un giocattolone che deve mettere d’accordo lo schieramento politico (presumibilmente democratico) contrario all’utilizzo dei robot ai fini della sicurezza interna e il mondo industriale globalizzato e un po’ repubblicano che invece vuole lucrare sulla paura. La partita si gioca a livello mediatico: l’ossessione statunitense per le minacce esterne (“Mai più un altro Vietnam, mai più un altro Iraq o Afghanistan” dichiara un generale riguardo i benefici dell’utilizzo dei robot) ed interne (dov’è in tutto il film la polizia di Detroit?) spinge una parte degli organi d’informazione (guidati dalla trasmissione d’approfondimento “The Novak Element” di Pat Novak, interpretato da Samuel L. Jackson) a schierarsi dalla parte della OmniCorp, intenta a diffondere la cultura del terrore tramite mirate strategie di marketing e comunicazione. 

La vicenda esistenziale di Alex Murphy, esile in quanto circoscritta ai soli rapporti che lo legano alla famiglia e agli assassini, finisce così con l’amalgamarsi a fatica con macrotemi gravidi di implicazioni. Tematiche troppo grandi anche per un automa sì invincibile ma ridimensionato dal suo status di prodotto “Made in China”. Del resto anche la multinazionale OmniCorp ha dovuto delocalizzare per sfruttare manodopera e componenti elettronici a basso costo. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 12 febbraio 2014)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
BlogItalia - La directory italiana dei blog

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. La riproduzione del titolo, dei testi e delle immagini originali è possibile solo citando con link il sito e l’autore. E’ vietata ogni modifica e utilizzo a scopo commerciale. L’autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per quanto riguarda i siti ai quali è possibile accedere tramite i collegamenti posti all’interno del sito stesso, forniti come semplice servizio agli utenti della rete. Per tal motivo questo non implica l’approvazione dei siti stessi, sui cui contenuti è declinata ogni responsabilità. L'autore, infine, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo andreavighi@inwind.it