E per allietare questa giornata uggiosa (almeno in
quel di Parma) ecco a voi una delle sequenze più "seducenti" di tutta la
storia del Cinema, tratta da Barry Lyndon di Stanley Kubrick (1975).
giovedì 27 marzo 2014
martedì 25 marzo 2014
Nuova recensione Cineland. Lei (Her) di S. Jonze
Lei (Her)
di Spike Jonze
con Joaquin Phoenix, Amy Adams,
Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt
Drammatico, 126 min., USA, 2013
Theodore,
che si mantiene scrivendo lettere d’amore conto terzi, non riesce a dimenticare
l’ex moglie e vive alla giornata con pochi amici e molte occupazioni digitali.
La sua vita sentimentale sembra giungere ad una svolta quando installa sul
computer di casa un nuovo sistema operativo che comincia a relazionarsi con lui
in maniera simbiotica.
Sin dagli esordi Jonze ci aveva abituato, più che alla
maestria tecnica, alle trame coraggiose, futuristiche e spiazzanti. Essere John Malkovich (1999) aveva
chiuso il XX secolo presentando un personaggio che attraverso un passaggio
segreto riusciva ad entrare nella mente dell’attore che dà il titolo al film. Il ladro di orchidee (2002) ci aveva
spiazzati presentandoci una storia che si sviluppava step-by-step grazie allo
sceneggiatore/protagonista (anzi, gli sceneggiatori/protagonisti!).
Con
quest’ultimo film il regista approda invece ad un risultato che valorizza più
la forma che il contenuto. Le inquadrature si fanno ricercate e i movimenti
di macchina fluidi, la fotografia punta alla nitidezza e i colori si stagliano puliti
e pieni, le ambientazioni si fanno glamour. Una maggiore attenzione all’aspetto
tecnico cui segue una storia più interessante nelle attese che non negli
effettivi sviluppi. Già la scelta di ambientare il film in un prossimo futuro (non
poi così diverso dal presente) si rivela un espediente fin troppo facile per
giustificare situazioni altrimenti inverosimili. Come quella attorno alla quale
ruota tutta l’opera: il protagonista si rapporta sempre più intimamente con un
sistema operativo dalla voce femminile (a pensarci bene, un po’ come quando si
setta il TomTom) fino a presentare quest’ultimo agli amici come fidanzata (e senza
neanche provocare critiche o risolini). Da questo rapporto prende le mosse la
principale domanda cui Jonze cerca di dare risposta: come può evolvere la vita
di un uomo che costruisce un rapporto esclusivo con la sua macchina,
inevitabilmente plasmata a propria immagine e somiglianza?
La riflessione che
ne consegue, e che coincide con lo svolgimento del film, è una sorta di monito nei
confronti della società contemporanea, che preferisce sempre più rifugiarsi e
isolarsi negli ultimi ritrovati tecnici invece di mettersi in gioco nel campo
dei sentimenti. Una constatazione che, a fronte di due ore di film, risulta
essere un po’ troppo striminzita, soprattutto se si aggiunge che il finale si
può intuire già a metà film e che la materia è già stata ampiamente trattata in
Blade Runner (Ridley Scott, 1982). In
ultima analisi, ci rendiamo conto che l’opera rimane in piedi solo grazie a due
fattori: la facilità di scrittura di Jonze, bravo nel
raccontare l’evoluzione interiore del suo protagonista, nonché l’ennesima eccellente
prova recitativa di Joaquin Phoenix.
Voto: 3½ su 5
(Film visionato il 18 marzo
2014)
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Il ladro di orchidee,
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Rooney Mara,
Spike Jonze
sabato 15 marzo 2014
Memorable Scenes - 2
Seconda puntata dedicata alle scene memorabili della storia del Cinema.
Questa volta riportiamo il momento più surreale di Strade perdute (Lost Highway, 1997) di David Lynch.
Cogliamo l'occasione per ringraziare I Cineuforici, che ci hanno ispirato con loro rubrica Frames.
Questa volta riportiamo il momento più surreale di Strade perdute (Lost Highway, 1997) di David Lynch.
Cogliamo l'occasione per ringraziare I Cineuforici, che ci hanno ispirato con loro rubrica Frames.
Etichette:
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Lost Highway,
Memorable Scenes,
Strade perdute
giovedì 13 marzo 2014
Nuova recensione Cineland. Saving Mr. Banks di J.L. Hancock
Saving Mr. Banks
di John Lee Hancock
con Tom Hanks, Emma
Thompson, Ruth Wilson, Colin Farrell, Paul Giamatti
Biografico/Commedia/Drammatico, 126 min., USA/Gran Bretagna/Australia, 2013
La
scrittrice Pamela Lyndon Travers vive in una piccola casa a schiera di Londra e
si trova in ristrettezze economiche. Il suo agente la convince pertanto a
recarsi a Los Angeles per cedere alla Disney i diritti di Mary Poppins, il suo best seller, e collaborare alla realizzazione
della sceneggiatura del film. Appena arrivata nella sua camera d’albergo, la
sessantenne getta dalla finestra le pere del cesto di benvenuto e chiude
nell’armadio tutti i pupazzi che Walt Disney le ha fatto trovare. Oggetti che,
attraverso un continuo gioco di flashback, scopriremo avere la colpa di averle rievocato un’infanzia
in cui si cela una grandissima delusione. Delusione che si ripercuote nel presente
rendendo Mrs. Travers alquanto ostica per gli sceneggiatori che con lei si devono rapportare. Solo grazie ad un autista e a Walt
Disney in persona, che le dimostrerà di aver capito il vero significato del libro, Pamela riuscirà a superare il suo passato e ad aprirsi in modo da rendere
possibile la realizzazione di una pellicola passata alla storia.
J.L. Hancock
(che ricordiamo per The Blind Side,
2009) mette in campo una regia didascalica ma sempre funzionale ad una sceneggiatura
che si prende notevoli libertà rispetto ai fatti realmente accaduti per meglio puntare sull’empatia promossa da una incessante riflessione sul legame
tra genitori e figli che spesso si sofferma sul rapporto edipico tra padri e
figlie femmine. Non manca certo qualche momento d’alleggerimento che stempera
la gravitas del tema trattato e
strappa risate, ma dall’inizio alla fine il film sembra sempre e comunque
prigioniero dell’inquietante avvertimento che ci ricorda come noi siamo, nel
bene o nel male, il prodotto del rapporto che abbiamo avuto coi nostri genitori
e il ricordo che di esso abbiamo. Il messaggio arriva forte, anche grazie ad
una protagonista cui la Thompson conferisce il giusto spessore rendendola credibile
nella sua acidità e diffidenza sempre umana e mai sopra le righe. Buone la
prove di Colin Farrell e Paul Giamatti, figure complementari di padri che intendono
la vita e amano le proprie figlie in modi differenti.
Voto: 3 su 5
(Film
visionato l’11 marzo 2013)
martedì 11 marzo 2014
Memorable Scenes - 1
Inauguriamo questa nuova sezione per ricordare e ricordarci di quelle scene che ogni tanto riaffiorano alla nostra mente, anche se non fanno parte di una pellicola memorabile.
Scene che ci hanno colpito a tal punto da non poter fare a meno di portarle con noi nella vita di tutti i giorni. Magari perché sono le più emozionanti oppure, più semplicemente, perché sono le più paurose o le più strampalate o le più enigmatiche che ci sia mai capitato di vedere.
Partiamo con la scena della salsa tartara tratta da The Weather Man (Gore Verbinski, 2005). Protagonista Nicolas Cage.
Infine, una chicca.
Ecco di seguito, per gli appassionati di The Big Bang Theory, l'imitazione di Nicolas Cage che Howard Wolowitz/Simon Helberg ha fatto al David Letterman Show.
)
Scene che ci hanno colpito a tal punto da non poter fare a meno di portarle con noi nella vita di tutti i giorni. Magari perché sono le più emozionanti oppure, più semplicemente, perché sono le più paurose o le più strampalate o le più enigmatiche che ci sia mai capitato di vedere.
Partiamo con la scena della salsa tartara tratta da The Weather Man (Gore Verbinski, 2005). Protagonista Nicolas Cage.
Infine, una chicca.
Ecco di seguito, per gli appassionati di The Big Bang Theory, l'imitazione di Nicolas Cage che Howard Wolowitz/Simon Helberg ha fatto al David Letterman Show.
)
giovedì 6 marzo 2014
Remember Us. Lola Montès, Quel treno per Yuma, Henry
Lola Montès
di Max Ophuls
con Martine Carol, Peter Ustinov,
Anton Walbronk, Ivan Desny
Drammatico, 140 min., Francia, Germania Ovest,
Lussemburgo 1955
****
Ascesa e declino di Maria Dolores Porriz y Montès,
conosciuta come Lola Montès, che da amante di un gran compositore e di un
regnante finisce per fare l’attrazione in un circo che usa la sua storia come
filo conduttore per un magnificente spettacolo. Ophuls, alla sua ultima regia,
sfrutta la parabola discendente di Lola come grande metafora per criticare una
società che si stava progressivamente votando al divismo e al Dio denaro.
Tecnicamente ineccepibile: la macchina da presa “danza”.
Quel treno per Yuma
di James Mangold
con Russell Crowe,
Christian Bale, Logan Lerman, Dallas Roberts
Western, 117 min., USA, 2007
*** ½
Dan Evans (Bale), coltivatore in serie difficoltà economiche, contribuisce alla
cattura del fuorilegge Ben Wade (Crowe). Accetta, un po’ per sopravvivenza un
po’ per riscattarsi da un passato che preferisce nascondere, la buona cifra di 200
dollari per condurre e caricare il malvivente sul treno diretto alla prigione
di stato che passa da Yuma. Ma la banda di Wade farà di tutto per liberarlo mentre
il loro rapporto si trasforma in profonda stima. Western dai
ritmi attualizzati che non recide il cordone ombelicale con le peculiarità del
genere per un risultato gradevole ma frenato nel finale, dove tutto si risolve. Buona
la recitazione di Crowe e Bale.
Henry
di Alessandro Piva
con Carolina Crescentini, Claudio
Gioè, Aurelien Gaya, Pietro De Silva
Noir, 86 min., Italia, 2010
**
Tratto
dall’omonimo romanzo di Giovanni Mastrangelo (Einaudi, 2006), il film parla di
una storia di traffici di droga ambientata a Roma. Lì il male
corrompe tutto, anche in chi ha il dovere di far rispettare la legge. Pur
sfruttando un tema di per sé interessante, Piva manca il bersaglio perdendosi
in ghirigori stilistici che smorzano l’incisività della storia. Tutto rimane
così, spudoratamente, a livello superficiale.
domenica 2 marzo 2014
Remember Us. La ronde, Akira, Analisi finale
La ronde – Il piacere e l’amore
di Max Ophuls
con Anton
Walbrook, Simone Signoret, Serge Reggiani, Simone Simon, Daniel Gelìn
Commedia, 95 min., Francia, 1950
*****
Ophuls mette in immagini la commedia Der Reigen (Il girotondo) di Arthur Schnitzler, un compendio della casistica
amorosa caustico, acuto, modernissimo che si sviluppa proprio come un
girotondo. Nel senso che tutti i personaggi e tutti gli episodi sono
concatenati e che il film si chiude sul primo personaggio presentato. Deus ex machina della narrazione è il
personaggio interpretato da Walbrook, che tra scenografie teatrali e
cinematografiche introduce le storie delle dieci coppie che animano la Vienna di inizio Novecento
svelandone debolezze, ironie e ipocrisie. Capolavoro di tecnica, recitazione e
gusto.
Akira
di Katsuhiro Otomo
Animazione, 124 min.,
Giappone, 1988
****
Non aspettativi un “cartone animato”. Questo è un film! E
non tanto per la trama o i personaggi, quanto per l’accuratezza del disegno (se
c’è un’esplosione, nel buco della strada si vedono i tubi dell’acqua e
dell’elettricità strappati), la costruzione delle scene (e montaggio
adrenalinico), la sceneggiatura (complessa), i temi trattati
(implicazioni post apocalittiche che ricordano i disastri atomici). L’atmosfera
creata, soprattutto nella prima parte, ci fa gridare al capolavoro (di grande
suggestione la colonna sonora di Shoji Yamashiro). Esclamazione che però ci
rimane strozzata in gola perché la storia, nella seconda parte, mette inevitabilmente
a nudo tutta la sua essenza “anime” scadendo un po’ nel banale.
Analisi finale (Final Analysis)
di Phil Joanou
con Richard
Gere, Kim Basinger, Uma Thurman, Eric Roberts
Thriller, 124 min., USA, 1992
**
½
Uno psicanalista (Gere) si innamora
della sorella (Basinger) di una sua paziente (Thurman) e quando lei viene accusata
dell’omicidio del marito fa di tutto per farla assolvere. Ci riesce, ma avrà
un’amara sorpresa. Thriller dalle caratteristiche hitchcockiane che ricorda La donna che visse due volte (Vertigo) e che anticipa Effetti collaterali (Side effects, S. Soderbergh, 2013)
lasciandosi guardare, non senza cedimenti, dall’inizio alla fine. Merito della
sceneggiatura, perché gli attori non sono sempre all’altezza.
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