con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura
Linney, Anna Gunn
Biografico/Drammatico, 96 min., USA, 2016
C’è chi dirà che
l’ultima fatica di Clint fa emergere la
solita retorica hollywoodiana. Può essere. Ma è anche vero che questa è una
qualità intrinseca ad una tradizione cinematografica che dà il meglio di sé
quando nontradisce
sé stessa. Eastwood trova la strada giusta. Da una parte sviluppa una storia
legata ad un fatto di cronaca in modo lineare e senza cedimenti narrativi,
elevandola ad epica. Allo stesso tempo ha però l’intelligenza di attualizzarla
scongiurando risultati sfacciatamente nazionalistici per puntare sul dubbio che
attanaglia l’uomo umile, onesto, giusto.
Ne nasce un’opera sorprendentemente
intimista e introspettiva ma allo stesso tempo accessibile e diretta. Merito
anche di un Tom Hanks in stato di grazia, che dà spessore ad un “eroe
semplice”. Sully è un’opera matura, frutto della sensibilità di un regista
saggio.
Scordatevi le atmosfere, i dialoghi, la morale di Match Point. Irrational Man è un thriller sui generis, in cui la tensione e i significati delle situazioni vengono smorzati dall’ambientazione (un luminoso e verde campus studentesco) e dalla superficialità dei dialoghi. Potremmo trovare una chiave di lettura nella massima arendtiana “la banalità del male”, che la studentessa Jill Pollard (Stone) trova appuntata a matita su una copia di Delitto e castigo appartenente al professore di filosofia Abe Lucas (Phoenix). Purtroppo non è così, e anche questo ennesimo film di Allen cadrà nel dimenticatoio nonostante le ottime prove del solito perfetto Phoenix e della brava Stone.
Voto: 3 su 5
(Film visionato il 27 dicembre 2015)
Star Wars: Il risveglio della forza
di J.J. Abrams
con Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver
Fantastico, 136 min., USA, 2015
L’obiettivo (esplicito) era risvegliare l’interesse verso la saga, portare al cinema chi non l’aveva mai vista e riportare chi non se ne è perso un capitolo. J.J. Abrams non corre rischi e persegue lo scopo in modo fin troppo superficiale. L’imponente campagna pubblicitaria crea un’aspettativa sproporzionata rispetto a un film che sì, si rivela ottimo intrattenimento, ma non accontenta né i puristi né gli spettatori più esigenti. Ogni situazione è stata creata più per richiamare i simboli degli episodi precedenti (Millenium Falcon, spada di Luke, ecc.) e rassicurare il pubblico con l’“effetto nostalgia” che per rinnovare il genere (come invece hanno fatto Nolan con il Cavaliere Oscuro e Mendes con Skyfall).
Voto: 2 1/2 su 5
(Film visionato il 23 dicembre 2015)
Il ponte delle spie
di Steven Spielberg
con Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda
Storico/Thriller, 140 min., USA, 2015
Il fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti non giustifica una trama così lineare, una superficiale caratterizzazione dei personaggi e le tonnellate di retorica filostatunitense che dobbiamo subire dall’inizio alla fine. Ancora una volta sono gli americani buoni, belli e animati dall’imparzialità e dalla rettitudine a doversi misurare con i russi doppiogiochisti, brutti e comunisti. Lo stucchevole Tom Hanks cerca di portarsi sulle spalle una storia di spionaggio già vista e rivista, completamente priva di tensione e con scene talmente telefonate da sfiorare il ridicolo.
La
scrittrice Pamela Lyndon Travers vive in una piccola casa a schiera di Londra e
si trova in ristrettezze economiche. Il suo agente la convince pertanto a
recarsi a Los Angeles per cedere alla Disney i diritti di Mary Poppins, il suo best seller, e collaborare alla realizzazione
della sceneggiatura del film. Appena arrivata nella sua camera d’albergo, la
sessantenne getta dalla finestra le pere del cesto di benvenuto e chiude
nell’armadio tutti i pupazzi che Walt Disney le ha fatto trovare. Oggetti che,
attraverso un continuo gioco di flashback, scopriremo avere la colpa di averle rievocato un’infanzia
in cui si cela una grandissima delusione. Delusione che si ripercuote nel presente
rendendo Mrs. Travers alquanto ostica per gli sceneggiatori che con lei si devono rapportare. Solo grazie ad un autista e a Walt
Disney in persona, che le dimostrerà di aver capito il vero significato del libro, Pamela riuscirà a superare il suo passato e ad aprirsi in modo da rendere
possibile la realizzazione di una pellicola passata alla storia.
J.L. Hancock
(che ricordiamo per The Blind Side,
2009) mette in campo una regia didascalica ma sempre funzionale ad una sceneggiatura
che si prende notevoli libertà rispetto ai fatti realmente accaduti per meglio puntare sull’empatia promossa da una incessante riflessione sul legame
tra genitori e figli che spesso si sofferma sul rapporto edipico tra padri e
figlie femmine. Non manca certo qualche momento d’alleggerimento che stempera
la gravitas del tema trattato e
strappa risate, ma dall’inizio alla fine il film sembra sempre e comunque
prigioniero dell’inquietante avvertimento che ci ricorda come noi siamo, nel
bene o nel male, il prodotto del rapporto che abbiamo avuto coi nostri genitori
e il ricordo che di esso abbiamo. Il messaggio arriva forte, anche grazie ad
una protagonista cui la Thompson conferisce il giusto spessore rendendola credibile
nella sua acidità e diffidenza sempre umana e mai sopra le righe. Buone la
prove di Colin Farrell e Paul Giamatti, figure complementari di padri che intendono
la vita e amano le proprie figlie in modi differenti.
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