lunedì 21 gennaio 2013

Nuova recensione cineland. Django Unchained di Q. Tarantino

Django Unchained
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson
Western, 165 min., USA, 2012

Cosa si aspetta il pubblico da Tarantino? Semplice: dialoghi strampalati, scene pulp, mexican standoff, tonnellate di citazioni filmiche, un suo cameo. Questo è il comune denominatore dei suoi ultimi film (Kill Bill e Inglorious Basterds), questo è praticamente il canovaccio di Django Unchained nonché suo grande limite (prima parte appagante, seconda che sfiora il tedioso).

Certo, dopo aver riempito di significato l’aggettivo “tarantiniano”, il regista si sta meritatamente divertendo come un bambino al luna park che non deve pagare per salire sulle giostre o mangiare zucchero filato. Giusta ricompensa al merito di aver rivoluzionato il linguaggio del cinema con Le iene (1992) e Pulp Fiction (1994). Ma da un regista che ora dispone di denaro e capacità ci si aspetterebbe un po’ più di coraggio nel valicare la propria cifra stilistica sperimentando nuove strade. Un “passo indietro” su tutti: Tarantino ha contribuito ad estetizzare la violenza tramite immagini di violenza assurda, fine a sé stessa. Ora, che bisogno c’è di rassicurare il pubblico giustificando le esplosioni di violenza attraverso le contrapposizioni nazisti/ebrei e schiavisti/uomini di colore? Paura di inimicarsi la folla adorante? (A proposito: quanti finti tarantiniani in sala, che credono che conoscere un regista “figo” voglia dire conoscere la storia del Cinema!).

È bene ripeterlo: chi ha smesso di essere coraggioso non è più così interessante.

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 19 gennaio 2013)

martedì 15 gennaio 2013

Novità da Blockbuster. Ted, Sister, Detachment - Il distacco

Sister
di Ursula Meier
con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston
Drammatico, 100 min., Francia, Svizzera, 2012
*** ½

Ursula Meier ha realizzato un’opera che ha il grande pregio di toccare alcune problematiche sociali altrimenti dimenticate dal contemporaneo cinema dei sequel e dei protagonisti botulinati. L’opera, fortemente dardenniana, sarebbe un capolavoro se non fosse che, a differenza dei film dei due fratelli belgi, presenta nella narrazione qualche rapporto causa-effetto che difetta d’intrinseca continuità logica.

Detachment – Il distacco
di Tony Kaye
con Christina Hendricks, Adrien Brody, James Caan, Lucy Liu
Drammatico, 97 min., Usa, 2011
***

Eccessivo. Per questo ci piace. C’è chi potrebbe obiettare (i più) che non si possono concentrare così tante problematiche in un unico film. Noi invece pensiamo che l’operazione, pacchiana e poetica allo stesso tempo, palesi una verità scomoda (in ogni fase della nostra vita, per resistere, dobbiamo cercare di esercitare il distacco) con la quale non possiamo non fare i conti.


Ted
di Set MacFarlane
con Mark Wahlberg, Mila Kunis, Joel McHale, Giovanni Ribisi
Commedia, 106 min., Usa, 2012
* ½  

Deludente. Dall’autore dei Griffin ci aspettavamo molto ma molto di più, e invece… ne è uscita una storia scialba, scontata, insipida, con solo un paio di momenti esilaranti che, guarda caso, sono assolutamente indipendenti rispetto all’impianto narrativo e ci ricordano che le gag concepite da MacFarlane si adattano molto di più alla formula della puntata da serie animata più che ad un lungometraggio. Come se non bastasse, la scelta degli attori meriterebbe seriamente una denuncia con, su tutti, un Wahlberg ignobile e inspiegabilmente pompato.

mercoledì 9 gennaio 2013

Remember Us: Qualcosa di travolgente, Il gattopardo, Stanley Kubrick - A Life in Pictures

Il gattopardo
di Luchino Visconti
con Burt Lancaster, Paolo Stoppa, Alain Delon, Claudia Cardinale
Drammatico, 187 min., italia, Francia, 1963
*****

Inutile dirlo: capolavoro di Luchino Visconti. Non tanto (o, meglio, non solo) per attori e recitazione, quanto per la ricostruzione di un passaggio epocale tratteggiato con ironia, giusto cinismo e una stupefacente galleria d’immagini che ricordano l’operazione che Kubrick farà dodici anni dopo con Barry Lyndon (ovvero immagini costruite ispirandosi ai quadri dell’epoca).


Qualcosa di travolgente
di Jonathan Demme
con Melanie Griffith, Jeff Daniels, Ray Liotta, Margaret Colin
Commedia, 113 min., Usa, 1986
*** ½

Storia d’amore on the road strampalata e sopra le righe che inizia come una commedia e finisce come un thriller. Melanie Griffith al suo massimo e aria di anni Ottanta che permea ogni fotogramma. Film che, insieme a Blue Velvet, è stato indicato da Bret Easton Ellis come il migliore degli anni Ottanta.


Stanley Kubrick – A life in pictures
di Jan Harlan
Documentario, 142 min., Usa, 2001
** ½

Documentario sulla vita e sulle opere di uno dei maestri del cinema. Andamento cronologico lineare: si parte dagli esordi del giovane Kubrick come fotografo per finire con Eyes Wide Shut e la morte. Ci aspettavamo di meglio (soprattutto più scene del regista al lavoro), ma come infarinatura è meglio di niente.

lunedì 7 gennaio 2013

Nuova recensione Cineland. The Master di P.T. Anderson

The Master
di Paul Thomas Anderson
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams
Drammatico, 137 min., Usa, 2012

Se The Tree of Life di Malick è stato da molti accostato a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, noi possiamo ricondurre l’ultimo film di P.T. Anderson ad Arancia Meccanica (1971). Già il suo protagonista, Freddie Quell, sembra un alter ego di Alex DeLarge. Violento, disadattato, ubriaco di un intruglio da lui prodotto che sembra una versione più ruvida e meno futuristica del lattepiù kubrickiano, Freddie ha la personalità perfetta per essere manipolato da qualcuno. Per A. Burgess, autore del libro A Clockwork Orange, questo qualcuno poteva essere Dio, il Diavolo o lo Stato onnipotente. P.T. Andreson sceglie la dimensione religiosa, rappresentata da una setta nata nel dopoguerra (siamo nel 1950-‘51) pronta a sfruttare la debolezza e lo spaesamento sociale del momento (problema dei reduci e Guerra Fredda su tutti) per plasmare nuovi adepti grazie a teorie che mescolano psicoanalisi, religiosità e (fanta)scienza.

Il grande burattinaio è il capo spirituale Lancaster Dodd (interpretato da un egregio P.S. Hoffman), alter ego del fondatore di Scientology L. Ron Hubbard, che prende Freddie sotto la sua ala protettiva al fine di dimostrare a sé e agli altri che le sue teorie (più frutto d’improvvisazione che di ricerca) possano dare sollievo anche ai casi più disperati. Solo e bisognoso di affetto, Freddie (superbamente interpretato da J. Phoenix) diventa la cavia perfetta per testare nuovi “trattamenti”, sedute pseudo-psicoanalitiche condotte con domande inventate sul momento che fanno parlare il “paziente” facendolo sentire semplicemente meno solo. (E qui scatta un altro parallelismo con Arancia Meccanica: proprio come Alex durante il Trattamento Ludovico, a Freddie è proibito chiudere gli occhi).

P.T. Anderson scrive e dirige una pellicola che si distingue per la perfezione delle immagini ma non riesce a rendere la storia memorabile. Certo, la maestria tecnica è da considerare come un valore aggiunto, tuttavia essa risulta molto meno funzionale alla narrazione rispetto a quanto fatto da Malick in The Tree of Life. Per il resto bisogna specificare che, pur con tutti i suoi limiti, la storia non è così “irrilevante” come molti critici hanno scritto. Semmai il problema è il contrario: il regista affronta troppi temi importanti (le conseguenze della guerra, la religione, la società americana del dopoguerra, la Guerra Fredda, l’amore, la pazzia, il tema del doppio) in una volta sola, rimanendo inevitabilmente in superficie e risolvendo il tutto (ovviamente non vi svelo il finale) in modo un po’ banalotto.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 5 gennaio 2013)

domenica 30 dicembre 2012

Remember Us: Il conformista, Albert Nobbs, L'uomo puma, Il pranzo di Babette, Poetry

Il conformista
di Bernardo Bertolucci
con Jean-Luis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin
Drammatico, 112 min., Italia-Francia-Germania Ovest, 1970
*** ½

Ciò che colpisce di questo film è sicuramente la ricerca puntigliosa dell’inquadratura perfetta e la costruzione del racconto. Tratto da un romanzo di Moravia, non tradisce i temi cari allo scrittore (soprattutto la critica alla società borghese) ma li piega alle proprie esigenze. Ci sono così, in nuce, tutte le tematiche che troveremo nella produzione bertolucciana successiva: la contrapposizione fascisti/antifascisti, le manifestazioni di piazza al grido di bandiera rossa, il sesso come convenzione sociale.


Poetry
di Lee Chang-dong
con Jeong-hie Yun, Da-wit Lee, Hira Kim
Drammatico, 139 min., Corea del Sud, 2010
***

Come rappresentare la miseria umana attraverso la frizione tra la bellezza (la voglia di poetare dell’anziana protagonista) e la bruttezza (ciò che ha fatto il nipote insieme ai suoi amici e la reazione dei genitori) che abitano la società. Operazione riuscita, pur con qualche sbavatura.


Il pranzo di Babette
di Gabriel Axel
con Stéphane Audran, Brigitte Federspiel, Bodil Kjer, Jarl Kulle
Commedia, 102 min., Danimarca, 1987 ** ½

In un paesino danese di fine XIX secolo due sorelle castrate dal padre pastore protestante accolgono una donna francese che anni dopo si sdebiterà preparando una maestosa cena alla francese che riporterà l’armonia tra i litigiosi seguaci della loro comunità religiosa. Sarà la "deformazione Masterchef", ma della cena qui si vedono solo i piatti finiti e a noi interesserebbe di più la preparazione o, in alternativa, una riflessione meno buonista della società protestante dell’epoca. Trasposizione fin troppo lineare di una storia di Karen Blixen che è riuscita ad aggiudicarsi l’Oscar al miglior film straniero nel 1988.


Albert Nobbs
di Rodrigo Garcìa
con Glenn Close, Mia Wasikowska, Aaron Johnson, Janet Mc Teer
Drammatico, 113 min., Gran Bretagna-Irlanda, 2011
**

Film sull’identità sessuale? No. Film sulla società inglese di fine XIX secolo? No. Esercizio di stile? Neanche. Breve storia spalmata su due ore che poggia tutta sulla buona recitazione di Glenn Close. Cosa rimane? Quasi nulla. Finale patetico.




L’uomo puma
di Alberto Di Martino
con Walter George Alton, Miguel Angel Fuentes, Donald Pleasence
Trash, 96 min., Italia, 1980
*

Classico del cinema trash. E non poteva essere altrimenti. Solo un genio "del cinema spazzatura" poteva concepire un supereroe chiamato Uomo Puma che vola come Superman e che, per giustificare la sua natura felina, tiene le dita delle mani a mo’ di artigli?

martedì 18 dicembre 2012

Nuova recensione Cineland. Moonrise Kingdom di W. Anderson

Moonrise Kingdom
di Wes Anderson
con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton
Drammatico, 94 min., Usa, 2012

Carrello laterale iniziale, inquadrature simmetriche, jump cut che giustifica sviluppi narrativi altrimenti improbabili, ralenti, colori pastello, e “i cattivi non sono cattivi e i nemici non sono nemici e anche i buoni non sono buoni”. Con Moonrise Kingdom la poetica di Wes Anderson raggiunge la sua piena maturità tecnica e stilistica e dà vita ad una riflessione sulla (pre)adolescenza che mette a nudo i limiti dell’età adulta: la fuga d’amore tra due ragazzini “diversi”, “emarginati”, vuole essere il pretesto per parlare dell’innocenza in un sentimento, quello d’amore, che negli adulti si perde, inevitabilmente.

A metà tra favola e fiaba in immagini, il film (“tutto tenerezza e finali agrodolci”) evidenzia una leggera frizione tra lo stile assolutamente personale del regista, che a livello visivo propone effettivamente qualcosa di nuovo ed inconfondibile, ed una mancanza di originalità a livello di trama. Certo, ci sono delicate metafore come quella dei buchi nelle orecchie della protagonista femminile (allusione alla perdita della verginità) e tributi alla tradizione cinematografica più raffinata, ma poi non bastano vestiti bizzarri, giradischi e un gattino nella cesta di vimini per confondere le acque e vendere come nuovo qualcosa di obiettivamente già visto.

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 14 dicembre 2012)

domenica 9 dicembre 2012

Nuova recensione Cineland. Killer Joe di W. Friedkin

Killer Joe
di William Friedkin
con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon
Drammatico 103 min., Usa, 2011

Guardando questo film una sola parola può venire in mente allo spettatore. Questa parola è “cattivo”. Il film di Friedkin è molto cattivo e, considerato il regista, non poteva essere altrimenti. Già con Il braccio violento della legge (1971), L’esorcista (1973) e Vivere e morire a Los Angeles (1985) Friedkin aveva definito il suo stile: la contrapposizione tra fiction (personaggi e situazioni inventate) e ambientazioni documentaristiche dava vita ad una frizione che faceva scattare il meccanismo della verosimiglianza.

In quest’ultima opera l’operazione viene perfezionata e ciò che viene messo in scena acquista forza proprio grazie a questo assottigliamento dei limiti tra finzione e realtà. In questo caso abbiamo una famiglia disastrata della periferia di Dallas che si impantana in una storiaccia che esplode in un finale di inaudita violenza fisica e verbale. Ma quel che più colpisce è la splendida atmosfera che il regista è riuscito a creare, aiutato da un’ottima prova degli interpreti (tutti credibili, tutti nella parte) e da un’ambientazione più che azzeccata. Tutto merito di Friedkin, dunque, che ha sfruttato una sceneggiatura di Tracy Letts da molti definita “alla Tarantino” e l’ha fatta dipanare in una di quelle periferie americane talmente disastrate che poco si possono discostare dalla realtà.

E qui, infatti, tutti cercano di fregare tutti, ma quando qualcuno cerca di fregare “Killer” Joe Cooper, assoldato da un ragazzo con debiti di droga per uccidere la madre e riscuotere l’assicurazione sulla vita, si scatena il putiferio. I personaggi vengono progressivamente risucchiati agli inferi e devono fare i conti con la legge del contrappasso: la lussuriosa viene umiliata attraverso una coscia di pollo fritto; l’ignavo trova una morte subdola, più subdola della sua vita; il delinquente/barattiere cade vittima della propria stoltezza.

In tutto questo “Killer” Joe non funge, come si potrebbe pensare, da semplice delinquente corrotto, bensì da giustiziere postmoderno che accelera e perfeziona il processo di espiazione.

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 5 dicembre 2012)
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