martedì 16 luglio 2013

Novità da Blockbuster. Noi siamo infinito, Prometheus, Gangster Squad, The Story of Film

The Story of Film
di Mark Cousins
Documentario, 900 min, GB, 2011
****

Se non sapete chi era Ruan Lingyu, se ignorate quali siano e quali siano stati i principali registi "dell'altra faccia del globo", se pensate che il cinema sia solo Hollywood e se non conoscete l'evoluzione del Cinema questo è il documentario che fa per voi. Mark Cousins, regista e critico cinematografico, ha dato vita ad un'opera che non potrà sicuramente essere esauriente ma che, se non altro, cerca di ricostruire la storia della settima arte attraverso quindici capitoli da un'ora ciascuno. Quel che è più esaltante è che qui si parla di Cinema attraverso le immagini in movimento analizzate da critici di primo livello o, addirittura, dagli stessi registi e sceneggiatori che hanno rivoluzionato il Cinema. Insomma, una vera chicca per cinefili e non.

Noi siamo infinito
di Stephen Chbosky
con Logan Lerman, Emma Watson, Ezra Miller, Mae Whitman
Drammatico, 103 min., USA, 2012
*** 1/2

Prego, guardare questo film per capire perchè Hollywood è Hollywood. Hollywood vuol dire sceneggiature accattivanti: qui la storia si dipana senza intoppi e noi ci affezioniamo ai personaggi come non ci accadeva da tempo.
Hollywood significa anche colonne sonore esaltanti, scene indimenticabili, emozioni già provate ma pur sempre forti.
Hollywood vuol anche dire cultura americana, e qui infatti si parla della classica situazione da high scool: se sei figo bene, se sei out, gay, presunto gay, alternativo ecc. vieni emarginato e prendi botte.
Noi siamo infinito è tutto questo: una storia teen che ci tocca l'anima e che finisce come solo gli americani sanno fare, cioè bene e con un sacco di retorica. Ma, in fondo, è quello che da Hollywood vogliamo.

Prometheus
di Ridley Scott
con Noomi Rapace, Michael Fassbender, Guy Pearce
Fantascienza, 124 min., USA, GB, 2012
***

Si rimane per quasi due ore con la curiosità di vedere come andrà a finire. Poi si constata che la storia è abbastanza lineare e che di lampi di genio non ce ne sono. Men che meno un finale ad effetto. Certo il film è avvincente anche per i non patiti del genere, ma si fa fatica a trovare tutti i significati filosofici che qualcuno gli ha voluto attribuire.

Gangster Squad
di Ruben Fleischer
con Ryan Gosling, Emma Stone, Sean Penn
Thriller, 113 min., USA, 2013
**

Lontani anni luce dalle atmosfere di L.A. Confidential, troppo distanti dalla recitazione e dalla messa in scena degli Intoccabili (e sto parlando di film di gangster per il grande pubblico!). Insapore e, quel che è peggio per un film, incolore.

martedì 9 luglio 2013

Remember Us. The Hot Spot - Il posto caldo, Un condannato a morte è fuggito, Lettere da una sconosciuta

Un condannato a morte è fuggito 
di Robert Bresson 
con Francois Leterrier, Charles Le Clainche, Maurice Beerblock 
Drammatico, 99 min., Francia, 1956 
****1/2 

Questo film fa parte di quei rari doni che certi registi illuminati hanno deciso di fare al pubblico. Qui non si parla solo di un condannato a morte che vuole fuggire da una prigione con quel poco che ha a disposizione. Qui si parla di cosa sia il sacrificio, la resistenza, il coraggio, la vita. Per fare questo Bresson utilizza un linguaggio semplice ma profondissimo: ogni immagine è densa di significato, che arriva chiaro allo spettatore grazie alla delicata dirompenza dei volti, dei dettagli, delle poche ma poetiche parole.

Lettera da una sconosciuta 
di Max Ophuls 
con Joan Fontaine, Louis Jourand, Marcel Journet 
Drammatico, 86 min., USA, 1948 
**** 

Che maestria nel raccontare un'ossessione d'amore con protagonista (finalmente) una donna! Bianco e nero sublime, come sublime è l'illuminazione morbida che sagoma gli ambienti e accarezza i volti dei personaggi esaltandone le espressioni. Sceneggiatura impeccabile che si risolve in modo perfetto.

The Hot Spot - Il posto caldo 
di Dennis Hopper 
con Don Johnson, Virginia Madsen, Jennifer Connelly 
Thriller, 130 min., USA, 1990 
***1/2 

La mano di Hopper c'è e si vede. Il tringolo sessual-amoroso senza redenzione che vede al vertice Don Johnson è ben tratteggiato grazie ad una storia completa, interessante, in cui la tensione sessuale è molto presente. Quel che più colpisce è che non sapendo da dove arriva il protagonista lo svolgimento si impreziosisce di quel tocco di mistero che rende il film qualcosa di vicino a Twin Peaks.

venerdì 5 luglio 2013

Nuova recensione Cineland. La migliore offerta di G. Tornatore

La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore
con Geoffrey Rush, Donald Sutherland, Sylvia Hoeks
Thriller/Drammatico, Italia, 124 min., 2013

Se qualche giorno fa ho avuto il piacere di parlare di Viva la libertà (R. Andò) come di un film che si eleva dalla palude della mediocrità in cui galleggiano i film italiani, ora vi parlerò di un'opera che purtroppo ne fa parte. La migliore offerta, questo il titolo della pellicola esaltata da gran parte del pubblico, è banale. Ma di una banalità sconcertante. Vediamo nel dettaglio il perché, analizzando la storia e considerando che tecnicamente il film è comunque girato bene.

Abbiamo un battitore d'aste, Virgil Oldman (nomen omen, che fantasia!), che è il migliore nel suo campo ma non ha mai avuto una relazione con una donna. La cosa è rimarcata dal fatto che, sfruttando un amico infiltrato nelle aste da lui condotte, compra a prezzi bassi ritratti femminili di inestimabile valore per poi stiparli nel suo lussuoso appartamento, in una stanza segreta che gli permette di raccogliere in un solo luogo i simboli di un amore desiderato ma mai provato. La raccolta procede spedita fino a quando, un giorno, il suo studio riceve la telefonata di una donna che lo prega di inventariare la casa dei genitori recentemente scomparsi allo scopo di vendere i pezzi pregiati contenuti in essa. Dopo una prima resistenza Oldman viene rapito dall'insistenza di Claire, questo il suo nome, e decide di recarsi sul posto per un sopralluogo. Lei non si fa mai vedere, interagendo con lui per interposta persona, e lui è sempre più attratto da cotanto mistero. Intanto, durante le sue numerose visite alla casa, Oldman trova alcuni ingranaggi non meglio identificati e scopre che la donna è in verità una ragazza che si nasconde in una stanza segreta. Lei dice di soffrire di agorafobia e un tarlo comincia a lavorare nel cervello di lui: come fare per farla uscire? Essendo un disastro in fatto donne decide di chiedere consiglio a Robert, giovane restauratore di fiducia interpellato soprattutto per aggiustare oggetti meccanici. Lo stesso Robert che sta assemblando gli ingranaggi di cui sopra dopo aver scoperto che appartengono ad un automa antropomorfo di inestimabile valore di Vaucanson. Ecco, a questo punto avete tutti gli elementi e vi invito, prima di proseguire, ad ipotizzare il resto della storia tenendo in considerazione che c'è il colpo di scena.

Avete fatto? Bene, perchè ora scoprirete che la vostra fantasia supera di gran lunga quella del regista. Ebbene, dopo decine di tentativi in cui Oldaman cerca di far uscire la ragazza dalla stanza, alla fine ci riesce e fa di tutto per "conquistarla". A questo punto per lei bei vestiti, sfilate e cene romantiche nella casa abbandonata, anellone, baci e scena di sesso patinata (lui vecchio, lei giovanissima) che neanche in un film anni ottanta. Ovviamente avevamo già capito dall'inizio che è tutta una trappola perchè un vecchio ricco e solo in un film non aspetta altro che farsi truffare da una donna. Noi speravamo in una badante dell'est e invece, guardacaso, sono gli unici tre personaggi presenti nella pellicola oltre al protagonista ad essersi messi d'accordo per svuotare la stanza segreta. Quel che è peggio è che, tra enormi sbadigli durante i quali il film procedeva sempre più lentamente sembrando infinito, avevamo già pensato a questa opzione ma l’avevamo scartata immediatamente, pensando che fosse veramente troppo troppo banale. E il colpo di scena? Beh, ma è il fatto che i tre fossero d'accordo (sfruttando il gergo calcistico, l'imbroglio più "telefonato" della storia del cinema).

David di Donatello al miglior film (a scapito di Viva la libertà) nonchè "fiore all'occhiello" della produzione italiana da esportare all'estero.

P.s. La pioggia scrosciante viene usata per introdurre e fare da sfondo alle scene tragiche. Il protagonista, alla fine, impazzisce e rimane solo. La vera Claire è un'autistica che passa le sue giornate nel bar di fronte alla villa ma il protagonista se ne accorge solo alla fine. Tre peculiarità che di certo non hanno contribuito a svecchiare la narrazione di una storia sorpassata, ripetitiva, fin troppo lineare e, per tutti questi motivi, soporifera.

Voto: 2 su 5

(Film visionato il 2 luglio 2013)

lunedì 1 luglio 2013

Nuova recensione Cineland. Viva la libertà di R. Andò

Viva la libertà
di Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto
Commedia/Drammatico, 94 min., Italia, 2013

Guardando questo film (opera prima tratta dal libro Il trono vuoto dello stesso Andò) abbiamo capito molte cose.
Abbiamo capito che il cinema italiano è agonizzante ma ancora vivo.
Abbiamo capito che può competere con quello francese senza uscire con le ossa rotte dalla "competizione".
Abbiamo capito che Toni Servillo funziona molto meglio nelle commedie con quella sua faccia che sembra un mascherone e quelle movenze che meglio si prestano ad una macchietta che non ad un personaggio alla Lincoln (tradizione De Curtis?).
Abbiamo capito che gli italiani, certi italiani, sono ancora capaci di fare una commedia intelligente, molto intelligente, con due lire e tanta cultura.

In questa storia, che ha come fulcro uno scambio di persona, si citano Brecht, Shakespeare, Epimenide per parlare dei problemi della politica con piglio agrodolce. Ne esce un film più profondo e ragionato del Ministro di Schoeller, più riuscito e completo della Grande Bellezza di Sorrentino

Oltre al discorso politico ci sono infatti le vicende umane dei due protagonisti (entrambi interpretati da Servillo). Da una parte Enrico Olivieri, che decide di tagliare per un po' i ponti con il partito e la moglie per ritrovare sé stesso (va in Francia, ma ci passiamo sopra). Dall’altra Giovanni Ernani, il fratello gemello filosofo appena uscito da un manicomio, che ne prende il posto e che con la sua umanità e il suo acume rivoluziona la politica italiana restituendo il giusto significato alle parole e ridefinendo la scala di priorità della vita, personale e sociale. 

Si ride e si riflette, ritornando così ad un'arte che ha qualcosa da dire e che, per questo, forma.
Peccato per la regia, un po’ troppo didascalica.

Voto: 3½  su 5

(Film visionato il 29 giugno 2013)

sabato 29 giugno 2013

Libertà di Jonathan Franzen. Recensione

 

In questi giorni d'estate divisi tra caldo torrido e inaspettati scrosci temporaleschi è il caso, per chi non lo avesse ancora fatto, di rispolverare uno dei libri più validi degli ultimi anni, celebrato da più parti come Il Grande Romanzo Americano e che ha valso al suo autore vari premi e riconoscimenti.

Dopo il sublime Le Correzioni, in Libertà (Freedom) Franzen riesce ancora una volta nell’impresa di rappresentare la complessa società americana, con i suoi paradossi e le sue contraddizioni, attraverso le vicende di una tranquilla famiglia della media borghesia urbana, seguendone i passi dall’ascesa sino all’inarrestabile declino: Walter, Patty, i figli adolescenti Joey e Jessica.
Come nel già acclamato predecessore, anche qui lo sguardo del narratore si sposta di volta in volta sui singoli personaggi, esprimendone emozioni e pensieri mediante una tecnica narrativa che favorisce l’immedesimazione e si avvale di continui flashback e scarti cronologici.
Privilegiando il tempo interiore rispetto a quello reale, molti eventi, anche importanti, trovano posto in un passato anteriore a quello del racconto, come fossero rievocati dai ricordi dei protagonisti, e non di rado vengono narrati in modo del tutto incidentale, come fossero fatti assolutamente marginali.

Questo contribuisce all’impressione che siano in realtà i personaggi stessi a muovere i fili della trama: la voce dell’autore si fonde con quella delle sue creature, che diventano esseri viventi a tutti gli effetti, capaci di soffrire, emozionarsi, prendere decisioni, pentirsi delle proprie azioni.
Ad ogni pagina la loro esistenza acquisisce sempre maggiore concretezza, il loro respiro, il loro calore umano sembrano quasi fisicamente percepibili. Uno dei maggiori meriti di Franzen è infatti sicuramente la sua capacità di creare personaggi fortissimi, credibili e convincenti, mossi da pulsioni e motivazioni del tutto reali con le quali, tutti i giorni oppure in qualche momento determinato della nostra vita, ci troviamo inevitabilmente a dover fare i conti.
E Franzen descrive queste emozioni con abilità ineguagliabile, tanto che ben presto non solo ci accorgiamo che ogni singolo personaggio racchiude anche un po’ di noi stessi, ma ci rendiamo anche conto dei meccanismi psicologici inconsci che stanno alla base delle nostre azioni e che sino a quel momento avevamo ignorato. Pagina dopo pagina, leggendo le peripezie dei protagonisti, non si può fare a meno di esclamare, con una punta di sconcerto e di entusiasmo insieme: “Ma è proprio così! E’ proprio quello che si prova!”

E questa autorivelazione coinvolge anche i personaggi che troviamo più insopportabili e che, tuttavia, alla fine siamo costretti nostro malgrado a riabilitare almeno in parte.
In effetti i protagonisti di Franzen sono così vivi e caratterizzati che o li si odia o li si ama. Per fermarci ai due principali, ho amato Walter e odiato Patty. Sin dall’inizio ho amato Walter per la sua estrema coerenza, per la sua integrità e il suo zelo onnidirezionale. Patty invece l’ho odiata per il suo infantilismo, i suoi tediosi piagnucolii, la sua debolezza, immaturità e acidità.
In questo senso Patty è un’evoluzione di Caroline, la moglie del Gary delle Correzioni il quale, diversamente da Walter, è un personaggio paranoico e depresso, portatore di una visione negativa e parziale della realtà. E, dato che nelle scene che lo riguardano, il punto di vista del racconto è sempre quello di Gary, ne deriva che anche la descrizione degli atteggiamenti della consorte potrebbe essere inficiata dalla sua mancanza di obiettività.

La depressione è comunque un tema molto presente anche in Libertà, sebbene in forma meno patologica e claustrofobica rispetto al romanzo precedente.
Infatti come ha affermato Franzen in un’intervistase sei un cittadino dell’Occidente ricco e prospero, in un mondo così travagliato sul piano ambientale e politico, dovresti essere davvero malato di mente per non essere ogni tanto un po’ depresso”.

Maggiore leggerezza non significa però minore impegno sociale e politico: ovunque nel testo l’autore coglie l’occasione per stimolarci alla riflessione sui macrotemi dell’attualità: politica, ecologia, sovrappopolazione, guerra, corruzione, moralità, autorealizzazione.

Particolarmente incisiva e insistente è l’idea secondo cui il più grande male del pianeta è costituito dall’eccessivo numero di persone che lo abitano. Tale convinzione anima Walter sin dai tempi del college e lo induce ad ingaggiare una vera e propria crociata contro la crescita demografica caldeggiata dai media tradizionali e dal papa, colpevole di spingere le coppie a procreare, causando inquinamento e distruggendo l’ambiente.
Per portare la propria battaglia all’attenzione dell’opinione pubblica, Walter fonda la Nature Conservancy, un’associazione ambientalista che si propone come atto simbolico la salvaguardia della dendroica cerulea, una specie ornitologica minacciata dalla deforestazione e dell’aumento esponenziale di gatti domestici, entrambi effetti del popolamento umano.
Si spiega così la misteriosa presenza, sulla copertina del libro, di un guardingo uccelletto azzurrino, che si staglia circospetto sullo sfondo di un paesaggio lacustre colto al tramonto. Si tratta proprio della dendroica, simbolo per eccellenza della libertà minacciata e alter ego dei singoli protagonisti e del genere umano in generale.

E così dalla prima all’ultima pagina tutti i personaggi sperimentano varie forme di libertà: la scelta di Patty di non lavorare e dedicarsi esclusivamente ai figli, il suo tradimento con il migliore amico del marito, la sua emancipazione dal lavoro e dalla famiglia di origine, il senso di liberazione offerto ai giovani dalla musica, l’allontanamento di Richard dai Berglund, la possibilità di Joey di decidere il proprio futuro, lo sfogo di Walter, la libertà del popolo iracheno rispetto agli Stati Uniti, l’America come paese della libertà per il padre di Walter, la separazione dei due coniugi, l’abbandono di Richard da parte di Patty…

Già nella prima parte del romanzo a Patty sorge il dubbio che sia stata proprio la sua assoluta libertà a condannarla all’infelicità. E in effetti, benché tutti i personaggi aspirino ad essere liberi, una volta ottenuto ciò che bramavano, provano solo una profonda delusione che alla fine li porta a redimersi e a tornare indietro sui propri passi.
Si fa dunque strada l’idea che la libertà non sia sempre e solo un bene: essere liberi significa anche avere il potere di sbagliare e autodistruggersi.
Dice ad un certo punto Walter: “Tutto gira intorno allo stesso problema, le libertà personali […]. La gente è venuta in questo paese per cercare soldi o libertà. Se non hai soldi, ti aggrappi ancora più rabbiosamente alle tue libertà. Anche se il fumo ti uccide, anche se non puoi permetterti di nutrire i tuoi figli, anche se i tuoi figli vengono ammazzati da un pazzo armato di fucile d’assalto. Sarai anche povero, ma l’unica cosa che nessuno ti potrà mai togliere è la libertà di sputtanarti la vita come ti pare e piace.”

Quello che Franzen vuole dirci, insomma, è che non sempre felicità fa rima con libertà, soprattutto in un’epoca storica in cui quest’ultima parola è stata strumentalizzata per raggiungere gli obiettivi più biechi e in cui la difesa della propria libertà personale è divenuta un’ossessione capace di farci perdere di vista gli altri valori della vita.

giovedì 13 giugno 2013

Remember Us. American Gigolo, Chronicle, Project X - Una festa che spacca

American Gigolo
di Paul Schrader
con Richard Gere, Lauren Hutton, Hector Elizondo
Drammatico, 117 min., USA, 1980
***

Non lo avevo ancora visto e devo dire che dallo sceneggiatore di Taxi Driver e Toro scatenato mi aspettavo qualcosa di più. Anni '80 a gogò, che vuol dire apertura con musica dei Blondie (onore a Moroder!), vestiti tono su tono, ville sulla spiaggia, droghe, sesso occasionale, i primi abbozzi di quelli che sarebbero diventati fitness e cura cosmetica del corpo ecc. Vale praticamente come documento sugli usi e i costumi del decennio. Ma la storia, che voleva essere esistenzialista (lo afferma lo stesso regista), è un po' deboluccia e come se non bastasse sfocia in un finale quasi imbarazzante (vorrebbe essere un tributo a Pickpocket di Bresson).

Project X - Una festa che spacca
di Nima Nourizadeh
con Thomas Mann, Oliver Cooper, Jonathan Daniel Brown
Commedia, 88 min., USA, 2012
**1/2

Lo dico? Lo dico, perchè fa figo. Mockumentary. Mockumentary che parla di ragazzi sfigati che possono usufruire di una casa vuota e allora decidono di organizzare una festa. Inizialmente nessun coetaneo la prende in considerazione ma poi la voce circola, le aspettative crescono e la festa si ingrossa sempre di più fino a sfuggire al controllo degli organizzatori... e delle forze dell'ordine. Film molto teen dove non mancano droga, tette, nerd e qualche simpatica trovata. Gradevole e, per il genere, ben girato.

Chronicle
di Josh Trank
con Dane DeHaan, Alex Russell, Michael B. Jordan
Fantascienza, 84 min., USA-UK, 2012
**

Altro mockumentary. Che si differenzia dal primo per due ragioni. La prima. Per il genere è girato maluccio, nel senso che non sempre i movimenti di macchina sono realistici (troviamo addirittura dei controcampi!). La seconda. L'opera cerca di proporre qualcosa di apparentemente nuovo ma non ci riesce. L'inizio è promettente: cosa farebbero tre ragazzi che scoprono di avere dei superpoteri? I primi comportamenti e le loro conseguenze sono interessanti. Ma poi tutto comincia a ruotare attorno alla massima "Da grandi poteri derivano grandi responsabilità" e il film scivola nella retorica appiattendosi al livello di un tradizionale/banale film di supereroi.

domenica 9 giugno 2013

Nuova recensione Cineland. Solo Dio perdona di N.W. Refn

Solo Dio perdona
di N.W. Refn
con Ryan Gosling, K.S. Thomas, V. Pansringarm
Thriller, Drammatico, 90 min., Francia, Danimarca, 2013

Giochi di ombre svelano e nascondono personaggi robotici. Essi incedono con passo mi(s)tico tra ambienti asettici, perfettamente studiati (Ozu). Le luci al neon esaltano la plasticità della mise en scène ed estetizzano la violenza. Troppi sentimenti, nessun sentimento. Duelli western (Colizzi, Leone, Corbucci) rivisitati alla luce della tradizione cinematografica orientale (Kurosawa, Miike).

Predominano rosso (sangue fresco) e nero (sangue rappreso), negli ambienti e sui corpi. Conflitto edipico, vendetta, redenzione, inerzia: esistenzialismo? Una porta che si apre sul buio, una mano che entra nel ventre squarciato della madre e nella vagina della compagna, moncherini, aste di ferro che inchiodano braccia e mani e bucano timpani e tagliano occhi. Esplosioni di violenza. Al ralenti. Poche battute (scontate). Momenti karaoke (assomigliano tanto a quelli di Blue Velvet, ma meglio metterlo tra parentesi). Bambina risparmiata. Dedica finale a Jodorovsky.

Voto: 2 1/2 su 5

(Film visionato il 6 giugno 2013)
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