mercoledì 25 settembre 2013

Nuova recensione Cineland. The Grandmaster di W. Kar-wai

The Grandmaster 
di Wong Kar-wai 
con Tony Leung, Zhang Ziyi, Cung Le 
Biografico, 123 min., Cina, Hong Kong, 2013 

La cifra stilistica di Wong Kar-wai è inconfondibile. Immagini leggermente rallentate costruiscono epiche scene di raccordo, una storia d’amore che non si risolve innerva la narrazione nobilitandola, la costruzione dell’inquadratura rasenta la perfezione. Grazie all'abilità del regista seguiamo qui la storia di Ip Man (interpretato da un bravissimo Tony Leung), primo maestro dell’arte marziale Wing Chun. Per intenderci, tra i suoi allievi figurava il giovanissimo Bruce Lee. Il film non segue però la formazione del suo più celebre allievo, quanto la vita travagliata del maestro, che fu al centro di una disputa per succedere al maestro Gong Baosen e protagonista di alterne fortune durante la guerra cino-giapponese che sconvolse il paese ad inizio Novecento. 

I giochi di luce, il turbinio controllato dei sentimenti (l’amore, la morte, la sconfitta) e l’aver scelto come coreografo dei combattimenti Yuen Wo Ping (che ricordiamo per Matrix e Kill Bill) determinano uno sviluppo della narrazione che è come una sinfonia. Similitudine avvalorata dal lirismo che il regista conferisce al cuore della propria opera ancora una volta grazie ad un brano indimenticabile. In In the Mood for Love era Yumeji's Theme, qui è lo Stabat Mater di Stefano Lentini. La musica rimane così nella nostra mente sottolineando i movimenti perfetti dei combattimenti che sembrano quasi balletti con il loro occupare gli spazi in maniera perfetta e il loro sfruttare fino in fondo gli elementi: l’acqua che cade dal cielo, la neve che copre la terra, il legno che riempie gli edifici. Wong Kar-wai ci insegna che l’individuo è al centro dello spazio e che nelle arti marziali si fonde col tutto, perché tutto sente (è l’avvertire lo spostamento d’aria di un pugno sull’abito che ti permette di parare il colpo). Così è anche l’amore. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 21 settembre 2013)

sabato 21 settembre 2013

Nuova recensione Cineland. Rush di Ron Howard

Rush 
di Ron Howard 
con Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino 
Drammatico/Biografico, 123 min., USA, GB, Germania, 2013 

Il film concentra l’attenzione sulla rivalità tra l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt, due piloti automobilistici agli antipodi. Il primo, soprannominato “computer” per la sua capacità di sentire ogni centimetro quadrato della monoposto, era razionale e determinato. Il secondo, playboy dedito all’alcol e alle droghe, molto più impulsivo ed emotivo. Furono i protagonisti di uno dei più avvincenti campionati mondiali di Formula 1 che si siano mai visti. La stagione 1976, che si era aperta con un netto predominio dell’austriaco, aveva infatti visto lo stesso essere protagonista di un incidente al Nurburgring che lo ridusse in fin di vita e che permise ad Hunt di recuperare terreno in classifica. Lauda si rimise in gioco a soli 42 giorni dall’incidente centrando un incredibile quarto posto. La stagione si decise all’ultimo Gran Premio, con colpo di scena

Ron Howard porta sullo schermo una sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Hereafter) che si concentra sull’amicizia umana e rivalità sportiva di due anime “dannate” e diametralmente opposte della storia della Formula 1. Ne esce un film che è puro intrattenimento, dove più di una battuta e inquadratura rimarcano la differenza tra il modo di vivere il mondo delle corse (che diventa metafora della visione della vita) di Lauda e quella del rivale di sempre nonché “amico ritrovato” Hunt. Ci si perde poco nei dettagli, preferendo ricostruire le battaglie in pista con gli effetti speciali e circondando i due protagonisti di personaggi un po’ troppo stereotipati. Ciò che preme a Howard e Morgan è mettere al centro dell’attenzione il rapporto tra i due protagonisti per la ricostruzione di un pathos che nel film, in ultima analisi, è ben presente e che la F1 contemporanea farebbe bene a ritrovare

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 16 settembre 2013 all’Electric Cinema di Portobello Road. Se siete amanti del cinema e vi capita di passare da Londra…)

mercoledì 4 settembre 2013

Remember Us. Possession, Il falò delle vanità, Ancora vivo, L'amore è una cosa meravigliosa...

Possession 
di Andrzej Zulawski 
con Isabelle Adjani, Sam Neill, Heinz Bennent 
Drammatico/Horror, 123 min., Francia/Germania Ovest, 1981 
*** ½ 

Per David Lynch il film “più completo degli ultimi trent’anni” (lo diceva al Festival di Venezia 2006). Può essere. Noi ci abbiamo visto una storia morbosa, malata, angosciante e angosciosa, tutto sommato completa. Certo, di difficile interpretazione. Ma il Male, spesso, non si comprende fino in fondo ed è forse per questo che è così affascinante.

Ancora vivo 
di Walter Hill 
con Bruce Willis, Bruce Dern, Christopher Walken, William Sanderson 
Noir/Gangster, 101 min., USA, 1996 
*** 

Film dall’eccezionale impatto visivo e dal buon impianto narrativo (supervisione di Kurosawa). Uno sconosciuto arriva in una città di confine tra Messico e Texas e lì viene conteso da due bande rivali a causa della sua eccezionale abilità nell’uso delle pistole. La cittadina, stritolata dalle due fazioni, lentamente si spopola e lo straniero John Smith (un buon Bruce Willis), che fa il doppio gioco, dovrà sfruttare al meglio le sue potenzialità di pistolero per sopravvivere. Crudo e spietato, il film si sviluppa così tra duelli all’ultima cartuccia che esaltano lo spettatore e gli fanno capire da dove vengono (forse) certe scene del recente Django di Tarantino.

Gli uccelli 
di Alfred Hitchcock 
con Tippi Hedren, Rod Taylor, Jessica Tandy 
Thriller, 120 min., USA, 1963 
*** 

La storia si capisce già dal titolo: gli uccelli attaccano gli uomini. Perché? Il mistero rimane. Hitchcock era maestro in questo e, detto sinceramente, solo lui avrebbe potuto fare un film di questo tipo evitando di dare vita ad una storia senza senso. E’ eccezionale, poi, pensare e leggere degli effetti speciali realizzati, delle decine e decine di uccelli ammaestrati, degli incidenti sul set causati dai volatili, spesso cattivi con gli attori. Forse è per questo che la paura sembra reale. Film aperto a mille interpretazioni (c’è in esso una strana magia alla quale si riesce difficilmente a dare un nome) che inizia però a risentire del passare del tempo.

Il falò delle vanità 
di Brian De Palma 
con Tom Hanks, Bruce Willis, Melanie Griffith 
Commedia/Drammatico, 126 min., USA, 1990 
** ½ 

La cifra stilistica dei film hollywoodiani di fine anni Ottanta inizio anni Novanta era il gusto per l’eccesso, che ora indichiamo usando senza remore la parola kitsch. Qui la storia, che vuole mettere a nudo le ipocrisie dell’alta società newyorkese (politica e economica), è resa con una recitazione mai doma, sempre sopra le righe (da parte di tutti gli attori), e con soluzioni registiche tanto geniali (come il bellissimo piano sequenza iniziale) quanto stucchevoli (la lettura del verdetto nel finale).

L’amore è una cosa meravigliosa 
di Henry King 
con William Holden, Jennifer Jones 
Romantico, 102 min., USA, 1955 
** 

Film sicuramente da vedere. Non tanto per la storia (anzi), quanto perché dimostra in modo eccellente cosa fosse Hollywood negli anni ’50. Qui abbiamo una dottoressa euroasiatica vedova (Jennifer Jones) che si dedica anima e corpo al lavoro in un ospedale di Hong Kong. Fino a quando incontra un corrispondente inglese (William Holden) di cui si innamorerà follemente. Come andrà a finire? Chi ha visto Come un uragano (di G.C. Wolfe, con Richard Gere e Diane Lane) se le può immaginare. Ci sono le scenografie a colori pastello, i dialoghi zuccherosi, la banalità dei sentimenti, la rimarcata superiorità degli "occidentali" sui popoli asiatici. Sotto sotto, però, nonostante la pochezza dell’intreccio, la storia funziona. Celebre la colonna sonora scritta da Webster e da Sammy Fain, poi ripresa da Sinatra e Nat King Cole.

L’amico di famiglia 
di Paolo Sorrentino 
con Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti 
Grottesco, 110 min., Italia, 2006 
** 

Terzo lungometraggio di P. Sorrentino che funge da preludio alle opere successive. C’è la maestria tecnica che sarà del Divo, lo scollamento tra scene della Grande bellezza, i dialoghi per frasi fatte di This Must Be the Place. Ne risulta un film a tratti eccessivo a tratti minimale perciò sempre troppo poco armonico ed omogeneo.

mercoledì 21 agosto 2013

Nuova recensione Cineland. Effetti collaterali di S. Soderbergh

Effetti collaterali 
di Steven Soderbergh 
con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum 
Thriller, 106 min., USA, 2013 

Il Dottor Banks (un ottimo Jude Law), psichiatra di successo, durante un turno in ospedale visita una paziente che ha tentato il suicidio schiantandosi con l’auto contro il muro del parcheggio di casa. Colpito dal gesto inconsueto e dalla giovane età della ragazza la invita a presentarsi nel suo studio, per individuare e contrastare le cause di un male oscuro che sembra non avere ragion d’essere. Emily (Rooney Mara), questo il nome della ragazza, è una giovane sposa che ha appena riabbracciato il marito, uscito di prigione dopo una reclusione per insider trading. Il Dottor Banks crede ciecamente negli antidepressivi, pertanto prescrive alla sua paziente medicine sempre più mirate. Emily si sente meglio, ritrova l’intesa con il marito e con la vita, ma uno di questi medicinali sembra provocare in lei qualche effetto collaterale di troppo. Come quello di uccidere il marito e di non ricordarsi più nulla. Subito il Dottor Banks viene messo sotto processo da corte e colleghi, fino a quando l’interessato penserà di essere stato incastrato e comincerà ad indagare. 

Soderbergh si riconferma un ottimo regista che riesce a mettere in scena trame profondamente radicate nella contemporaneità senza per questo tradire le movenze e le regole dei generi cinematografici tradizionali, in questo caso il thriller psicologico (alla Hitchcock, per intenderci). Qui la contemporaneità è rappresentata dal contesto in cui si sviluppa l’azione, ovvero gli USA che accusano il colpo della crisi economica (la moglie di Banks che non riesce a trovare lavoro, il marito di Emily incarcerato per truffa finanziaria) e il conseguente abuso di psicofarmaci nella popolazione. Su questo palcoscenico si consuma il fatto di sangue, determinato dalle storture di questa società incontrollabile perché perennemente “drogata”. Chi è il vero colpevole? La paziente o la medicina? Lineare nel suo sviluppo, non privo di colpi di scena, il film ci fornisce tutte le risposte arrivando ad una conclusione che non ci spiazza ma ci soddisfa (anche se un po’ ci ricorda Schegge di paura). 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 9 agosto 2013)

domenica 18 agosto 2013

Nuova recensione Cineland. Pacific Rim di G. del Toro

Pacific Rim 
di Guillermo del Toro 
con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi 
Fantascienza, 113 min., USA, 2013 

Mostri alieni aprono un varco interdimensionale sul fondo dell’oceano Pacifico e da lì emergono per conquistare la Terra. La guerra è senza esclusione di colpi, milioni i morti. Di fronte all’emergenza, gli Stati del pianeta si coalizzano per contrastare la minaccia una volta per tutte. Per questo viene varato il progetto Pacific Rim che prevede la costruzione di enormi robottoni, gli Jaeger, controllati simultaneamente da due piloti le cui menti sono collegate da una rete neurale. 

Va dato atto a Travis Beacham, sceneggiatore, di aver saputo attualizzare sapientemente la tradizione dei film di Kaiju (Godzilla, per intenderci) per farne qualcosa che potesse permettere agli effetti speciali di mostrare tutte le loro potenzialità. Ed effettivamente questi impreziosiscono notevolmente la narrazione, per una miscela d’azione e avventura che supera di gran lunga quella dei capitoli di Transformers. Peccato che l’entusiasmo per le idee di Beacham si sia declinato esclusivamente in una buona narrazione dei combattimenti tra Jaeger e Kaiju, lasciando spazi narrativi colmati con troppa superficialità: dialoghi abbozzati, storia d’amore stiracchiata, momenti comici fuori luogo, carrettate di stereotipi (su tutti i russi, coi capelli ossigenati come l’Ivan Drago di Rocky). 

Il film procede così proprio come un robottone, bello a vedersi ma privo d’anima

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 31 luglio 2013)

venerdì 16 agosto 2013

Trilogia di New York di Paul Auster. Recensione



Tre storie misteriose, tre casi da risolvere animano i racconti di Paul Auster che costituiscono la Trilogia di New York, ambientata in una metropoli allucinata e surreale, in cui i contorni delle cose si sfumano sino a confondersi completamente. In questa città caotica e disordinata non c’è più spazio per l’individualità: tutto è omologato e uguale a se stesso, rispondente a leggi esterne che sfuggono alla comprensione umana e si ripetono all’infinito.  
È quanto accade ai protagonisti di Auster, tre giovani uomini privi di identità che, per lavoro o per caso, diventano detective, trovandosi invischiati in situazioni complesse ed oscure, finendo per diventare loro stessi oggetto della loro estenuante ricerca.

Il primo è Daniel Quinn, protagonista di Città di Vetro, primo racconto della serie, uno scrittore di gialli che viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata inaspettata. All’altro capo del filo una voce femminile, che chiede insistentemente di parlare con un certo Paul Auster, sconosciuto investigatore privato (e qui la fiction comincia ad intrecciarsi con il piano del reale). La scena si ripete per varie notti, fino a quando Quinn, ormai rapito dalla curiosità, dichiara di essere lui stesso Paul Auster. Sotto queste mentite spoglie si reca all’appuntamento con la donna, venendo pian piano travolto da una fitta trama di rapporti famigliari, paure ossessive, crimini e follie.

Il protagonista della seconda storia, intitolata Fantasmi, è invece un detective di professione chiamato Blue, assoldato dal suo capo White per pedinare giorno e notte un uomo di nome Black, il quale passa le giornate chiuso nella sua camera a leggere e scrivere su un taccuino rosso. I due uomini trascorrono mesi e mesi svolgendo sempre le stesse occupazioni, fino a quando a Blue nasce il sospetto di essere lui il vero sorvegliato.

Nel terzo e ultimo elemento della trilogia, Una stanza chiusa, il protagonista viene contattato dalla moglie di un suo vecchio amico, Fanshawe, scomparso misteriosamente, affinchè decida cosa fare della monumentale opera letteraria che lui ha lasciato inedita. Leggendo gli scritti, il protagonista si immedesima a tal punto nella vita dell’amico, da sposarne la vedova e prenderne a tutti gli effetti il posto, fino a quando riceve da Fanshawe un’inaspettata lettera che lo spinge ad intraprendere una ricerca tanto ossessiva quanto irrazionale.

Pubblicati tra il 1985 e il 1987 e raccolti da Einaudi in un solo volume, i tre racconti narrano le vicende di altrettanti uomini che si muovono come fantocci comandati da oscuri burattinai, che ne dominano la volontà e li spingono alla deriva delle loro esistenze, verso una totale autodistruzione.
Nella New York di Auster, vero e proprio non luogo, non c’è spazio per l’individualità: le particolarità umane si uniformano e si appiattiscono su un piano di impersonalità e conformismo, dove tutto è confuso e uguale a se stesso.
In balia dei propri fantasmi, ognuno dei protagonisti finirà per perdersi nei meandri delle proprie visionarie ossessioni, diventando vittima di un capovolgimento di ruoli, in un labirintico gioco di rimandi e autocitazioni capace di svelare, alla fine, che i tre racconti sono in realtà un unico romanzo, tre diversi stadi di autocoscienza del narratore.

Paul Auster è abile nel creare intrecci complessi, fuorviando continuamente il lettore e negandogli ogni soddisfazione letteraria: il linguaggio è sempre volutamente asciutto e stereotipato, privo di metafore e figure retoriche, ricondotto unicamente a ciò che accade.
La necessità di attenersi ai fatti, prima regola del detective tradizionale, qui viene esasperata diventando un esercizio di stile fine a se stesso, in cui le parole coincidono con i fatti e vengono perciò spogliate di ogni velleità letteraria.
Del resto neppure la mera trasposizione dei fatti può ritenersi esaustiva e veritiera: gli antieroi di Auster non sono personaggi autorevoli, ma sono piuttosto preda di allucinazioni, alcolismo, manie persecutorie e depressive. Lo stesso scrittore all’inizio del primo racconto ammicca al pubblico inserendo nella storia il suo vero nome, rimarcando in tal modo la convenzione della finzione letteraria e invitandoci a non credere mai totalmente a quello che leggiamo.

Sarebbe quindi un grossolano errore etichettare i racconti di Auster come detective stories o, perlomeno, essi non lo sono nel senso tradizionale della definizione.
A differenza del giallo classico, infatti, qui manca del tutto l’oggettività della narrazione e, anche per questo, non riusciamo ad identificarci nelle vicende che abbiamo davanti, ma ne siamo continuamente distolti da lunghe parentesi introspettive e digressioni deliranti.

Questo escamotage è piuttosto efficace per restituirci l’immagine di una realtà spezzettata e frammentaria, in cui la ricerca della verità non approda mai a nulla e il lavoro dell’investigatore è destinato a fallire.
Tuttavia, sebbene sia un procedimento giustificato, l’inserimento nel testo di lunghe pause narrative finisce per appesantire notevolmente il racconto, spezzando il ritmo della narrazione e rendendo la lettura lenta, a tratti faticosa.
Si pensi al primo elemento della serie, Città di Vetro, il cui inizio è brillante ed entusiasmante, degno della migliore Agatha Christie, capace di catturare completamente l’attenzione del lettore e di trasportarlo direttamente nella storia.
Dopo le prime pagine però, il nostro interesse scema mentre, assieme al protagonista Quinn, cominciamo a scoprire la trama che costituisce il motore della vicenda: uno strambo giovane di nome Peter Stillmann, pallido e vestito completamente di bianco, dai capelli biondo candidi quasi albini, i movimenti meccanici da automa, il linguaggio disarticolato e artificioso, teme per la sua incolumità a causa della recente scarcerazione del padre, un anziano scienziato che, poco dopo la sua nascita, aveva tenuto il figlio segregato per anni in uno sgabuzzino con l’intenzione di scoprire quale fosse la lingua primigenia.

I temi eccentrici sono spesso il pretesto per lunghi approfondimenti didascalici di storia, religione, astronomia, musica. Si va dal resoconto di tutti gli studiosi e filosofi che nel passato hanno tentato esperimenti per scoprire quale fosse la lingua prima e originaria, alle credenze superstiziose che animavano i primi esploratori del Nuovo Mondo, dall’esame della Caduta terrestre e del racconto babelico, all’analisi del Don Chisciotte di Cervantes in chiave metafisica.

Comunque in nessuno dei racconti approdiamo ad una risoluzione del caso: tutto rimane incerto e inspiegabile perché, in un mondo determinato dal caso, non può esserci alcuna soluzione logica e anche le apparenti “prove” dell’investigation tradizionale ormai non rimandano più a nulla al di fuori di loro stesse.

Quello che rimane insomma è una contorsionistica riflessione sul rapporto tra scrittore-lettore e sulle possibilità del romanzo, infinite come i piani della realtà e le interpretazioni che se ne possono dare.

venerdì 2 agosto 2013

Nuova recensione Cineland. Vogliamo vivere! di E. Lubitsch

Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be 
di Ernst Lubitsch 
con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack, Felix Bressart 
Commedia, 99 min., USA, 1942 

Nell'ufficio di Billy Wilder campeggiava la scritta "How would Lubitsch have done it?". Ecco, se non sapete chi sono Wilder e Lubitsch, o se non avete mai visto almeno un loro film, allora c'è un problema. Un grossissimo problema. Perché il primo era bravissimo e si ispirava al secondo, che era un genio. Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be ne è la prova. 

La pellicola è talmente coinvolgente che sembra di entrare in un'altra dimensione, dove diventiamo quasi parte integrante della compagnia di attori polacchi capeggiata da Maria e Josef Tura (gli straordinari Benny e Lombard) che si rende protagonista delle più spassose peripezie che si siano mai viste al cinema. Qui, è bene puntualizzare, non si parla di battute che strappano becere risate, ma di vere e proprie situazioni comiche perfettamente studiate e calibrate che si risolvono in uno spasso crescente. Un divertimento puro che il cinema contemporaneo non è più capace di creare. Se poi si pensa che l'azione si svolge durante l'occupazione nazista della Polonia (l'opera è del 1942!) e che gli attori cercano di salvare le proprie vite "recitando", allora si intuisce che il film è doppiamente grande, perché riesce a parlare in modo tangenziale (e dunque ancora più efficace) del valore salvifico dell'arte. 

Da mirare e rimirare

Voto: 5 su 5 

(Film visionato il 30 luglio 2013) 
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