mercoledì 23 novembre 2011

Remember Us: Hardcore, Il petroliere, I giorni del cielo e I figli degli uomini.


È tempo di inaugurare un nuovo appuntamento in questo fantastico Blog, che sta assumendo un taglio sempre più cinematografico. E infatti eccovi una sezione fresca fresca interamente dedicata
NON alle pellicole recentemente uscite al cinema (per questo ci sono le recensioni postate e poi raccolte nella pagina Cineland),
NON ai film noleggiabili in DVD (ricordate i post intitolati “Novità da Blockbuster”?),

bensì ai film pescati da un passato più o meno recente.

Per questo la sezione si chiamerà Remember Us. Di seguito il primo gruppo di film, con votazione rigorosamente in stelline (la massima votazione raggiungibile è *****).

Il petroliere
di Paul Thomas Anderson
con Daniel Day-Lewis, Paul Dano, Kevin J. O’Connor
Drammatico, 159 min., USA, 2007
****

Il titolo italiano non riesce a ricreare l’atmosfera del titolo originale: There Will Be Blood. All’inizio del Novecento Daniel Plainview, tra sacrifici e disgrazie, diventa un magnate del petrolio. Chi lo interpreta, ovvero Daniel Day-Lewis, è immenso e l’atmosfera ricreata è degna dei kolossal che hanno fatto la storia del cinema. Consigliato a chi vuol capire dove affonda le radici il capitalismo “made in USA”.

I giorni del cielo
di Terrence Malick
con Richard Gere, Brooke Adams, Sam Shepard
Drammatico, 95 min., Usa, 1978
***½

Il film si apre con una sublime partitura di Ennio Morricone e si dipana tra una storia d’amore maledetta in una piantagione texana e le sublimi inquadrature della natura in cui si sviluppa. Il film diventa così il perfetto trait d’union tra La rabbia giovane (v. la storia d’amore) e La sottile linea rossa (v. le inquadrature). La bellezza risiede nelle piccole cose.

I figli degli uomini
di Alfonso Cuaròn
con Clive Owen, Julianne Moore, Michael Caine
Thriller, 109 min., GB-Usa, 2006
***

2027. In una Londra apocalittica Theo (Clive Owen), ex militante dissidente, deve salvare una giovane africana portandola in un sito protetto nelle Azzorre. Sulla terra, infatti, non nascono più bambini da ben diciotto anni e la ragazza è miracolosamente incinta. Alfonso Cuaròn dirige un film d’inseguimento iperrealista in cui il pathos non manca. Spicca la recitazione di un Clive Owen bravo e credibile.


Hardcore
di Paul Schrader
con George C. Scott, Peter Boyle, Season Hubley
Drammatico, 108 min., USA, 1978
***

Jake Van Dorn, piccolo impresario che abita in una comunità religiosa, assolda un detective per ritrovare la figlia minorenne scomparsa. Quando quest’ultimo ritrova il film porno in cui recita la ragazza, il padre decide di proseguire le ricerche da solo. L’atmosfera è quella di Taxi Driver (di cui Schrader è stato sceneggiatore), similare “la discesa all’inferno”. Ottimo Scott, padre sofferente che all’occorrenza trova la forza di reagire e di farsi valere.

venerdì 11 novembre 2011

Nuova recensione Cineland. Una separazione di A. Farhadi

Una separazione
di Asghar Farhadi
con Babak Karimi, Leila Hatami, Merila Zarei, Peyman Moaadi, Sareh Bayat
Drammatico, 123 min., Iran, 2011

Vincitore dell’Orso d’oro e dei riconoscimenti riservati agli attori protagonisti e a tutto il cast (non era mai successo), Una separazione è il film che ha dominato l’ultimo Festival di Berlino.

Con quest’opera Asghar Farhadi rappresenta la condizione della società iraniana: i vincoli famigliari, la presenza (o meglio, l’ingerenza) della religione, la condizione delle donne, l’opprimente (onni)presenza dello stato. Per tutte queste tematiche si potrebbe parlare di una sorta di “nuovo realismo” iraniano, al fine di indicare un modo di fare cinema che punta tutto sulla  capacità di rendere ancora più labili i confini tra realtà e fiction.

In Una separazione c’è, infatti, una finzione densa di realtà che tradisce un meccanismo per il quale la seconda si confonde nella prima. E così gli attori sembrano interpretare persone più che verosimili e l’intero contesto sembra corrispondere al più meticoloso identikit della società iraniana, carica di costrizioni e contraddizioni. Dunque, senza mai tradire una sola denuncia esplicita, il film si trincera dietro l’infallibilità della ricostruzione di una situazione possibile: le sequenze sono scandite da porte aperte o chiuse, da scorci di stanze o da finestre in cui spesso appare un terzo personaggio che ascolta in silenzio due dialoganti e funge da alter ego dello spettatore.

Noi ci sentiamo allo stesso tempo sodali e giudici ma non di un aspetto della vicenda, bensì dell’intera storia. Una badante ha avuto un grave incidente durante un diverbio con il datore di lavoro. Ogni personaggio offre la propria versione dei fatti, facendo emergere questioni problematiche: la disoccupazione, le leggi sul lavoro, il sistema giudiziario. Avremo il coraggio di giudicare o di parteggiare per una delle due fazioni coinvolte?

Nelle lunghe sequenze di dialoghi la tensione è altissima (c’è chi ha parlato di thriller) e finalmente, dopo tanto tempo, rimaniamo incollati allo schermo per sapere come andrà a finire.

Voto: 4½/5

(Film visionato il 5 novembre 2011)

mercoledì 9 novembre 2011

E' uscito il primo disco solista di David Lynch


Da ieri è disponibile Crazy Clown Time, il primo album solista dell'eclettico David Lynch, composto da 14 brani a metà strada tra l'elettronica e il blues-rock.

"Se pensate che i film di Lynch siano strani, aspettate di sentirlo cantare". Con queste parole il giornalista del Guardian Xan Brooks aveva presentato il disco qualche giorno fa e in effetti aveva ragione. Crazy Clown Time è un disco surreale, un disco che non ti aspetti, proprio come il suo autore. Ci sono ballate romantiche come Football Game, misteriose e terribili canzoni d’amore come Noah’s Ark, psicodrammi all’organo come I Know, brani ipnotici e martellanti come l'iniziale Pimkie's Dream, dove l'elemento vocale è lasciato a Karen O delle Yeah Yeah Yeah's.

Da notare anche il brano allucinato che dà il titolo all'album, il cui testo parla di una festa sul prato osservata attraverso lo sguardo distorto di un bambino, o la robotica Strange and Unproductive Thinking, in cui Lynch si apre all'influenza dalla meditazione trascendentale, che pratica ormai da molto tempo. (Si pensi che è addirittura presidente di una fondazione per la diffusione della pratica della meditazione.)

Del resto l'attenzione di Lynch per l'universo sonoro non è certo una novità, dato che già dal 1986 collabora con il compositore Angelo Badalamenti nella scrittura delle colonne sonore dei suoi film e serie tv (Twin Peaks). In particolare la colonna sonora di Inland Empire comprende due canzoni cantate da lui stesso.

Nel 2009, poi, Lynch aveva partecipato al disco-progetto Dark Night of the Soul di Danger Mouse e di Mark Linkous registrando due canzoni, Star Eyes e Dark night of the Soul.




martedì 1 novembre 2011

Nuova recensione Cineland. Faust di A. Sokurov

Faust
di Aleksandr Sokurov
con Johannes Zeiler, Stefan Weber, Anton Adasinsky, Hanna Schygulla, Isolda Dychauk, Georg Friedrich
Drammatico, 134 min., Russia, 2010

Non c’è altro modo di iniziare a parlare del Faust di Aleksandr Sokurov se non quello di mettere subito in chiaro una cosa: è riduttivo parlare di film perché siamo di fronte ad un’opera d’arte. Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia il lavoro sintetizza cultura e maestria tecnica, per un risultato che ci fa tornare alla mente vette della cinematografia mondiale quali Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957) e Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979).

Lontano dalla spiritualità del Faust di Goethe, quello delineato da Sokurov è un protagonista sì pieno di conoscenza ma profondamente legato alla dimensione terrena, caratterizzata dalla voglia di soddisfare gli istinti primari della fame e del sesso. Come lui anche Mauricius è un Mefistofele molto terreno, asessuato, dal ventre flaccido e l’aspetto ripugnante, che fa l’usuraio e non si cura né dei sentimenti né della cultura. Il mondo in cui i due si muovono è corrotto dalla violenza e dalla miseria, permeato da odori di cadaveri, sporcizia e flatulenze.

Per la precisione l’azione si svolge all’inizio dell’Ottocento in un villaggio dell’Europa centrale (Germania?), in cui abitazioni e locande sono state arredate facendo attenzione anche ai minimi particolari. L’operazione di meticolosa ricostruzione degli ambienti si lega anche alla volontà di recuperare le atmosfere e lo spirito popolare originario della leggenda del Faust che, nata da una figura di alchimista forse realmente esistito, si era diffusa in Germania attraverso i Volksbuch (libri del popolo) a partire dalla fine del XVI secolo e fu tradotta in rappresentazioni comico-farsesche da compagnie popolari e di marionette (Goethe era entrato in contatto con l’opera di Marlowe proprio grazie a queste ultime).

La meticolosità di Sokurov si manifesta, pertanto, sia nella recitazione degli attori, che potrebbe essere a tratti ricondotta a quella dei guitti e dei giullari medievali, che nello spirito grottesco e alchemico della tradizione popolare tedesca. Non c’è allora da stupirsi dei molteplici riferimenti dotti riguardanti la cultura del periodo disseminati in tutta l’opera: una dissertazione sulle piante del bosco porta Faust a far notare a Margarete la mandragola (che sappiamo essere pianta dall’essenza afrodisiaca o all’occorrenza mortale); Wagner, allievo ormai folle di Faust, porta con se un homunculus. Come i riferimenti alla cultura del tempo non si esauriscono di certo in questi due esempi, anche i nessi con una certa tradizione cinematografica sono molteplici e rilevanti.

Se l’atmosfera e i temi trattati rimandano, come anticipato, al Settimo sigillo di Ingmar Bergman, la struttura dell’opera e l’impianto narrativo richiamano invece il cinema di Andrej Tarkovskij. Non a caso l’acqua e la terra, due dei cinque elementi prepotentemente presenti nella seconda parte del film, sono proprio rimandi a Stalker e Nostalghia (1983). Sokurov è dunque riuscito nel difficilissimo proponimento di reinterpretare visivamente la complessità dell’opera goethiana, anche attraverso l’uso “pittorico” di lenti speciali (molte scene ricordano quelle dei dipinti di Hieronymus Bosch).

Come ha dichiarato il regista stesso:
«Abbiamo usato strumenti ottici di grandi dimensioni e lenti speciali originali, realizzate in Russia, che il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ha usato per la prima volta. L’ispirazione viene dalla pittura europea dei primi decenni dell’Ottocento, soprattutto quella tedesca. I colori, i volti dei personaggi, l’immagine della città e i dettagli della vita quotidiana si riferiscono a quel tipo di iconografia ottocentesca. Per riprodurne l’atmosfera abbiamo cercato oggetti d’epoca in Austria, in Germania, in tutta Europa, ricostruendo esattamente dettagli anche minuti della vita quotidiana, come i vestiti, i cuscini, le lenzuola, le tazze e il cibo. I cavalli che si vedono nel film sono frisoni, la razza equina più antica, di cui ormai sopravvivono solo sessanta esemplari nel mondo. Partivamo dal presupposto che l’uomo è una razza in evoluzione ed è molto importante avere memoria del nostro passato. Uno dei compiti principali del cinema è far rinascere il tempo, con tutti i suoi particolari».

Avevamo il timore che dopo la morte di Bergman un certo tipo di cinema (ricercato, erudito, ineccepibile) fosse andato perduto. Con quest’opera Sokurov lo ha salvato.

(Film visionato il 30 ottobre 2011)
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