Cineland (visti e recensiti per voi)

Raccolta delle recensioni dei film che ho visionato personalmente al cinema. Non sono dunque presenti recensioni riguardanti film che non ho avuto il piacere di vedere. Si aggiudica una votazione di 5/5 un film capolavoro.


Blade Runner 2049 
di Denis Villeneuve 
con Ryan Gosling, Harrison Ford, Ana de Armas, Jared Leto, Robin Wright 
Fantascienza, 163 min., USA, 2017 

Se fosse videoarte sarebbe un’opera davvero notevole (ricordo in questo senso, tra le ultime, The Neon Demon di N.W.Refn). Il film di Denis Villeneuve è un compendio di immagini studiate, calibrate, tecnicamente ineccepibili. Peccato però che a questa precisione formale, raggiunta comunque grazie al massiccio uso di computer grafica, non corrisponda una storia dello stesso livello. L’indiscutibilmente buona performance degli attori messi in campo viene smorzata da una trama che poggia troppo sul già visto (un esempio immediato: Her di Spike Jonze). Ne esce un’opera fin troppo compassata, che non ha mai il coraggio di lasciarsi alle spalle, quasi per una sorta di timore reverenziale, il capitolo precedente. Con l’aggravante che quando abbiamo finito di far sedimentare la visione ci accorgiamo di non portare con noi né una scena né un dialogo davvero memorabile. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 7 ottobre 2017) 



L’inganno (The Beguiled) 
di Sofia Coppola 
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning 
Drammatico, 94 min., USA, 2017 

Corsi e ricorsi storici. Ieri andavamo a vedere al cinema The Tree of Life e sentivamo dire dai presenti che il film di Malick era “uno scandalo” e che se avessero voluto vedere un documentario sarebbero “rimasti a casa davanti a Sky”. Oggi andiamo a vedere l’ultima opera di Sofia Coppola e sentiamo dire che è noiosa, lenta, che la sera “è buttata, sarebbe stato meglio fare altro”. A dirlo è stato un gruppo di donne tra i quaranta e i cinquanta, che evidentemente non si sono accorte della precisione della regia, della bellezza dei costumi, della sobrietà della narrazione e, soprattutto, della magnifica recitazione corale di un gruppo di attrici di diverse età capaci di dare spessore a figure femminili tanto delicate quanto “moderne” nella loro astuzia. Farrell, che interpreta un caporale nordista ferito, si ritrova a fare da comprimario utile solo a far scaturire dall’eterogeneo gruppo di donne una tensione erotica che è il vero motore della narrazione. 

Voto: 4 su 5 

(Film visonato il 26 settembre 2017)




Dunkirk 
di Christopher Nolan 
con Fionn Whitehead, Tom Glynn-Carney, Harry Styles, Aneurin Barnard 
Drammatico/Guerra/Storico, 106 min., USA/UK/Francia, 2017


Un’azione che si svolge tra aria, acqua e terra. Al fuoco ci pensano le bombe degli aerei tedeschi. Sono tre le storie, e altrettanti gli archi temporali, che si intersecano per raccontare la grande ritirata dell’esercito inglese dalla Francia. Ne esce una storia di eroismo nella resa, che funziona quando punta tutto sull’azione: proprio in questi momenti si delinea infatti un’interessante, nuova e profonda riflessione sulla sopravvivenza. La tensione scema invece quando la narrazione lascia spazio ad isolate frasi ad effetto (ovviamente concentrate nel finale) e a colpi di scena evitabili. Detto questo, il vero merito di Nolan è quello di aver realizzato un ottimo film d’azione che non è un remake e non ha supereroi, da vedere obbligatoriamente sul grande schermo. 

Voto: 4 su 5 

(Film visonato il 31 agosto 2017)




Elle 
di Paul Verhoeven 
con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling 
Thriller, 130 min., Francia 2016 

Più thriller che film drammatico. La messa in scena, la tensione, lo svolgimento della trama ricordano certe pellicole di fine anni ottanta/inizio anni novanta, dove la dimensione tragica veniva attenuata da un certo gusto degli sceneggiatori e del regista per il grottesco. Questa è la cifra stilistica di Elle, in cui lo stupro dell’inizio non è il fil rouge di tutto il film bensì l’elemento catalizzatore dell’azione, in cui la vittima (la bravissima Isabelle Huppert) mette a nudo un’anaffettività che assurge a paradigma e specchio dei tempi. Se a ciò aggiungiamo le strambe dinamiche di coppia, il vicino di casa stupratore (è lui, lo intuiamo da subito) e il figlio che non si accorge di essere diventato padre di un bambino con colore della pelle diverso dal suo, capiamo di essere davanti ad un film talmente sui generis da poter essere gustato proprio per la sua imprevedibile prevedibilità. Oltre a questo, riesce a tenerci incollati allo schermo per due ore e dieci. Qualche merito bisognerà pur riconoscerglielo. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato l’8 aprile 2017)


Manchester by the Sea 
di Kenneth Lonergan 
con Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler 
Drammatico, 135 min., USA, 2016 

Seconda opera più interessante della stagione dietro La La Land. Forse non riuscirà a strappare a quest’ultima gli Oscar per il miglior film e la migliore regia, ma non sarà uno scandalo se dovesse vincere le categorie per il migliore attore protagonista e la miglior sceneggiatura originale. Casey Affleck dà infatti spessore ad un personaggio complesso attraverso un’interpretazione intensa (sicuramente ancora più incisiva in lingua originale) e difficilmente dimenticabile, supportato dagli altrettanto bravi Lucas Hedges e Michelle Williams, che non a caso sono in corsa per i premi di miglior attori non protagonisti. A ciò si aggiunge una storia che risulta difficile definire di fiction, essendo composta da una narrazione principale  inframmezzata da flashback tanto efficace da sembrare desunta da fatti realmente accaduti. Ci sono tornate in mente le opere di Alexander Payne (Nebraska, Paradiso Amaro) e di Richard Linklater (Boyhood). E, proprio come nei film di questi due registi, paesi e paesaggi della “periferia” statunitense si elevano a coprotagonisti della vicenda. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 18 febbraio 2017)


La battaglia di Hacksaw Ridge 
di Mel Gibson 
con Andrew Garfield, Vince Vaughn, Sam Wortinghton, Teresa Palmer 
Biografico/Guerra, 139 min., USA, 2016 

Spinti al cinema dalle sei candidature (principali) agli Oscar e dalle buone recensioni, ci siamo dovuti ricredere quasi subito. Prima interminabile parte votata all’idillio: religione e buoni sentimenti. Nella seconda parte l’idillio si rompe (ovvio) causa guerra. Ma il protagonista è puro, integerrimo, e anche nell’inferno del conflitto contro i giapponesi preferisce non sparare un colpo. Un braveheart a dodici anni di distanza interpretato da un asettico Garfield che si muove in sfondi e scene di guerra desolatamente realizzati in computer grafica e che comunica con dialoghi tanto didascalici quanto retorici. Rimane la storia, bella e vera, che avrebbe meritato una messa in scena migliore. Non bastano le interviste finali ai reali protagonisti della vicenda per risollevare la baracca. 

Voto: 2 su 5 

(Film visonato il 13 febbraio 2017) 



La La Land 
di Damien Chazelle 
con Ryan Gosling, Emma Stone, J.K. Simmons 
Commedia musicale, 126 min., USA, 2016 

Una macchina perfetta. Questa è, riassumendo, l’ultima opera di Damien Chazelle, che mette in immagini la Vita che scorre a ritmo di musica. È il jazz, nello specifico, la cifra stilistica del regista. Così era in Whiplash (2014), il suo esordio, storia di un’ossessione perseguita a scapito degli affetti. La La Land prosegue su questa strada, ma lo fa in modo più maturo. La tecnica registica non tradisce insicurezze, la sceneggiatura non ha cedimenti, la fotografia è impeccabilmente legata al contesto (Los Angeles diurna e notturna) e i due protagonisti sono perfetti e nella parte. Non stupisce dunque che l’opera abbia messo d’accordo pubblico e critica, con pieno di nomination (meritate) agli Oscar. E i difetti? Dipendono dalla nostra personale sensibilità. 

Voto: 5 su 5 

(Film visonato il 4 febbraio 2017)


Silence 
di Martin Scorsese 
con Andrew Garfield, Liam Neeson, Adam Driver, Issei Ogata, Yoshi Oida 
Drammatico, Storico, 161 min., USA, Taiwan, Messico, Italia, UK, Giappone, 2016 

Film sulla religione, film storico o entrambe le cose? Questa è la domanda che ci poniamo dopo aver visto l’ultima opera di Scorsese, tratta dal romanzo di Shusako Endo. La risposta è difficile da trovare. Da una parte abbiamo la ricostruzione dei luoghi e delle atmosfere del Giappone d’inizio XVII secolo, quando i gesuiti portoghesi cercavano di diffondere la religione cristiana in una cultura troppo diversa da quello europea. Dall’altra i dilemmi religiosi di un padre gesuita che cerca di avvicinarsi a Dio attraverso le vicissitudini affrontate in un impossibile percorso di evangelizzazione. È questa parte più intimista a soffrire maggiormente lo stile di Scorsese. I volti di Cristo riflessi su specchi d’acqua o assi di legno, i monologhi interiori e i dialoghi sulla fede purtroppo non sono così incisivi, per efficacia e puntualità filologica, come le scenografie (nonostante l’ormai  costante utilizzo della computer grafica), gli abiti, la costruzione delle immagini, certe atmosfere create. Se di religione si parla, il regista ne indaga la dimensione più terrena, riflettendo sulle conseguenze storiche e sociali della religione, in un preciso luogo e in un dato momento storico. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visonato il 14 gennaio 2017)


È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde) 
di Xavier Dolan 
con Nathalie Baye, Vincent Cassel, Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Marion Cotillard 
Drammatico, 95 min., Canada, Francia, 2016 

Eravamo rimasti colpiti da Mommy, nonostante qualche stonatura tecnica e narrativa dovuta alla foga giovanile del regista. Speravamo in un’opera successiva più matura, misurata, da divorare dall’inizio alla fine. Del resto le premesse c’erano tutte: cast stellare, regista osannato da critica e pubblico, storia tratta da una pièce teatrale. E invece… Invece con questa sua ultima opera Dolan mostra tutta la sua immaturità, confinando la storia in poche stanze, indugiando allo sfinimento sui volti, rallentando o velocizzando le immagini senza motivo, utilizzando una colonna sonora più trash che nostalgica (Dragostea Din Tei di Haiducii su tutti, poi Blink 182 e Moby). Più in generale mettendo in scena una storia senza capo né coda dove nulla si tiene e i rapporti tra i personaggi si dimostrano flebili e nebulosi. E poi tutto è troppo urlato, troppo immotivatamente agitato, prolisso, calcato e allo stesso tempo desolatamente superficiale. Compreso il finale. Speriamo sia solo un incidente di percorso. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato domenica 11 dicembre 2016)


Animali notturni (Nocturnal Animals) 
di Tom Ford 
con Amy Adams, Jake Gyllenhall, Michael Shannon, Isla Fisher 
Thriller, 115 min., USA, 2016 

Cinema e letteratura si intersecano dimostrando ancora una volta tutte le potenzialità del loro legame. Il film è basato sul romanzo Tony e Susan di Austin Wright e infatti la storia non ha cedimenti, tenendoci sulle spine dall’inizio alla fine. Susan Morrow, artista e proprietaria di una galleria d’arte, comincia a leggere la bozza di manoscritto che le ha recapitato e dedicato l’ex marito Edward. L’opera la strega, la avviluppa, ed il coinvolgimento prende forma sotto i suoi e i nostri occhi. Ciò che ne scaturisce è una grande e perfetta metafora, ricca di significati e rimandi, che ci ha fatto tornare la voglia (sempre più fioca) di tornare al cinema. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 24 novembre 2016)




Un padre, una figlia 
di Cristian Mungiu 
con Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Lia Bugnar, Malina Manovici 
Drammatico, 128 min., Romania, Francia, Belgio, 2016 

Un padre istruito, realista, pronto a tutto per dare alla figlia un futuro migliore. Una madre depressa che sconta le scelte di gioventù. Una ragazza che deve decidere cosa fare del suo futuro, se rimanere in Romania o se emigrare in Gran Bretagna (ça va sans dire). Ma anche un ufficiale di polizia intrallazzone, un politico corrotto, un’amante e un fidanzato. Sono questi personaggi che muovono la grande metafora sulla Romania di oggi, paradigma delle problematiche politiche e sociali degli stati dell’Europa del sud. È questa la forza dell’opera di Mungiu, che ribadisce la sua bravura non solo nella scrittura ma anche nella tecnica registica. L'impianto classico e la trama del film rimandano al cinema “sociale” dei fratelli Dardenne e di Loach, ma la similitudine più netta è forse con il cinema di Farhadi. Mungiu è però più diretto, meno poetico, più deciso a raggiungere velocemente il cuore del problema. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 7 settembre 2016)



It Follows 
di David Robert Mitchell 
con Maika Monroe, Keir Gilchrist, Jake Weary, Olivia Luccardi 
Horror, 94 min., USA, 2014 

Tutto quello che ci piace della tradizione horror statunitense mixato in un’opera tesa e intelligente. Ci sono echi delle atmosfere di Halloween (John Carpenter, 1978), la sensazione di non avere via d’uscita di Nightmare (Wes Craven, 1984), le corse disperate di Scream (Wes Craven, 1996), la fintamente tranquilla periferia di It (Tommy Lee Wallace, 1990), il lago del nord di Friday the 13th (Sean S. Cunningham, 1980). Il risultato è ben diverso dal deludente The Cabin in the Wood (Drew Goddard, 2012), ridondante accozzaglia di rimandi. David Robert Mitchell sfrutta invece, sapientemente, le caratteristiche del genere ma procede per sottrazione. Ciò che rimane è un film asciutto, maturo, in cui le vicissitudini di un gruppo di ragazzi vengono narrate con un’epica sui generis che ricorda lo stile di Refn: ralenti non banali, musica accattivante e sempre funzionale, inquadrature, spazi e colori studiati. Mitchell è riuscito nell’arduo compito di svecchiare un genere che da anni ormai non riusciva più a produrre opere d’interesse. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 13 luglio 2014) 


The Neon Demon 
di Nicolas Winding Refn 
con Elle Fanning, Karl Glusman, Jena Malone, Abbey Lee, Keanu Reeves 
Thriller/Drammatico, 117 min., USA, Francia, Danimarca, 2016 

Jesse (E.Fanning) è la personificazione della bellezza. Ha una pelle perfetta e, cosa ancora più importante, è pura. Arriva a Los Angeles per intraprendere la strada della moda e le porte le si aprono senza difficoltà. Nel suo cammino, tutti si invaghiscono di lei: quando entra in una stanza, sembra che tutto venga illuminato da una luce diversa. La sua ascesa verrà contrastata da colleghe agguerrite e per nulla disposte a cedere il passo ad una sedicenne appena arrivata in città. Con quest’opera Refn prosegue nella sua ricerca estetica e narrativa. La storia va letta come una grande metafora sulla bellezza, dove il mondo della moda è il setting perfetto e naturale per metterla in atto. In un mondo in cui sempre più si anela ad una perfezione fisica ed estetica che di fatto non può esistere, la protagonista porta lo scompiglio con la sua bellezza virginale. La soluzione è eliminare la ragazza, cibandosene (altra metafora), nell’estremo tentativo di fare propria la vera bellezza con un (inutile) atto meccanico. Il tema, certamente non nuovo, viene messo in scena in modo particolarmente interessante. Ogni immagine tende alla perfezione, quasi come in un parallelismo tra forma e tematica trattata. Approdiamo addirittura nel campo della videoarte, dove lunghe sequenze sono dominate dalla simmetria, dalle luci al neon (il vero “neon demon” è Refn, che si firma NWR sotto al titolo), dalla perfezione degli abiti, delle location, degli allestimenti, della musica e del materiale umano, anche nelle scene più truculente (c’è un’estetica nella violenza). Tutto si svolge inoltre in una dimensione onirica che accentua atmosfere lynchiane alla Mulholland Drive (2001) o alla Inland Empire (2006). Un film, finalmente. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato l'11 giugno 2016)


Hardcore! 
di Ilya Naishuller 
con Sharlto Copley, Haley Bennett, Danila Kozlovsky, Tim Roth 
Azione, 96 min., Russia, USA, 2015 

Film d’azione girato interamente in soggettiva. Cosa vuole dire? Che ciò che accade lo vediamo tutto dalla prospettiva degli occhi del protagonista. Il meccanismo d’immedesimazione però non scatta perché, più che un film, Hardcore! sembra un videogioco. È infatti nettamente diviso in capitoli/missioni e la storia sta tra Super Mario Bros. (c’è una “principessa” da salvare) e uno sparatutto qualsiasi. Con l’aggravante che non siamo noi a guidare il gioco e che la barra della vita non si esaurisce mai. L’ambientazione russa non aiuta e il “mal di mare” dovuto ai movimenti di camera costanti e repentini si fa sentire. È un vero peccato che Naishuller non si sia discostato di un centimetro dai videoclip musicali coi quali si è fatto conoscere (Biting Elbows, “Bad Motherfucker”) per proporre qualcosa di veramente nuovo. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 15 aprile 2016)


Hitchcock/Truffaut 
di Kent Jones 
Documentario, 80 min., USA, 2015 

Hitchcock è il miglior regista al mondo. Questa era la convinzione di Truffaut, che volle conoscere ed intervistare il Maestro. Ne nacque un’amicizia e un libro (Il Cinema secondo Hitchcock), passato alla storia come una delle più importanti opere sulla comprensione della settima arte. Cos’è il Cinema? Qual è il ruolo del regista? E quello degli attori? Su cosa fondare una narrazione che tenga incollato il pubblico allo schermo? Le riflessioni di Hitchcock, restituite dalle registrazioni della voce del regista, sono massime scolpite nella pietra, assunti imprescindibili per chi voglia operare nel campo. I registi statunitensi e francesi chiamati in causa (Scorsese, Anderson, Fincher, Schrader, Gray, Assayas, Desplechin) parlano del regista inglese come un punto di riferimento, un innovatore, un preciso e rigoroso creatore di storie e d’immagini. Peccato che il documentario non riesca a scavare maggiormente in profondità, rimanendo confortevolmente a livello di lezioncina. 

Voto: 2 su 5 

(Visionato il 5 aprile 2016)


Anomalisa 
di Charlie Kaufman e Duke Johnson 
Animazione, 90 min., USA, 2015 

L’operazione “Anomalisa” è indubbiamente interessante perché ci fa riflettere non solo sull’opera ma anche su cosa ci sta dietro. Kaufman l’ha scritta e diretta avendone pieno controllo, da una parte grazie alla piattaforma Kickstarter che gli ha permesso di raccogliere fondi per la realizzazione e dall’altra ricorrendo alle cosiddette “marionette”. Infatti, se il crowdfunding gli ha permesso maggiore indipendenza dalle logiche di mercato, lo stop-motion ha fatto esprimere al suo massimo grado una storia di matrice teatrale piena di metafore e simbologie ma in fin dei conti esile e prevedibile. Rimaniamo così incantati dalla perfetta recitazione dei protagonisti di plastilina (loro sì che avrebbero meritato l’Oscar) e da una messa in scena dove tutto è studiato, per un risultato finale assolutamente iperrealistico. Ma è proprio questa estrema precisione a rendere fredda la narrazione e a spezzare quella magia che il Cinema ci ha spesso regalato: farci pensare, una volta ogni tanto, che la nostra natura non è poi così corrotta. 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 26 marzo 2016)  


1981: indagine a New York (A Most Violent Year) 
di J.C. Chandor 
con Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola 
Thriller, 125 min., USA, 2014 

Abel Morales (Isaac) gestisce un’azienda di carburanti nell’anno più violento della storia di New York. I suoi camion cisterna vengono presi d’assalto e rivenduti ai concorrenti, che con lui fanno finta di nulla. Abel avrebbe le carte in regola per completare l’acquisto di un’area fondamentale per espandere il suo business, ma l’obiettivo rischia di non essere raggiunto per le troppe avversità. Chandor scrive una storia esile ma la dirige in modo tecnicamente sapiente, aiutato dalle ottime prove di Isaac e della Chastain. Il risultato finale per molti non sarà memorabile, ma la storia di un uomo che cerca di raggiungere i suoi obiettivi con così tanta determinazione finisce per scalfire qualsiasi corazza d’indifferenza. Inconcepibile la traduzione del titolo in italiano. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 7 marzo 2016)



Ave, Cesare! (Hail, Caesar!) 
di Joel ed Ethan Coen 
con Josh Brolin, George Clooney, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlet Johansson 
Commedia, 106 min., USA, 2016 

Eddie Mannix (Brolin) è un fixer, ovvero un “signor Wolf” degli studios hollywoodiani incaricato di risolvere i problemi legati alla produzione di film (capricci delle star, scandali, problemi legati alla produzione ecc.). Durante la lavorazione di una pellicola incentrata sulla figura di Gesù, viene rapito l’attore protagonista (Clooney) da un manipolo di sceneggiatori comunisti che vogliono rivendicare maggior considerazione per se stessi e per la causa. Mannix si destreggia tra le varie problematiche ostentando sicurezza e disinvoltura, ma anche solo l’aver infranto una stupida promessa alla moglie (smettere di fumare) lo mette a dura prova nel suo intimo. È questa metafora sulla vita adulta che rende profondo un film dalla trama lineare e comprensibile, impreziosito da una ricostruzione della Hollywood anni Cinquanta che è uno spasso per i cinefili. I Choen proseguono sulla strada tracciata da A Serious Man, senza tralasciare un discorso spirituale/ideologico/religioso che qui ha il suo acme in un dibattito interreligioso memorabile. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 12 marzo 2016)


Il caso Spotlight 
di Thomas McCarthy 
con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams 
Thriller, 128 min., USA, 2015 

Ricostruzione di una storia vera. E già in questo si celano due insidie. La prima: come rendere avvincente un evento che sappiamo già come andrà a finire? La seconda: come camminare sulla linea che separa la realtà dalla finzione senza sconfinare totalmente in una delle due parti? Il caso Spotlight, indubbiamente scritto e girato bene, è un’attenta prova di equilibrismo che, in quanto sobria e misurata, non ha quei guizzi che la rendono memorabile. La ricostruzione di ciò che accadde al Boston Globe è fin troppo lineare, senza pathos, senza sussulti, senza quella crescita interiore dei personaggi che è la molla di una narrazione appassionante. Sarà che il tema (la pedofilia nella Chiesa) è stato ed è copiosamente trattato, sarà che il “turning point” non è che una naturale evoluzione degli eventi. “Sono i fatti”, si potrà ribattere. Ma questo è un film, e un film dovrebbe rendere avvincente anche la realtà più banale. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 20 febbraio 2015)


The Hateful Eight 
di Quentin Tarantino 
con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leight, Walton Goggins 
Western/Giallo, 167 min., USA, 2015 

Dialoghi magnetici. Questo è ciò a cui Tarantino ci ha abituato e questo è il fulcro attorno al quale ruota tutto The Hateful Eight. I personaggi sono chiusi in spazi ridotti (una carrozza, un emporio) e la tensione che ne esce è generata dalle parole, ancora più taglienti di un coltello, ancora più mortali di una pallottola. Il sangue non manca, come pure le pistole nascoste sotto i tavoli, ma questa volta Tarantino punta maggiormente sul mistero rispetto ai suoi lavori precedenti, sfruttando i meccanismi dell’enigma della camera chiusa. Ci sembra infatti di assistere alla trasposizione western di un romanzo giallo alla Agatha Christie, ovvero dove ci sono vittime assassinate da uno dei presenti, un Poirot che ricostruisce i fatti sulla base della logica, lo svelamento di ciò che è accaduto. È sicuramente l’opera più riuscita tra le ultime del regista, non solo per la tensione che riesce a creare ma anche per il carico di significati che mette in campo: il monologo di Samuel L. Jackson (egregio nella parte, come del resto Kurt Russell) supera di gran lunga il risultato dell’intero Django Unchained. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 6 febbraio 2016)



Il figlio di Saul (Saul fia) 
di László Nemes 
con Géza Röhrig, Levente Molnar, Urs Rechn, Sàntor Zsoter 
Drammatico, 107 min., Ungheria, 2015 

La telecamera segue da vicino Saul, prigioniero ungherese che fa parte dei Sonderkommando, ovvero coloro che nei campi di sterminio nazisti hanno l’incarico di accompagnare alle docce i deportati che verranno asfissiati col gas. Solo il suo volto è definito, tutto quello che lo circonda è sfocato, metafora dell’assuefazione e del distacco emotivo che domina nelle situazioni fisicamente ed emotivamente insostenibili: non c’è spazio per i sentimenti in un campo di sterminio, ognuno deve pensare per sé. Ma è proprio quando questo assunto sembra prendere il sopravvento che lo sguardo e il cuore di Saul si aprono alla vista di un ragazzino che è stato tanto forte da resistere alla doccia mortale. Spirerà poco dopo, e Saul cercherà tra mille difficoltà e pericoli di metterne al riparo la salma rivendicando per lui degna sepoltura alla presenza di un rabbino. La narrazione (storia e immagini, legate indissolubilmente) diventa una intensissima metafora sull’esigenza di dare uno scopo alla propria vita ormai segnata e sul senso di uno sterminio che aveva svuotato di significato non solo i corpi dei vivi ma anche quelli dei morti. Questi molteplici piani d’interpretazione sono ben avvertibili e, quel che è più importante, resi magistralmente grazie ad uno stile asciutto, onesto, preciso nella sua filologica rappresentazione di un avvenimento storico troppo spesso ricostruito con inutile sentimentalismo e retorica. 

Voto: 5 su 5 

(Film visionato il 22 gennaio 2016 al cinema Rosebud di Reggio Emilia)


The Revenant – Redivivo 
di Alejandro González Iñárritu 
con Leonardo Di Caprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson 
Avventura, 156 min., USA, 2015 

Manuale delle Giovani Marmotte per adulti. Peccato per chi ha già visto Bear Grylls: L’ultimo sopravvissuto su DMAX e sa già che per non morire a -40 gradi può sventrare un cavallo e dormire nella sua carcassa. Echi del Gladiatore (storia di vendetta) e della Sottile linea rossa (il ricordo degli affetti ed il rapporto con la Natura) permeano una pellicola dalla lunghezza spropositata per una trama così esile e così inverosimile. Scomodiamo allora, arrivati a metà pellicola, per proseguire nella visione, il sempre attuale “patto finzionale”. Ma non riusciamo ancora ad accettare che Hugh Glass (Di Caprio) possa tornare a camminare con una gamba rotta e il corpo dilaniato e che i suoi vestiti possano asciugarsi così rapidamente dopo una fuga via fiume, nonostante la neve, nonostante le temperature rigide. Il colpo di grazia arriva quando il Nostro cade in un dirupo schiantandosi a terra e rialzandosi poco dopo. È a questo punto che sentiamo la nostalgia di Essential Killing (J.Skolimowski, 2010), pellicola affine tematicamente ma ben più riuscita nonché meglio recitata. Sì, perché Vincent Gallo regalava una prova davvero memorabile, mentre Di Caprio è poco credibile (a differenza dell’ottimo Hardy), vittima com’è di una storia che non regala emozioni e non ci rende partecipi di un travaglio interiore che, a conti fatti, non si avverte. Come se non bastasse, l’autenticità della Natura viene completamente corrotta dal massiccio uso del computer, che tutto ritocca: non un animale è reale, non una scena pericolosa è girata dal vero. Anche la battaglia iniziale, vero biglietto da visita per un film che si apra con essa, è poco autentica, da dimenticare. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato 16 gennaio 2016)



Macbeth 
di Justin Kurzel 
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis 
Drammatico, 113 min., GB, 2015 

La bellezza della composizione delle inquadrature. La forza di questo film è riassunta in questa frase. Ogni quadro riflette infatti un perfetto studio della disposizione degli elementi in scena, che non tradiscono mai lo spirito del tempo in cui è ambientata la narrazione e non smorzano la tensione di una delle più efferate tragedie mai concepite. Il travaglio, la sofferenza interiore sono lo sporco sotto le unghie dei combattenti, la terra verde di Scozia battuta dal vento che proviene dall’oceano, i veli di nebbia che offuscano gli altipiani, le candele che illuminano i crocifissi, le geometrie del castello in cui Macbeth e la sua regina perdono loro stessi. Un travaglio interiore che è ben reso dalla recitazione degli ottimi Fassbender e Cotillard. L’opera oscilla tra la “classicità” di una mise-en-scène tanto curata quanto essenziale (tornano alla mente Dryer e Bresson) e un interesse per la luce e una cura della fotografia che si risolvono in soluzioni narrative davvero interessanti (time lapse, ralenti e saturazione cromatica finalmente utilizzati in modo funzionale e sensato). La commistione tra tradizione e modernità finalmente funziona. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 13 gennaio 2016)


Irrational Man 
di Woody Allen 
con Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey 
Thriller, 96 min., USA, 2015 

Scordatevi le atmosfere, i dialoghi, la morale di Match Point. Irrational Man è un thriller sui generis, in cui la tensione e i significati delle situazioni vengono smorzati dall’ambientazione (un luminoso e verde campus studentesco) e dalla superficialità dei dialoghi. Potremmo trovare una chiave di lettura nella massima arendtiana “la banalità del male”, che la studentessa Jill Pollard (Stone) trova appuntata a matita su una copia di Delitto e castigo appartenente al professore di filosofia Abe Lucas (Phoenix). Purtroppo non è così, e anche questo ennesimo film di Allen cadrà nel dimenticatoio nonostante le ottime prove del solito perfetto Phoenix e della brava Stone. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 27 dicembre 2015)


Star Wars: Il risveglio della forza 
di J.J. Abrams 
con Harrison Ford, Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver 
Fantastico, 136 min., USA, 2015 

L’obiettivo (esplicito) era risvegliare l’interesse verso la saga, portare al cinema chi non l’aveva mai vista e riportare chi non se ne è perso un capitolo. J.J. Abrams non corre rischi e persegue lo scopo in modo fin troppo superficiale. L’imponente campagna pubblicitaria crea un’aspettativa sproporzionata rispetto a un film che sì, si rivela ottimo intrattenimento, ma non accontenta né i puristi né gli spettatori più esigenti. Ogni situazione è stata creata più per richiamare i simboli degli episodi precedenti (Millenium Falcon, spada di Luke, ecc.) e rassicurare il pubblico con l’“effetto nostalgia” che per rinnovare il genere (come invece hanno fatto Nolan con il Cavaliere Oscuro e Mendes con Skyfall). 

Voto: 2 1/2 su 5 

(Film visionato il 23 dicembre 2015)



Il ponte delle spie 
di Steven Spielberg 
con Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan, Alan Alda 
Storico/Thriller, 140 min., USA, 2015 

Il fatto che sia ispirato a fatti realmente accaduti non giustifica una trama troppo lineare, una superficiale caratterizzazione dei personaggi e le tonnellate di retorica filostatunitense che dobbiamo subire dall’inizio alla fine. Ancora una volta sono gli americani buoni, belli e animati dall’imparzialità e dalla rettitudine a doversi misurare con i russi doppiogiochisti, brutti e comunisti. Lo stucchevole Tom Hanks cerca di portarsi sulle spalle una storia di spionaggio già vista e rivista, completamente priva di tensione e con scene talmente telefonate da sfiorare il ridicolo. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 30 dicembre 2015)


Tutto può accadere a Broadway (She’s Funny That Way) 
di Peter Bogdanovich 
con Owen Wilson, Imogen Poots, Kathryn Hahn, Will Forte 
Commedia, 93 min., USA, 2014 

Una commedia d’altri tempi, di quelle che giocano tutto sulla delicatezza delle situazioni e sulla sottile ironia. Oltre a questo, molti rimandi a pellicole che hanno fatto la storia del genere cinematografico cui questo film appartiene, e cameo finale di Quentin Tarantino (c’era da aspettarselo). Ma, a qualche giorno di distanza, se non fosse per la bravura di Imogen Poots (è nata una stella?) non ci ricorderemmo forse più di quest’opera garbata, non superficiale nei contenuti ma datata nelle forme con cui vengono espressi. Un’operazione nostalgia per cinefili. Ci arrendiamo. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 7 novembre 2015)


Black Mass – L’ultimo gangster 
di Scott Cooper 
con Johnny Depp, Joel Edgerton, Dakota Johnson, Juno Temple, Rory Cochrane 
Thriller, 120 min., USA, 2015 

C’è chi ha parlato di film lento, chi di film già visto. Chi, invece, di opera didascalica, scolastica. Black Mass è indubbiamente un film poco coraggioso, ma impeccabile sotto il punto di vista tecnico. Poco coraggioso per forza di cose, perché la storia è vera ed è ricostruita sulla base di un’inchiesta. A noi, ciò che interessa è che la sua trasposizione cinematografica è di ottimo livello, avvincente al punto giusto e con ottime prove attoriali da parte di un cast in cui Depp torna finalmente ai livelli di un tempo. “Certo – si dirà – Quei bravi ragazzi è tutta un’altra cosa.” Ovvio, ma in questi ultimi e stanchi anni cinematografici non è poi così facile trovare opere così gradevoli e rispettose del pubblico. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 10 ottobre 2015)


Sicario 
di Denis Villeneuve 
con Benicio Del Toro, Emily Blunt, Josh Brolin, Jeffrey Donovan 
Thriller, 121 min., USA, 2015 

Ritorno al Cinema (sì, con la C maiuscola). Constatiamo infatti con piacere che in questa ultima opera di Villeneuve ogni inquadratura è studiata e costruita nei minimi particolari, ogni sequenza ragionata, ogni panoramica e campo lungo o medio sfruttato per accentuare il senso di solitudine dei personaggi che attraversano le infinite distese desertiche del sud del Texas, al confine con il Messico. Ed è proprio su un confine, che è insieme geografico (El Paso/Ciudad Juàrez) e interiore, che i protagonisti si muovono per cercare di sconfiggere a loro modo il male. Peccato che, come ne La donna che canta (2010) e Prisoners (2013), il male venga ancora una volta trattato come un elemento talmente eterogeneo nelle sue manifestazioni da rendere vani gli sforzi di coloro che da esso cercano di allontanare loro stessi e il prossimo. Forse è proprio questa ripetizione tematica, palese per chi abbia visto e apprezzato le precedenti opere del regista citate, che ci lascia con l’amaro in bocca: niente di nuovo sullo schermo, per di più trattato tramite una storia “sottile”, lineare, troppo spesso didascalica, e dal finale scarno e affrettato. Una narrazione perfettibile, dunque, ma pur sempre dall’affascinante e dirompente impatto visivo. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 26 settembre 2015)



Inside Out 
di Pete Docter 
Animazione, 94 min., USA, 2015 

Una boccata d’ossigeno. Nel senso che nel desolante panorama cinematografico contemporaneo, quest’opera della Pixar si staglia in modo netto e convincente. Merito non solo della maestria tecnica degli autori, quanto della freschezza di una storia comprensibile nella sua complessità e, quel che più ci importa, inedita e convincente. Proprio l’aver reso “facile” una tematica articolata come l’interiorità di una persona, e averlo reso senza mai cadere nel retorico o nello scontato, è la vera forza di questo lungometraggio che resisterà all’oblio. Ridiamo, piangiamo, rimaniamo a bocca aperta davanti a soluzioni registiche e narrative che non vedevamo da tempo. E, contrariamente a quello che accadeva a certi altri film della Pixar, la seconda parte è al livello della prima. Anzi, qui si rimane incollati allo schermo anche durante i titoli di coda. 

Voto: 4 ½ su 5 

(Film visionato il 18 settembre 2015)



Southpaw – L’ultima sfida 
di Antoine Fuqua 
con Jake Gyllenhaal, Forest Whitaker, Rachel McAdams, Naomie Harris 
Drammatico, 124 min., USA, 2015 

Billy Hope (Gyllenhaal) ha una moglie bellissima (McAdams) che lo ama, una figlia che lo adora, ma prende la vita a pugni. È un campione di boxe che sul ring e nella vita adotta una strategia insolita: incassare e sanguinare fino alla reazione, brutale. La provocazione di un contendente al titolo dei medio-massimi fa degenerare la situazione, e nella rissa che ne scaturisce la moglie viene mortalmente colpita da un proiettile vagante. Qui parte la sua discesa agli inferi e la sua inevitabile e hollywoodiana risalita, fino alla redenzione finale. Qualcuno potrebbe gridare allo spoiler ma, tranquilli, il finale è telefonato fin dall’inizio. Fuqua e il suo sceneggiatore (Kurt Sutter) imbastiscono infatti una storia già vista, senza quindi quegli elementi d’innovazione che hanno recentemente mostrato altre pellicole (su tutte Moneyball, che parla egregiamente di un uomo che lavora nel mondo del baseball senza praticamente mai far vedere il diamante). La resa della boxe si fa sì spettacolare ma, benché Gyllenhaal ci metta tutto l’impegno possibile con un’ottima prova attoriale, il travaglio interiore del protagonista non si avverte (pensiamo a The Wrestler o Toro scatenato) e le traversie famigliari sono inanellate in un crescendo di cliché che sembrano non avere mai fine. Subiamo, nello specifico, un martellamento emotivo (Sutter sfrutta tutti i tasti da toccare per commuovere il pubblico) che alla lunga diventa irritante. Quando usciamo dal cinema avvertiamo di non esserci né appassionati al protagonista né tantomeno di apprezzare ancor di più la boxe (!). 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 5 settembre 2015)


Dior and I 
di Frederic Tcheng 
con Raf Simons, Pieter Mulier, Florence Chehet, Monique Bailly 
Documentario, 90 min., Francia, 2014 

Possiamo parlare di documentario realizzato con punto di vista “embedded” (come nel giornalismo, per intenderci). La telecamera entra infatti nell’atelier della maison Dior ma segue solo alcune fasi dell’operato dei professionisti che lavorano per la sezione haute couture. A capo di questi il nuovo direttore artistico Raf Simons che, tra colpi di genio e qualche bizza, cerca di scrollarsi di dosso l’etichetta di minimalista (lavorava per Jil Sander) senza però perdere di vista la filosofia Dior (la donna intesa come fiore). Ecco allora che vediamo Simons sfogliare la biografia del fondatore, guarda caso ristampata e disponibile nelle librerie, senza però avere il coraggio di leggerla (tradotto: marketing e ansia da prestazione). Ecco allora che la sua apparente freddezza si scioglie in pianto durante la prima sfilata (tradotto: travaglio interiore). Nonostante la retorica, anche questo documentario contribuisce a far maturare in noi la convinzione che un certo modo di fare moda sia una delle più sublimi forme d’arte. Convinzione maturata grazie anche a Valentino: The Last Emperor, altro esempio di documentario “embedded” ma emozionante. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 3 giugno 2015) 


Louisiana (The Other Side) 
di Roberto Minervini 
con Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller 
Film documentario, 92 min., Italia, Francia, 2015 

Tossici che vivono di espedienti, reduci che trovano rifugio nell’alcol, ragazzi che si addestrano con armi d’assalto per essere pronti a contrastare una non meglio identificata minaccia interna. Comune denominatore le critiche all’amministrazione Obama e le aspettative sugli scenari futuri (si auspica una vittoria di Hillary Clinton, perché solo lei può dare voce agli emarginati). Lo sguardo di Minervini segue con sapienza tutto questo, sempre attento a cogliere l’essenza dei personaggi e delle situazioni attraverso una puntuale costruzione delle immagini. Si usano volutamente i termini “personaggi” e “costruzione delle immagini” perché si avverte come il documentario sia comunque il frutto di una, seppur lieve, rielaborazione della realtà. Era il caso del bellissimo e toccante Stop the Pounding Heart, dove la scelta di concentrarsi su un unico protagonista si era rivelata vincente. Qui, invece, Mark, ovvero il primo e più interessante personaggio che ci viene presentato con la sua storia d’amore e le sue vicissitudini di drogato, viene improvvisamente abbandonato per concentrarsi su un altro tema. Questo provoca un calo della tensione narrativa, e tutta l’opera finisce per perdere in incisività. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 28 maggio 2015)


Youth – La giovinezza 
di Paolo Sorrentino 
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda 
Drammatico, 118 min., Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015 

“Ho capito che nel mondo ci sono due tipi di persone: quelle belle e quelle brutte. In mezzo ci sono i carini.” E ancora: “Siamo solo comparse.” Queste sono un paio (e nemmeno le peggiori) delle massime che letteralmente permeano l’ultima fatica (?) di Sorrentino, accozzaglia di scenette mal legate tra loro costruite attorno a battute poco memorabili e animate da personaggi tanto inconsistenti quanto poco credibili. Ancora una volta il regista premio Oscar punta tutto sul perturbante, ma qui massicciamente, e allora ci dobbiamo sciroppare: un Maradona che ha tatuato il faccione di Marx sulla schiena, una ragazzina/massaggiatrice con l’apparecchio che esalta con malizia le qualità del contatto fisico e balla (rigorosamente al ralenti) davanti all’Xbox Kinect, una coppia che in pubblico non si parla e che poi urla il suo piacere nei boschi, un monaco buddhista che cerca di levitare, una miss universo con l’herpes labiale, una giovane e goffa escort, un attore hollywoodiano che si prepara ad interpretare Hitler. Bestiario che finisce per soffocare la figura del protagonista, un Michael Caine inespressivo accompagnato da una figlia (Rachel Weisz) che lo ama e lo disprezza (boh!). Forse il personaggio più centrato è quello interpretato da Harvey Keitel, regista al tramonto che lavora alla sceneggiatura del suo ultimo film con un gruppo di giovani sceneggiatori. Un film che riflette sulla vecchiaia? Un’opera che parla metaforicamente della giovinezza? Niente di tutto questo. Solo la voglia di buttare sul mercato un prodotto, benché approssimativo e irrisolto, per sfruttare l’onda dell’Oscar recentemente conquistato. 

Voto: 1 ½ su 5 

(Film visionato il 21 maggio 2015)


Il racconto dei racconti – Tale of Tales 
di Matteo Garrone 
con Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher 
Fantasy, 125 min., Italia, Francia, Gran Bretagna, 2015 

Da gustare con gli occhi. Questa è la considerazione che si fa dopo aver guardato Il racconto dei racconti, ultima opera di Matteo Garrone in concorso a Cannes. Il regista mette tutto il suo talento artistico al servizio della trasposizione di tre racconti di Giambattista Basile (tratti da Lo cunto del li cunti, 1634-1636), per un’operazione che, nonostante ciò che hanno scritto alcuni critici, così poco si avvicina a quella pasoliniana del Decameron (1971). Poco, perché in questo caso ogni intento metaforico cede il passo al puro gusto narrativo. Ci sentiamo, in poche parole, come un bambino che presta la sua attenzione ad un genitore affabulatore. Il problema è che nel frattempo noi siamo cresciuti e facciamo un po’ fatica ad accontentarci dell’intrattenimento fine a se stesso, seppur d’alta classe. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 16 maggio 2015)


Mia madre 
di Nanni Moretti 
con Margherita Buy, Nanni Moretti, John Turturro, Giulia Lazzarini 
Drammatico, 106 min., Italia, Francia, Germania, 2015 

Margherita (Buy) è una regista di successo. Durante la lavorazione del suo ultimo lungometraggio, per il quale deve tenere a bada un attore americano (Turturro) sempre sopra le righe, la salute della madre comincia ad aggravarsi. Tra una pausa e l’altra dal lavoro sul set si intensificano le sue visite all’ospedale col fratello (Moretti), sino alla morte della madre. Scene di vita lavorativa si alternano a scene di vita famigliare secondo una costruzione narrativa che si sviluppa su due rette parallele (e quindi mai tangenti). Non abbiamo mai l’impressione che ciò che sta accadendo alla protagonista nel privato si ripercuota sulla sua vita lavorativa e viceversa. Non siamo dunque testimoni né di una sua crescita interiore né di una più ampia riflessione sulla morte di una persona cara. Come se non bastasse, l’autobiografismo di Moretti si fa in questa sua ultima opera particolarmente stucchevole e pruriginoso. Il regista/attore finge di defilarsi e intanto mette in scena un alter ego che fa il suo stesso lavoro, una madre che come la sua insegnava latino e una preparazione al lutto evidentemente provata in prima persona ma nei fatti dalle caratteristiche universali. Moretti prova quindi, ma come nel più goffo dei tentativi, ad elevare la sua esperienza ad arte. L’operazione risulta banale, sconclusionata, e non basta certo qualche scena onirica ad elevare il livello di unfilm desolatamente datato sia tecnicamente che contenutisticamente. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 22 aprile 2015)


Vizio di forma (Inherent Vice) 
di Paul Thomas Anderson 
con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro 
Giallo/Grottesco, 148 min., USA, 2014 

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate”. Voglio partire da questa affermazione hitchkockiana, vera o presunta che sia ma con un indubbio fondamento di verità, per affermare che Anderson si è ormai specializzato nel superfluo. La sua spasmodica attenzione al contesto più che al contenuto ci rende partecipi di un’operazione che ribalta gli assunti bressoniani, ovvero procedere per riduzioni al fine di arrivare più direttamente al “cuore”, per farsi beffe della fabula e dell’intreccio relegando la storia a mero elemento di sfondo. Questo succedeva parzialmente con le sue precedenti opere, questo accade al suo massimo grado con Vizio di forma. Il contesto diventa il reale protagonista della vicenda, impreziosito com’è da una ricostruzione storica e una maestria tecnica davvero oltre la media. Da amanti del cinema non possiamo fare altro che stimare Anderson per la sua preparazione. Da amanti dell’arte gli imputiamo invece la mancanza di umiltà e coraggio nell’affidarsi ad un bravo sceneggiatore per regalare al pubblico un’opera finalmente degna di nota. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 4 marzo 2015)


Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza 
(En duva satt på en gren och funderade på tillvaron) 
di Roy Andersson 
con Holger Andersson, Nisse Vessblom, Lotti Tornros, Charlotta Larsson 
Commedia drammatica, 100 min., Svezia, 2014 

39 piani sequenza. Tra questi: un’anziana sul letto di morte tiene stretta una borsetta coi suoi valori per non lasciarla ai figli; su un traghetto si discute su chi può sfruttare il pranzo già pagato da un passeggero appena morto d’infarto; prima di andare in guerra Carlo XII chiede un bicchiere d’acqua e, battendo in ritirata, ha bisogno del bagno; due rappresentanti di oggetti di carnevale attraversano una crisi economica e psicologica; Lotte la Zoppa scambia grappe per baci; diversi personaggi sono contenti di sapere che dall’altro capo del telefono “sta andando tutto bene” mentre intorno a loro l’umanità soffre. È la malinconia, la sofferenza, la debolezza e la corruttibilità dell’uomo il tema trattato da Andersson in questa sua ultima opera del trittico “Living Trilogy”. Il linguaggio si fa metaforico al massimo grado, vera e propria (video)arte. L’inquadratura è fissa, come se lo spettatore seguisse lo spettacolo da una finestra, che limita e include. La messa in scena si fa ultra realistica, poiché nei lunghi piani sequenza tutto è a fuoco, tutto è al suo posto, e tutto ha dignità, che sia in primo o in secondo piano. Sta a noi decidere cosa guardare. Proprio come nella vita vera, spesso ci sono uomini che sono maschere di se stessi, condizione qui rimarcata dal cerone che portano sul viso. Altrettanto spesso le loro movenze sono talmente insignificanti ma tanto ripetute da diventare rituali, allegoriche. E mentre gli schiavi vengono spinti dentro un cilindro musicale  che viene arroventato per il diletto di vecchi ricchi, la maschera di Zio Dentone rimane invenduta e un militare arriva sempre in ritardo agli appuntamenti, noi non possiamo fare nulla, se non guardare. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 21 febbraio 2015)


Birdman 
di Alejandro González Iñárritu 
con Michael Keaton, Edward Norton, Zach Galifianakis, Naomi Watts, Emma Stone 
Commedia, 119 min., USA, 2014 

Storia di Riggan Thompson (Keaton), celebrità hollywoodiana che si vuole scrollare di dosso l’etichetta di attore da blockbuster portando in scena a Broadway uno spettacolo teatrale ispirato al racconto di Raymond Carver What We Talk About When We Talk About Love. Incombono su di lui i successi commerciali del passato, rappresentati dalla voce di quel Birdman, supereroe di cui aveva indossato le vesti, che gli ricorda quanto sia più facile e proficuo (per le tasche e per l’ego) percorrere la strada cinematografica del remake piuttosto che quella del teatro. Riuscire a portare a compimento il proprio progetto, riuscire a convincere pubblico e critica di essere un Attore, diventa per Riggan un’ossessione. Tutt’intorno i problemi famigliari, gli sforzi per non disunire la compagnia, la competizione con un attore più giovane e talentuoso, i dubbi sulla propria esistenza. Iñárritu esplora la contemporaneità attraverso la dicotomia tra teatro e cinema, dimensione pubblica e privata, realtà (vita reale) e rappresentazione (rappresentazione scenica). Lo fa attraverso lunghi piani sequenza che indagano gli (angusti) spazi del teatro seguendo gli attori e svelandone gelosie, debolezze, promiscuità. Come le opere carveriane e altmaniane, Birdman vorrebbe elevare al massimo grado di “onestà” (nel senso hemingwayano del termine) le vicissitudini del suo antieroe contemporaneo, schiacciato da un sistema (quello dello spettacolo) che glorifica ma che troppo spesso dimentica o discrimina. Non ci riesce. Il raffinato gioco di rimandi (Keaton è stato il Batman di Tim Burton; molte sono nel film le citazioni di attori realmente esistenti) non è infatti così incisivo e funzionale come ci si potrebbe aspettare e anche i riferimenti alla nuove tecnologie (la notorietà ridefinita da YouTube e Twitter), il finale aperto e ermetico, gli effetti speciali non fanno altro che tradire un malcelato tentativo di svecchiare una tematica di stampo esistenzialista già ampiamente visitata dal mondo delle arti. Certo, Iñárritu mette in campo tutta la sua bravura registica ottenendo da troupe e attori una prova egregia, tuttavia l’enorme mole e autoreferenzialità delle tematiche trattate finisce con il nascondere qualsiasi barlume innovativo dell’opera, vanificandolo. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 14 febbraio 2015)


Turner (Mr. Turner) 
di Mike Leigh 
con Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson 
Biografico, 149 min., Gran Bretagna, 2014 

Biografia atipica del pittore William Turner. Atipica perché l’amore del protagonista per la pittura per una volta non viene espresso attraverso atteggiamenti strambi nella società o lampi di genio davanti alla tela bensì attraverso lo scorrere naturale della vita. La morte del padre, il matrimonio naufragato e i fugaci piaceri della carne, le esperienze sul campo per trovare la “vera luce”, diventano passaggi fondamentali della sua vicenda biografica più che la sua appartenenza alla Royal Academy o la genesi delle opere che lo fecero diventare famoso. È in questo modo che Leigh cesella un personaggio burbero, consapevole delle proprie potenzialità, amante dei piaceri (ma non nel senso edonistico del termine) e dell’arte, conscio del fatto che la pittura non avrebbe mai rischiato d’essere relegata in secondo piano in quanto troppo intimamente legata all’uomo-Turner. Tutt’intorno un’Inghilterra vittoriana ricostruita magnificamente. Unico neo la caratterizzazione di quelli che furono i colleghi artisti, la cui recitazione li riduce troppo spesso allo status di superficiali caricature. 

Voto: 3,5 su 5 

(Film visionato il 31 gennaio 2015) 


Exodus – Dei e Re (Exodus: Gods and Kings) 
di Ridley Scott 
con Christian Bale, Joel Edgerton, Aaron Paul, Ben Kingsley 
Epico, Biblico, 150 min., USA, 2014 

Ennesima rivisitazione del libro dell’Esodo, incentrata sulle vicende che hanno come protagonista Mosè. Ogni intento di ricostruzione filologica in questo film viene meno, lasciando il passo a tonnellate di “licenze poetiche”, come quelle che stravolgono gli usi e i costumi del tempo. Le facce sono quelle di attori evidentemente “occidentali”, i luoghi massicciamente ricostruiti al computer e gli stessi dialoghi, lo stesso modo degli attori di relazionarsi tra loro, sembrano uscire da un action movie in cui i bicipiti sono oliati e ben in vista. A parte i costumi, tutto risulta finto, artificioso. La figura di Mosè (interpretato da un Christian Bale sottotono) è un mix tra il Massimo Decimo Meridio del Gladiatore (Gladiator, 2000) e il Robin Hood (2010) di, guarda caso, ridleyscottiana memoria. Notevoli le soluzioni visive, per il resto lascia letteralmente basiti la figura del Dio/Bambino e la magniloquenza con cui sono state girate le scene della divisione delle acque e dell’inseguimento tra egizi e ebrei. In sintesi, possiamo dire d’aver visto un polpettone di proporzioni bibliche. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 22 gennaio 2014) 


Fade - Storia degli ultimi giorni 
di Alessandro Bertoncini 
con Edoardo Bocchi, Massimo Boschi, Giorgia Castrogiovanni, Gabriele Ciances, Pietro Oddi, Bob Messini 
Commedia, 70 min., Italia, 2014 

Giovedì 15 gennaio è stato il giorno di Alessandro Bertoncini, regista in erba che ha avuto il privilegio di presentare Fade - Storia degli ultimi giorni, la sua opera prima, al pubblico di Parma. Inizio proiezione ore 21. Nell'ingresso del cinema Astra vengono consegnati due foglietti con, rispettivamente, la sinossi dell'opera e una scheda di valutazione (indice di gradimento da 1 a 5, come le stelline del Morandini). Entro e mi siedo in ultima fila. L'emozione è forte: la sala di proiezione è piena di ragazzi giovani e tra loro, oltre a qualche curioso, volti noti della città: almeno un assessore (non quello alla cultura), un paio di docenti universitari e personalità appartenenti al mondo del cinema e dello spettacolo. Proprio uno di questi introduce l'opera e gli interpreti. Ad entrare per ultimo Bertoncini, studente ventenne al secondo anno dell'Accademia di Cinema presso la RUFA di Roma che si è autoprodotto l'opera rinunciando all'acquisto dell'automobile che gli aveva promesso il nonno (encomiabile, non c'è che dire). Le luci si abbassano e inizia il film, di chiara ispirazione autobiografica, dove ad una storia d'amicizia se ne intreccia una d'amore, impossibile e tormentata. E poi gli ultimi giorni di scuola, l'esame di maturità, l'indecisione e la paura per il futuro, l'amicizia. Ora il dubbio amletico: tacere sui limiti di questo esordio, proseguendo sulla strada della mera esaltazione di un'opera solo perché autoprodotta, o esporli tutti? Sono convinto che, soprattutto in ambito artistico, le critiche siano sempre costruttive se oneste e argomentate. Procedo dunque ad un'analisi dell'opera per punti, per una maggiore chiarezza. / Il tema trattato / Obiettivo dichiarato dell'opera è quello di parlare della cosiddetta "linea d'ombra", ovvero di quel passaggio tra giovinezza e età adulta di memoria conradiana che si declina in nuove responsabilità sociali e sentimentali. Qui il periodo viene fatto coincidere con i giorni degli esami di maturità e di un amore reso impossibile dalla paura di svelare i propri sentimenti. Tema troppo scarno per un lungometraggio e comunque troppo retorico per risultare innovativo/interessante. E infatti per stessa ammissione del regista l'opera è il frutto di un'idea per un corto, solo successivamente ampliata per la realizzazione di un lungometraggio. Purtroppo questo cambio di direzione è stato risolto inserendo una moltitudine di scene di transizione che provocano un calo di tensione narrativa che finisce con l'inficiare il risultato finale. / La chiave di lettura / Fade, parola inglese che trova nell'italiana "dissolvenza" il suo corrispettivo, è insieme dichiarazione d'amore per il cinema nonché chiave di lettura per l'intera opera. Bertoncini ha dichiarato che questa è la "storia di un gruppo di ragazzi, di quello che erano, sono e sperano di diventare, mentre il passato e il presente si dissolvono ed il presente è presto sostituito da un futuro che prende nuova forma, proprio come l'immagine di una fotografia." Belle parole, che non trovano però riscontro nell'opera se non nel ricorrente ricorso all'espediente tecnico della dissolvenza come metodo di transizione tra le scene. / Il montaggio / Il montaggio è tutto. Qui si salta, in modo fin troppo evidente, da un evento ad un altro, da una stagione astronomica e meteorologica adw un'altra senza una ragionata consequenzialità tra le scene che giustifica i cambiamenti. / La colonna sonora / Uso massiccio, e per questo fastidioso, di motivi di sottofondo e di musiche anglo-americane che spesso finiscono col soffocare le immagini. Musiche potenzialmente suggestive, non c'è che dire, ma che faticano ad inquadrare un periodo (quello degli esami di maturità) che invece ha spesso come colonna sonora canzoni sì banali e commerciali perché proposte a ripetizione da radio e tv ma sicuramente capaci, proprio per il fatto di essere conosciute ai più, di dare quel tocco generazionale che ad un lungometraggio di questo tipo non avrebbe guastato. / La tecnica registica / Un banco di prova. Non poteva essere altrimenti e non potevamo chiedere di più ad un attore ventenne che si cimenta per la prima volta in un lungometraggio. Ma se poi pensiamo ad un altro giovane esordio come quello di Marco Righi con I giorni della vendemmia (2010), opera dalla sobria e sapiente maestria tecnica girata in altrettanta penuria di mezzi, ecco allora che dobbiamo dire che questo lungometraggio si rivela tecnicamente acerbo, disomogeneo. Si passa da insistite inquadrature dal basso a carrellate improvvise, da primi piani poco evocativi a lunghi e stucchevoli ralenti. Bertoncini ha la frenesia di mettere in pratica un ampio spettro di soluzioni registiche che, insieme, tradiscono un'impulsività poco produttiva. Non mancano i calchi da altre pellicole, si pensi alla riduzione e successiva apertura del formato dell'immagine così come accade in Mommy di Xavier Dolan (film guarda caso recentemente arrivato in Italia), o alle sperimentazioni poco ragionate come gli improvvisi passaggi dal colore al bianco e nero per sottolineare i momenti di sconforto del protagonista. / La recitazione / Quasi tutti attori giovani provenienti dal mondo del teatro, credibili ma troppo spesso visibilmente intimiditi dalla macchina da presa. I cammei di attori navigati, come quello di Bob Messini, sono barlumi di cinema attenuati però da battute poco consone ai relativi personaggi. /Le location / Rischio di essere troppo di parte perché buona parte dell'opera si svolge nelle strade in cui sono cresciuto e in cui tutt'ora abito. Ciò che mi sento di dire è che non si può far partire il protagonista per un viaggio in solitaria e poi farlo camminare in mezzo ai campi della nostra provincia. / All'uscita ho restituito il biglietto con una valutazione di tre "stelline" su cinque. Una media tra il risultato finale, acerbo e impulsivo, sia a livello di scrittura che a livello di tecnica registica, e la passione, la voglia di fare. Voglio però chiudere questa recensione aggiungendo che da un regista ventenne mi sarei aspettato molto di più sotto il punto di vista del coraggio autoriale, se non a livello tecnico almeno a livello contenutistico. Detto in altri termini, sono rimasto sorpreso dal non aver trovato traccia di riferimenti culturali forti, impliciti o espliciti che fossero.


American Sniper 
di Clint Eastwood 
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Luke Grimes 
Biografico, Guerra, 132 min., USA, 2014 

Il texano Chris Kyle (Bradley Cooper) si arruola nell’esercito e diventa cecchino nei Navi SEAL. Il battesimo avviene in Iraq, dove si apposta sui tetti per proteggere le operazioni a terra dei suoi commilitoni. Grazie alle numerose uccisioni diventa ben presto una leggenda per i compagni e una minaccia per i nemici. Ma alla gloria sul campo corrisponde un allontanamento dalla famiglia e un aumento dei problemi di salute (mentali più che fisici) nei periodi di congedo. Combattere diventa un’esigenza che non gli permette di reinserirsi nella vita civile. Kyle troverà pace solo grazie all’amore della moglie (Sienna Miller) e ad una nuova missione, addestrare al tiro persone con gravi menomazioni fisiche che, gioco del destino, gli sarà fatale. Tratto da una storia vera, American Sniper tralascia qualsiasi intento documentaristico per concentrarsi sulle traversie (interiori ed esteriori) del suo protagonista. Non ci troviamo dunque di fronte ad una ricostruzione minuziosa delle operazioni di guerra alla Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012), bensì ad un film hollywoodiano dall’impianto classico in cui ci si focalizza sulla personalità del personaggio principale cesellandola grazie ad elementi retorici funzionali alla narrazione quali la storia d’amore con la moglie, i duelli con un nemico che incarna il suo opposto, le reazioni alle tragiche dipartite sul campo dei compagni di battaglia, i dolorosi ritorni a casa. Come prima cosa, Eastwood sembra però voler mettere al centro un dubbio che è sociale e morale insieme: Chris Kyle è un cecchino che, nonostante le oltre 160 uccisioni accreditate al suo attivo, non si sente tale. Ai tetti dai quali si apposta per sparare in solitaria preferisce combattere in strada con i suoi compagni di brigata. Si trova quindi, come per uno strano gioco del destino, a sentirsi chiamato “The Legend” perché, come spesso accade, gli eserciti hanno bisogno di eroi per trovare quelle motivazioni di cui una guerra di difficile giustificazione spesso difetta. A dirla tutta Kyle non era neanche il più “leggendario” tra i cecchini. Le cronache di guerra riportano che la sua uccisione a 1,9 chilometri non è un record, se si considera che altri soldati, appartenenti a corpi meno blasonati, sono riusciti a colpire il loro bersaglio a più di due chilometri di distanza. L’eroe che non è e che non si sente tale diventa paradigma per una riflessione sull’interiorità dei combattenti che, partiti pieni di ideali (Dio, Patria e Famiglia), tornano ipertesi, svuotati, senza riconoscibilità sociale. Attraverso le vicissitudini di Kyle, Eastwood non fa altro che riproporre le tematiche legate al problema dei reduci, in passato persone dalla vita distrutta dalla leva obbligatoria, ora automi spinti a combattere dal contesto in cui vivono (zone depresse e permeate da un nazionalismo esasperato in cui, per cultura, si comincia a sparare sin da bambini). Per affinità tematiche, il film si pone dunque in linea di continuità con opere quali Orizzonti di gloria (Paths of Glory, Stanley Kubrick, 1957), La sottile linea rossa (The Thin Red Line, Terrence Malick, 1998) e, ancor di più, con Il cacciatore di Michael Cimino (The Deer Hunter, 1978). Con la sua ultima opera, Eastwood ci vuole far capire l’essenza della guerra e i suoi indelebili effetti su chi ne prende parte. La chiave interpretativa ce la fornisce in grande stile, ovvero attraverso una battuta di uno dei suoi personaggi: “Avevamo una rete elettrificata attorno alla nostra proprietà in Oregon e noi bambini ci attaccavamo per vedere chi riusciva a resistere più a lungo. La guerra è così, ti mette una scarica di elettricità nelle ossa, ma se ti stacchi muori.” 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 2 gennaio 2014)


L’amore bugiardo – Gone Girl 
di David Fincher 
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry 
Thriller, 149 min., USA, 2014 

Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) sono giovani, belli, affiatati. Apparentemente una coppia perfetta. Dopo aver vissuto a New York si sono trasferiti in Missouri per stare vicini alla madre di Nick, gravemente malata. Insieme hanno sconfitto la crisi economica del 2009 che ha minato le loro finanze e, insieme, hanno riorganizzato la loro vita in provincia. Ma il giorno del loro quinto anniversario Amy scompare nel nulla. Nick non sembra particolarmente preoccupato ma segnala la cosa alla polizia, che in casa trova un tavolino rotto e numerose tracce di sangue. Qualche sorriso di troppo rubato dalle telecamere delle emittenti che seguono la vicenda e Nick si ritrova ben presto tra i principali sospettati. Finalmente una trama avvincente, frutto di un eccellente regista che mette da parte qualsiasi velleità letteraria lasciando campo libero all’autrice del romanzo da cui è tratta la pellicola (Gillian Flynn, L’amore bugiardo, Rizzoli, 2012). Il risultato è ottimo. Rimaniamo letteralmente incollati allo schermo per 149 minuti godendoceli singolarmente uno ad uno, con picchi di coinvolgimento che da tempo non registravamo davanti al grande schermo. La storia incentrata su una coppia invidiabile che comincia a sfaldarsi, ricostruita abilmente grazie ad un perfetto incastro tra flashback rievocati dalle pagine del diario ritrovato della moglie e vicissitudini del marito che la cerca, potrebbe far pensare alla solita tiritera ampiamente sfruttata dalla settima arte. E invece qui ci troviamo di fronte ad un’insolita, e per questo ancor più apprezzata, variazione sul tema, che si eleva addirittura rispetto alle altre recenti opere cinematografiche statunitensi sulla vita coniugale (lo spietato Revolutionary Road di Sam Mendes e To the Wonder di Terrence Malick, per citarne solo un paio). Ne esce uno studio metaforico che estremizza le tematiche legate al matrimonio per farsi ancor più terribilmente realistico (alla maniera ellissiana, mi verrebbe da dire), sorretto dalla bravura degli attori, della sceneggiatrice e di un regista che riesce a concentrare l’attenzione non solo sulle contraddizioni del tema ma anche sul contesto che talvolta le crea, talvolta le subisce. La scomparsa di una moglie diventa dunque un pretesto per indagare i rapporti di coppia e come vengono percepiti all’esterno: il circo mediatico si scatena (che siano vicini di casa o emittenti televisive ad esprimere un giudizio, il risultato non cambia) e la verità che viene a galla è sempre parziale, frutto di un gioco di astuzie costruito sul momento, non nel lungo periodo. L’unica perplessità riguarda l’atmosfera generale della pellicola. Il film parte infatti come un thriller finendo quasi per sfociare nel grottesco. Una disomogeneità che tradisce forse un riferimento ad una certa tradizione hollywoodiana (la mente corre alla Guerra dei Roses) e che, a conti fatti, fa calare un poco l’epicità dell’intera opera. Interessante infine constatare come l’uscita di quest’opera abbia seguito sia negli USA che in Italia di poche settimane quella dello Sciacallo (Nightcrawler, Dan Gilroy), altra inquietante riflessione sul ruolo dei mass media nella percezione della realtà. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 26 dicembre 2014)


Mommy 
di Xavier Dolan 
con Anne Dorval, Steve-Olivier Pilon, Suzanne Clément 
Drammatico, 140 min, Francia, Canada, 2014 

Una madre single, non più giovane ma ancora attraente (Diane, interpretata da Anne Dorval) si trova ad accudire il violento e instabile figlio quindicenne (Steve, Steve-Olivier Pilon) pur di non farlo finire in un ospedale psichiatrico. Cerca di aiutarla, tra mille difficoltà, una vicina di casa balbuziente (Kyla, Suzanne Clément). Xavier Dolan ha realizzato un film che vive di eccessi e contrasti. Elementi che fanno la fortuna dell’opera tradendo però, allo stesso tempo, tutta l’acerbità del regista. Sin dall’inizio il primo aspetto del film che colpisce è l’ottima recitazione, caratterizzata per tutti i personaggi da una continua alternanza di quiete ed esplosioni incontrollate. Si pensi ai comportamenti di Steve (dolce o violento), alle reazioni della madre Diane (paradigmatico lo straziante monologo finale che si risolve in un disperato pianto) o ancora al travaglio interiore della delicata vicina di casa Kyla. Nelle prime scene si palesa anche il principale elemento che innerva tutta la pellicola: la musica. La sua è una presenza massiccia (si parlava d’eccessi), e sappiamo già come solo i grandi successi del presente e del passato (in questo caso si va da Wonderwall degli Oasis a Born To Die di Lana del Rey, passando da Vivo per lei di Andrea Bocelli e Giorgia Todrani… che contrasti!) siano sufficienti a “rapire l’anima” dello spettatore, incollarla alle immagini e rendere epica anche la scena più insignificante. Non che questo voglia dire che ci siano scene mal realizzate. Anzi, è proprio la maestria tecnica con la quale Dolan ha studiato ogni minima inquadratura della sua opera che colpisce. Già la scelta del formato dimostra un’attenzione particolare a questo aspetto: la dimensione 1:1 (Mariarosa Mancuso ha parlato di “formato Instagram”) accentua la solitudine dei singoli personaggi nei primi piani pasoliniani o nei campi medi, per poi aprirsi nelle metaforiche scene che restituiscono un’idea di massima speranza o spensieratezza. Siamo indubitabilmente di fronte a vette di sperimentalismo tecnico, di coraggio autoriale, che da tempo non trovavamo sul grande schermo (ultimo esempio, a livello di sperimentalismo tecnico “spinto”, l’uso delle lenti deformanti nel Faust di Sokurov, 2011). Ma ancora una volta finiamo nel campo dei contrasti, dato che alla maestria tecnica non corrisponde una storia che si possa dire allo stesso livello. Dolan pecca infatti d’inesperienza nel momento in cui decide di mettere in scena una vicenda d’amore materno senza metterle dei freni, ovvero sfruttando troppo spesso in maniera poco misurata situazioni e artifici narrativi che finiscono per tradire una scarsa profondità di riflessione sul tema, per un risultato che sembra ben più emotivo che ragionato. Per affinità tematiche possiamo citare, come pietra del paragone, La luna di Bernardo Bertolucci (1979). Nonostante questo, il film rimane pur sempre una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico contemporaneo e il secondo plot point, ovvero la proiezione materna del possibile futuro del figlio in finale di film, è un pezzo di grandissimo cinema che ci accompagnerà per lungo tempo. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 12 dicembre 2014)


Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) 
di Jean-Pierre e Luc Dardenne 
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne 
Drammatico, 95 min., Belgio, Francia, Italia, 2014 

Sandra, dipendente di una piccola azienda che produce pannelli solari, è in procinto di rientrare al lavoro dopo essersi ripresa da una brutta depressione quando viene raggiunta dalla telefonata di una collega che la informa che buona parte dei colleghi ha votato per il suo licenziamento in cambio di un bonus in busta paga. Sandra vuole gettare la spugna ma, grazie ad una collega che riesce ad ottenere una seconda votazione e ad un marito che la supporta, trova la forza di giocare la sua ultima carta: incontrare uno per uno i colleghi, nel fine settimana, per convincerli a votare per il suo reintegro. Ciò che colpisce di più di quest’opera è la semplicità degli elementi che la compongono: la regia dei fratelli Dardenne si fa classica (scompare l’onnipresente telecamera che segue il personaggio principale per una più ampia varietà d’inquadrature, semplici e misurate), la sceneggiatura è lineare, i dialoghi sobri, la recitazione puntuale. Possiamo dire che con questa loro ultima fatica i fratelli Dardenne hanno messo in atto l’insegnamento bressoniano dell’alleggerimento dei “significanti” per un raggiungimento più diretto del cuore del “significato”. Ne è scaturita una storia incisiva e verosimile (perché encomiabilmente legata ai tempi), che si sublima in un finale di rara profondità e rilevanza. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 29 novembre 2014)


Pasolini 
di Abel Ferrara 
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea 
Biografico, 86 min., Belgio, Francia, Italia, 2014 

Premetto di aver avidamente studiato gran parte dell’Opera pasoliniana. Intendo i romanzi, le poesie, gli scritti critici, gli articoli e quasi tutti i film dell’intellettuale assassinato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Cito con precisione l’ultimo atto della sua vita perché quest’opera di Abel Ferrara, sceneggiata con Maurizio Braucci, si concentra proprio sulle ultime ore dello scrittore attraverso la ricostruzione della sua quotidianità, degli affetti, delle opere rimaste incompiute. Passa allora davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi (Ninetto Davoli, Laura Betti, la madre) e situazioni (le partite di calcio con i borgatari, le interviste, gli adescamenti di giovinetti) che dovrebbero restituire la dimensione epica della vita di Pasolini (siamo così sicuri che il suo privato fosse così memorabile?). Ciò che ne esce è una lunga lista di luoghi comuni, animati da un codazzo di maschere stereotipate, intervallati da un’approssimativa, quasi grottesca e caricaturale ricostruzione delle opere rimaste incompiute, ovvero Petrolio e Porno-Teo-Kolossal. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 18 novembre 2014) 


Lo sciacallo – The Nightcrawler 
di Dan Gilroy 
con Jake Gillenhaal, Bill Paxton, Rene Russo, Riz Ahmed 
Drammatico, Noir, Thriller, 117 min., USA, 2014 

Lou è un ragazzo strano. Vive in un monolocale, non ha parenti e amici, ha una macchina scassata e ruba qua e là per far soldi. Il necessario per vivere. Una sera assiste ad un incidente e vede accorrere una troupe di freelance che poco dopo vende con profitto le riprese ad un’emittente locale. A Lou si accende la lampadina e allora, moderno Scrooge che da un penny costruì un impero, ruba una bici da corsa per poi rivenderla e comprare una videocamera e un computer. Parte così la sua ascesa nel mondo dell’informazione, fatta di colpi bassi e competizione ferocemente sleale. Ci è sembrato di essere spettatori di un’operazione nostalgia. Echi di anni Novanta esplodono davanti ai nostri occhi con tutta la loro dirompenza non solo grazie alle immagini di una decadentissima Los Angeles ma anche e soprattutto grazie ad una storia che presenta i canoni tipici dei film di quella decade. Non ci stupiamo allora che Lou giri con la camicia bianca a maniche corte come il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, Joel Schumacher, 1993). Chicca che, insieme alle panoramiche della città degli angeli, non solo vale il prezzo del biglietto ma accentua anche il tasso di follia del protagonista e della vicenda tutta. Pazzia insana, mancanza di controllo che vale al protagonista la palma di cattivo più cattivo di questi ultimi stanchi anni cinematografici. Il suo sguardo spiritato (Gillenhaal è davvero inquietante e la perfetta Rene Russo gli regge il gioco) è la ciliegina sulla torta, il suo cinismo è il caffè, i suoi discorsi improntati al personal branding più spinto e la domanda “What if my problem isn’t that I don’t understand people, but that I don’t like them?” l’ammazzacaffé. Non ci siamo dunque trovati di fronte solo ad una riflessione sul giornalismo e le sue derive (il sensazionalismo a tutti i costi, la manipolazione delle notizie, i dubbi etici legati alla ripresa senza filtri della realtà, ecc…) ma ad una vera e propria considerazione metaforica sul livello odierno a cui si attesta ormai il comune senso del pudore. E allora ci siamo alzati dalle poltrone svuotati, consci di aver visto, piaccia o non piaccia, uno dei film più spietati degli ultimi anni. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 15 novembre 2014)


Interstellar 
di Christopher Nolan 
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine 
Fantascienza, 169 min., USA, UK, 2014 

Non c’è due senza tre. Inception (2010) e Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012) ci avevano lasciato con l’amaro in bocca e ora è il turno di questo Interstellar. Ma una cosa l’abbiamo capita. Nolan è ormai regista da alti budget e quindi “prigioniero” di un cinema che deve per forza fare i conti con i risultati al botteghino. Non ci dobbiamo quindi stupire se questa sua ultima opera, nonostante le affinità tematiche, non sia ai livelli di profondità di capolavori come 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) ma si fermi alla superficie. Come se la navicella di Cooper (McConaughey) non lasciasse mai la terra, come se quel tanto decantato buco nero fosse solo uno specchietto per le allodole. Qualcosa si salva? Certo. Il film è puro e bellissimo intrattenimento, frutto di una maestria tecnica e registica senza precedenti. Ciò che manca, recente vizio del regista, è la profondità d’analisi, ovvero quella capacità di riempire un ottimo prodotto di significato. E allora, di nuovo, le buone premesse (tra cui un tema quanto mai attuale: le nuove generazioni si devono formare per far fronte alle esigenze del pianeta, a costo di sacrificare le loro predisposizioni) sfociano in un finale tanto stucchevole quanto fastidioso. Ci piace ancora pensare che il vero Nolan sia quello di Insomnia (2002). 

Voto: 3 ½  su 5 

(Film visionato l’8 novembre 2014)


Boyhood 
di Richard Linklater 
con Patricia Arquette, Ethan Hawke, Ellar Coltrane, Lorelai Linklater 
Drammatico, 165 min., USA 2014 

39 giorni di riprese realizzate nell’arco di 12 anni (dal 2002 agli inizi del 2014) al ritmo di tre o quattro giorni ogni anno. Sempre con gli stessi attori, sempre con la chiara idea di “quale sarebbe stata l’ultima inquadratura, dove sarebbero andati i personaggi”. Boyhood è il risultato di questo lavoro di pianificazione e costanza, di commistione tra realtà (il contesto e l’evoluzione fisica degli attori) e fiction (i personaggi e ciò che accade). Proprio questa compenetrazione acuisce le peculiarità di un’anomala storia di formazione che, proprio per il suo alto tasso di sperimentalismo, promuove un fortissimo meccanismo di identificazione. Grazie alla inserimento, all’interno della narrazione, di accadimenti positivi e negativi, degni di nota o irrilevanti, ma sempre fondamentali per cesellare le personalità, siamo testimoni non solo della crescita di un ragazzo che passa dai 6 ai 18 anni ma anche delle sorti dei famigliari che lo accompagnano in questo percorso: la madre, il padre, la sorella. Un po’ come per chi guarda i filmini di famiglia, messa in scena di una realtà dove ci sono personaggi costanti e comparse che non ritorneranno, è impossibile non ritrovare almeno un frammento della propria vita e identificarsi con almeno uno dei personaggi. Ma Boyhood è anche un’opera che, grazie al meccanismo di ripresa diretta della realtà, si propone come documento filologicamente ineccepibile sul contesto socio culturale statunitense dell’ultimo decennio (un po’ come Heimat per la Germania). L’opera promuove infatti un’acuta e profonda riflessione su uno dei  pilastri della società, la Famiglia, mettendone a nudo le contraddizioni, le soavità. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 29 ottobre 2014)


I due volti di gennaio (The Two Faces of January) 
di Hossein Amini 
con Viggo Mortensen, Oscar Isaac, Kirsten Dunst 
Thriller, 96 min., USA, UK, Francia 2014 

Atene, 1962. Rydal è un giovane americano che ha deciso di allontanarsi dalla sua famiglia d’origine per vivere ad Atene. Sbarca il lunario facendo la guida turistica e, senza troppe remore, truffa chi a lui si affida giocando sul cambio tra dollari e dracme. Un giorno il giovane si imbatte in una facoltosa coppia di turisti statunitensi: lei (Dunst) gli fa girare la testa, lui (Mortensen) gli ricorda suo padre. Farà loro da guida, poi verrà risucchiato in un vortice che rischierà di rovinargli la vita per sempre. Dallo sceneggiatore di Drive, passato con questo film anche dietro alla macchina da presa, era lecito aspettarsi di più. L’ambientazione (Atene e le isole greche), la recitazione (misurata da parte di tutti gli attori) e la narrazione (la storia è tratta dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith) costituiscono sì una buona amalgama, ma tutta sbilanciata sul versante del classico. Per non rischiare Amini sceglie una regia attenta e trattenuta, fino quasi a tradire la paura di commettere passi falsi. Ne esce un prodotto ben girato, ben recitato, ma troppo poco sincero: il fatto che la storia si sviluppi negli anni sessanta e non nella contemporaneità è già, per uno sceneggiatore, una dichiarazione di resa. Se poi si considerano il finale obsoleto, il triangolo amoroso che (ovviamente) porta guai e il rapporto padre/figlio che lega i due protagonisti, questo avvalora ancora di più la lettura di un’opera ingessata nel paradosso di un’artificiosità derivante dal fatto di non aver voluto introdurre alcun elemento di innovazione registica e/o contenutistica. Prevedibile, patinato, sorpassato e senza quella raffinatezza e quella voglia di osare che hanno fatto grandi altri registi del genere (un nome su tutti, ma evito di farlo perché non c’è una recensione su quest’opera che non lo abbia chiamato in causa). 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato sabato 18 ottobre 2014)


Il regno d’inverno – Winter Sleep 
di Nuri Bilge Ceylan 
con Haluk Bilginer, Melisa Sozen, Demet Akbag, Ayberk Pekan 
Drammatico, 196 min., Turchia, Francia, Germania, 2014 

Turchia. Nell’Hotel Otello, struttura che come le abitazioni limitrofe è stata scavata nella roccia di una remota regione dell’Anatolia, vive con moglie, sorella e domestici Aydin, il proprietario, che, arrivata la stagione invernale, passa sempre più tempo nel suo studio per poter finalmente iniziare un trattato sul teatro turco e scrivere articoli di critica di costume per un gazzettino locale. La sua stanza non è altro che un rifugio dal suo personale inverno, quella stagione della vita che lo obbliga a tirare le somme della sua esistenza. Lo aiuteranno in questo, a loro modo, la sorella, la moglie e la famiglia del paese a cui aveva dato, per interposta persona, lo sfratto. Nuri Bilge Ceylan scrive con la moglie la storia di una ricerca: la ricerca del senso dell’esistenza da parte di un “uomo senza qualità”, istruito, educato, ma ancora non abbastanza maturo per comprenderne fino in fondo il meccanismo. Per questo indispone, risultando a chi gli sta intorno irritante, supponente, incapace di far fronte alle proprie responsabilità (in questo ci ricorda un po’ l’Oblomov di Gončarov). Obiettivo ultimo del regista/sceneggiatore quello di mostrarci il suo percorso di crescita, costruito sul confronto con tre principali soggetti: la sorella, la moglie, il popolo. L’opera funziona soprattutto quando si concentra su quest’ultimo rapporto che, in ultima analisi, è quello che si dimostra più metaforico e interessante (anche se sulla società turca ne sappiamo poco più di prima). Non è invece ben chiara la scelta di affidare buona parte della caratterizzazione del protagonista ai rapporti che lo legano alle due figure femminili, dato che entrambe improvvisamente si eclissano, quasi senza motivo e senza valore aggiunto, dopo essere state protagoniste di lunghissimi e lapalissiani dialoghi (tutti concordi nel rimando a Čhecov). Siamo di fronte ad un’opera sì egregiamente diretta e recitata, ma nettamente bicefala (è uno di quei casi dove la durata complessiva non è giustificata) e ad ampi tratti ampollosa, tematicamente e dialogicamente ripetitiva, in bilico tra cinema e letteratura, film e romanzo. Per dirla con le parole di Robert Bresson: «Impossibilità di esprimere fortemente qualcosa con i mezzi congiunti di due arti. O è tutta una o è tutta l’altra». Palma d’oro a Cannes 2014. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 14 ottobre 2014)


Anime nere 
di Francesco Munzi 
con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo 
Thriller, 103 min., Italia, Francia, 2014 

Tre fratelli, tre volti della ‘ndrangheta. Luciano, il cuore, vive ad Africo, paese dell’Aspromonte. È un uomo umile, di sani principi. Dedica la vita all’allevamento e alla cura della terra. Ha un figlio, Leo, che subisce il fascino della malavita e risolve una questione d’onore demolendo la vetrata di un negozio con un fucile a pallettoni. Nel mezzo di quella stessa notte scappa a Milano, dai fratelli di suo padre. Qui trova lo zio Luigi, il braccio, che si divide tra l’Italia del nord ed il nord Europa per contrattare con i cartelli sudamericani il traffico e il prezzo della droga nel continente. Coordina gli affari l’altro zio, Rocco, la mente, che cela la sua vera identità dietro un paio di occhiali da ragioniere, una famiglia modello, una casa più che decorosa. Venuti a conoscenza della bravata di Leo e degli effetti da essa generati, Luigi e Rocco faranno ritorno ad Africo con il nipote per cercare di mettere a posto le cose. La situazione degenererà. Benché ci siano stati critici cinematografici che hanno visto nella compresenza di tre fratelli dalle personalità così nette e distinte un’ingenuità che attenua l’incisività dell’opera, si deve comunque rilevare che una caratterizzazione netta dei personaggi li rende credibili e per questo funzionali a quel che, in fin dei conti, non può e non deve essere altro che considerato come il racconto di una storia dai tratti tragici. Certo, in questo modo il film non raggiunge quelle vette d’introspezione che possono essere ravvisate in altre opere sulla mafia (da recuperare, in questo senso, Fratelli di Abel Ferrara). Ma accettando per un momento che un film italiano possa avere caratteristiche da thriller (dalle molteplici ambientazioni, anche in esterni!), e non necessariamente da “dramma da camera”, ecco allora che lo spettatore si trova di fronte ad una storia finalmente “maledetta”, ovvero fatta di faide, vendette, sangue. Il tutto reso con realismo spietato e, quel che più ci interessa, ottima tecnica. Forse, dato anche il recente successo della serie televisiva Gomorra, il cinema italiano ha ritrovato un genere davvero poco praticato. L’auspicio è che il filone non si esaurisca e che i temi di mafia fungano solo da trampolino di lancio per un’evoluzione del genere e del cinema italiano tutto. 

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 27 settembre 2014)


Sin City – Una donna per cui uccidere 
di Frank Miller e Robert Rodriguez 
con Mickey Rourke, Jessica Alba, Josh Brolin, Joseph Gordon-Levitt, Eva Green, Rosario Dawson 
Thriller/Noir, 102 min., USA, 2014 

Difficile ricordare il primo capitolo, risalente a ben nove anni fa, per poter fare un efficace confronto con questa seconda produzione del marchio Sin City. Lo siamo andati a vedere in 2D, avendo letto dell’inutilità del 3D, e dopo una settimana ce ne siamo quasi già scordati. Quasi, perché un aspetto ci è rimasto e, paradosso dei paradossi per un film, si tratta di una peculiarità molto più letteraria che cinematografica: i flussi di coscienza dei personaggi (stream of consciousness ci avrebbe detto la nostra professoressa d’inglese), più pulp di qualsiasi manifestazione di violenza che innerva tutta l’opera, maledettamente più interessanti di qualsiasi altro aspetto serio o faceto che sia (si va dalle forme di Green e Alba alle folli corse in auto, passando dalle torture ai sanguinosi duelli). I pensieri dei protagonisti spiccano così sia sulla messa in scena (intrigante ma fin troppo “disegnata”), sia sui dialoghi (telefonati), sia sulla comunque buona prova recitativa dei vari Rourke, Brolin, Gordon-Levitt. Avremmo potuto chiudere gli occhi per lasciarci trasportare da frasi degne di certe pagine di Burroughs e Chandler, per immaginarci mondi ben più interessanti di quelli concepiti dalla coppia Miller-Rodriguez. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 6 ottobre 2014)


Una promessa 
di Patrice Leconte 
con Rebecca Hall, Alan Rickman, Richard Madden 
Sentimentale, 98 min., Francia, Belgio, 2014 

Germania, 1912. Friedrich (Madden), orfano di umilissime origini, viene assunto da un’acciaieria. Il proprietario (Rickman), colpito dalle sue capacità, lo promuove a segretario personale fino ad “adottarlo” nella propria magione. La convivenza gli comporta una crescente familiarità con il figlio e, soprattutto, la moglie dell’industriale, Charlotte (Hall). I due cercheranno in tutti i modi di trattenere i loro sentimenti. Proprio quando potrebbero darne libero sfogo ecco che la guerra e nuovi impegni lavorativi del giovane ne separeranno le esistenze. È proprio in questo momento che i due cercheranno di rendere inscindibili i loro destini, con una promessa. Tempi dilatati, estasi platoniche, promesse da mantenere. Leconte si inerpica nel difficilissimo sentiero della trasposizione cinematografica di un’opera letteraria (Viaggio nel passato, Stefan Zweig) tutta incentrata su un sentimento amoroso (semplificando, noi spettatori dovremmo vivere empaticamente le vicissitudini sentimentali dei due protagonisti). Purtroppo, nonostante la buona tecnica utilizzata, la regia è fin troppo didascalica e le imprecisioni ragguardevoli. Approssimativa è la ricostruzione di un’epoca, affidata alle ripetitive scene in interni, come assolutamente ingiustificata è la scelta di attori e ambientazioni in esterno evidentemente anglosassoni a dispetto di una storia ambientata in Germania (discrepanza resa ancora più evidente se si vede il film in lingua originale, ovvero in inglese!). L’obiezione che si potrebbe muovere è che l’opera si vuole accontentare di mettere al centro di tutto una storia d’amore, scevra da qualsiasi tipo di sovrastruttura storica e sociale. Tuttavia è proprio la tensione erotica che dovrebbe innervare la storia a fare sentire inesorabilmente la propria mancanza, vuoi per la recitazione “contemporanea” dei due attori protagonisti, vuoi per il patetismo di certe scene che sconfina nell’assurdo (v. la scena del pianoforte). Ne esce così un’opera tutto sommato gradevole, a condizione di considerarla come un superficiale feuilleton. Poteva invece essere l’occasione per realizzare una più profonda riflessione sui ruoli e le convenzioni sociali e sentimentali d’inizio Novecento. 
Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 3 ottobre 2014)


Oh Boy – Un caffè a Berlino 
di Jan Ole Gerster 
con Tom Schilling, Friedrike Kempter, Marc Hosemann 
Commedia, 83 min., Germania, 2012 

Niko Fischer è un giovane cui la vita sembra aver riservato un bello scherzetto: per ventiquattro ore sarà moderno Paperino – viene lasciato dalla fidanzata, il bancomat gli trattiene la carta, gli ritirano la patente,... – alla ricerca di se stesso e di un caffè. Abbiamo incontrato un film tematicamente molto simile proprio quest’anno: A proposito di Davis (Inside Llewin Davis, 2013). Tuttavia, mentre il film dei fratelli Coen si è dimostrato maturo sotto tutti i punti di vista, in quest’opera si può riscontrare qualche ingenuità tecnica (errori di messa a fuoco e di cambio d’inquadratura, ma lascio a voi il divertimento della caccia alle imprecisioni) e qualche piccolo buco narrativo. Il bilancio finale è positivo sotto il profilo dell’intrattenimento meno sotto quello del risultato finale, perché non riusciamo a capire fino in fondo l’obiettivo, il tema forte che tiene insieme il tutto. Questa crisi d’identità ambientata in una Berlino in bianco e nero a conti fatti non risulta funzionale ad una metafora sulla crisi d’identità della Germania contemporanea, discorso che poteva valere pre o post Muro di Berlino ma non ora, in un periodo in cui la Germania detta legge se non a livello mondiale almeno a livello europeo. Potrebbe allora semplicemente trattarsi della crisi d’identità di un ragazzo, Niko, ma anche in questo caso non si riesce a capire la scelta di affidare una lunga sequenza (forse la più lunga, posta in posizione enfatica nella narrazione, ovvero a tre quarti) all’incontro del protagonista con un anziano che rievoca la notte dei cristalli: se questa fosse da interpretare come una riflessione sul senso di responsabilità che effettivamente Niko deve ritrovare, la tematica risulterebbe comunque fin troppo greve. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato l’8 agosto 2014)


Stop the Pounding Heart 
di Roberto Minervini 
con Sara Carlson, Colby Trichell, Tim Carlson, LeeAnne Carlson, Katarina Carlson 
Drammatico, 98 min., Italia, 2013 

Capitolo conclusivo della trilogia sul Texas, Stop the Pounding Heart è passato quasi del tutto inosservato ma ha raccolto consensi a Cannes e al Festival di Torino vincendo il Premio della Giuria nella sezione Internazionale.doc. È la storia di Sara, giovane ragazza austera di famiglia cristianissima e numerosa che consacra le sue giornate ai precetti della Bibbia, i lavori manuali e la custodia delle sue sorelle. Sarà l’incontro con Colby, giovane cowboy e coraggioso bull ryder, a far nascere in lei pulsioni fino ad allora inascoltate. Attraverso una storia minimale dagli interrogativi esistenziali, ci viene restituito un dirompente affresco della realtà statunitense più nascosta e per questo più vera, in quella porzione di America rurale, qui coincidente con la periferia di Houston (Texas), dove le vite sono scandite da patriottismo, religione e tradizioni. La Natura, che tradisce un valore quasi thoreauiano, fa da sfondo ai riti d’iniziazione di giovani e adulti: il rodeo, le grigliate, il tiro al bersaglio. È nella ricerca di sé stessa che la protagonista compie un percorso di crescita silenzioso ma dirompente, cadenzato da una tecnica di ripresa che, mescolando richiami alle cifre stilistiche dei fratelli Dardenne (l’attenzione per la protagonista) e di Terrence Malick (il rapporto natura/personaggio), ci spinge ad una necessaria riflessione su una nuova forma di “cinema vérité” o “cinema diretto” che si propone come reazione alla crisi di contenuti che ormai attanaglia il cinema. L’operazione non è del tutto riuscita (è ormai evidente che rarefazione della narrazione e intrattenimento non vanno del tutto a braccetto) ma l’ottima tecnica e la qualità delle idee messe in campo ci fanno apprezzare l’opera e ci riempiono di speranza per il futuro di un regista italiano che è riuscito a superare nettamente i risultati dei suoi connazionali più conosciuti (su tutti, per affinità tematiche, Le meraviglie di Alice Rohrwacher). 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 31 luglio 2014)


Le meraviglie 
di Alice Rohrwacher 
con Alba Rohrwacher, Sam Louwyck, Sabine Timoteo, Maria Alexandra Lungu, Monica Bellucci 
Drammatico, 110 min., Italia, Svizzera, Germania, 2014 

C’è poesia, è innegabile, e lo spettatore si affeziona senza fatica ai personaggi. Ma la storia, comunque interessante, è esile, talvolta fin troppo irreale (affidarsi a sceneggiatori sembra ormai una bestemmia), e risente dei continui inserimenti di situazioni spiazzanti o tributi palesi a neorealismo o pellicole celeberrime e tematicamente affini (su tutte Amarcord e le sue riflessioni sulla “vita di paese”). Ci affezioniamo sopra tutti a Gelsomina, che ricorda l’adolescenza da primogeniti responsabilizzati che devono badare ai propri fratelli, talvolta ai propri genitori. L’unico momento di svago è costituito da un balletto realizzato dalla sorella più piccola, di nascosto dai genitori fricchettoni, sulle note di T’appartengo di angioliniana memoria e l’iscrizione ad un concorso televisivo che potrebbe risollevare le sorti dell’economia famigliare, che sta in piedi grazie alla produzione e vendita di miele e ortaggi. In continuità con la tradizione cinematografica europea l’adolescenza viene presentata come un momento difficile, periglioso, serio. Serietà enfatizzata dalla tecnica di ripresa, sì sciatta e irregolare ma ad onor del vero sempre funzionale alla narrazione. Non si sa se interpretare il finale come una metafora o come una dichiarazione d’esonero responsabilità. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato l’11 giugno 2014)


Maps To The Stars 
di David Cronenberg 
con Julianne Moore, John Cusack, Mia Wasikowska, Robert Pattinson 
Drammatico, 111 min., USA, Canada, Francia, Germania, 2014 

L’esclusione, la deformazione, gli eccessi, la devianza. Tematiche care al regista che ritroviamo in questa sua ultima opera. Ma, per favore, che non si tiri in ballo Altman né tantomeno Mulholland Drive (David Lynch, 2001) o The Canyons (Paul Schrader, 2013). Se proprio di similitudine si deve parlare, allora si citi The Informers (Gregor Jordan, 2009), trasposizione di una raccolta di racconti di Bret Easton Ellis che, distribuita solo per il mercato home video, si distingue per stile piatto e sviluppo di un crocevia di storie sfocianti in un finale tanto eccessivo quanto sconclusionato. Caratteristiche anche di quest’ultimo film di Cronenberg, che sfrutta toni algidi per mettere in scena una storia sì interessante ma più nelle ambientazioni che nelle vicende di personaggi che incarnano la solita critica al jet-set hollywoodiano (c’è una lunga filmografia a riguardo con un capostipite, Sunset Boulevard di Billy Wilder, che risale al 1950!). Interessante e ben sfruttato l’espediente dei fantasmi che tormentano i vivi, ma non basta a rendere memorabile una storia a conti fatti già vista. 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 28 maggio 2014)


Locke 
di Steven Knight 
con Tom Hardy 
Drammatico, 85 min., GB, USA, 2013 

Ivan Locke (Hardy) è un capo cantiere. Finita la sua giornata lavorativa entra in macchina e riceve una telefonata da una donna di nome Bethan. Decide di raggiungerla a Londra. Durante il viaggio in macchina veniamo a sapere che la sua decisione rischia di distruggere per sempre la sua vita famigliare e lavorativa. Siamo andati al cinema pieni di aspettative. Un film scritto e diretto dallo sceneggiatore della Promessa dell’assassino (Eastern Promises, David Cronenberg, 2007), ambientato tutto all’interno dell’abitacolo di un’auto in cui il protagonista, attraverso una ragnatela di telefonate in vivavoce, distrugge la sua vita. Siamo usciti un po’ delusi. Certamente non sarebbe corretto omettere che il film è tutto sommato gradevole e mosso da buoni proponimenti. Ma il meccanismo narrativo architettato non ha dimostrato tutta quella dirompenza trovata, ad esempio, in Buried (Rodrigo Cortés, 2010). Innanzitutto le motivazioni che spingono il protagonista a prendere scomode decisioni vengono esplicitate sin da subito, attenuando completamente l’effetto di qualsiasi successivo colpo di scena. Così come viene quasi subito svelato il rapporto conflittuale che lega il protagonista al ricordo del padre (reso con un artificio fin troppo scontato e banale). Protagonista caratterizzato in modo abbastanza efficace ma poco credibile nelle reazioni e nelle relazioni che lo legano ai colleghi, alla moglie e ai figli. Probabilmente il film, totalmente basato sulle parole, perde troppo per colpa di un doppiaggio scriteriato: i discorsi bambineschi dei figli stridono con le loro voci da adolescenti; una donna matura ha una voce da ventenne; il protagonista sembra non tradire emozioni, forse colpa del raffreddore? Considerando una regia praticamente inesistente possiamo dire che, nonostante la rilevanza dei temi trattati, la vera star del film si rivela la BMW: stabile, confortevole e con un impianto vivavoce da paura. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato l’1 maggio 2014)



Nymphomaniac (vol. I e II) 
di Lars von Trier 
con Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarsgård, Christian Slater, Uma Thurman, Shia LaBeouf 
Drammatico, 240 min., Danimarca, Germania, UK, Belgio, 2013 

Joe (Gainsbourg) è una cinquantenne che viene trovata da Saligman (Skarsgård) in un vicolo, tumefatta. L’uomo le offre ospitalità. Lei gli racconta la propria vita di ninfomane a partire dall’infanzia. È sempre meglio aspettare di avere la visione d’insieme prima di dare un giudizio su un’opera divisa in due parti. Ci si aspetta che i temi rimasti in sospeso nella prima parte trovino un senso alla luce degli eventi del secondo capitolo e che le conclusioni finali siano il frutto di un percorso che si fa forte di premesse convincenti. In Nymphomaniac rimane tutto troppo irrisolto. Ogni capitolo in cui è organizzata la narrazione cerca di farsi forte del rapporto antitetico tra i due protagonisti, contrapposti come il diavolo e l’acqua santa: da una parte Joe, la narratrice ninfomane; dall’altra Saligman, l’uditore colto che interviene con parallelismi tra ciò che ascolta e ciò che ha letto e studiato (si va dal cristianesimo bizantino alla storia romana per arrivare a… Freud, non l’avremmo mai detto). Uno stratagemma che il regista utilizza per dare libero sfogo alle proprie fantasie sessuali, che cerca di nobilitare affiancandole ad una galleria di simmetrici riferimenti culturali (troppo spesso forzati). Il frutto di questa operazione è un film a conti fatti gradevole per merito di una comunque ottima tecnica registica, che però a livello contenutistico risente della mancanza di un adeguato approfondimento critico. Gli spunti interessanti infatti non mancano, ma i discorsi ad essi collegati vengono spesso lasciati a metà. Ad esempio, nella prima parte von Trier ha avuto l’occasione di sviscerare un tabù, ovvero di trattare i rapporti di forza che intercorrono tra il sesso femminile e quello maschile. Avrebbe potuto dare una propria interpretazione all’interdipendenza tra i sessi, scovandone le ragioni e smascherandone le ipocrisie. Non l’ha fatto. Del resto, mi faceva notare un mio amico, per aver detto la verità sulla differenza tra uomo e donna Tiresia venne accecato. Von Trier non ha voluto correre il rischio. Ed è anche il caso della confusione, condita da un finale disgustosamente banale, che il regista crea nella seconda parte riguardo la vera natura e i veri proponimenti della protagonista. Dapprima ninfomane orgogliosa di esserla, Joe si ripromette poco dopo di voler guarire dalla propria condizione. Come se non bastasse von Trier ne ferma la discesa agli inferi, fatta da un vortice sempre più profondo di violenza, ma solo per farle incontrare il mondo della malavita (mancava solo quella). Altra occasione persa. Se avesse letto di più e meglio, il regista danese avrebbe saputo che spesso nell’arte la degenerazione sessuale è collegata ad una escalation di violenza poi sfociata nell’autodistruzione fisica del degenerato. Come Pasolini, per intenderci. Von Trier ha dichiarato: “Un film dovrebbe essere un sasso nella scarpa”. Non abbiamo avvertito neanche un granello di polvere. 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 5 e il 24 aprile 2014)


Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel
di Wes Anderson 
con Ralph Fiennes, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, Frank Murray Abraham 
Commedia, 100 min., USA, 2014 

Gustave H (Fiennes) è il concierge del Grand Budapest Hotel, dove oltre a coordinare magnificamente i suoi sottoposti si intrattiene con le attempate e facoltose donne ospiti della struttura. Un giorno egli diventa amico di uno dei suoi collaboratori più giovani, Zero Moustafa (Toni Revolori nella versione giovane, Frank Murray Abraham in quella adulta), il quale lo segue nelle sue peripezie fino a diventarne il protetto. Tra le disavventure che i due protagonisti dovranno superare c’è la battaglia senza quartiere che gli eredi di una conquista amorosa di Gustave muovono a quest’ultimo, reo di aver rubato dalla loro magione un quadro d’inestimabile valore. Bisogna ammetterlo, il film principia come meglio non potrebbe. La storia che stiamo per vedere ci viene presentata come la trasposizione di un tipico romanzo novecentesco, dove l’autore confida nel prologo di aver ascoltato il racconto che segue direttamente dalla voce di uno dei protagonisti. In un meccanismo narrativo a scatole cinesi veniamo dunque catapultati dalla Praga “contemporanea” (quella di chi ha scritto il libro) al Grand Budapest Hotel del 1985 (quando lo scrittore ha ascoltato la storia) e infine all’albergo d’inizio Novecento, luogo mitico raggiungibile grazie ad una funicolare poiché ubicato tra i monti che sovrastano la fittizia città termale di Nebelsbad, nello stato immaginario di Zubrowka, il più orientale d’Europa. Il chiaro riferimento alla cultura e all’ambientazione mitteleuropea (i sanatori e i mastodontici alberghi dove l’aristocrazia riposava le proprie membra traendo benefici dalle acque termali), nonché il periodo storico così definito e pieno d’implicazioni come la prima parte del XX secolo, ci fanno dunque intravedere il capolavoro. Auspicio che si consolida quando notiamo i pavimenti dell’albergo coperti da tappeti Art Nouveau, la cucina con un reparto d’alta pasticceria creato sul modello della leggendaria bottega viennese Demel ed un Grand Budapest (inteso come edificio) concepito come mix tra i lavori di Achilles G.Rizzoli (la facciata) e il Gorlitzer Warenhaus (gli interni). Ma è proprio da quest’ultimo pastiche e, in modo ancora più evidente, durante lo svolgimento della storia, che ci rendiamo conto di come, nonostante abbia lavorato in Europa e consultato la Collezione di Immagini Fotocromatiche della Libreria del Congresso, Anderson non abbia fatto altro che ricostruire un contesto svuotandolo però dei suoi significati per poi riempirlo col proprio universo visuale. Fin qui tutto bene, se non fosse che, mettendo da parte per un attimo questa operazione meramente stilistica, abbiamo l’amara sorpresa di una storia che regge per la prima metà dell’opera per poi svanire progressivamente in un’accozzaglia di situazioni e di emozioni già sfruttate in ogni singolo capitolo della filmografia andersoniana. E allora passi che in un albergo del genere ogni parola o testo scritto sia in inglese, che un sicario abbia le fattezze di un vampiro, che le SS diventino ZZ e che le citazioni da altri film abbondino all’inverosimile (su tutte la scena hitchcockiana della funivia). Rimane però pur sempre il fatto che da un regista quarantaquattrenne con una cifra stilistica riconoscibile e di successo ci saremmo aspettati una decisiva evoluzione contenutistica. Occasione sprecata. 

Voto: 3 ½  su 5 

(Film visionato il 10 aprile 2014)


Dallas Buyers Club 
di Jean-Marc Vallée 
con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Steve Zahn 
Drammatico, 117 min., USA, 2013 

Texas, seconda metà degli anni Ottanta. Ron Woodroof (McConaughey), che lavora come elettricista nei pozzi petroliferi, conduce una vita sregolata. Ama l’alcol, la droga, il gioco d’azzardo e le donne. Proprio da una prostituta contrae l’HIV ed i dottori, dopo avergli diagnosticato l’AIDS in fase avanzata, gli danno trenta giorni di vita. In un primo momento la sua reazione è incontrollata. Per non sentire il peso degli effetti della malattia, Ron aumenta le dosi di alcol e di droga ma così facendo finisce con il peggiorare il suo quadro clinico. Comincia allora a procurarsi sottobanco l’AZT, un potente antivirale in fase di sperimentazione. Quando il farmaco viene però messo sotto controllo dai medici dell’ospedale, Ron decide di recarsi in Messico per procurarsi altro AZT, finendo invece per conoscere un medico radiato che gli prescrive del Peptide T, proteina non approvata dal sistema sanitario americano che però lo aiuta a migliorare la sua situazione. Ron decide così di portare questa sostanza in Texas al fine di venderla agli altri malati e combattere lo strapotere delle case farmaceutiche che, a suo parere, stavano lucrando sulle disgrazie di centinaia di migliaia di persone colpite dalla piaga dell’HIV. Ciò che colpisce di più di quest’opera è sicuramente la prova immensa di un McConaughey  in stato di grazia (già William Friedkin lo aveva valorizzato con Killer Joe, 2011). Non c’è un’inquadratura in tutto il film in cui il suo corpo e la sua voce non rendano perfettamente l’idea di una persona che porta il fardello di un destino ormai irrimediabilmente segnato. Le guance scavate, la voce flebile e incerta (da ascoltare solo nella versione in lingua originale), le vene prominenti sulla fronte e i muscoli di gambe deboli che non riescono a regge il peso di un corpo svuotato, sono solo le evidenze di un’anima persa che cerca di ritrovarsi in una battaglia contro i pregiudizi della società (era opinione comune che l’HIV fosse un problema solo degli omosessuali) e le dinamiche legate al profitto delle case farmaceutiche. Ma oltre a ciò che rimane strettamente legato alla performance di chi interpreta il personaggio principale, che trova in Leto un’ottima spalla grazie alla quale far emergere il suo lato più umano, rimane poco di una storia che soffre il continuo tira e molla temporale (si saltano mesi o anni con una semplice schermata nera) e l’approssimazione con cui si indagano a livello macrotematico le ragioni di una vera e propria piaga sociale. Condivisibile dunque la scelta dell’Academy di premiare con l’Oscar le prove di McConaughey, Leto e dei truccatori Adruitha Lee e Robin Mathews, che in fin dei conti si dimostrano di tutt’altra categoria rispetto ad una sceneggiatura e una regia tutto sommato didascaliche. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 25 marzo 2014)  


Lei (Her) 
di Spike Jonze 
con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Chris Pratt 
Drammatico, 126 min., USA, 2013 

Theodore, che si mantiene scrivendo lettere d’amore conto terzi, non riesce a dimenticare l’ex moglie e vive alla giornata con pochi amici e molte occupazioni digitali. La sua vita sentimentale sembra giungere ad una svolta quando installa sul computer di casa un nuovo sistema operativo che comincia a relazionarsi con lui in maniera simbiotica. Sin dagli esordi Jonze ci aveva abituato, più che alla maestria tecnica, alle trame coraggiose, futuristiche e spiazzanti. Essere John Malkovich (1999) aveva chiuso il XX secolo presentando un personaggio che attraverso un passaggio segreto riusciva ad entrare nella mente dell’attore che dà il titolo al film. Il ladro di orchidee (2002) ci aveva spiazzati presentandoci una storia che si sviluppava step-by-step grazie allo sceneggiatore/protagonista (anzi, gli sceneggiatori/protagonisti). Con quest’ultimo film il regista approda invece ad un risultato che valorizza più la forma del contenuto. Le inquadrature si fanno più ricercate e i movimenti di macchina fluidi, la fotografia punta alla nitidezza e i colori si stagliano puliti e pieni, le ambientazioni si fanno glamour. Una maggiore attenzione all’aspetto tecnico cui segue una storia più interessante nelle attese che non negli effettivi sviluppi. Già la scelta di ambientare il film in un prossimo futuro (non poi così diverso dal presente) si rivela un espediente fin troppo facile per giustificare situazioni altrimenti inverosimili. Come quella attorno alla quale ruota tutta l’opera: il protagonista si rapporta sempre più intimamente con un sistema operativo dalla voce femminile (a pensarci bene, un po’ come quando si setta il TomTom) fino a presentare quest’ultimo agli amici come fidanzata (e senza neanche provocare critiche o risolini). Da questo rapporto prende le mosse la principale domanda cui Jonze cerca di dare risposta: come può evolvere la vita di un uomo che costruisce un rapporto esclusivo con la sua macchina, inevitabilmente plasmata a propria immagine e somiglianza? La riflessione che ne consegue, e che coincide con lo svolgimento del film, è una sorta di monito nei confronti della società contemporanea, che preferisce sempre più rifugiarsi e isolarsi negli ultimi ritrovati tecnici invece di mettersi in gioco nel campo dei sentimenti. Una constatazione che, a fronte di due ore di film, risulta essere un po’ troppo striminzita, soprattutto se si aggiunge che il finale si può intuire già a metà film e che la materia è stata già ampiamente trattata in Blade Runner (Ridley Scott, 1982). In ultima analisi, ci rendiamo conto che l’opera rimane in piedi solo grazie a due fattori legati tra loro: la facilità di scrittura di Jonze, bravo nel raccontare l’evoluzione interiore del suo protagonista, nonché l’ennesima eccellente prova recitativa di Joaquin Phoenix. 

Voto: 3 ½  su 5 

(Film visionato il 18 marzo 2014)


Saving Mr. Banks 
di John Lee Hancock 
con Tom Hanks, Emma Thompson, Ruth Wilson, Colin Farrell, Paul Giamatti 
Biografico/Commedia/Drammatico, 126 min., USA/Gran Bretagna/Australia, 2013 

La scrittrice Pamela Lyndon Travers vive in una piccola casa a schiera di Londra e si trova in ristrettezze economiche. Il suo agente la convince pertanto a recarsi a Los Angeles per cedere alla Disney i diritti di Mary Poppins, il suo best seller, e collaborare alla realizzazione della sceneggiatura del film. Appena arrivata nella sua camera d’albergo, la sessantenne getta dalla finestra le pere del cesto di benvenuto e chiude nell’armadio tutti i pupazzi che Walt Disney le ha fatto trovare. Oggetti che, attraverso un continuo gioco di flashback, scopriremo avere la colpa di averle rievocato un’infanzia in cui si cela una grandissima delusione. Delusione che si ripercuote nel presente rendendo Mrs. Travers alquanto ostica per gli sceneggiatori che con lei si devono rapportare. Solo grazie ad un autista e a Walt Disney in persona, che le dimostrerà di aver capito il vero significato del libro, Pamela riuscirà a superare il suo passato e ad aprirsi in modo da rendere possibile la realizzazione di una pellicola passata alla storia. J.L. Hancock (che ricordiamo per The Blind Side, 2009) mette in campo una regia didascalica ma sempre funzionale ad una sceneggiatura che si prende notevoli libertà rispetto ai fatti realmente accaduti per meglio puntare sull’empatia promossa da una incessante riflessione sul legame tra genitori e figli che spesso si sofferma sul rapporto edipico tra padri e figlie femmine. Non manca certo qualche momento d’alleggerimento che stempera la gravitas del tema trattato e strappa risate, ma dall’inizio alla fine il film sembra sempre e comunque prigioniero dell’inquietante avvertimento che ci ricorda come noi siamo, nel bene o nel male, il prodotto del rapporto che abbiamo avuto coi nostri genitori e il ricordo che di esso abbiamo. Il messaggio arriva forte, anche grazie ad una protagonista cui la Thompson conferisce il giusto spessore rendendola credibile nella sua acidità e diffidenza sempre umana e mai sopra le righe. Buone la prove di Colin Farrell e Paul Giamatti, figure complementari di padri che intendono la vita e amano le proprie figlie in modi differenti. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato l’11 marzo 2013)


12 anni schiavo (12 Years a Slave
di Steve McQueen 
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt 
Drammatico 134 min., USA, 2013

USA, 1841. Solomon Northup ha una moglie, due figli e si guadagna da vivere suonando il violino. Ha una vita decorosa, una bella casa ed è istruito. Il suo cognome gli deriva da Minus Northup, suo padre, che a sua volta lo aveva “ereditato” dal padrone insieme alla libertà. Pur essendo nero, Solomon è dunque un uomo libero. La vita gli fa incontrare due impostori che gli promettono facili guadagni e, dopo averlo drogato, lo vendono ai mercanti di schiavi per le piantagioni degli stati del Sud. Sarà l’inizio di un calvario lungo 12 anni. Diretto da Steve McQueen (Hunger, Shame) e sceneggiato da John Ridley, il film ricalca fedelmente le memorie di Solomon, già pubblicate nel 1853 e oggi ristampate in Italia da Newton Compton Editori. Fedelmente perché l’opera si concentra esclusivamente sulle scene in cui compare il protagonista: non vediamo cosa gli accade immediatamente dopo essere stato drogato, non vediamo Samuel Bass (Brad Pitt) scrivere la lettera che gli ridarà la libertà, tantomeno vediamo la ricezione della lettera da parte dei famigliari e loro reazioni. Considerando anche l’esiguo numero di scene corali ed il superficiale approfondimento psicologico dei personaggi, siamo portati a pensare che McQueen abbia voluto limitare il cono prospettico a quello del solo protagonista, per aumentare a dismisura l’eccezionalità della sua disavventura. Una sola è quindi la prospettiva, e il narratore non può e non vuole essere onnisciente, per concentrarsi al meglio sulla storia di un uomo che diventa paradigma della perdita della libertà nonché emblema della schiavitù e delle sue implicazioni. Il Cinema aveva trattato questo tema attraverso scene corali di lavoro nei campi, sudore, sporcizia e sangue che si sviluppavano nel buio di una fotografia dov’erano le ombre a prevalere. McQueen opta invece per una narrazione più “pulita” che fa in modo che il sangue e le lacrime si confondano col colore della pelle (aperta, tagliata), mentre la natura si mostra in tutta la sua stupefacente bellezza e fulgore nonostante in essa si perpetrino le brutture e la ferocia dei padroni (giustificata con le sacre scritture, altro esempio di aderenza della narrazione alla Storia). È la costruzione perfetta delle inquadrature che ci fa distogliere per un attimo l’attenzione dalla materia trattata fin quasi a stemperare il dramma, perché fino ad ora avevamo visto tale artificio utilizzato solo nei film in costume in cui si parla di aristocrazia (si vedano le scene a lume di candela, che rimandano a Barry Lyndon). Da artista visuale qual è, il regista rimane pertanto fedele al suo stile anche rappresentando una storia di schiavitù, continuando ad esprimere la propria Poetica mediante la tecnica anziché le parole. Una scelta, già utilizzata con esiti diversi da Terrence Malick, difficile da far digerire al grande pubblico e che qui trova la sua acme nei 180 secondi della scena dell’impiccagione: la parte a fuoco del campo lungo ci fa vedere Solomon impiccato ad un albero che si tiene in vita grazie alle punte dei piedi che scivolano sul fango, suoni di deglutimento e nel contesto, sfocato, gli altri schiavi che lavorano come se nulla fosse. Un’inquadratura, un artificio tecnico che si fa metafora riuscendo a condensare qualsiasi discorso sulla schiavitù. Ciò non vuol dire che nel film non si registrino monologhi o dialoghi pregni di significato: è memorabile il discorso sulle leggi e il futuro della schiavitù di Bass/Pitt nonché quello della schiava libera sul destino dei proprietari terrieri schiavisti, presagio della guerra di secessione del 1861. C’è chi ha visto in questa opera una battuta d’arresto nella carriera del regista, chi lo ha candidato a 9 premi Oscar. Fuori da qualsiasi considerazione sul valore artistico del film, comunque indiscutibile, rimane fondamentale riconoscere a McQueen di aver portato sul grande schermo l’enorme insegnamento della storia di Solomon, che grazie alla sua cultura è riuscito a sopravvivere giorno dopo giorno, per dodici interminabili anni, non senza cedimenti (incredibile la scena del coro gospel Roll Jordan Roll), solo per poter riassaporare ancora una volta il valore della parola Libertà.

Voto: 4 ½ su 5 

(Film visionato il 22 febbraio 2014)


Robocop 
di José Padilha 
con Joel Kinnaman, Gary Oldman, Michael Keaton, Samuel L. Jackson, Abbie Cornish 
Azione, 121 min., USA, 2014 

Nel 2028 la multinazionale OmniCorp, leader nel settore della tecnologia robotica, ha prodotto e fornito agli USA androidi di pattuglia che garantiscono di vincere e mantenere l’ordine nei teatri di guerra. Raymond Sellars (Michael Keaton), leader dell’azienda, fiuta però un’ulteriore possibilità di profitto e cerca, spinto dal consenso mediatico di cui godono le sue macchine, di estendere il mercato anche all’uso interno. L’unico ostacolo alla diffusione dei robot sul suolo nordamericano è rappresentato dall’emendamento sostenuto dal senatore Hubert Dreyfuss, che non è disposto ad affidare l’ordine a macchine prive di coscienza. È a questo punto che in Sellars comincia a farsi spazio un’idea per aggirare il problema: mettere un uomo all’interno della macchina. Era il 1987 quando Paul Verhoeven, alla sua prima prova hollywoodiana, portava sullo schermo le gesta di un agente di Detroit che, ucciso da alcuni malviventi, veniva trasformato in un cyborg al servizio della polizia. La sua memoria prendeva tuttavia il sopravvento sul corpo robotico e lo portava a vendicarsi senza pietà. Sono passati quasi trent’anni e José Padilha, anch’egli alla sua prima prova hollywoodiana dopo il successo dei due adrenalinici capitoli di Tropa de Elite, ha il difficile compito di attualizzare un film già entrato nella storia. Facilitato a livello tecnico da un budget da 100 milioni di dollari che gli permette di sfruttare effetti speciali spintissimi e armamenti avveniristici, è a livello tematico/contenutistico che il regista e i suoi sceneggiatori (Nick Schenk, James Vanderbilt, Joshua Zetumer) hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto, finendo però con il (sovra)caricare la storia di elementi contestuali. Qualcuno di questi rende la narrazione indubbiamente interessante, mentre qualcun altro appesantisce il tutto rendendo ampolloso qualche passaggio di troppo. è il caso degli interrogativi esistenziali che assalgono l’uomo nella macchina (Joel Kinnaman) e che ci fanno conoscere un Robocop “esistenzialista” al centro di un cortocircuito tra coscienza/parte umana (positiva) e irrazionalità/corpo robotico (negativo) che si risolve in una vendetta non solo nei confronti di chi ha attentato alla sua vita, ma soprattutto verso chi lo ha sfruttato (la OmniCorp) per una mera operazione pubblicitaria. Ed è proprio sull’operazione commerciale della multinazionale che vengono innestate le considerazioni più interessanti promosse dal film: Robocop viene utilizzato come un giocattolone che deve mettere d’accordo lo schieramento politico (presumibilmente democratico) contrario all’utilizzo dei robot ai fini della sicurezza interna e il mondo industriale globalizzato e un po’ repubblicano che invece vuole lucrare sulla paura. La partita si gioca a livello mediatico: l’ossessione statunitense per le minacce esterne (“Mai più un altro Vietnam, mai più un altro Iraq o Afghanistan” dichiara un generale riguardo i benefici dell’utilizzo dei robot) ed interne (dov’è in tutto il film la polizia di Detroit?) spinge una parte degli organi d’informazione (guidati dalla trasmissione d’approfondimento “The Novak Element” di Pat Novak, interpretato da Samuel L. Jackson) a schierarsi dalla parte della OmniCorp, intenta a diffondere la cultura del terrore tramite mirate strategie di marketing e comunicazione. La vicenda esistenziale di Alex Murphy, esile in quanto circoscritta ai soli rapporti che lo legano alla famiglia e agli assassini, finisce così con l’amalgamarsi a fatica con macrotemi gravidi di implicazioni. Tematiche troppo grandi anche per un automa sì invincibile ma ridimensionato dal suo status di prodotto “Made in China”. Del resto anche la multinazionale OmniCorp ha dovuto delocalizzare per sfruttare manodopera e componenti elettronici a basso costo. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 12 febbraio 2014)


A proposito di Davis (Inside Llewyn Devis) 
di Joel ed Ethan Coen 
con Oscar Isaac, Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman 
Drammatico, 105 min., USA, 2013 

Inverno 1961. Llewyn Davis è un cantante folk (ispirato in parte alla figura di Dave Van Ronk) che si sveglia tutte le mattine su un divano diverso e cerca cocciutamente di guadagnarsi da vivere con la sua musica suonando senza particolare successo in un locale fumoso del Greenwich Village. Effettivamente di lì a poco sarebbe esploso il ciclone Bob Dylan. Ma se Dylan otterrà il successo, Davis si dovrà accontentare di inseguire un gatto rosso che per colpa sua è fuggito dalla casa dell’ultimo ad avergli dato ospitalità. Stringendo il gatto rosso in una mano e la chitarra nell’altra, Llewyn farà i conti con la propria vita (le sue precedenti relazioni gli riservano inaspettate sorprese) e la propria arte (la continua mancanza di soldi e le porte chiuse in faccia) rimanendo solo, sul palco come nella vita. Attraverso la parabola di Llewyn, i fratelli Coen sviluppano ulteriormente le tematiche trattate in A Serious Man, ovvero la figura dell’ebreo errante in relazione ai temi della scelta e della solitudine. Proprio per enfatizzare quest’ultimo aspetto, gli autori ricorrono a due artifici. Uno tecnico, l’altro narrativo. Nel primo caso dobbiamo menzionare la fotografia di Bruno Delbonnel (recentemente apprezzato nel Faust di Sokurov), che almeno nelle scene più significative opta per la rarefazione del contesto a favore di una migliore messa a fuoco della figura del protagonista. Una scelta tecnica che si accompagna alla costruzione circolare della narrazione, che vede il film aprirsi e chiudersi sulla stessa scena isolando così al suo interno un momento emblematico della vita di Llewyn e conferendo ad esso un’atemporalità straniante che ci rimanda ad opere come Il castello di Kafka. E proprio come un personaggio kafkiano il protagonista si ritrova a girare, almeno per una fase della sua vita, quasi “a vuoto”, scontando sistematicamente la colpa di optare sempre per la strada più semplice, per l’unica opzione che gli può dare un riscontro immediato. Forse l’incapacità di valutare le conseguenze delle sue azioni è dovuta allo spaesamento che gli deriva dalla morte del partner musicale. O forse è la convinzione di essere un grande musicista che gli impedisce di scendere a compromessi, precludendosi la possibilità di partecipare a lavori meno artistici ma sicuramente più redditizi. Con quest’opera i Coen ribadiscono che è inutile cercare risposte: l’imperscrutabilità di ciò che ci riserva il futuro è totale e provoca vertigine, perché non c’è scelta giusta o sbagliata nel presente se non quella presa con la convinzione che possa avere le conseguenze a noi più favorevoli. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato l’8 febbraio 2014) 


The Wolf of Wall Street 
di Martin Scorsese 
con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Jean Dujardin 
Biografico, 179 min., USA, 2013 

E’ il 1987 quando Jordan Belfort decide di iniziare la carriera da broker a Wall Street ma al termine del praticantato, proprio nel primo giorno di lavoro dopo aver ottenuto la licenza da broker, si verifica quello che è passato alla storia come il “lunedì nero” delle borse. Jordan rimane pertanto senza lavoro e, incoraggiato dalla moglie, ripiega su un modestissimo call center che si occupa della vendita di azioni poco quotate (penny stock) ma assicuranti un 50% delle commissioni al curatore. Grazie al suo approccio aggressivo e agli insegnamenti maturati nella precedente esperienza, Jordan inizia un’inarrestabile cavalcata fatta di truffe ai piccoli risparmiatori che gli faranno guadagnare montagne di denaro subito impiegato in prostitute, oggetti di lusso e (soprattutto) droghe. All’inizio del XX secolo l’impresario dei Balletti Russi Sergej Diaghilev soleva ripetere “Sorprendimi!” ad un giovane Jean Cocteau che chiedeva consiglio su come diventare famoso. Scorsese famoso lo è, ma sembra essersi scordato il valore che hanno per il pubblico la novità e i colpi di scena. Certo, la sceneggiatura è perfetta, la regia ineccepibile come la recitazione degli attori principali (la ricostruzione del “sapore” di un’epoca un po’meno) e non mancano di certo scene spassose che, collocate al posto giusto nello svolgimento dei fatti, rendono leggere le tre ore di film contribuendo a conferire al tutto un’aura quasi epica. Ma in tutta l’opera si avverte che qualcosa manca e quel qualcosa è riconducibile alla prevedibilità della storia e alla staticità della figura del protagonista. Un personaggio che non fa mai scattare in noi il meccanismo dell’identificazione, vuoi perché sembra così poco scosso da dubbi morali da farne quasi un personaggio “robotico” (così diverso dal Bud Fox di Wall Street), vuoi perché sin da subito si avverte che Belfort rimarrà un piccolo parassita che si accontenta di operare nella nicchia lasciata inesplorata dalla finanza che conta per avere l’illusione di aver vissuto il suo giorno da leone. E quel che è peggio è che non ci esaltiamo neppure in occasione delle scene corali (festini e orge) dal sapore tribale, un po’ perché sappiamo già cosa aspettarci, un po’ perché basta bazzicare qualche volta Dagospia o un romanzo di Bret Easton Ellis per vederne o leggerne di migliori. Quello che prevale è invece un senso di malinconia che ci accompagna durante tutta la visione perché abbiamo la riprova di come la stagione del disgusto nei confronti dei comportamenti sopra le righe sia definitivamente finita e perché sappiamo ormai che di personaggi così ce ne sono sempre stati in tutte le epoche e in tutti gli angoli della terra. Magari poteva essere l’occasione per vedere un film senza alcun intento moralistico, con un personaggio totalmente “perduto” al centro della scena. E invece, a cadenze quasi regolari, Scorsese dissemina la sua opera di “grilli parlanti” (la prima moglie, il padre e l’avvocato) che ricordano profeticamente a DiCarpio/Belfort come non si possa vivere un’intera vita sopra le proprie possibilità. A noi sarebbe piaciuto credere, almeno per le tre ore di durata del film, il contrario. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 25 gennaio 2014)


C’era una volta a New York (The Immigrant
di James Gray 
con Marion Cottilard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Elena Solovey 
Drammatico, 120 min., USA, 2013 

1920. Ewa (Marion Cotillard) e Magda Cybulsky partono dalla natia Polonia per raggiungere gli zii che si sono stabiliti negli USA. Quando arrivano ad Ellis Island, i dottori scoprono che Magda è affetta da tubercolosi e per questo la trattengono mettendola in quarantena. Ewa, invece, viene bollata come donna di “dubbia moralità” per un episodio accaduto sulla nave. Troverà sul suo cammino Bruno (Joaquin Phoenix), protettore e uomo di spettacolo, che grazie al suo denaro e alle sue conoscenze riuscirà a darle una possibilità di salvezza. Ewa dovrà scendere a compromessi con il mondo di Bruno per pagare le cure mediche alla sorella nella flebile speranza di un futuro migliore. Se fosse un’opera letteraria questo film sarebbe un romanzo del XIX secolo. Uno di quei romanzi dove la storia è tutto e dove nella storia c’è tutto. Qualcuno, per descriverlo, ha azzardato il termine “melò” ed effettivamente ci troviamo di fronte ad un’opera dall’impianto narrativo classico (sia a livello di tematiche che a livello di trattazione) dove ci sono colpi di scena e situazioni al limite. Ma il melodramma cinematografico viene qui attualizzato grazie al portato contenutistico dell’opera, per un risultato assolutamente affascinante. La trama romanzesca, insieme all’eleganza e all’intensità delle immagini, ci riportano al cinema più bello di Max Ophuls, non più di moda, certo, ma da sempre punto di riferimento per i suoi perfetti movimenti di macchina e per il senso della composizione. Come il maestro tedesco, James Gray dirige stupendamente (bellissimi anche la ricostruzione della New York d’inizio secolo, i costumi e la fotografia di Darius Khondji) una storia d’altri tempi scritta a quattro mani con Ric Menello dove ciò che ci colpisce è la complessità del tema trattato (il valore della scelta in relazione al momento e al contesto) e la caratterizzazione emotiva dei protagonisti. La Cotillard dà vita ad un’immagine di donna granitica, pronta a superare ogni difficile prova che la vita le riserva, anche la più umiliante, pur di salvare la sorella (la sua famiglia) ancora prima che se stessa. Per sopravvivere dovrà per prima cosa scendere a compromessi, sporcarsi il corpo e l’anima, trovando sempre comunque la forza di rimanere coerente ed intellettualmente libera (dalle convenzioni e dalle figure maschili). Questo ne fa un personaggio complesso, quasi tolstoiano, che si impone come emblema di un’emancipazione femminile ante litteram raggiunta grazie alla forza di adattamento alle situazioni senza cedimenti a livello valoriale. Da parte sua, Phoenix conferma di essere il miglior attore hollywoodiano (e forse mondiale) attualmente in attività, dando incredibile spessore alla figura di un ebreo che vive di espedienti fin da ragazzo e che, per questo, sa come destreggiarsi nello spietato mondo della New York d’inizio secolo. A differenza della sua controparte femminile, il suo personaggio ha imparato a non conoscere imbarazzi per raggiungere i propri scopi ma sarà anch’esso protagonista di una crescita spirituale che culminerà nell’estremo peccato (l’omicidio) e nella ricerca della redenzione. Un percorso inverso a quello di Ewa, dunque, ma che si rivelerà complementare: se per salvarsi Ewa si è dovuta perdere attraverso Bruno, quest’ultimo si è invece potuto ritrovare solo grazie alla presenza di Ewa. La doppia maturazione, parallela durante lo svolgimento dei fatti, troverà un punto di incontro, per quanto solo momentaneo, in occasione dello splendido monologo finale di Bruno, culminante in uno split screen che ci ricorda il valore salvifico del sacrificio. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 22 gennaio 2014) 


Nebraska 
di Alexander Payne 
con Bruce Dern, Will Forte, June Squibb, Bob Odenkirk 
Drammatico, 115 min., USA, 2013 

L’anziano Woody Grant è convinto di aver vinto un milione di dollari e per questo si avvia a piedi dalle strade del Montana in direzione Lincoln, Nebraska, per ritirare il suo premio. Recuperato dalla polizia, viene riaccompagnato a casa dove lo aspettano i rimproveri della moglie e dei figli. Il minore, però, decide di assecondare il desiderio paterno anche per allontanarsi per un po’ da una vita insoddisfacente. Inizia così un viaggio “padre e figlio” intervallato da qualche decisiva sosta, come quella dai parenti del paese natale di Woody. Dopo le buone prove di Paradiso Amaro e A proposito di Schmidt, Alexander Payne ha partorito la sua migliore opera riuscendo a sfruttare al massimo le potenzialità di una sceneggiatura di Bob Nelson che si distingue per completezza e senso della misura, nonché (elemento ancora più importante per il Cinema) per la capacità di tratteggiare i personaggi attraverso le situazioni di cui sono protagonisti. Ne è uscita una pellicola dall’atmosfera unica, insieme delicata e straniante, perfetta per mettere in scena un viaggio on the road atipico dove le soste non mancano e sono lo spunto perfetto per indagare più da vicino gli aspetti tragicomici della vita, per una riflessione sull’esistenza davvero profonda e a trecentosessanta gradi. Un risultato che il regista raggiunge anche grazie alla sua maestria tecnica, che lo spinge ad optare per un bianco e nero funzionalissimo alla narrazione e ad una continua ricerca dell’immagine perfetta che talora enfatizzano la bellezza o la malinconia dei luoghi e delle situazioni, talora accentuano gli esiti comici di scene memorabili come quelle della ricerca della dentiera, del furto del compressore o della partita in tv. Certo, può capitare che durante la visione la nostra mente corra a cercare punti di contatto con Una storia vera di David Lynch, ma l’esito di Payne, che riesce nel difficilissimo intento di non cadere mai negli eccessi del retorico e del già visto (a parte il comportamento sopra le righe di Kate, moglie di Woody), ha comunque tutte le caratteristiche per presentarsi come un unicum nel panorama cinematografico contemporaneo. E dopo Paradiso amaro, in cui il regista ci dimostrava che la vita è come una corsa in mocassini su una strada bagnata, con Nebraska impariamo che non è tanto importante raggiungere una meta quanto mettersi in viaggio potendo contare su coloro che ti amano per quello che sei. 

Voto: 5 su 5 

(Film visionato il 19 gennaio 2014)


The Counselor 
di Ridley Scott 
con Michael Fassbender, Brad Pitt, Javier Bardem, Cameron Diaz, Penelope Cruz 
Drammatico, 111 min., USA, GB, 2013 

Un avvocato (Fassbender) decide di sfruttare i suoi agganci per fare soldi grazie ad un carico di droga sottratto alla malavita. Quest’ultima mette in moto un meccanismo di vendetta che non gli lascerà vie di fuga. L’avvocato capirà così il monito del suo socio in affari (Pitt): “Tu sei il mondo che hai creato. Quando smetti di esistere, anche il mondo che hai creato smetterà di esistere”. Dopo una partenza fracassona, Ridley Scott mette in campo una regia fin troppo didascalica (la tendenza al far vedere a tutti i costi) e a tratti retorica (locali glamour, case con piscina e alberghi a cinque stelle) per mettere in immagini una sceneggiatura di Cormac McCarthy che presenta luci e ombre in egual misura. Tra i punti di forza c’è sicuramente la presenza di una forte morale (cosa ormai rara) nonché la costruzione di una buona storia che parla di una discesa agli inferi (qui ambientata sul confine tra Messico e USA) dove il principale vizio da purgare è l’avidità e dove tutti sono certi che il contrappasso prima o poi li punirà. Benché la storia sia di facile comprensione è tuttavia tortuoso ricostruirne i singoli passaggi e spesso, attraverso i dialoghi, si comprende come l’approccio alla narrazione sia più quello di uno scrittore che non quello di un uomo di cinema. Ogni battuta diventa dunque il pretesto per esporre una massima filosofica o di vita (fortunatamente non ai livelli della stucchevolezza sorrentiniana), con esiti talvolta del tutto inverosimili. Come il boss della droga che cita i versi di Antonio Machado rimarcandone il significato attraverso parafrasi e commento. Riguardo le prove degli attori bisogna rilevare che, nonostante il cast stellare, l’unico veramente nella parte risulta essere Fassbender, sicuramente più verosimile di un Bardem che sembra sempre più il mascherone di un carro allegorico del carnevale di Viareggio (in continuità con quello mostrato in Skyfall), un Pitt poco in forma, una Diaz e una Cruz quasi relegate in secondo piano. Anche per questo la solitudine di Counselor/Fassbender viene accentuata ma il risultato finale, comunque molto gradevole, finisce col risentire di una fastidiosa frizione tra lo stile pop/rock di Scott e il linguaggio esistenzialista di McCarthy (meglio sfruttato dai fratelli Coen in Non è un paese per vecchi). 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 16 gennaio 2014)


American Hustle 
di David O. Russell 
con Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence 
Drammatico, 138 min., USA, 2013 

Irving Rosenfeld (Bale), truffatore finanziario, viene incastrato insieme alla socia/amante (Sydney Prosser, interpretata da Amy Adams) da un agente dell’FBI, Richie DiMaso (Cooper). Quest’ultimo gli offre come via di fuga di partecipare all’operazione Abscam che, creata dall’FBI verso la fine degli anni settanta, portò all’arresto di numerosi membri del Congresso degli Stati Uniti d’America. Funziona tutto alla perfezione in questa settima opera di David O. Russell, sicuramente la migliore del regista. La sceneggiatura (scritta insieme a Eric Warren Singer) dosa sapientemente momenti di suspense e di riflessione ad impennate comiche, riuscendo a tratteggiare alcuni dei personaggi più riusciti degli ultimi anni. Su tutti spicca Irving Rosenfeld, protagonista memorabile, truffatore dal cuore d’oro e dal riporto indescrivibile, interpretato da un Bale inarrivabile ingrassato per l’occasione di 20 kg. Ma la sua prova e il suo personaggio non sarebbero potuti essere così perfetti senza il giusto spessore degli altri personaggi e le prove di coloro che li hanno interpretati. Amy Adams, in particolare, riesce a conferire la giusta consistenza alla figura dell’amante tormentata ma sempre fedele, nella buona e nella cattiva sorte. Le fa da contraltare la figura di Jennifer Lawrence, che recita bene il ruolo della moglie superficiale e opportunista ma senza quella malizia che solo un’attrice più matura avrebbe potuto restituire. Chiude il giro Bradley Cooper, che film dopo film si sta confermando uno degli attori statunitensi più interessanti (almeno per il genere). David O. Russell li dirige come un maestro che non si lascia mai sfuggire l’orchestra. Grazie alla sua regia sapiente, misurata, impreziosita da qualche brillante spunto tecnico e da un montaggio che conferisce ritmo al risultato finale, ci troviamo di fronte ad un film di puro intrattenimento dove tutto funziona perché “tutto si tiene”. Non è poco. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 4 gennaio 2013)


Blue Jasmine 
di Woody Allen 
con Cate Blanchett, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo 
Drammatico, 98 min., USA, 2013 

Per critica e pubblico Woody Allen è tornato con questo film ai suoi livelli d’eccellenza. Non mi sento di affermare il contrario, ma certamente di ridimensionare certe voci che hanno gridato al capolavoro. C’è chi ha osannato la recitazione della Blanchett, chi ha lodato le capacità di scrittura di Allen, chi ha visto nel film una spietata e costruttiva critica alla società contemporanea e chi, infine, ha riconosciuto nel film qualità che lo farebbero diventare il migliore della stagione. Non esageriamo. Non ci troviamo di fronte né all’Allen più in forma né ad un film dalla dirompenza che possa imporlo come una delle migliori pellicole degli ultimi tempi. L’idea di fondo è certamente buona, ma sicuramente troppo inflazionata e appesantita da “colpi di scena” che ci sembrano più concepiti per ingraziarsi il pubblico che per far fare un salto di qualità alla storia. Come se non bastasse numerosi sono i cliché usati ed abusati e perciò poco interessanti: la donna che vuole vivere a tutti i costi al di sopra delle proprie possibilità (economiche e culturali) e che non si rassegna al fatto di aver perduto tutto per colpa di un marito truffatore; il marito truffatore e quindi fedifrago impenitente (conseguenza fin troppo banale); il figlio che dopo aver scoperto i misfatti del padre decide di cambiare radicalmente vita, dopo un inevitabile periodo di sbandamento; la sorella sfigata che ha un compagno sfigato e che quando trova l’uomo che le potrebbe assicurare uno stile di vita migliore tradisce il compagno sfigato ma poi prende una fregatura e si accorge che il vero amore era quello del compagno sfigato e allora torna sui suoi passi. Nulla ci spiazza in questo film che restituisce un Allen effettivamente più vivo, ma non abbastanza caustico e profondo. In poche parole, ci sorbiamo una storiella prevedibile, quasi superficiale, all’insegna del già visto e della misoginia. Oscar alla Blanchett quasi assicurato se si pensa che le interpretazioni di pazzi ed esauriti piacciono sempre molto a pubblico e addetti ai lavori. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 17 dicembre 2013)     



Philomena 
di Stephen Frears 
con Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin 
Drammatico, 98 min., Gran Bretagna, USA, 2014 

Martin Sixsmith (Coogan), ex giornalista silurato dall’establishment di Blaire, vive una crisi professionale che sembra non avere fine. Ma, ad un party, un amico lo fa incontrare con la direttrice di un tabloid e la Vita lo mette in contatto con Philomena, anziana signora che convive con i demoni di un figlio strappatole dalle suore in giovane età e dato in adozione. L’equazione è presto fatta: Martin seguirà Philomena nella ricerca del figlio per scrivere un articolo che potrebbe riabilitarlo professionalmente. Steve Coogan e Jeff Pope, gli sceneggiatori, sono partiti da fatti realmente accaduti per dare vita ad una storia avvincente, profonda, coinvolgente. Storia impreziosita da due principali fattori: la regia asciutta e puntuale di Stephen Frears e la magistrale interpretazione di Judi Dench. È soprattutto grazie alla controllata maestria di questi due artisti che il portato della sceneggiatura viene amplificato a tal punto che possiamo dire di trovarci di fronte ad un’opera accessibile e, quel che è più importante, pregna di significati. C’è una riflessione profonda sulla religione: il fatto di credere nonostante le avversità che la vita riserva e l’importanza dell’agire nella fede; il ruolo dei religiosi e quello dei fedeli. C’è anche una grande riflessione sull’imperscrutabilità e la necessaria accettazione di certi momenti bui della Vita, sul rispetto e le differenze sociali nella società di ieri e di oggi. Talvolta si rimane un po’ spiazzati dalla velocità con la quale sono stati sviluppati certi passaggi del film, soprattutto i momenti di raccordo, ma la qualità di scrittura è talmente buona che tutto scorre senza intoppi, per un risultato finale che ormai difficilmente si vede sul grande schermo. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 10 dicembre 2013)


Venere in pelliccia 
di Roman Polanski 
con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric 
Drammatico, 96 min., Francia, Polonia, 2013 

L’esperienza si vede quando si fa tanto con poco. Come quando con poche pennellate Picasso dava vita alle sue opere. Come quando con pochi dialoghi e scarne descrizioni Carver scriveva uno dei suoi racconti. Come quando Robert Bresson con qualche sguardo ed esili trame partoriva i suoi capolavori. Rispetto a questi artisti, Polanski procede per altre forme di semplificazione e quello che ne esce rimane comunque Cinema, del più bello e coinvolgente. Egli opera per sottrazione: in Carnage erano quattro personaggi in un appartamento; in Venere in pelliccia sono due persone in un teatro. Troppo poco? No, il giusto. Anche in quest’ultima opera la base di partenza è una riuscitissima pièce teatrale, non così originale e dirompente come quella del film precedente ma sicuramente raffinata e culturalmente pregna. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non siamo di fronte né ad un film minimalista né ad una semplice trasposizione dell’opera più conosciuta di Sacher-Masoch, bensì a un’intelligente rielaborazione di quest’ultima che mette al centro della riflessione il rapporto tra uomo e donna, nel presente e nel passato. Ottime le interpretazioni di Amalric e Seigner, anche se la seconda non risulta sempre nella parte a causa della sua fisicità sì da Venere ma un po’ attempata e artefatta. Versione italiana “rovinata” dal doppiaggio. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 31 novembre 2013)  


Il passato 
di Asghar Farhadi 
con Bérénice Bejo, Tahar Rahim, Ali Mosaffa, Pauline Burlet 
Drammatico, 130 min., Francia, 2013 

Ahmad (Mosaffa) torna dall’Iran a Parigi richiamato dall’ex moglie Marie (Bejo) che vuole formalizzare il divorzio. Marie non ha prenotato una camera d’albergo per l’ex marito, che è dunque costretto a vivere per qualche giorno sotto lo stesso tetto dell’ex moglie e del nuovo compagno, tra figli acquisiti e avuti da precedenti matrimoni. Il soggiorno evidenzierà una situazione tesa, ingarbugliata, dove i rapporti tra i personaggi risultano fondamentali per lo svolgimento della trama. Farhadi si conferma un equilibrista della parola. La sua qualità di scrittura, a livello di dialoghi e di costruzione d’intreccio, riesce a riprodurre i meccanismi più complicati della vita in società mettendo i personaggi sempre di fronte ad un futuro che non conoscono e non conosciamo ma che siamo certi riserverà sorprese. Era ciò che accadeva in Una separazione, dove la narrazione di una vicenda famigliare dava vita a sviluppi inaspettati come nella migliore tradizione dei thriller psicologici, ed è ciò che accade nel Passato. Ma in quest’ultima prova manca parte di quello che avevamo visto nel capitolo precedente. Là c’era quella sensazione di “sazietà” che solo i film completi sanno dare. Si partiva dalle vicissitudini di un marito e di una moglie per arrivare a quelle di una famiglia e approfondire i ruoli dei genitori, dei figli, dei secondi in relazione ai primi e viceversa. In più c’era la storia tangente di un’altra famiglia, scaturigine del grande colpo di scena. Il tutto in un contesto social-politico-religioso particolare: quello iraniano. Con il Passato cambia l’ambientazione ma non il punto di partenza e l’idea di fondo. Siamo sempre nella contemporaneità, ma a Parigi. Anche qui si comincia dal rapporto tra due ex coniugi per poi allargare il cono visuale ai parenti che gravitano loro intorno.  Qui però ci accorgiamo troppo presto che anche in questo caso ci sarà un colpo di scena e già sappiamo quali saranno le reazioni dei personaggi, non così definiti come nell’opera precedente. Certo, i torti tra questi ultimi sono egregiamente distribuiti  e ogni dialogo è assolutamente coerente con il titolo. Ma ci si mette un finale fin troppo retorico a convincerci che il nostro ultimo giudizio deve essere un po’ ridimensionato. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 23 novembre 2013)


The Canyons 
di Paul Schrader
con Lindsay Lohan, James Deen, Nolan Gerard Funk, Tenille Houston 
Thriller, 99 min., USA, 2013 

Prima di cominciare con l’analisi del film è bene ricordare una cosa: il film è stato realizzato con soli 250mila dollari. Non 25milioni (costo di un film hollywoodiano di fascia medio-bassa). Solo una combinazione di talento e spregiudicatezza può sopperire a una tale mancanza di risorse. Diretto da Paul Schrader e sceneggiato da Bret Easton Ellis (i nomi dicono tutto, chi non li conosce si informi), il film è un ritratto cinico e spietato della società contemporanea. Per essere più precisi, The Canyons è un documento socio-antropoligico dalle connotazioni catartiche (secondo l’accezione aristotelica applicata alla tragedia greca). La narrazione è acida e iperrealistica, i personaggi incarnano il “lato oscuro” della società che tendiamo ad escludere dal nostro cono ottico benché sia ben vivo e presente, forse più della sua controparte sana. I luoghi (le immagini dei cinema abbandonati, gli interni freddi, i campi lunghissimi con le ville solitarie delle colline di Hollywood) accentuano il senso di isolamento di una vita che è sempre più connessa virtualmente a quella degli altri ma mai così distante. Non è un caso che i personaggi le cui vicissitudini innervano la pellicola ci vengono presentati attorno ad un tavolo in un locale dove vengono serviti cocktail tutti uguali mentre comunicano tra loro a monosillabi perché incollati ai propri smartphone touchscreen. Una vera a propria dipendenza dalle nuove tecnologie che per la prima volta si fa costante all’interno di una narrazione cinematografica andando quasi a scalzare altre “debolezze” come alcol, droga e pornografia. Elementi comunque presenti in una storia di ricatti (economici e sessuali), giochi di potere, omicidi e bugie che finisce per mettere a nudo le contraddizioni proprie della nostra società, ma in modo inconsueto. Nel senso che qui non ci sono buonismi né filtri, per un risultato che ci fa percepire la totale indipendenza del processo creativo da qualsiasi regola della macchina produttiva hollywoodiana. Ciò non vuol dire che il percorso non abbia presentato ostacoli. Sono risapute le difficoltà con le quali Schrader e Ellis hanno dovuto fare i conti, non ultimo il budget ridottissimo che li ha obbligati ad affidare le parti principali a due outsider. Ma, in fin dei conti, il valore aggiunto dell’opera, nonché lungimirante operazione pubblicitaria, è proprio rappresentato dal fatto che James Deen e Lindsay Lohan si rivelano inaspettatamente perfetti, sempre nella parte. Il primo con la sua faccia da bravo ragazzo, che accentua l’atrocità dei ricatti e degli abusi che il suo personaggio perpetra. La seconda con la sua fisicità che svela definitivamente, sul doppio piano della realtà e della finzione cinematografica, come divismo e popolarità (amplificati a dismisura da internet e social network) abbiano definitivamente sostituito qualsiasi oggettivo valore culturale, etico ed estetico. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 16 novembre 2013)  


La vita di Adele 
di Abdel Kechiche 
con Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Jeremie Laheurte, Catherine Salée 
Drammatico, 179 min., Francia, 2013

La protagonista è lei, Adele (Adèle Exarchopoulos). La telecamera è fissa sul suo volto, sul suo corpo. Già dalle prime inquadrature l’attenzione si concentra sulla bocca, sulle labbra aperte e carnose, i denti perfetti e imperfetti allo stesso tempo (bianchi candidi ma con gli incisivi un po’ pronunciati), gli zigomi rotondi e lisci, gli occhi nocciola. Kechiche si sofferma poi sul suo corpo liscio, sodo, giovane. La narrazione diventa quindi un tutt’uno con il personaggio. Importa solo cosa Adele fa, dove va, cosa prova. Lesbica? Bisessuale? Una ragazza insicura e disorientata? Chi è la protagonista? Non lo sappiamo. Ma non è una resa. È proprio l’incessante ricerca della sua essenza che continua a scavarci dentro. Certo, il prezzo che dobbiamo pagare è alto. Dobbiamo sopportare una trama scontata, qualche imprecisione narrativa di troppo, scene di sesso spinte sin quasi al ridicolo, scelte registiche alquanto discutibili: situazioni e personaggi inverosimili (soprattutto nel finale), il pube depilato che rende Adele ancora più “bambina”, il continuo indugiare del regista sulla bocca schiusa, le gambe aperte ed il sedere mentre dorme a pancia in già. Kechiche sa come sfruttare a vantaggio suo e della sua opera i meccanismi del “morboso”: il voyeurismo delle scene di sesso, il processo d’identificazione con il personaggio e il suo grande portato di ambiguità (siamo veramente sicuri che si tratti di una storia lesbica?). È grazie a questo che il regista salva il film. Perché Adele tocca vette di bellezza che solo le donne dei dipinti di Francois Boucher erano riuscite ad incarnare. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 30 ottobre 2013)


Anni felici 
di Daniele Luchetti 
con Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Martina Gedeck, Samuel Garofalo 
Drammatico, 100 min., Italia, 2013 

Guido e Serena hanno due figli e vivono nella Roma degli anni Settanta. Lui è un aspirante artista che cerca di emergere più coi modi da maudit che attraverso le proprie capacità, lei una casalinga che crede ciecamente nel marito e si annulla pur di non perderlo. La relaziona comincia ad avere degli alti e bassi sempre più frequenti quando lui non riesce a sfondare e lei realizza di non avere una propria personalità. La situazione precipita quando Serena si allontana dal marito fedifrago e ormai fallito, con figli al seguito, per un soggiorno in un campeggio femminile marxista dove ha una relazione con la gallerista del compagno. Al suo ritorno la coppia si sfalda e Guido vive una fase di depressione che riuscirà ad incanalare in una spinta creativa che lo riscatterà agli occhi dei critici. Qui il film poteva finire e invece, attraverso le reazioni dei figli, Luchetti rimarca il fatto che erano “anni felici ma che nessuno se ne era accorto”. La voce fuori campo di Dario adulto che introduce gli eventi ci spinge ad immedesimarci in lui, a pensare che quello che stiamo per vedere è il ricordo della sua infanzia. Effettivamente l’intento dichiarato del regista era quello di dare vita ad un opera sì romanzata ma dall’impianto autobiografico. E invece ciò che ne esce non è la ricostruzione di una situazione famigliare dalla prospettiva di un bambino, quanto una sorta di Scene da un matrimonio “all’italiana” che si concentra ora sulle reazioni della moglie, ora su quelle del marito, ora su quelle dei figli. Questa continua indecisione prospettica (che svuota di pathos la scena più importante del film), unitamente alla poca distanza del regista dagli eventi narrati, alla mancanza di soluzioni registiche degne di nota e all’assenza di una storia sulla famiglia veramente capace di appassionare e di dire qualcosa di più rispetto a quello che già è stato detto (non basta l’escamotage di una storia lesbica per attualizzare e rendere accattivante la narrazione) sono elementi che non permettono al film di decollare, nonostante l’eccellente recitazione di Rossi Stuart e della Ramazzotti e l’ottima ricostruzione dei costumi e degli interni (tuttavia si nota la tendenza a chiudere le inquadrature, soprattutto negli esterni, per evitare di riprendere elementi architettonici contemporanei). Un film dunque poco a fuoco, come le opere del padre Guido: troppo accademiche per “rapire” l’attenzione degli spettatori, troppo convenzionali per risultare memorabili. 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato l’11 ottobre 2013)


Sacro GRA 
di Gianfranco Rosi 
Documentario, 93 min., Italia, 2013 

Il Grande Raccordo Anulare, ovvero la grande autostrada urbana che abbraccia Roma, e chi attorno ad esso vive ed opera sono i protagonisti di questa pellicola. C’è un nobile decaduto che vive in un monolocale con la figlia, un paramedico con una madre affetta da Alzheimer, un nobile che affitta la propria dimora a chi realizza fotoromanzi, un botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, un pescatore d’anguille, ragazze immagine che lavorano in un bar, transessuali, prostitute e clienti. Film o documentario? Realtà o finzione? Svaniscono i confini di genere in quest’opera che è stata presentata al pubblico come documentario. Ma lo è? Ammettendo che i personaggi siano reali, scovati dal regista in due anni di peregrinazioni attorno al Sacro GRA, sorge comunque un dubbio legato al modo in cui l’autore ha deciso di filmare le situazioni. Le inquadrature sono studiate nei minimi particolari, come pure la disposizione dei personaggi in scena e, talvolta, i loro dialoghi (si pensi alle riflessioni a voce alta del pescatore su un articolo di giornale incentrato, guarda caso, sulle anguille che cattura ogni giorno o alla scena strappalacrime del congedo del paramedico dalla madre malata). Sotto il punto di vista narrativo il regista decide di operare almeno tre “giri di valzer”: uno per la presentazione del GRA e di chi lo “abita”, uno per aiutarci a distinguere tra comparse e protagonisti, l’ultimo per rendere questi ultimi (i più interessanti?) indimenticabili. L’operazione ha una forza dirompente limitatamente al primo “giro”. Poi, nonostante ottime scene impreziosite da memorabili battute di qualche personaggio, diventa ridondante e si comincia ad avvertire la mancanza di una storia che eviti il calo di attenzione del già visto e del già sentito. È dunque necessaria una riflessione sulla decisione della giuria capitanata da Bernardo Bertolucci di premiare l’opera con il Leone d’Oro dell’ultimo Festival di Venezia. Questo perché è altamente improbabile che nella competizione non ci fosse un film di pura fiction avvincente e ben realizzato che si potesse aggiudicare il riconoscimento. Probabilmente è stata premiata la novità di un’opera che ibrida i generi, che (s)corre sul confine tra realtà e finzione valicandolo più e più volte, che ridimensiona con il suo valore artistico i video caricati in rete che si elevano a vera testimonianza della realtà. Con quest’opera Rosi ha certamente cercato di rendere epica la presenza di una periferia che esiste, che è al centro del mondo ma spesso fuori dal nostro cono ottico. Novità tecnica e contenutistica, dunque. Forse è per questo nuovo linguaggio che l’autore ha conquistato il gradino più alto del podio. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 2 ottobre 2013)


Bling Ring 
di Sofia Coppola 
con Katie Chang, Israel Broussard, Emma Watson, Taissa Farmiga 
Drammatico, 87 min., USA 2013 

Los Angeles. Un gruppo di ragazzi ruba abbigliamento e gioielli dalle case dei Vip per un valore di tre milioni di dollari. Vengono condannati e incarcerati. Il film si presenta come una “Sofia Coppola’s version” dei fatti ricostruiti da un articolo di Nancy Jo Sales pubblicato su Vanity Fair con il titolo evocativo The Suspects Wore Loboutins (I sospetti indossavano Loboutins). Un mockumentary? No. E forse è questo il problema. Perché abbiamo sulla scena una mezza dozzina di ragazzetti (ottima ancora una volta, dopo Noi siamo infinito, Emma Watson) che non conosceremo mai fino in fondo (e questo, in un film di fiction, è peccato mortale). Sapremo solo che hanno tutto e che, nonostante questo, vogliono sentirsi almeno una volta come i Vip che idolatrano. Colpa delle famiglie poco presenti? Sì. Colpa della loro condizione sociale di privilegiati viziati e annoiati? Anche. Colpa dei media che esaltano la vita “al massimo” di Vip indecenti e impenitenti? La Coppola sembra dirci anche questo e, durante la visione, emerge un intento moralistico che sinceramente speravamo di non trovare. Quel che è peggio è che, benché il film si riveli tecnicamente ineccepibile, si nota da subito che manca il ritmo, le accelerazioni, l’appeal e l’empatia per i personaggi che avevamo trovato in romanzi e pellicole ben più datate. Per questo il film ci sembra sorpassato (ben lontano dagli esiti di Spring Breakers), una sorta di lontano parente di Less Than Zero con in più Facebook ma senza quell’atmosfera “maledetta” che pervadeva il romanzo ellisiano e che anche la scarsa trasposizione di Marek Kanievska (conosciuto in Italia con il titolo di Al di là di tutti i limiti) era riuscita ad abbozzare. La sensazione è che il minimalismo della Coppola sia molto più adatto a sviluppare trame dai connotati esistenzialisti (v. Lost in Translation e Somewhere), meno a cimentarsi nelle rivisitazioni di fatti realmente accaduti (v. Marie Antoniette). 

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 28 settembre 2013)


The Grandmaster 
di Wong Kar-wai 
con Tony Leung, Zhang Ziyi, Cung Le 
Biografico, 123 min., Cina, Hong Kong, 2013 

La cifra stilistica di Wong Kar-wai è inconfondibile. Immagini leggermente rallentate costruiscono epiche scene di raccordo, una storia d’amore che non si risolve innerva la narrazione nobilitandola, la costruzione dell’inquadratura rasenta la perfezione. Grazie all’abilità del regista seguiamo qui la storia di Ip Man (interpretato da un bravissimo Tony Leung), primo maestro dell’arte marziale Wing Chun. Per intenderci, tra i suoi allievi figurava il giovanissimo Bruce Lee. Il film non segue però la formazione del suo più celebre allievo, quanto la vita travagliata del maestro, che fu al centro di una disputa per succedere al maestro Gong Baosen e protagonista di alterne fortune durante la guerra cino-giapponese che sconvolse il paese ad inizio Novecento. I giochi di luce, il turbinio controllato dei sentimenti (l’amore, la morte, la sconfitta) e l’aver scelto come coreografo dei combattimenti Yuen Wo Ping (che ricordiamo per Matrix e Kill Bill) determinano uno sviluppo della narrazione che è come una sinfonia. Similitudine avvalorata dal lirismo che il regista conferisce al cuore della propria opera ancora una volta grazie ad un brano indimenticabile. In In the Mood for Love era Yumeji’s Theme, qui è lo Stabat Mater di Stefano Lentini. La musica rimane così nella nostra mente sottolineando i movimenti perfetti dei combattimenti che sembrano quasi balletti con il loro occupare gli spazi in maniera perfetta e il loro sfruttare fino in fondo gli elementi: l’acqua che cade dal cielo, la neve che copre la terra, il legno che riempie gli edifici. Wong Kar-wai ci insegna che l’individuo è al centro dello spazio e che nelle arti marziali si fonde col tutto, perche tutto sente (è l’avvertire lo spostamento d’aria di un pugno sull’abito che ti permette di parare il colpo). Così è anche l’amore. 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 21 settembre 2013)


Rush 
di Ron Howard 
con Chris Hemsworth, Daniel Bruhl, Olivia Wilde, Pierfrancesco Favino 
Drammatico/Biografico, 123 min., USA, GB, Germania, 2013 

Il film concentra l’attenzione sulla rivalità tra l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt, due piloti automobilistici agli antipodi. Il primo, soprannominato “computer” per la sua capacità di sentire ogni centimetro quadrato della monoposto, era razionale e determinato. Il secondo, playboy dedito all’alcol e alle droghe, molto più impulsivo ed emotivo. Furono i protagonisti di uno dei più avvincenti campionati mondiali di Formula 1 che si siano mai visti. La stagione 1976, che si era aperta con un netto predominio dell’austriaco, aveva infatti visto lo stesso essere protagonista di un incidente al Nurburgring che lo ridusse in fin di vita e che permise ad Hunt di recuperare terreno in classifica. Lauda si rimise in gioco a soli 42 giorni dall’incidente centrando un incredibile quarto posto. La stagione si decise all’ultimo Gran Premio, con colpo di scena. Ron Howard porta sullo schermo una sceneggiatura di Peter Morgan (The Queen, Hereafter) che si concentra sull’amicizia umana e rivalità sportiva di due anime “dannate” e diametralmente opposte della storia della Formula 1. Ne esce un film che è puro intrattenimento, dove più di una battuta e inquadratura rimarcano la differenza tra il modo di vivere il mondo delle corse (che diventa metafora della visione della vita) di Lauda e quella del rivale di sempre nonché “amico ritrovato” Hunt. Ci si perde poco nei dettagli, preferendo ricostruire le battaglie in pista con gli effetti speciali e circondando i due protagonisti di personaggi un po’ troppo stereotipati. Ciò che preme a Howard e Morgan è mettere al centro dell’attenzione il rapporto tra i due protagonisti per la ricostruzione di un pathos che nel film, in ultima analisi, è ben presente e che la F1 contemporanea farebbe bene a ritrovare. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 16 settembre 2013 all’Electric Cinema di Portobello Road. Se siete amanti del cinema e vi capita di passare da Londra…)


Effetti collaterali 
di Steven Soderbergh 
con Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum 
Thriller, 106 min., USA, 2013 

Il Dottor Banks (un ottimo Jude Law), psichiatra di successo, durante un turno in ospedale visita una paziente che ha tentato il suicidio schiantandosi con l’auto contro il muro del parcheggio di casa. Colpito dal gesto inconsueto e dalla giovane età della ragazza la invita a presentarsi nel suo studio, per individuare e contrastare le cause di un male oscuro che sembra non avere ragion d’essere. Emily (Rooney Mara), questo il nome della ragazza, è una giovane sposa che ha appena riabbracciato il marito, uscito di prigione dopo una reclusione per insider trading. Il Dottor Banks crede ciecamente negli antidepressivi, pertanto prescrive alla sua paziente medicine sempre più mirate. Emily si sente meglio, ritrova l’intesa con il marito e con la vita, ma uno di questi medicinali sembra provocare in lei qualche effetto collaterale di troppo. Come quello di uccidere il marito e di non ricordarsi più nulla. Subito il Dottor Banks viene messo sotto processo da corte e colleghi, fino a quando l’interessato penserà di essere stato incastrato e comincerà ad indagare. Soderbergh si riconferma un ottimo regista che riesce a mettere in scena trame profondamente radicate nella contemporaneità senza per questo tradire le movenze e le regole dei generi cinematografici tradizionali, in questo caso il thriller psicologico (alla Hitchcock, per intenderci). Qui la contemporaneità è rappresentata dal contesto in cui si sviluppa l’azione, ovvero gli USA che accusano il colpo della crisi economica (la moglie di Banks che non riesce a trovare lavoro, il marito di Emily incarcerato per truffa finanziaria) e il conseguente abuso di psicofarmaci nella popolazione. Su questo palcoscenico si consuma il fatto di sangue, determinato dalle storture di questa società incontrollabile perché perennemente “drogata”. Chi è il vero colpevole? La paziente o la medicina? Lineare nel suo sviluppo, non privo di colpi di scena, il film ci fornisce tutte le risposte arrivando ad una conclusione che non ci spiazza ma ci soddisfa (anche se un po’ ci ricorda Schegge di paura). 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 9 agosto 2013)   


Pacific Rim 
di Guillermo del Toro 
con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi 
Fantascienza, 113 min., USA, 2013 

Mostri alieni aprono un varco interdimensionale sul fondo dell’oceano Pacifico e da lì emergono per conquistare la Terra. La guerra è senza esclusione di colpi, milioni i morti. Di fronte all’emergenza, gli Stati del pianeta si coalizzano per contrastare la minaccia una volta per tutte. Per questo viene varato il progetto Pacific Rim che prevede la costruzione di enormi robottoni, gli Jaeger, controllati simultaneamente da due piloti le cui menti sono collegate da una rete neurale. Va dato atto a Travis Beacham, sceneggiatore, di aver saputo attualizzare sapientemente la tradizione dei film di Kaiju (Godzilla, per intenderci) per farne qualcosa che potesse permettere agli effetti speciali di mostrare tutte le loro potenzialità. Ed effettivamente questi impreziosiscono notevolmente la narrazione, per una miscela d’azione e avventura che supera di gran lunga quella dei capitoli di Transformers. Peccato che l’entusiasmo per le idee di Beacham si sia declinato esclusivamente in una buona narrazione dei combattimenti tra Jaeger e Kaiju, lasciando spazi narrativi colmati con troppa superficialità: dialoghi abbozzati, storia d’amore stiracchiata, momenti comici fuori luogo, carrettate di stereotipi (su tutti i russi, coi capelli ossigenati come l’Ivan Drago di Rocky). Il film procede così proprio come un robottone, bello a vedersi ma privo d’anima. 

Voto: 2 ½ su 5 

(Film visionato il 31 luglio 2013)


Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be 
di Ernst Lubitsch 
con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack, Felix Bressart 
Commedia, 99 min., USA, 1942 

Nell'ufficio di Billy Wilder campeggiava la scritta "How would Lubitsch have done it?". Ecco, se non sapete chi sono Wilder e Lubitsch, o se non avete mai visto almeno un loro film, allora c'è un problema. Un grossissimo problema. Perchè il primo era bravissimo e si ispirava al secondo, che era un genio. Vogliamo vivere! - To Be or Not to Be ne è la prova. La pellicola è talmente coinvolgente che sembra di entrare in un'altra dimensione, dove diventiamo quasi parte integrante della compagnia di attori polacchi capeggiata da Maria e Josef Tura (gli straordinari Benny e Lombard) che si rende protagonista delle più spassose peripezie che si siano mai viste al cinema. Qui, è bene puntualizzare, non si parla di battute che strappano becere risate, ma di vere e proprie situazioni comiche perfettamente studiate e calibrate che si risolvono in uno spasso crescente. Un divertimento puro che il cinema contemporaneo non è più capace di creare. Se poi si pensa che l'azione si svolge durante l'occupazione nazista della Polonia (l'opera è del 1942 !) e che gli attori cercano di salvare le proprie vite "recitando", allora si intuisce che il film è doppiamente grande, perchè riesce a parlare in modo tangenziale (e dunque ancora più efficace) del valore salvifico dell'arte. Da mirare e rimirare. 

Voto: 5 su 5 

(Film visionato il 30 luglio 2013) 


La parte degli angeli 
di Ken Loach 
con Roger Allam, John Henshaw, William Ruane, David Goodall 
Commedia, 106 min., GB, Francia, Belgio, Italia, 2012 

Chapeau! Ancora una volta Ken Loach vince il premio coerenza con una storia semplice, misurata, sensata, mai banale. Ci troviamo infatti di fronte ad un'opera che è alla portata di tutti, emblema di un cinema che vuole ancora veicolare qualche insegnamento senza piagnistei e/o retorica. Stile asciutto, dunque, che rimarca i nobilissimi valori perseguiti dal suo autore. E' il cinema degli ultimi, con le loro vite tragicomiche che esaltano il puro eroismo della Scelta. In questo caso: come potersi affrancare da una vita maledetta, avara di soddisfazioni ma piena di violenza? Robbie, cresciuto a pugni e droga nella periferia di Glasgow, riesce ad avere nella nascita di un figlio la sua prima e vera ragione di riscatto e non vuole gettare al vento la possibilità di dare alla compagna Leonie e al suo primogenito una vita migliore. Come riuscirci? Sfruttando la propria passione per il whisky, che gli farà conoscere una botte di inestimabile valore. Ne esce un furto sui generis che mette in luce l'umanità di Robbie e dei suoi tre simpatici complici che, aiutandosi a vicenda, riusciranno a superare qualsiasi difficoltà. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 24 luglio 2013)


Passioni e desideri
di Fernando Meirelles
con Anthony Hopkins, Ben Foster, Jude Law, Rachel Weisz
Drammatico, 115 min, GB, Francia, Austria, Brasile, 2011

Catena di storie sul valore della scelta, qui declinata in un compendio della casistica sentimental/amorosa. C'è il sesso di chi sceglie di vendersi per denaro, l'amore finito di chi sceglie di lasciare e di chi viene lasciato, il senso di colpa e la voglia di redenzione di chi stava tradendo e ha scelto di non farlo, il sesso deviato e la scelta di controllarsi, l'amore paterno di chi ha perso una figlia e ogni giorno sceglie di cercarla in sé stesso. Come anticipato, ognuna di queste situazioni è rappresentata da un episodio e ogni episodio è legato all'altro da un personaggio in comune, in un movimento circolare (da qui il titolo originale 360). Il riferimento è ovviamente ai film di Altman e Inarritu, ma in questo caso ogni storia, magistralmente diretta, lascia con una sensazione di incompiutezza che sfocia in un risultato non pienamente soddisfacente. C'è chi potrebbe obiettare che un film sul valore della scelta non avrebbe mai potuto esaurire il tema, ma lo sceneggiatore (Peter Morgan: The Queen, Hereafter e Frost/Nixon) e il regista non riescono a conferire all'intreccio delle storie e alla loro circolarità una risoluzione densa di significato. America oggi, ad esempio, si chiude con un terremoto che nobilita ciò che abbiamo visto nelle quasi tre ore precedenti. Similmente, i film scritti da Arriaga e girati da Inarritu si risolvono in una crescita interiore dei personaggi. Qui, invece, non ci affezioniamo granchè ai personaggi, forse perchè non c'è un loro vero e proprio percorso.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 21 luglio 2013)


Il lato positivo 
di David O. Russell 
con Bradley Cooper, Jennifer lawrence, Robert De Niro, Chris Tucker 
Commedia romantica, 112 min., USA, 2012 

Commedia romantica dall'impianto tradizionale. Pat Solitano (B. Cooper) ha mandato in frantumi il proprio matrimonio e, soprattutto a causa di un disturbo bipolare, ha passato otto mesi in un istituto psichiatrico. Uscito grazie alle garanzie dei genitori, Pat torna a vivere nella casa dei suoi ma vive le giornate tra attacchi d'ira e la dannata speranza di riconquistare l'ormai ex moglie. Nonostante lei lo abbia tradito, nonstante su di lui penda un'ordinanza restrittiva, nonostante i due (verremo a sapere) non si fossero mai amati. La sua è una vera e propria ossessione, che si attenuerà fino a scomparire solo dopo aver frequentato una ragazza problematica quanto lui.  Dicevo commedia romantica dall'impianto tradizionale perché abbiamo due personaggi simili ma di sesso opposto che si trovano e, "puntellandosi" a vicenda, imparano ad amare/amarsi. Peccato che il frutto del loro percorso non venga presentato come qualcosa di graduale, ma piuttosto come una "deflagrazione" nel finale: è come se il protagonista rinsavisca "di colpo", abbandonando improvvisamente il ricordo della moglie per tornare normale grazie al sentimento (corrisposto) che prova per la "sconosciuta". Per il resto è la tipica comicità americana canonizzata da Ti presento i miei, ovvero giocata sulle contrapposizioni, sui genitori ossessivi/compulsivi e su battute più urlate che recitate. Qualche soluzione interessante in regia, vanificata però da grossolani errori, come la catenina d'oro che in un gioco di campi e controcampi ora è dentro ora è fuori dalla canottiera del protagonista. 

Voto: 2 1/2 su 5 

(Film visionato il 17 luglio 2013)


La frode
di Nicholas Jarecki
con Richard Gere, Susan Sarandon, Tim Roth, Letitia Casta
Thriller, 100 min., USA, 2012

A metà tra i due capitoli di Wall Street e Margin Call, il film di Jarecki è un thriller che ha il merito di mettere in scena una storia che sta in piedi senza particolari impacci grazie ad una trama lineare impreziosita da una buona dose di suspance (almeno nella prima parte). Robert Miller, interpretato da un buon Richard Gere, è un milionario in procinto di vendere la propria società salvata anni prima grazie ad una frode finanziaria. L'operazione, portata avanti grazie alla sua corazza forgiata da anni e anni di esperienza nel mare di squali della finanza, viene messa in seria discussione dalla concomitanza di due avvenimenti: la figlia scopre che la società non ha i conti in regola; in una fuga d'amore Miller causa la morte dell'amante con conseguente indagine della polizia che potrebbe mettere in seria discussione la cessione milionaria della società. Il castello di carte vacilla sempre più pericolosamente durante lo sviluppo degli avvenimenti ma Miller farà di tutto per non farlo cadere. E' grande la sua prova di equilibrismo, e funzionale a ribadire che spesso chi ha i soldi rischia solo di perdere il proprio status sociale, non la libertà. Finale non banale.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 13 luglio 2013)


La migliore offerta
di Giuseppe Tornatore
con Geoffrey Rush, Donald Sutherland, Sylvia Hoeks
Thriller/Drammatico, Italia, 124 min., 2013

Se qualche giorno fa ho avuto il piacere di parlare di Viva la libertà come di un film che si eleva dalla palude della mediocrità in cui galleggiano i film italiani, ora vi parlerò di un'opera che purtroppo ne fa parte. La migliore offerta, questo il titolo della pellicola esaltata da gran parte del pubblico, è banale. Ma di una banalità sconcertante. Vediamo nel dettaglio il perché, analizzando la storia e considerando che tecnicamente il film è comunque girato bene. Abbiamo un battitore d'aste, Virgil Oldman (nomen omen, che fantasia!), che è il migliore nel suo campo ma non ha mai avuto una relazione con una donna. La cosa è rimarcata dal fatto che, sfruttando un amico infiltrato nelle aste da lui condotte, compra a prezzi bassi ritratti femminili di inestimabile valore per poi stiparli nel suo lussuoso appartamento, in una stanza segreta che gli permette di raccogliere in un solo luogo i simboli di un amore desiderato ma mai provato. La raccolta procede spedita fino a quando, un giorno, il suo studio riceve la telefonata di una donna che lo prega di inventariare la casa dei genitori recentemente scomparsi allo scopo di vendere i pezzi pregiati contenuti in essa. Dopo una prima resistenza Oldman viene rapito dall'insistenza di Claire, questo il suo nome, e decide di recarsi sul posto per un sopralluogo. Lei non si fa mai vedere, interagendo con lui per interposta persona, e lui è sempre più attratto da cotanto mistero. Intanto, durante le sue numerose visite alla casa, Oldman trova alcuni ingranaggi non meglio identificati e scopre che la donna è in verità una ragazza che si nasconde in una stanza segreta. Lei dice di soffrire di agorafobia e un tarlo comincia a lavorare nel cervello di lui: come fare per farla uscire? Essendo un disastro in fatto donne decide di chiedere consiglio a Robert, giovane restauratore di fiducia interpellato soprattutto per aggiustare oggetti meccanici. Lo stesso Robert che sta assemblando gli ingranaggi di cui sopra dopo aver scoperto che appartengono ad un automa antropomorfo di inestimabile valore di Vaucanson. Ecco, a questo punto avete tutti gli elementi e vi invito, prima di proseguire, ad ipotizzare il resto della storia tenendo in considerazione che c'è il colpo di scena. Avete fatto? Bene, perchè ora scoprirete che la vostra fantasia supera di gran lunga quella del regista. Ebbene, dopo decine di tentativi in cui Oldaman cerca di far uscire la ragazza dalla stanza, alla fine ci riesce e fa di tutto per "conquistarla". A questo punto per lei bei vestiti, sfilate e cene romantiche nella casa abbandonata, anellone, baci e scena di sesso patinata (lui vecchio, lei giovanissima) che neanche in un film anni ottanta. Ovviamente avevamo già capito dall'inizio che è tutta una trappola perchè un vecchio ricco e solo in un film non aspetta altro che farsi truffare da una donna. Noi speravamo in una badante dell'est e invece, guardacaso, sono gli unici tre personaggi presenti nella pellicola oltre al protagonista ad essersi messi d'accordo per svuotare la stanza segreta. Quel che è peggio è che, tra enormi sbadigli durante i quali il film procedeva sempre più lentamente sembrando infinito, avevamo già pensato a questa opzione ma l’avevamo scartata immediatamente, pensando che fosse veramente troppo troppo banale. E il colpo di scena? Beh, ma è il fatto che i tre fossero d’accordo (sfruttando il gergo calcistico, l'imbroglio più "telefonato" della storia del cinema). David di Donatello al miglior film (a scapito di Viva la libertà) nonchè "fiore all'occhiello" della produzione italiana da esportare all'estero. P.s. La pioggia scrosciante viene usata per introdurre e fare da sfondo alle scene tragiche. Il protagonista, alla fine, impazzisce e rimane solo. La vera Claire è un'autistica che passa le sue giornate nel bar di fronte alla villa ma il protagonista se ne accorge solo alla fine. Tre peculiarità che di certo non hanno contribuito a svecchiare la narrazione di una storia sorpassata, ripetitiva, fin troppo lineare e, per tutti questi motivi, soporifera.

Voto: 2 su 5

(Film visionato il 2 luglio 2013)

Viva la libertà
di Roberto Andò
con Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto
Commedia/Drammatico, 94 min., Italia, 2013

Guardando questo film (opera prima tratta dal libro Il trono vuoto dello stesso Andò) abbiamo capito molte cose. Abbiamo capito che il cinema italiano è agonizzante ma ancora vivo. Abbiamo capito che può competere con quello francese senza uscire con le ossa rotte dalla "competizione". Abbiamo capito che Toni Servillo funziona molto meglio nelle commedie con quella sua faccia che sembra un mascherone e quelle movenze che meglio si prestano ad una macchietta che non ad un personaggio alla Lincoln (tradizione De Curtis?). Abbiamo capito che gli italiani, certi italiani, sono ancora capaci di fare una commedia intelligente, molto intelligente, con due lire e tanta cultura. In questa storia, che ha come fulcro uno scambio di persona, si citano Brecht, Shakespeare, Epimenide per parlare dei problemi della politica con piglio agrodolce. Ne esce un film più profondo e ragionato del Ministro di Schoeller, più riuscito e completo della Grande Bellezza di Sorrentino. Oltre al discorso politico ci sono infatti le vicende umane dei due protagonisti (entrambi interpretati da Servillo). Da una parte Enrico Olivieri, che decide di tagliare per un po' i ponti con il partito e la moglie per ritrovare sé stesso (va in Francia, ma ci passiamo sopra). Dall’altra Giovanni Ernani, il fratello gemello filosofo appena uscito da un manicomio, che ne prende il posto e che con la sua umanità e il suo acume rivoluziona la politica italiana restituendo il giusto significato alle parole e ridefinendo la scala di priorità della vita, personale e sociale. Si ride e si riflette, ritornando così ad un'arte che ha qualcosa da dire e che, per questo, forma. Peccato per la regia, un po’ troppo didascalica.

Voto: 3½  su 5

(Film visionato il 29 giugno 2013)



Solo Dio perdona

di N.W. Refn

con Ryan Gosling, K.S. Thomas, V. Pansringarm

Thriller, Drammatico, 90 min., Francia, Danimarca, 2013



Giochi di ombre svelano e nascondono personaggi robotici. Essi incedono con passo mi(s)tico tra ambienti asettici, perfettamente studiati (Ozu). Le luci al neon esaltano la plasticità della mise en scène ed estetizzano la violenza. Troppi sentimenti, nessun sentimento. Duelli western (Colizzi, Leone, Corbucci) rivisitati alla luce della tradizione cinematografica orientale (Kurosawa, Miike). Predominano rosso (sangue fresco) e nero (sangue rappreso), negli ambienti e sui corpi. Conflitto edipico, vendetta, redenzione, inerzia: esistenzialismo? Una porta che si apre sul buio, una mano che entra nel ventre squarciato della madre e nella vagina della compagna, moncherini, aste di ferro che inchiodano braccia e mani e bucano timpani e tagliano occhi. Esplosioni di violenza. Al ralenti. Poche battute (scontate). Momenti karaoke (assomigliano tanto a quelli di Blue Velvet, ma meglio metterlo tra parentesi). Bambina risparmiata. Dedica finale a Jodorovsky.



Voto: 2 1/2 su 5



(Film visionato il 6 giugno 2013)


La grande bellezza
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Isabella Ferrari, Sabrina Ferilli
Drammatico, 150 min., Italia-Francia, 2013

Un esercizio onanistico con pretese pseudo-intellettuali che dimostra quanta poca cultura ci sia non tanto nell’opera ma in chi l’ha concepita. Sorrentino mette in piedi un ambiziosissimo film sul Nulla che si risolve in una prova inconfutabile della sua incapacità narrativa (a livello di sceneggiatura, non d’immagini) e che ci lascia sinceramente afflitti e indifferenti. Afflitti perché si sta parlando di un film di punta del cinema italiano che si rivela terribilmente sorpassato e, quel che è peggio, inutile. La caratterizzazione dei personaggi è inesistente, i dialoghi scarni e imbarazzanti (stiamo un’ora col fiato sospeso per sapere cosa ha detto la ragazza della perdita della verginità al protagonista per poi scoprire che la frase è un banalissimo “Ti voglio fare vedere una cosa”), le immagini tradiscono un delirio citazionistico e, quel che è peggio, autocitazionistico (Fellini saccheggiato a piene mani; qualche rimando a Malick; la scena dell’incontro erotico tra il protagonista e Isabella Ferrari è un calco dello spot Yamamay con la stessa “attrice” che è passato qualche tempo fa in TV). Come se non bastasse, di Roma ne sappiamo quanto prima: le scene si svolgono quasi tutte in interni o su 2 o 3 terrazzi, i protagonisti delle serate mondane purtroppo li conosciamo già (Serena Grandi interpreta sé stessa e Sabrina Ferilli pure), e per quel che riguarda la fauna delle feste è necessario dire che un lettore assiduo di Dagospia ne avrebbe tratteggiata una più interessante stando comodamente seduto al computer di casa. Non bastano certo una nana, una giraffa e una santa per avvolgere il film in un’aura di onirica magia. Aridatece Fellini! Aridatece Mastroianni!

Voto: 1 ½ su 5

(Film visionato il 24 maggio 2013)



Il grande Gatsby
di Baz Luhrmann
con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire
Drammatico, 143 min., USA, Australia, 2013

È estremamente difficile dare un giudizio su quest’opera. Da una parte si rimane folgorati dalla storia: onesta (secondo l’accezione hemingwayana), senza tempo, perfetta. Dall’altra c’è la messa in scena del regista. E, assodato che la base è un’opera letteraria la cui grandiosità non può essere messa in discussione, è proprio su quest’ultima (e solo su quest’ultima) che bisogna focalizzarsi. Ci si trova indiscutibilmente di fronte ad un’opera postmoderna, dove il contesto storico in cui si svolge l’azione accoglie elementi “estranei” al fine di risultare più accattivante. E allora gli usi e i costumi cercano di essere quelli degli anni venti, mentre la musica e alcuni comportamenti dei personaggi giungono direttamente dalla contemporaneità. Passo falso del regista? Non proprio. Luhrmann evita di creare confusione nello spettatore inserendo elementi attuali (come le musiche di Jay-Z) di preferenza solo nelle scene corali (le feste nella magione di Gatsby o le “orge” negli appartamenti di città), diventando di contro strenuo difensore della più conservatrice lettura dell’opera fitzgeraldiana nella messa in scena della travagliata storia d’amore tra Gatsby e Daisy. Ne esce così un’opera didascalica, neanche troppo coraggiosa, che ha sì il merito di farci apprezzare l’universalità dell’opera di F.S. Fitzgerald anche grazie al 3D (qui marcia in più) ma che non ci permette né di respirare la vera essenza degli anni venti (troppo poco sesso, alcool, coca e charleston!) né di evocare la deriva valoriale della società occidentale contemporanea. Periodi non a caso sfocianti in due tremende crisi economiche mondiali.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 18 maggio 2013)



Il Ministro – L’esercizio dello Stato
di Pierre Schoeller
con Olivier Gourmet, Michel Blanc, Zabou Breitman, Laurent Stocker
Drammatico, 112 min., Francia-Belgio, 2011

Il Ministro dei Trasporti francese Bertrand Saint-Jean sogna una donna perfetta, completamente nuda, che si infila tra le fauci di un alligatore. Il Ministro dei trasporti Sain-Jean viene svegliato nel cuore della notte da una telefonata del proprio segretario personale che lo informa di un incidente mortale che ha coinvolto un bus pieno di bambini. Il Ministro dei trasporti Sain-Jean si reca immediatamente sul luogo del disastro (gli fanno cambiare la cravatta perché quella blu è più adatta ad un “appuntamento istituzionale”) e cerca di dare l’impressione che lo Stato non abbandonerà i ragazzi sopravvissuti e le famiglie. Mentre, sulla strada del ritorno,  l’addetto stampa si sincera che le uscite dei media sull’accaduto rendano giustizia al suo assistito, il Ministro dei trasporti Sain-Jean chiede di fermare la macchina per vomitare a bordo strada. Non ha neppure il tempo di riposarsi che deve, in sequenza: concedere un’intervista ad una televisione nazionale, affrontare la questione della privatizzazione delle stazioni ferroviarie, non trascurare la famiglia, tenete in piedi flebili rapporti istituzionali e personali, cercare di non fare schifo a sé stesso. Il Ministro – L’esercizio dello Stato ha il pregio di far vedere allo spettatore cosa significhi lavorare a certi livelli. In un momento in cui le persone odiano qualsiasi tipo di rappresentante politico, questo film cerca di mostrare quanta fatica ci sia nel cercare di conciliare l’”esercizio dello stato” con la vita personale, mettendo a nudo l’impotenza di un uomo davanti a organizzazioni pachidermiche (fatte di migliaia di regole e uomini) come quelle delle politica nazionale. Oltre a questo, però, il film non risulta efficace come “Il Divo” di Sorrentino. L’obiettivo (ovvero la rappresentazione dell’influenza dello Stato su un suo servitore e come questo rapporto possa “svuotare” quest’ultimo) è infatti ben delineato all’inizio dell’opera, ma poi i suoi confini si fanno sempre più evanescenti fino a rischiare di sparire del tutto. Resta dunque un sapore di incompiutezza che però non inficia il buon risultato finale.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 21 aprile 2013)



Un giorno devi andare
di Giorgio Diritti
con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Sonia Gessner
Drammatico, 110 min., Italia-Francia, 2013

Deludente. Non ci sono altre parole per descrivere sinteticamente l’ultimo film di Giorgio Diritti, uno dei migliori registi italiani in attività. Certo, era difficile rimanere sui livelli de L’uomo che verrà. Ma qui il bersaglio è lontano, e di parecchio. Vuoi per la recitazione dei personaggi, alquanto approssimativa, vuoi per la costruzione del racconto, alquanto inefficace. Inefficace perché la trama, che c’è e si fa sentire nella prima parte, svanisce progressivamente dalla seconda metà in poi della pellicola facendo mancare sostegno alle riflessioni sulle importanti tematiche trattate (la vita, la religione, il valore della scelta nell’agire quotidiano), che finiscono così con l’essere toccate in modo superficiale e tangenziale lasciando nello spettatore una sensazione di non costruttiva incompiutezza. Il film, dunque, non risolve e non si risolve, rimanendo in bilico tra un’opera di Terrence Malick (i panorami della foresta amazzonica dovrebbero essere il protagonista in più) e la tradizione riflessiva del cinema nordico (le considerazioni sulla religione proprie del cinema di Dryer e Bergman). Qualche scena fuori contesto (soprattutto quelle di ballo proprie della retorica morettiana, sempre e comunque inutili) e qualche banale errore (un’edizione Adelphi dell’Attesa di Dio di Simone Weil che sembra impermeabile alle piogge torrenziali e un iPhone sempre funzionante, anche dopo giorni di viaggio su un’imbarcazione) ridimensionano ulteriormente l’ambizione di un’opera che, speriamo, possa dimostrarsi come la necessaria “opera di transizione” prima di un altro capitolo degna di nota.

Voto: 2 ½ su 5

(Film visionato il 31 marzo 2013)



Spring Breakers – Una vacanza da sballo
di Harmony Korine
con Vanessa Hudgens, James Franco, Selena Gomez, Ashley Benson, Heather Morris, Rachel Korine
Drammatico, 94 min., USA, 2012

Tu noi sai perché sei seduta nell’aula di un campus universitario a far finta di ascoltare una lezione sui diritti dell’uomo. E invece eccoti qua, e non puoi fare altro che pensare che ormai si avvicina la pausa primaverile e che vuoi andare a tutti i costi in Florida allo Spring Break perché tutti ci vanno e tutti si divertono un sacco e conoscono un sacco di gente. Ma c’è un piccolo problema: ti mancano i soldi. In un anno tu e le tue amiche avete messo da parte solo 300 dollari che non bastano neanche per una notte in albergo e allora pensi che l’unica soluzione sia quella di fare finta di essere in un film e fare una rapina, magari incappucciate e armate con quelle pistole ad acqua che spesso usate per spruzzarvi tequila in bocca quando la sera fate baldoria con l’erba e la coca che vi fanno andare su di giri e che vi fanno pensare a come sia monotona la vostra vita, come sia prevedibile, e a come sarebbe bello movimentarla un po’ per non essere più così sfigate. Lo Spring Break è l’evento perfetto. Lì trovereste gente come voi. Gente simpatica, che si vuole divertire, che per qualche giorno vuole solo conoscere gente nuova. Gente più interessante di quella del campus. E tu finalmente potresti toglierti la maschera da brava ragazza per farti vedere per quella che sei realmente. Magari potresti perdere la verginità con un bel ragazzo, o anche con una ragazza. Magari ti potresti ubriacare tutti i giorni, essere perennemente strafatta, partecipare a un concerto sulla spiaggia dove la gente balla nuda e sudata, farti sniffare la coca tra le chiappe da uno sconosciuto, farlo rizzare ogni giorno a un tipo diverso senza dargliela, andare in prigione. E poi potresti diventare la donna di un pezzo grosso, magari uno che gestisce un traffico di stupefacenti talmente ampio da avere un sacco di soldi, di armi, di vestiti firmati. Con lui ti sentiresti protetta e importante, perché lui sarebbe come uno Scarface moderno che però ha un cuore d’oro: a bordo piscina avrebbe un pianoforte con cui cantarti “Everytime” di Britney Spears, la tua canzone d’amore preferita, non tante guardie del corpo vestite di nero con i mitra a tracolla. Le tue amiche sarebbero lì con te, così belle con i loro corpi ancora un po’ acerbi coperti solo da bikini e impreziositi da orecchini Hello Kitty. Forse qualcuna di loro potrebbe avere un po’ di paura a lasciarsi andare e vorrebbe tornare a casa. Ma non avrebbe capito che è ora di farla finita con il mondo patinato della Disney e delle preghiere in chiesa. Qui si tratta di fare il salto, di maturare, di diventare donne. E se per farlo bisogna uccidere e uccidersi facendo implodere tutta la cultura che c’è in te e intorno a te, non ci sono problemi. L’importante è imparare giorno dopo giorno a “fottersi di paura”, con il solo obiettivo di diventare forti e trovare il coraggio di essere veramente indipendenti e liberi. Niente più ansie. Solo tanto divertimento. Spring Break… per sempre!

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 7 marzo 2013)



Anna Karenina
di Joe Wright
con Keira Knightley, Aaron Johnson, Jude Law, Matthew Macfayden
Drammatico, 130 min., Gran Bretagna, Francia, 2012

Nonostante le smorfie di una Karerina/Knightley non completamente nella parte e di un Vronsky/Johnson poco affascinante (c’è chi obietterà che l’amore non risponde a logiche legate all’estetica e alla razionalità), il film di Joe Wright non snatura il messaggio dell’opera tolstoiana (smascherare le ipocrisie della società russa della seconda metà dell’Ottocento) presentandolo con notevole maestria tecnica e ottimo ritmo: la passione amorosa che lega i due protagonisti è come la luce di un treno che corre veloce nella neve travolgendo tutto quello che trova davanti a sé (le convenzioni sociali e la stessa protagonista). Tutto questo è possibile grazie alla coraggiosa scelta di ambientare parte della vicenda all’interno di un teatro, servendosi di scenografie mutanti e movimenti di macchina che enfatizzano il crescendo drammatico degli avvenimenti. Peccato che i due protagonisti non siano riusciti a veicolare adeguatamente il sentimento della passione amorosa più travolgente (attualizzando, la tensione sessuale). Solo così la rappresentazione sarebbe stata davvero memorabile. Buono il contrappeso della storia parallela tra Konstantin e Kitty, nota dolce che celebra il valore sovversivo di una vera scelta d’amore.

Voto:  3 ½ su 5

(Film visionato il 2 marzo 2013)



Re della terra selvaggia
di Benh Zeitlin
con Quvenzhané Wallis, Dwighty Henry, Levy Easterny, Lowell Landes
Drammatico, 91 min., USA, 2012

Avere sei anni e dover crescere velocemente, imparando a prendere coscienza della natura e a resistere ai problemi della vita. E' possibile, anche in giovane età, accorgersi che la poesia si cela anche nei più insignificanti esseri viventi. E' possibile, anche in giovane età, prendersi cura si sé e degli altri. Basta avere tanto coraggio. E questo coraggio a Hushpuppy, la protagonista dell'opera prima di Benh Zeitlin, non manca. La vederemo allora resistere ad un uragano, sopportare il padre malato prendendosene cura, sopravvivere allo scorrere dei giorni senza l'amore di una madre e avere anche la forza di cercarla. C'è chi ha accostato l'opera a The Tree of Life. Non scherziamo. Il rapporto tra Natura e uomo viene trattato ottimamente nella prima parte, ma poi il film si allontana dall'obiettivo perdendosi in troppe "variazioni sul tema" che non riescono a mantenere il lirismo iniziale ma lo risolvono in un finale che è un calco stanco e patetico se confrontato a quello dell'opera malickiana precedentemente citata. Ma spezziamo una lancia. Anche più di una. Siamo infatti di fronte ad un esordio comunque notevole che impone Zeitlin all'attenzione del panorama cinematografico mondiale e dimostra come negli USA anche le tragedie contemporanee possano fare da sfondo a storie avvincenti ed esportabili. In questo senso, da noi si avverte un vuoto un po' troppo pneumatico.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 9 febbraio 2013)



Zero Dark Thirty
di Kathryn Bigelow
con Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle
Thriller, 157 min., USA, 2012

Un film perfettamente calibrato che non presenta punti deboli evidenti. Dopo due ore e mezza, dove la tensione permea la sala, sappiamo infatti: chi è la protagonista Maya, giovane ufficiale della CIA più forte della burocrazia e dei colleghi maschi; come lavora l’intelligence americana, comprese gerarchie, errori e risultati raggiunti; qual è il lavoro che c’è stato dietro la cattura di Osama Bin Laden. Merito di una sceneggiatura che si sposa perfettamente con lo stile documentaristico della Bigelow. Merito di una ricostruzione efficacissima che azzera qualsiasi distanza con la realtà e ci presenta ogni avvenimento come se fosse l’avvenimento, e la storia non come se fosse quella di Maya bensì quella di tutto l’occidente. Ma Zero Dark Thirty è qualcosa di più: ogni volontà di fare intrattenimento cede sempre il passo alla descrizione di un’ossessione, non di una situazione.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 16 febbraio 2013)



Lincoln
di Steven Spielberg
con Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, Joseph Gordon-Levitt
Biografico, 150 min., USA, 2012

L’inizio del film ci ha fatto temere il peggio. Guerra Civile con soldati che recitano a memoria i discorsi del Presidente presente in penombra e successiva scena all’interno della Casa Bianca con Lincoln che si accoccola di fianco al figlio minore dormiente. Poi, fortunatamente, il pericolo del solito-film-di-propaganda-USA-melenso-e-prevedibile viene sfatato. L’ottima sceneggiatura di Tony Kushner (è vero che il Presidente sognava spesso una nave e che intratteneva gli interlocutori con aneddoti; è vero che Thadeus Stevens chiamava “rettili” gli avversari politici) si concentra infatti sul pragmatismo politico del 16° Presidente degli Stati Uniti d’America (più ottimo avvocato che idealista) e sul percorso d’approvazione del XIII emendamento (quello dell’abolizione della schiavitù) attraverso promesse di incarichi e, più in generale, corruzioni. Sullo sfondo il dramma famigliare della perdita di un figlio in guerra, l’intenzione del primogenito ad arruolarsi, le crisi di una first lady che mal sopporta la Casa Bianca, i cerimoniali e il peso delle continue responsabilità. Da una parte abbiamo una sceneggiatura completa, quasi perfetta, fatta di dialoghi misurati e articolati che ben ricostruiscono il clima socio-culturale del tempo nonché l’estrema complessità di una rivoluzione di portata storica; dall’altra, invece, una regia giustamente accademica che però tende a sfruttare artifici retorici (v. scene di cui sopra) più azzeccati per una figura ascetica che per un politico sì lungimirante ma cinico e, è il caso di dirlo, baro. Ne nasce dunque una frizione che non ci permette di gridare al capolavoro, ma va comunque rilevato come il film abbia il grande pregio di insegnarci che cosa sia realmente la politica. Da sottolineare, infine, la prova maiuscola di Tommy Lee Jones, culminante in una scena di mirabile delicatezza. P.s. Come con ogni grande film, durante la visione si schiudono in noi numerosi interrogativi, e qualche importante considerazione sulla situazione italiana del 2013, politica e culturale. Grazie al cinema, che come sappiamo crea consenso e senso di appartenenza, sappiamo praticamente tutto sulla storia politica americana (da Lincoln a Nixon passando per JFK e Roosvelt) mentre non sappiamo quasi nulla su Mazzini, Cavour, De Gasperi. Sarà per la nostra mancanza di abitudine al ricordo di un Politico vero che gran parte delle persone in sala ha dormito per quasi tutta la durata della pellicola?

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 26 gennaio 2013)



Pazze di me
di Fausto Brizzi
con Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Chiara Francini, Valeria Bilello
Commedia, 93 min., Italia, 2013

«E adesso, sono cazzi tuoi». Questa la frase che apre e chiude Pazze di me, il nuovo film di Fausto Brizzi in uscita proprio in questi giorni nelle sale italiane. Ed è questa la frase che ha segnato l’esistenza del giovane Andrea (il Solito Idiota Francesco Mandelli) sin da quando, bambino, se la sente rivolgere come un oscuro presagio dal padre (Flavio Insinna) scoperto nel bel mezzo della notte a scappare di casa. Non tarderà molto a scoprirne il significato Andrea, alle prese con una famiglia di sette donne impossibili: la madre (Loretta Goggi), soprannominata Sergente Hartman per il suo carattere burbero; la nonna, una ex professoressa di matematica ormai totalmente rimbambita; la badante Bogdana che, pretende di eseguire esclusivamente compiti consoni a una «dama di compagnia»; e infine le tre sorelle Beatrice, Veronica e Federica, che incarnano rispettivamente il prototipo dell’egocentrica perfettina, della femminista convinta, della svampita sbadata. Corona questo esercito di sole donne il cane, un bulldog femmina, manco a dirlo, arrivato in famiglia per puro caso. Al centro di questo uragano di estrogeni si trova il povero Andrea che, vittima delle varie disavventure create dalle sue donne, cercherà di fare sopravvivere l’effimera storia d’amore con la dolce Giulia (Valeria Bilello), alla quale racconterà addirittura di essere orfano. E così, tra tradimenti e relazioni adultere, bagni in mare e convegni motivazionali stile “l’utero è mio e lo gestisco io", la vicenda si dipana senza troppe complicazioni, con battute simpatiche ma mai memorabili e alcune scene capaci di strappare il sorriso, come quella in cui Beatrice, reduce da abbandono sull’altare e conseguente attacco depressivo, canta Non son degno di te in una fontanella con una bottiglia d’acqua a mo’ di microfono, accompagnata da un gruppo di violinisti. Infine, l’emancipazione del protagonista resa possibile dall’obiettivo, riuscito, di redimere le sue donne. Ne esce un film leggero, nel complesso gradevole, che ha il pregio di indurre lo spettatore a rilassarsi e scollegare il cervello, a patto che si assuma la benedetta logica del patto finzionale capace di rendere verosimili anche fatti impossibili a credersi. Solo così si può accettare il ruolo da latin lover cucito addosso a un Mandelli sottotono, e solo così si può passar sopra la stereotipizzazione dell’universo femminile, popolato da personaggi tanto insopportabili quanto acidi, nevrotici ed eccessivi nei loro difetti e debolezze. E’ certamente questo il maggior limite della sceneggiatura scritta a sei mani da Fausto Brizzi con l’inseparabile Marco Martani e Federica Bosco, ovvero aver creato un immaginario di macchiette senz’anima, che come burattini agiscono senza motivazioni profonde e senza legami con la realtà.

Voto: 2 su 5

(Film visionato il 21 gennaio 2013)



Django Unchained
di Quentin Tarantino
con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson
Western, 165 min., USA, 2012

Cosa si aspetta il pubblico da Tarantino? Semplice: dialoghi strampalati, scene pulp, mexican standoff, tonnellate di citazioni filmiche, un suo cameo. Questo è il comune denominatore dei suoi ultimi film (Kill Bill e Inglorious Basterds), questo è praticamente il canovaccio di Django Unchained nonché suo grande limite (prima parte appagante, seconda che sfiora il tedioso). Certo, dopo aver riempito di significato l’aggettivo “tarantiniano”, il regista si sta meritatamente divertendo come un bambino al luna park che non deve pagare per salire sulle giostre o mangiare zucchero filato. Giusta ricompensa al merito di aver rivoluzionato il linguaggio del cinema con Le iene (1992) e Pulp Fiction (1994). Ma da un regista che ora dispone di denaro e capacità ci si aspetterebbe un po’ più di coraggio nel valicare la propria cifra stilistica sperimentando nuove strade. Un “passo indietro” su tutti: Tarantino ha contribuito ad estetizzare la violenza tramite immagini di violenza assurda, fine a sé stessa. Ora, che bisogno c’è di rassicurare il pubblico giustificando le esplosioni di violenza attraverso le contrapposizioni nazisti/ebrei e schiavisti/uomini di colore? Paura di inimicarsi la folla adorante? (A proposito: quanti finti tarantiniani in sala, che credono che conoscere un regista “figo” voglia dire conoscere la storia del Cinema!). È bene ripeterlo: chi ha smesso di essere coraggioso non è più così interessante.

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 19 gennaio 2013)



The Master
di Paul Thomas Anderson
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams
Drammatico, 137 min., Usa, 2012

Se The Tree of Life di Malick è stato da molti accostato a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, noi possiamo ricondurre l’ultimo film di P.T. Anderson ad Arancia Meccanica (1971). Già il suo protagonista, Freddie Quell, sembra un alter ego di Alex DeLarge. Violento, disadattato, ubriaco di un intruglio da lui prodotto che sembra una versione più ruvida e meno futuristica del lattepiù kubrickiano, Freddie ha la personalità perfetta per essere manipolato da qualcuno. Per A. Burgess, autore del libro A Clockwork Orange, questo qualcuno poteva essere Dio, il Diavolo o lo Stato onnipotente. P.T. Andreson sceglie la dimensione religiosa, rappresentata da una setta nata nel dopoguerra (siamo nel 1950-‘51) pronta a sfruttare la debolezza e lo spaesamento sociale del momento (problema dei reduci e Guerra Fredda su tutti) per plasmare nuovi adepti grazie a teorie che mescolano psicoanalisi, religiosità e (fanta)scienza. Il grande burattinaio è il capo spirituale Lancaster Dodd (interpretato da un egregio P.S. Hoffman), alter ego del fondatore di Scientology L. Ron Hubbard, che prende Freddie sotto la sua ala protettiva al fine di dimostrare a sé e agli altri che le sue teorie (più frutto d’improvvisazione che di ricerca) possano dare sollievo anche ai casi più disperati. Solo e bisognoso di affetto, Freddie (superbamente interpretato da J. Phoenix) diventa la cavia perfetta per testare nuovi “trattamenti”, sedute pseudo-psicoanalitiche condotte con domande inventate sul momento che fanno parlare il “paziente” facendolo sentire semplicemente meno solo. (E qui scatta un altro parallelismo con Arancia Meccanica: proprio come Alex durante il Trattamento Ludovico, a Freddie è proibito chiudere gli occhi). P.T. Anderson scrive e dirige una pellicola che si distingue per la perfezione delle immagini ma non riesce a rendere la storia memorabile. Certo, la maestria tecnica è da considerare come un valore aggiunto, tuttavia essa risulta molto meno funzionale alla narrazione rispetto a quanto fatto da Malick in The Tree of Life. Per il resto bisogna specificare che, pur con tutti i suoi limiti, la storia non è così “irrilevante” come molti critici hanno scritto. Semmai il problema è il contrario: il regista affronta troppi temi importanti (le conseguenze della guerra, la religione, la società americana del dopoguerra, la Guerra Fredda, l’amore, la pazzia, il tema del doppio) in una volta sola, rimanendo inevitabilmente in superficie e risolvendo il tutto (ovviamente non vi svelo il finale) in modo un po’ banalotto.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 5 gennaio 2013)



Moonrise Kingdom
di Wes Anderson
con Bruce Willis, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton
Drammatico, 94 min., Usa, 2012

Carrello laterale iniziale, inquadrature simmetriche, jump cut che giustifica sviluppi narrativi altrimenti improbabili, ralenti, colori pastello, e “i cattivi non sono cattivi e i nemici non sono nemici e anche i buoni non sono buoni”. Con Moonrise Kingdom la poetica di Wes Anderson raggiunge la sua piena maturità tecnica e stilistica e dà vita ad una riflessione sulla (pre)adolescenza che mette a nudo i limiti dell’età adulta: la fuga d’amore tra due ragazzini “diversi”, “emarginati”, vuole essere il pretesto per parlare dell’innocenza in un sentimento, quello d’amore, che negli adulti si perde, inevitabilmente. A metà tra favola e fiaba in immagini, il film (“tutto tenerezza e finali agrodolci”) evidenzia una leggera frizione tra lo stile assolutamente personale del regista, che a livello visivo propone effettivamente qualcosa di nuovo ed inconfondibile, ed una mancanza di originalità a livello di trama. Certo, ci sono delicate metafore come quella dei buchi nelle orecchie della protagonista femminile (allusione alla perdita della verginità) e tributi alla tradizione cinematografica più raffinata, ma poi non bastano vestiti bizzarri, giradischi e un gattino nella cesta di vimini per confondere le acque e vendere come nuovo qualcosa di obiettivamente già visto.  

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 14 dicembre 2012)



Killer Joe
di William Friedkin
con Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Juno Temple, Gina Gershon
Drammatico 103 min., Usa, 2011

Guardando questo film una sola parola può venire in mente allo spettatore. Questa parola è “cattivo”. Il film di Friedkin è molto cattivo e, considerato il regista, non poteva essere altrimenti. Già con Il braccio violento della legge (1971), L’esorcista (1973) e Vivere e morire a Los Angeles (1985) Friedkin aveva definito il suo stile: la contrapposizione tra fiction (personaggi e situazioni inventate) e ambientazioni documentaristiche dava vita ad una frizione che faceva scattare il meccanismo della verosimiglianza. In quest’ultima opera l’operazione viene perfezionata e ciò che viene messo in scena acquista forza proprio grazie a questo assottigliamento dei limiti tra finzione e realtà. In questo caso abbiamo una famiglia disastrata della periferia di Dallas che si impantana in una storiaccia che esplode in un finale di inaudita violenza fisica e verbale. Ma quel che più colpisce è la splendida atmosfera che il regista è riuscito a creare, aiutato da un’ottima prova degli interpreti (tutti credibili, tutti nella parte) e da un’ambientazione più che azzeccata. Tutto merito di Friedkin, dunque, che ha sfruttato una sceneggiatura di Tracy Letts da molti definita “alla Tarantino” e l’ha fatta dipanare in una di quelle periferie americane talmente disastrate che poco si possono discostare dalla realtà. E qui, infatti, tutti cercano di fregare tutti, ma quando qualcuno cerca di fregare “Killer” Joe Cooper, assoldato da un ragazzo con debiti di droga per uccidere la madre e riscuotere l’assicurazione sulla vita, si scatena il putiferio. I personaggi vengono progressivamente risucchiati agli inferi e devono fare i conti con la legge del contrappasso: la lussuriosa viene umiliata attraverso una coscia di pollo fritto; l’ignavo trova una morte subdola, più subdola della sua vita; il delinquente/barattiere cade vittima della propria stoltezza. In tutto questo “Killer” Joe non funge, come si potrebbe pensare, da semplice delinquente corrotto, bensì da giustiziere postmoderno che accelera e perfeziona il processo di espiazione.

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 5 dicembre 2012)


Il sospetto
di Thomas Vinterberg
con Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkoop
Drammatico, 115 min., Danimarca, 2012

In una piccola cittadina di uno stato nordico le case e le strade sono sempre pulite, i bambini possono scorrazzare senza paure e tutti sono amici da sempre dacché si conoscono dalla nascita. In questo paese c’è Lucas, insegnante divorziato che ha trovato da lavorare in un asilo e che cerca in tutti i modi di ricostruirsi una vita con l’obiettivo di ottenere l’affidamento del figlio Marcus. Lucas è un uomo affascinante e divertente, soprattutto per i bambini dell’asilo. Tra questi c’è Klara, figlia del suo migliore amico, che lo vede come un punto di riferimento paterno, sino a provare per lui un sentimento che si declina in un regalino e un bacio rubato dato sulla bocca. Lucas mette subito le cose in chiaro: per una bambina di quell’età, regali e baci sono da riservare ai coetanei. È a questo punto che Klara metterà in moto la sua tremenda vendetta, una piccola bugia che darà il via ad un crescendo di accuse che vedranno Lucas incolpato di pedofilia e rifiutato da (quasi) tutta la società. Lontano dai dettami di Dogma 95 e dalla loro declinazione in Festen (1998), l’ultima opera di Vinterberg si qualifica per un impianto stilistico e narrativo assolutamente classico. Basti pensare alla caratterizzazione dei personaggi: sottili occhiali neri ricordano allo spettatore che Lucas (l’ottimo Mikkelsen) è un uomo di cultura, mentre il suo fisico proporzionato lo rende affascinante (anche agli occhi di una bambina); Klara è una biondina da spot pubblicitario, bella e intraprendente quanto basta per farla spiccare rispetto agli altri infanti del film. La morbosità nello spettatore è presto attivata. Ma il regista mette in atto qualcosa di sorprendente. Benché si sappia fin dall’inizio che Lucas è innocente (diversamente da Il dubbio di J. P. Shanley, 2008), l’interesse per la vicenda rimane alto. Le due domande che permettono questo sono: fin dove si spingerà la società nell’emarginare e nel torturare fisicamente e psicologicamente Lucas (non a caso il titolo originale è Jagten, “caccia” in danese)? Quando la società scoprirà, se lo scoprirà, che Lucas è innocente lo riabiliterà? Vinterberg ci fa capire che siamo sì pensanti, ma pur sempre degli animali. Vigono dunque l’atavico istinto di conservazione di sé e della prole nonché la legge del branco. Anche nel 2012.

Voto: 4 su 5

(Film visionato l’1 dicembre 2012)


Skyfall
di Sam Mendes
con Daniel Craig, Judi Dench, Javier Bardem, Ralph Fiennes
Azione, 145 min., UK, Usa, 2012

Una pallottola buca il torace dell’agente segreto più famoso al mondo mettendo in luce tutta la sua vulnerabilità e svelando la “dichiarazione di poetica” del regista. Lo 007 di Mendes non è invulnerabile. Lo 007 di Mendes non è l’uomo-automa dei capitoli precedenti. Peccato che l’opera non sviluppi il proponimento, presentandoci una versione di Bond che determina una frizione tra quello che dovrebbe essere (e che tale rimane) e quello che è. Ne esce così, se è possibile, una versione di 007 ancora più artefatta delle precedenti le quali, in confronto, conservavano una loro coerenza di fondo. Doveva essere un Bond più umano, dunque, ma sin dalle prime scene si intuisce che la musica è la stessa. Pensiamo ad esempio che ad inizio pellicola il protagonista rischia la morte ma viene immediatamente salvato da… una morettona che gli si concede (eh certo, lui è Bond!). Come se non bastasse ritroviamo spesso l’agente interpretato da un Daniel Craig pompato più che mai e impeccabilmente vestito, anche nelle (poche) scene d’azione, sempre più bloccato in pose plastiche che accentuano la volontà di non recidere il cordone ombelicale con la tradizione. Tradizione rappresentata anche da prodotti che hanno fatto la storia della serie (Martini e Aston Martin su tutti). Qui la lista viene riproposta e ampliata, per un’indigestione di marchi che rasenta l’indecenza. Durante la visione vengono citati, più o meno esplicitamente: Bmw, Volkswagen Beatle, Omega Seamaster, Range Rover, Audi e via dicendo, per una colossale operazione di product placement che si dipana lungo tutto il film. E se bambole e marchi trendy abbondano, lo stesso non si può dire delle scene d’azione, ridotte all’osso e comunque debitrici nei confronti di altre pellicole ben più memorabili di questa. L’orizzonte filmico al quale Mendes si ispira è presto ricostruito: Apocalypse Now (F. F. Coppola, 1979), Cane di paglia (S. Peckimpah, 1971) e Il cavaliere oscuro (C. Nolan, 2008). Soprattutto quest’ultimo viene riproposto in maniera massiccia: Bond sembra Bruce Wayne ma non ne ha il tormento (non è sufficiente una dipendenza da alcol per farlo sembrare più umano); Bardem è Joker, con la stessa voglia di vendetta e la medesima menomazione facciale; Londra è una Gotham City sì più luminosa ma ugualmente sfregiata e in balia delle forze oscure. Usciti dal cinema ho esposto queste ragioni alla mia ragazza. La risposta, pragmatica e puntuale, è stata: «Ma 007 è così. È un figo, c’ha le gnocche… Non è che si può innovare più di tanto». Ho pensato che in fondo avesse ragione. Nulla però mi vieta di continuare a pensare che ciò che ho visto rimane una pacchianata nemmeno troppo di classe.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 10 novembre 2012)



Amour
di Michael Haneke
con Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert
Drammatico, Francia, Austria, Germania, 125 min., 2012

Tenendoci per mano
abbiamo cadenzato
i nostri passi lievi
con lacrime d'intesa.

Voto: 5 su 5

(Film visionato l'1 novembre 2012)


Reality
di Matteo Garrone
con Aniello Arena, Loredana Simioli, Claudia Gerini, Ciro Petrone, Nunzia Schiano
Drammatico, 115 min., Italia, 2012

Reality è un film a metà. Da una parte abbiamo un’opera formalmente ineccepibile, costituita da sequenze perfette di inquadrature perfette impreziosite dalla bellissima fisicità di attori dalla recitazione convincente e verosimile (basta questo per comprendere perché il film abbia ricevuto il Gran Premio della Giuria a Cannes). Dall’altra abbiamo, ahimè, un’opera narrativamente stanca e irrimediabilmente sorpassata che sta in bilico tra una riproposizione di The Truman Show (P. Weir, 1998) e una rivisitazione di Bellissima (L. Visconti, 1951). I primi dubbi sorgono durante le scene iniziali, tratteggianti un inizio da capolavoro che nasconde però un qualcosa di già visto: il film, che parla degli effetti diretti e indiretti del programma televisivo Grande Fratello, riprende un altro programma televisivo, il Testimone di Pif, che già ci aveva mirabilmente raccontato l’affascinante mondo partenopeo dei matrimoni e dei cantanti neomelodici mettendo in luce tutta la poesia e la cafonaggine di un popolo (quello napoletano) che sembra vivere più per la fama che per il lavoro. Ed è proprio per la fama che il protagonista, il pescivendolo Luciano (l’ottimo Aniello Arena), rischia di perdere la testa e la famiglia. Ecco, la trama del film si esaurisce qui. Con l’aggravante che non c’è un vero finale e che il tema viene trattato con il solito ritardo (e proprio nell’anno in cui il Grande Fratello non andrà in onda).

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 29 settembre 2012)


Il cavaliere oscuro – Il ritorno
di Christopher Nolan
con Christian Bale, Gary Oldman, Morgan Freeman, Michael Caine, Anne Hathaway
Azione, 164 min., USA, GB, 2012

Uno spettro si aggira per Gotham City: quello spettro è Batman Scusate se rielaboro la celeberrima sentenza marxiana ma, in questo modo, riesco in un sol colpo a darvi qualche indizio su ciò che funziona e ciò che non funziona nell’ultimo film di Nolan, che passo a presentarvi per punti. Ciò che non funziona: 1) Sceneggiatura semplice. Troppo semplice. Mi stupisco di tutti quei critici che hanno consigliato più di una visione per sviscerare i contenuti del film. Io declino l’invito con un bel “No grazie”, perché non riuscirei a rivedere tre ore di frasi fatte e luoghi comuni come “Non è importante il corpo ma l’anima”, “Per aumentare la forza bisogna avere paura della morte” e via dicendo. Come non riuscirei a vedere ancora il grande eroe tormentato del secondo capitolo ridotto al rango di macchietta. In questo capitolo la scena gli viene rubata da personaggi di contorno che non ci colpiscono più di tanto e i suoi tormenti lasciano il posto a situazioni poco plausibili. Qualcuno dirà che è giusto così. Ma c’è anche chi pensa, e io sono tra questi, che Il cavaliere oscuro - Il ritorno segni un passo indietro importante nell’evoluzione del genere ed elimina con un veloce colpo di spugna la novità che il capitolo precedente aveva presentato. 2) Come anticipato i personaggi non funzionano. Principalmente perché, se nel capitolo precedente l’attenzione era focalizzata sui due protagonisti (Batman e Joker), qui la selva è stata ampliata all’inverosimile senza conferire al film le peculiarità di un film corale. Le varie figure non vengono pertanto approfondite a sufficienza e l’interesse per loro scema precipitosamente. A Batman (C. Bale) manca il tormento, a Catwoman (A. Hathaway) le ragioni del suo sex appeal, a Bane (T. Hardy) la credibilità di cattivo (da qui si capisce la levatura della prova di Joker-H. Ledger) a Miranda Tate (M. Cotillard) la malizia 3) Zero pathos, nessun combattimento o scena memorabile (vi ricordate, invece, la rapina con cui si apre il capitolo precedente?), nonché numerose riproposizioni di scene già viste. Qualche esempio? La bomba (e come viene trattata) l’avevamo già vista in Spider-Man 2; la modalità con cui Batman deve uscire dalla prigione/pozzo sembra il “salto nella fede” di Indiana Jones e l’ultima crociata (1989, S. Spielberg); Bruce Wayne torna a vincere il male soprattutto grazie alle sue attrezzature come accade con il protagonista di Iron Man 2. Come se non bastasse i combattimenti sono alquanto irreali. Si pensi che quando Batman è circondato gli avversari armati sembrano aspettare di essere sconfitti non sparando neanche un colpo. 4) Il finale (che mi vergogno ad esplicitare) sembra una presa in giro e schiude scenari che non vorremo vedere. Cosa poteva funzionare (e non ha funzionato): La critica sociale. Ad un certo punto del film parteggiamo per il cattivone Bane perché sembra mettere in piedi una sommossa popolare per il riscatto proletario contro lo strapotere dei ricconi di Gotham (che poi è New York) che hanno corrotto la città (e il mondo intero). Assistiamo dunque a una vera e propria Rivoluzione d’ottobre con immancabile attacco al Palazzo d’Inverno (qui la Borsa) e processi sommari che ci fanno sperare in una sterzata in senso politico del film intero e, magari, in un finale politically uncorrect che abbia la forza di rivoluzionare il tradizionale conservatorismo dei blockbusteroni hollywoodiani. E invece… E invece il tutto si risolve in una critica proprio alla sollevazione popolare, che genera solo anarchia e maggiori ingiustizie e che si scopre essere nient’altro che un piano per una vendetta personale.

Voto: 2 ½ su 5

(Film visionato il 1 settembre 2012)



Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os)
di Jacques Audiard
con Marion Cotillard, Matthias Schoenaerts, Bouli Lanners, Céline Sallette
Drammatico, 120 min., Belgio, Francia, 2012

L’impressione è che al film di Audiard manchi qualcosa (stessa cosa pensata anche dopo la visione del Profeta). Questo qualcosa non è certamente la tecnica registica. In Un sapore di ruggine e ossa la presenza della macchina da presa si avverte, ma è certamente un valore aggiunto. Qualche esempio: la luce del mare sfiora i volti dei protagonisti (Alì e Stephane) e anche a noi sembra di avvertirla; le mani ci fanno male quando Alì frantuma le sue contro una lastra di ghiaccio. Lastra di ghiaccio che rompe e taglia come un’affettatrice. Quest’ultima ci fa venire in mente The Wrestler (D. Aronofsky, 2008), e il paragone tra le due pellicole scatta inevitabile (anche in questo caso il protagonista è uno spiantato, vive per la lotta e prova a fare un lavoro onesto senza risultati, impara ad amare una donna senza tanto badare alla sua condizione e cerca di costruire un rapporto con la prole). È a questo punto che il film di Audiard comincia a mettere a nudo i suoi limiti. Avevo definito The Wrestler come "film dell’epidermide", in quanto legato indissolubilmente alla corporeità del suo protagonista. Ecco, qui l’effetto viene raddoppiato (ci sono un uomo e una donna al centro dell’attenzione) e la dirompenza del tema trattato ne esce inevitabilmente dimezzata. In tutto questo la sceneggiatura mette a nudo alcune incoerenze che uno spettatore accorto non può non rilevare: prima tra tutte il fatto che una donna devastata emotivamente a causa della perdita delle gambe abbia il piglio di chiamare un buttafuori conosciuto una sera di mesi e mesi prima; poi il fatto che quello stesso buttafuori la scopi (perché di scopate si tratta) senza fare una piega; inoltre che lei diventi la referente per le scommesse legate alle lotte clandestine alle quali partecipa il suo lui; per ultimo il finale (che non svelo così nessuno si incazza). Senza contare che lo stile “dardenniano” stride un po’ con queste situazioni poco verosimili. Certo, qualcuno invocherà la cara e vecchia “licenza poetica”. Ma io domando: “tout se tient” non è un’espressione francese?

Voto: 3 ½ su 5

(Film visionato il 21 agosto 2012)



Il primo uomo
di Gianni Amelio
con Jacques Gamblin, Maya Sansa, Catherine Sola, Denis Podalydès
Biografico, 100 min., Italia, Francia, Algeria, 2011

E pensare che Il primo uomo è nato come una sorta di “ripiego”. Gianni Amelio doveva girare un film sull’immigrazione paterna in Argentina ma sembra che produttori e committenti lo abbiano piantato in asso. La conseguente necessaria virata lo ha fatto approdare alla trasposizione dell’ultimo incompiuto romanzo omonimo di Albert Camus. Ne è uscita un’opera asciutta, misurata, delicata, profonda. Una sorta di romanzo di formazione in immagini che poggia sull’educazione alla vita e ai sentimenti di Jacques Cormery (Jacques Gamblin), il protagonista. Questi è uno scrittore algerino di successo che dalla Francia torna al suo paese d’origine ufficialmente per una conferenza all’università ma, in fondo, per ricongiungersi con i suoi cari. Come una madeleine proustiana, è il letto sul quale Jacques si mette a dormire che fa scattare il meccanismo del ricordo che ci porterà a conoscere l’Algeria colonizzata d’inizio XX secolo ed il bambino che era. Grazie all’ottima prova degli attori (su tutti Gamblin, ma anche il Jacques bambino Nino Jouglet) e alla sobrietà del racconto, veniamo assorbiti da quella che è un’ottima riflessione sull’identità (chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo) senza mai dimenticare che essa è profondamente legata al nostro luogo d’origine. Un gradino sopra Terraferma (Emanuele Crialese, 2011), molti rispetto a Baarìa (Giuseppe Tornatore, 2009), Amelio ha creato una piccola e perfetta perla che nobilita il cinema italiano del 2012.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 20 luglio 2012) 




Paradiso amaro (The Descendants)
di Alexander Payne
con George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick Crause
Drammatico, 115 min., USA, 2011

Sono due le cose che colpiscono di questo film. Da una parte le atmosfere create e quindi la regia, dall’altra la sceneggiatura. In quest’ultimo caso è rilevante constatare che benché gli sceneggiatori abbiano utilizzato un linguaggio (anche dei corpi) semplice e talvolta sopra le righe (soprattutto nei comportamenti degli adolescenti del film) la storia è interessante e per niente banale: una famiglia per varie ragioni disastrata ritrova sé stessa grazie ad una tragedia, in questo caso una madre morente e fedifraga che spinge tutti i personaggi a fare i conti in primis con loro stessi e successivamente con i loro consanguinei. Come in Little Miss Sunshine (Jonathan Dayton e Valerie Faris, 2006) e I ragazzi stanno bene (The Kids Are Allright, 2010), la sobrietà della regia e la recitazione degli attori danno vita ad un quadro multiforme: tragico e simpatico allo stesso tempo, ma senza mai cadere nel grottesco, il film scorre senza mai un momento di difficoltà verso un finale ampiamente prevedibile, ma non per questo vuoto di significato. Sono poi le atmosfere dei luoghi in cui si muovono i personaggi  e il conseguente gioco di contrasti che si viene a creare tra le emozioni dei personaggi e i cambiamenti climatici e i colori delle Hawaii il vero valore aggiunto dell’opera, a rimarcare l’essenza di una vita che è gioia e dolore, amore e morte, una corsa disperata in mocassini su una strada bagnata.  

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 17 luglio 2012)



Quasi amici - Intouchables
di Eric Toledano e Olivier Nakache
con Francois Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny
Commedia, 112 min., Francia, 2011

Non voglio ripercorrere qui la storia narrata dalla pellicola (già ampiamente conosciuta anche da chi il film non l’ha visto), ma voglio sfruttare l’occasione per ricordare un assunto fondamentale del cinema. Per chi ancora non lo sapesse, l’ingrediente fondamentale per fare una buona commedia è la morte. Il senso di morte deve attraversare tutta la pellicola, fungendo da spauracchio da irridere e sbeffeggiare con costanza e dedizione. Quasi amici mette mirabilmente in scena questo assunto, ormai dimenticato dal cinema italiano, avvalendosi del piglio secco del racconto, del passaggio dalla comicità al dramma e, soprattutto, del “sempreverde” gioco di contrasti. In questo caso: handicap fisico/handicap sociale, ricchezza/povertà, voglia di morire nonostante la ricchezza/voglia di vivere nonostante la povertà, ironia/severità. Qualcuno penserà che tutto questo sia banale. Lo è, ma funziona.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 7 luglio 2012)



I giorni della vendemmia
di Marco Righi
con Lavinia Longhi, Marco D’Agostin, Gian Marco Tavani, Maurizio Tabani, Claudia Botti
80 min, Italia, 2010

È un buon esordio quello di Marco Righi. Il suo “I giorni della vendemmia”,  film che prima ha ottenuto riconoscimenti fuori dall’Italia e che ora viene presentato in giro per le piccole sale d’essai della penisola, si lascia guardare dall’inizio alla fine, pur mettendo a nudo numerose “ombre” comunque intervallate da impennate stilistiche e/o narrative degne di nota. Si parte subito bene con una decina di minuti di riuscito affresco emiliano. L’opera è infatti ambientata nell’estate del 1984 in una casa della campagna reggiana (il regista è di San Polo d’Enza, provincia di Reggio Emilia) animato da una madre beghina, da un padre berlingueriano, una nonna silenziosa e arguta (il personaggio di contorno più riuscito) e un figlio sedicenne che ascolta dischi, fuma di nascosto e si masturba (rigorosamente in bagno, di spalle). Già dalle prime scene, caratterizzate da un’interessante dilatazione dei tempi narrativi, impariamo a conoscere i personaggi e soprattutto ad immedesimarci nel gracile adolescente Elia (Marco D’Agostin), la cui occupazione è quella di raccogliere l’uva dai filari di famiglia. (Attività quasi subito interrotta dall’arrivo della nonna che prima si fa dare un bacio e poi lo rimprovera dolcemente in dialetto reggiano: “Dam un bes” e, ancora, “Mo vienmi a trovare più spesso”. Chi non si è mai sentito dire queste parole?). Fin qui tutto bene. Anzi, considerando che il film è a budget irrisorio e girato in solo due settimane, il termine corretto da utilizzare sarebbe “sorprendente”: buoni i movimenti di macchina (soprattutto quelli che valorizzano agli ambienti in cui si muovono i personaggi), buona la recitazione, ottima la fotografia (Alessio Valori) e le musiche (Roberto Rabitti), buona la caratterizzazione e la valorizzazione dei personaggi.  Fortunatamente questo è il trend dell’intera pellicola, che però comincia a mettere a nudo i primi problemi di natura narrativa a partire dal momento in cui entra in scena Emilia (Lavinia Longhi), spudorata universitaria figlia di amici che si vuole procurare un po’ di soldi offrendo il proprio aiuto al padre di Elia per la vendemmia. Bella e spudorata, Emilia non solo sconvolge la quotidianità dell’imberbe Elia, facendogli scoprire la tensione sessuale (nulla di più), ma anche l’intero film. Da qui, infatti, la struttura della sceneggiatura comincia a scricchiolare pericolosamente, pur non cadendo mai. Cos’è dunque che disattende le premesse del bell’inizio? Un dubbio, che si fa strada a partire dall’entrata in scena di Emilia, personaggio straripante, quasi sempre sopra le righe e poco armonizzato con il contesto in cui comincia a muoversi. Tutto dipende dalle sue battute, quasi sempre eccessive e per questo delineanti un personaggio che è quasi un “corpo estraneo” rispetto alla narrazione. È a causa sua che, quasi per uno strano effetto domino, comincia a sorgere il dubbio che quello che stiamo guardando, in realtà, non sia ambientato nel 1984. Il problema ora riguarda ciò che stiamo osservando, non più come ci viene proposto. Per stessa ammissione del regista le letture che lo hanno influenzato sono state quelle di Pier Vittorio Tondelli (il film si apre con una citazione tondelliana, il protagonista legge “Altri Libertini” e il fratello maggiore è una sorta di alter ego del reale PVT), Enrico Palandri e Gianni Celati. Tutti autori che hanno sì operato negli anni Ottanta ma che, soprattutto nelle loro prime opere, hanno raccontato gli ultimi anni del decennio precedente. Ed è proprio dagli anni Settanta che sembrano uscire questi personaggi: pur avendo una carica sessuale più reazionaria che rivoluzionaria, Emilia che “viene dalla città” sembra essere distante anni luce dalla cultura delle discoteche e dei locali in cui impazzava il new romantic, la new wave o il punk dei CCCP mirabilmente descritto da Tondelli nel suo “Weekend postmoderno”; Samuele (Gian Marco Tavani), fratello maggiore di Elia, sembra appena uscito dal ’77, con i suoi capelli lunghi, le canne (negli anni ottanta impazzava la coca. Chiedere ad Ellis che nel 1984 scriveva Less Than Zero) e un’identita gay troppo poco tormentata; infine una serie di tributi a pellicole di fine anni Settanta, come Novecento di Bertolucci (1976, per il tema della masturbazione e il contesto), Taxi Driver di Scorsese (1976, per il monologo del protagonista all’interno dell’auto),  ecc. Degli anni Ottanta resta solo un’azzeccatissima polo Lacoste indossata dal protagonista nel finale. La sensazione è che Righi sia rimasto parzialmente vittima del suo slancio creativo. Quasi come se un’urgenza lo abbia spinto ad avere a tutti i costi una storia (certo, che funziona, e con qualche spunto simpatico e interessante) per poter dimostrare il prima possibile cosa avrebbe potuto fare con la macchina da presa. Peccato, perché con una sceneggiatura un po’ più attenta l’esordio sarebbe potuto essere notevole. Ora, la vera sfida è quella di parlare della campagna, la nostra magnifica campagna emiliana, magari quella che sta ai piedi delle colline dell’Appennino, con una storia maggiormente sobria e delicata, ambientata nella contemporaneità. P.s. Come al solito finale stucchevole e scontato. Ma ormai è la prassi.

Voto: 2 su 5

(Film visionato il 26 giugno 2012)


Cosmopolis
di David Cronenberg
con Robert Pattinson, Juliette Binoche, Sarah Gadon, Paul Giamatti, Mathieu Almaric
Drammatico, 105 min., Canada, Francia, 2012

Non ho voglia di perdere troppo tempo nello scrivere di un film come questo. Mi limiterò pertanto ad argomentare, per punti, le ragioni di una disfatta partendo da una domanda che penso molti ammiratori del regista abbiano formulato durante e dopo la visione. Cronenberg, cosa ti abbiamo fatto per meritarci questo? Regia Quasi due ore di campo/controcampo. Per il resto un’accozzaglia di scene, di cui almeno tre stucchevoli: l’esame della prostata a cui si sottopone l’ansimante protagonista e due scene di sesso fatte talmente male che la pornografia in confronto è più poetica. Mi chiedo perché DeLillo abbia affermato, in un’intervista concessa alla «Repubblica» circa due settimane fa, che la trasposizione del suo romanzo lo soddisfa. Spero stesse scherzando o che, almeno, l’abbia fatto per soldi. Tema Non voglio generalizzare e/o dire inesattezze ma, a logica, il tema trattato dal film (e quindi dal libro, v. riferimento alle dichiarazioni di DeLillo) mi sembra un tantino sorpassato. Critica al capitalismo? Ok, c’è. Ma qui siamo a livello di “fiumi di parole”, contro buoni trattamenti metaforici (e la metafora e i correlativi oggettivi al cinema sono tutto, più dei dialoghi) messi in scena ben prima rispetto a queste opere: per un romanzo Cosmopolis del 2003 c’è un American Psycho del 1991 (!); per un film Cosmopolis del 2012 c’è un Wall Street (1987), un Wall Street - Il denaro non dorme mai (2010) e uno Shame (2011) che, in modo più o meno diretto, mettono a nudo le contraddizioni socio-economiche del capitalismo sotto molteplici e ben più riusciti punti di vista. Attori Stendiamo un velo pietoso sulla prova di Pattinson, capace solo di smorfie vampiresche. La Binoche è la seconda vera delusione. Un’attrice di primo livello avrebbe rifiutato di girare una scena così inutile e imbarazzante. P.s. Quatto persone hanno lasciato la sala (mezza deserta, del multiplex più importante di Parma) prima della fine del film. Due hanno trovato subito la via d’uscita. Gli altri, quasi intrappolati, hanno vagato per la sala tradendo visibili segnali d’insofferenza. Effetti del film.

Voto: 1 su 5

(Film visionato il 2 giugno 2012)



Margin Call
di J. C. Chandor
con Kevin Spacey, Jeremy Irons, Paul Bettany, Zachary Quinto
Thriller, 109 min., Usa, 2011

Homo homini lupus. In un passato ormai remoto le persone dirimevano le questioni con la violenza. Poi è arrivato il denaro. E com’è andata a finire? Che nulla è cambiato: che i più forti (i ricchi) sono quelli che hanno più probabilità di sopravvivere. Questo è ciò che ci insegna Margin Call, buona cronaca delle 24 ore che precedono il recente e catastrofico crollo della borsa di Wall Street. Tutto parte quando il capo dell’Ufficio Controllo Rischi di una banca d’investimenti viene licenziato su due piedi e, di conseguenza, obbligato a lasciare l’edificio. Prima di uscire egli riesce però a lasciare una chiavetta usb con una ricerca incompleta a un giovane collega, il quale scoprirà la sera stessa che il crollo del sistema è molto più vicino di quanto si potesse immaginare. Da questo momento il film si trasforma in una lunga girandola di riunioni di vertice in cui cominciano a “cadere teste” (di dipendenti e di manager utilizzati come capri espiatori) e si cercano soluzioni. Come andrà a finire lo sappiamo tutti: la società d’investimenti si libererà dei prodotti nocivi in fretta e furia mettendo in seria difficoltà i mercati e i risparmiatori.

Voto: 3 su 5

(Film visionato il 19 maggio 2012)



A Simple Life
di Ann Hui
con Andy Lau, Deanie Ip, Wang Fuli, Quin Hailu
Drammatico, 117 min., Hong Kong, 2011

Da sessant’anni, e per ben quattro generazioni, Ah Tao è l’amah (la domestica) di una famiglia di Hong Kong. Eccellente cuoca e provetta “padrona di casa”, Ah Tao ritrova Roger, figlio primogenito del padrone ormai defunto, dopo il ritorno di quest’ultimo dagli Usa. L’infarto subito dalla domestica farà in modo che Roger possa ripagare la sua “madrina” di tutto quello che negli anni lei ha fatto per lui, in un crescendo di reciproco affetto e riconoscenza. Ann Hui colpisce con una storia sorprendente, profonda, delicata, complessa nella definizione della galleria dei personaggi che popolano l’opera e nella costruzione delle scene. Ogni movimento, e con esso ogni espressione (anche la meno percettibile), viene valorizzato dalla macchina da presa, tratteggiando e riempiendo di significato una realtà sociale che non è più solo quella dell’oriente, ma che si caratterizza per un alto grado di universalità. Questo haiku in immagini ci fa dunque tornare alla mente Departures (Yojiro Takita, 2008), altro film capolavoro che come questo ha il merito di dimostrare come la vicinanza della morte possa servire a ritrovare la dolcezza e la pienezza di una vita trascorsa nell’affetto delle persone care.

Voto: 4/5

(Film visionato l’11 aprile 2012)



Cesare deve morire
di Paolo e Vittorio Taviani
Docu-Fiction, Italia, 2012

Il “Giulio Cesare” di Shakespeare diventa il pretesto per riflettere sulla condizione dei carcerati e sui motivi che li hanno privati della libertà. Ignoranza, sete di potere (che nella contemporaneità è sete di denaro) e vendetta sono i temi che avvicinano la rappresentazione del drammaturgo inglese alla vita di chi la mette in scena, abbattendo la barriera della finzione e spingendoci a credere che congiure e delitti si stiano realmente svolgendo nel carcere di Rebibbia. La regia è ottima, la recitazione sorprendente, come pure l’intuizione del parallelismo. Peccato per quei momenti retorici (gli inutili commenti delle guardie, alcune considerazioni degli attori sulla loro vita) che spezzano la tensione narrativa (la compenetrazione tra passato e presente, tra recitazione e vita vera) e banalizzano il nobile intento dei fratelli Taviani: l’arte libera la mente di chi è imprigionato, ma aggrava la sua condizione di recluso poiché lo spinge a riflettere sui propri errori. Memorabili le presentazioni dei reclusi al casting iniziale.
Voto: 3,5 su 5
(Film visionato il 24 marzo 2012)


L’arte di vincere
di Bennett Miller
con Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright, Philip Seymour Hoffman
Drammatico, 126 min, USA, 2011

Gli Oakland Athletics sono una buona squadra di baseball che non può contare su importanti budget come quello a disposizione dei New York Yenkees. Al termine di una stagione sopra le aspettative il loro general manager Billy Beane (B. Pitt) viene addirittura costretto dalla società a cedere tre giocatori importanti e l’esigenza di rimpiazzarli è limitata dal bassissimo tesoretto a sua disposizione. È a questo punto che un incontro, quello con il neolaureato Peter Brand (J. Hill), lo mette in condizione di poter sovvertire questa problematica situazione. Brand, infatti, è un profondo conoscitore delle teorie di Bill James, secondo le quali non servono i soldi per vincere ma bastano solo i giusti giocatori con le giuste medie (di battuta, di ricezione, ecc.) nei giusti ruoli. Gli Oakland Athletics costruiti in base a calcoli economici e matematici riusciranno nell’impresa di vincere il loro girone e magari l’intero campionato? Contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare Moneyball (questo il titolo originale) è un film che parla di baseball inquadrando il diamante di gioco il meno possibile. La narrazione si concentra sui “dietro le quinte” dell’ambiente, focalizzando l’attenzione sulla metafora sportiva che scandisce la vita del protagonista. Beane, interpretato da un ottimo Pitt, è un perdente che insegue un’utopia. La sua “asticella”, come lui la definisce, è la vittoria del campionato e ogni mezzo è lecito per superarla: dove non arrivano i soldi e la bravura dei giocatori può arrivare il calcolo (in questo caso matematico), la fantasia e la dedizione. L’insoddisfazione e la scaramanzia sono le sue compagne di vita (le motivazioni che ne stanno alla base sono descritte magistralmente), gli attacchi d’ira la sua valvola di sfogo, le limitate risorse il suo pungolo. Il più vincente dei perdenti ci aiuta, finalmente senza retorica, a ragionare non solo sul mondo dello sport (dove quasi sempre vince il più ricco) ma anche sull’esigenza di fare, prima o poi, i conti con se stessi.
Voto: 4 su 5
(Film visionato il 22 febbraio 2012)


Hugo Cabret
di Martin Scorsese
con Asa Butterfield, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen
Avventura, 125 min., USA, 2011

Il cinema è memoria e magia. Questo sembra volerci dire Martin Scorsese con il suo Hugo Cabret, storia di un orfanello che aggiusta gli orologi della stazione di Parigi e che ha un unico sogno: risvegliare l’uomo robot che suo padre stava riparando appena prima di morire. Tra una fuga dal vigilante che lo vuole rinchiudere in un orfanotrofio e i ricordi del padre, passando per l’attenta osservazione della fauna che popola l’ecosistema della Gare de Lyon, Hugo entra in contatto con un misterioso uomo di mezza età che vende giocattoli. Quest’uomo si scoprirà poi essere nientemeno che il regista George Méliès. Prendendo spunto da un’opera letteraria, Scorsese ha creato un film che vuole essere un omaggio al cinema e ad uno dei suoi padri fondatori. (Se i fratelli Lumiere hanno inventato la cinepresa, Méliès è stato tra i primi a credere nelle capacità del mezzo avendo anche il coraggio di innovare. Basti pensare che ad oggi viene considerato il padre degli effetti speciali, di certa punteggiatura cinematografica e del cinema a colori). Ne esce un film che, attraverso un buon 3D, cerca di emulare la magia delle pellicole del grande cineasta d’inizio secolo. Questo sforzo, unitamente alla ricostruzione per immagini della vita del maestro francese e ai costumi, impreziosisce di molto una narrazione a tratti sconfinante nel già visto che cerca di fare leva su una classica galleria di personaggi di sicuro impatto emotivo (l’orfano, il genio caduto ingiustamente in miseria, le accennate storielle d’amore) che riescono a smuovere emozioni nello spettatore ma che talvolta scadono nel retorico. In ultima analisi il film è indubbiamente gradevole, ma se non fosse per l’interessante riferimento alla vicenda biografica di Méliès non sarebbe neanche degno di menzione. 11 nomination sono tante. 5 oscar sono troppi. P.s. Non sono più così sicuro che basti la maestria tecnica per fare dei buoni film. Avatar, in questo senso, insegna. Direte voi: “Tutto è già stato scritto e tutto è già stato detto” pertanto solo le innovazioni tecniche possono innovare. Io vi rispondo affermando che Méliès rischiò di cadere nel dimenticatoio proprio perché puntava molto (forse troppo) sulla tecnica.
Voto: 2,5 su 5
(Film visionato l’8 febbraio 2012)


Le idi di marzo
di George Clooney
con Ryan Gosling, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei, Paul Giamatti
Drammatico, 101 min., Usa, 2011
Breve premessa. "È tardi è tardi è tardi". In questo periodo, tra tesi e lavoro, mi sento un po’ come il Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie. Pertanto eccovi, per forza di cose, una recensione flash che più flash non si può. Trama. (Per il riassunto vedere la pagina Wikipedia del film o quella miriade di blog che vi propongono una recensione che altro non è che un riassunto dell’intera vicenda). In quest’opera clooneyana i colpi di scena non mancano, ma la trama sembra un filino troppo semplice e lineare. E, fidatevi, non è un pregio. È un vero peccato che il tema "comunicazione&politica", che aveva già dimostrato di essere molto affascinante (v. L’uomo nell’ombra di Roman Polanski, 2010), sia stato trattato in modo così approssimativo, quando invece avrebbe meritato di essere portato in primo piano (è proprio il caso di dirlo) e sviscerato. Dopo Good Night, and Good Luck (2005) Clooney riconferma sì di voler parlare di temi forti (qui le ipocrisie e le bugie dell’ambiente politico), ma non riesce a conferire alla pellicola quell’incisività necessaria per renderla memorabile. (E mentre sto scrivendo penso: sai che novità per noi italiani parlare delle bugie e delle nefandezze della politica!) Recitazione. Avevamo ormai capito che Clooney non è un attore molto versatile. Gosling, qui protagonista, è sulla stessa strada (e per questo giudizio considero anche la prova di Drive). Che poi è la stessa di tutti gli attori "monofaccia" (v. John Cusack, Christian Bale, ecc.). Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman, invece, impreziosiscono questo film con due piccole ma efficacissime parti secondarie. Qui mi fermo, in attesa di tempi migliori. Anche cinematografici. Certo questo film, benché buono, farà fatica a rimanere nella nostra memoria.

Voto: 2½  su 5

(Film visionato il 25 gennaio 2012)



Shame
di Steve McQueen
con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie
Drammatico, 99 min., G.B., 2011

Cosa vuol dire non avere la forza di amare veramente? Ce lo spiega McQueen, tratteggiando con estrema lucidità un vortice, quello della dipendenza dal sesso, che spinge chi ne è affetto sempre più giù, verso la “vergogna” (la parola del titolo), rendendogli quasi impossibile la risalita. Costituita da masturbazione meccanica e sistematica, incessante fruizione di pornografia e selvaggi incontri con prostitute, tale caduta è graduale e inesorabile, sfociante in un senso di inadeguatezza e di vuoto interiore che impedisce a chi ne soffre di intraprendere normali relazioni. Certo, sulle dipendenze molto è già stato detto (v. Giorni perduti di B. Wilder per l’alcol; per la droga la filmografia è sterminata), ma quello del sesso rimaneva un territorio poco esplorato. McQueen ci spiega tutto, proprio tutto, attraverso la perfetta costruzione delle scene (alcune memorabili), una sceneggiatura impeccabile (raro film con dialoghi misurati) e un ottimo rapporto musica/immagini (la colonna sonora è strepitosa). Le immense prove di Fassbender e Mulligan, due veri antieroi postmoderni, aiutano il film a non scadere quasi mai nel retorico. I personaggi che interpretano sono infatti più che verosimili e caratterizzati da una rara umanità che fa risaltare problemi condivisi: entrambi non amano pur facendo regolarmente sesso; entrambi sono soli, lei per colpa di poca autostima, lui per colpa delle sue dipendenze. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Shame non è il classico “pugno nello stomaco”. È, piuttosto, un’opera d’arte che tratta un tema delicato. Grazie agli attori e all’abilità registica il messaggio arriva ed è chiaro: si può avere difficoltà ad amare non solo perché ci si sente inadeguati, ma anche perché, pur essendo persone con tutte le carte in regola, ci si sente “sporchi”, soli, non meritevoli della gratuità di un sentimento. “Retorica”, penserete probabilmente voi. Invece, non c’è nulla di più vero. McQueen ha colpito nel segno.

Voto: 4,5/5

(Film visionato il 18 gennaio 2012)


J. Edgar
di Clint Eastwood
con Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Harmie Hammer, Judi Dench
Biografico, 137 min., USA, 2012

Non è che sull’ultima opera di Eastwood ci sia poi molto da dire. La storia parla infatti della vita di J. Edgar Hoover (Leonardo Di Caprio), colui che per oltre mezzo secolo ha lavorato per l’FBI dando un fondamentale contributo al suo perfezionamento: l’accademia nazionale per l’addestramento degli agenti, l’immenso archivio delle impronte digitali, i laboratori scientifici sono sue intuizioni. Da questo si evince che dire che questo film parla della sua vita vuol anche dire che parla del suo lavoro. Ebbene, è proprio questo il limite del film. Lo spettatore si aspetta di vedere l’evoluzione della polizia federale con una narrazione che si addentra nelle pieghe più recondite dei rapporti di potere, magari arricchita da qualche chicca riguardante i moderni sistemi d’investigazione. Invece l’evoluzione della struttura dell’FBI è solo il pretesto per farci conoscere un uomo, solo, omosessuale, represso, che per non esporsi o dover fare i conti con la sua condizione si consacra totalmente al lavoro. Ecco, in questo il film funziona, ma ad un certo punto la sceneggiatura comincia a mettere a nudo forse troppe debolezze. Perché farci vedere il protagonista vestito da donna davanti ad uno specchio quando è già stato esplicitato più volte che egli ama, ricambiato, l’avvenente collega Clyde (Harmie Hammer), colui che si dimostrerà la sua vera anima gemella? Perché fare scadere i dialoghi al livello di frasi fatte che cercano goffamente di delineare i sentimenti che intercorrono tra i due? Certo, la recitazione di Di Caprio è buona (sorprendono invece Harmie Hammer e la perfetta Judi Dench), la regia anche, ottimi i costumi e le ricostruzioni, i momenti teneri non mancano. Ma non basta. La sensazione di incompiutezza rimane. Per non bocciare questo film lo si potrebbe interpretare come parente di Brokeback Mountain (Ang Lee, 2005). Resta il fatto che da Clint, dopo gli exploit di Gran Torino (2008) e Lettere da Iwo Jima (2006), ci aspettiamo sempre molto di più, anche se i successivi Invictus (2009) e Hereafter (2010) non si sono dimostrati all’altezza. La sua parabola registica è irrimediabilmente discendente?

Voto: 3/5

(Film visionato l’11 gennaio 2012)


The Artist
di Michel Hazanavicious
con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman
Drammatico, 100 min., Francia, 2011

Italia-Francia 0-1. Ancora una volta la leggerezza e la maestria del cinema francese surclassano l’ampollosità e la monotonia del cinema italiano contemporaneo, e così il potente Harvey Weinstein ha preferito lanciare nella corsa agli Oscar questa perla di Hazanavicious invece di This Must Be The Place di Paolo Sorrentino, la cui uscita americana è stata ormai spostata a primavera. E dire che, a detta di alcuni, le stesse caratteristiche di The Artist avrebbero potuto giocargli contro. Muto, in bianco e nero, ambientato negli anni Venti e con una storia in cui abbondano i tanto ripudiati “buoni valori”, nessuno si aspettava che potesse dimostrarsi un film così riuscito. Ma vediamo nel dettaglio i suoi punti di forza. La ricostruzione storica e i protagonisti sono praticamente perfetti. Jean Dujardin possiede una bellezza d’altri tempi e occupa la scena come pochi: sempre sorridente e spalleggiato da un cagnolino con il quale vive in simbiosi, interpreta un divo del cinema muto che, dopo aver conosciuto la gloria, si scontra con il passaggio del cinema al sonoro cadendo progressivamente nel dimenticatoio. Chi non cade nel dimenticatoio è invece colei che diventerà la sua amata, una Bérénice Bejo che interpreta una donna decisa, emancipata, ma sempre aperta al sentimento. A livello stilistico, invece, il bianco e nero, le didascalie, la gamma infinita dei grigi a seconda degli stati d’animo del protagonista e, ancora, a livello narrativo, le scene da melò, da love-story e da dramma sono una vera e propria dichiarazione d’amore per il cinema classico hollywoodiano, non solo quello dell’epoca del muto. Infine, a livello citazionistico, ritroviamo capolavori come Quarto potere di Orson Wells (la scena della colazione, il magazzino coi mobili di George), Viale del tramonto di Billy Wilder (la parabola discendente della star, sempre accompagnata dal suo fedele autista), È nata una stella di William Wellman e Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen. Allegro, furbo, riuscito, The Artist è un’opera irresistibile (anche un po’ ruffiana dato che Hazanavicious attinge a piene mani dalla “tradizione” per un’operazione che tanto ricorda quella di Tarantino con i b-movies) che ha il merito di far conoscere il cinema e la sua storia a chi ancora non se n’era interessato.

Voto: 4/5

(Film visionato il 21 dicembre 2011)

Midnight in Paris
di Woody Allen
con Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen, Adrien Brody
Commedia, 94 min., USA, Spagna, 2011

Gil Pender (Owen Wilson) è uno sceneggiatore hollywoodiano alle prese con la travagliata stesura del suo primo romanzo e prossimo alle nozze con Inez (McAdams), figlia di un esponente del Tea Party repubblicano. Durante una vacanza con fidanzata e futuri suoceri a Parigi, Gil si innamora perdutamente del luogo, sino a maturare l’idea di trasferircisi. Più che per la città contemporanea, la sua è una vera e propria esigenza di fuga dal presente. Obiettivo: la Parigi degli anni ’20, crocevia culturale di scrittori, musicisti, pittori e registi. Ed è così che, una sera, trascurato dalla compagna che gli preferisce un amico di vecchia data tuttologo e pedante, decide di camminare tra le stradine di Parigi. È qui che, allo scoccare della mezzanotte, la sua nostalgia produce un cortocircuito temporale che lo porterà, sera dopo sera, a partecipare a feste in case private animate dai più grandi artisti del periodo: da Ernest Hemingway a Cole Porter, passando per Pablo Picasso, Buñuel, Dalì e tanti altri. Tutti caratterizzati dai loro tic, dalla loro personalissima genialità e dalla nostalgia per il passato. Un mondo bellissimo è raccontato dal protagonista attraverso il suo sogno, la sua immaginazione. Che è poi l’immaginazione dello stesso Allen. I grandi cineasti, musicisti, pittori e scrittori che popolano le notti parigine sono infatti quelli incontrati nella sua infanzia. Le loro battute, i loro atteggiamenti, non sono altro che una generalizzazione di ciò che tutti conoscono. E così Dalì vuole dipingere un rinoceronte, Hemingway vuole boxare, Porter suona Let’s Do It (Let’s Fall in Love) al pianoforte. Sullo sfondo Parigi. E non poteva essere altrimenti. Stereotipi? Forse, ma in questo caso l’intento non è quello di descrivere analiticamente la capitale francese. È che l’“operazione nostalgia” poteva avere luogo solo nella città che nel giro di mezzo secolo è stata per ben due volte (Belle Epoque e anni Venti) il cuore artistico e culturale dell’Europa e del mondo. Pertanto, è solo nella cornice della capitale che Allen poteva muovere il suo protagonista. Lo fa con ritmo (è il caso di dirlo data la splendida colonna sonora) e leggerezza, le battute sono meno fulminanti rispetto alle opere precedenti, ma questa volta l’intento è quello di fare un film di classe conferendo risalto al messaggio finale. Come ha dichiarato lo stesso Allen: «La vita è tragica e brutale e quindi tutti immaginiamo un altrove fisico o temporale dove avremmo potuto stare meglio. In realtà le cose non migliorano mai davvero. Il mondo è sempre stato un luogo molto duro e se riesci a mettere da parte la nostalgia e guardi più da vicino a quegli anni, ti accorgi che non c’era una cura per la tubercolosi, che i bambini morivano per la polio e che la gente si beccava la sifilide». Certo Allen non ci fa vedere questa negativa sfaccettatura del passato, preferisce charleston e champagne, ma il messaggio arriva.

Voto: 3½ / 5

(Film visionato l’8 dicembre 2011)


Miracolo a Le Havre
di Aki Kaurismäki
con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin
Commedia, 93 min., Finlandia, Francia, Germania, 2011

Dopo Philippe Lioret (Welcome, 2009) e Emanuele Crialese (Terraferma, 2011), anche Aki Kaurismäki si misura con il tema dell’immigrazione. La materia trattata dai tre registi è dunque la stessa, gli approdi assolutamente diversi. Il film dell’italiano è sicuramente il meno riuscito: molta retorica, attori non sempre nella parte, facili sentimentalismi. Quello di Lioret è un capolavoro di sobrietà. Il film del maestro finlandese è invece tanto particolare quanto riuscito. Innanzitutto Kaurismäki ha uno stile inconfondibile: colori pastello, scene da teatro di posa, dialoghi quasi da teatro dell’assurdo. Ma d’assurdo nel suo film ce n’è ben poco. Il protagonista è l’umile lustrascarpe Marcel Marx che vive con l’amata moglie Arletty e la furbissima cagnolina Laika. Un giorno due avvenimenti sconvolgono la sua modesta ma serena vita: il ricovero in ospedale della moglie a causa di una grave malattia; l’incontro con Idrissa, ragazzino immigrato dall’Africa arrivato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Tra una visita all’ospedale e quella successiva, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a superare la Manica al fine di raggiungere la madre in Inghilterra. Lo aiutano i vicini di casa – la fornaia, il fruttivendolo, la barista – e, inaspettatamente, un detective della polizia professionale ma non integerrimo. Riuscirà Idrissa a raggiungere la sua destinazione? Quale sarà il futuro della moglie di Marcel? La storia è stata concepita come una fiaba: Le Havre potrebbe essere una qualsiasi cittadina di mare; i personaggi non sono caratterizzati psicologicamente ma proprio per questo si caratterizzano per un’intrinseca universalità; di retorica non ce n’è traccia (v. la condizione degli immigrati nel container). Senza contare che certi personaggi e certi dialoghi farebbero impallidire anche il Woody Allen più in forma. In poche parole il miglior Kaurismäki ha trovato la ricchezza nella povertà, il miracolo in un mondo impossibile che tuttavia si ispira (o addirittura rispecchia) quello reale. Finale struggente: un ciliegio in fiore. P.s. Anche in questo film, come in This Must Be the Place di Paolo Sorrentino, c’è la scena di un concerto. Funzionale, simpatica, ben girata, non tediosa. Bravo Kaurismäki.

Voto: 4/5

(Film visionato il 30 novembre 2011)


Una separazione
di Asghar Farhadi
con Babak Karimi, Leila Hatami, Merila Zarei, Peyman Moaadi, Sareh Bayat
Drammatico, 123 min., Iran, 2011

Vincitore dell’Orso d’oro e dei riconoscimenti riservati agli attori protagonisti e a tutto il cast (non era mai successo), Una separazione è il film che ha dominato l’ultimo Festival di Berlino. Con quest’opera Asghar Farhadi rappresenta la condizione della società iraniana: i vincoli famigliari, la presenza (o meglio, l’ingerenza) della religione, la condizione delle donne, l’opprimente (onni)presenza dello stato. Per tutte queste tematiche si potrebbe parlare di una sorta di “nuovo realismo” iraniano, al fine di indicare un modo di fare cinema che punta tutto sulla  capacità di rendere ancora più labili i confini tra realtà e fiction. In Una separazione c’è, infatti, una finzione densa di realtà che tradisce un meccanismo per il quale la seconda si confonde nella prima. E così gli attori sembrano interpretare persone più che verosimili e l’intero contesto sembra corrispondere al più meticoloso identikit della società iraniana, carica di costrizioni e contraddizioni. Dunque, senza mai tradire una sola denuncia esplicita, il film si trincera dietro l’infallibilità della ricostruzione di una situazione possibile: le sequenze sono scandite da porte aperte o chiuse, da scorci di stanze o da finestre in cui spesso appare un terzo personaggio che ascolta in silenzio due dialoganti e funge da alter ego dello spettatore. Noi ci sentiamo allo stesso tempo sodali e giudici ma non di un aspetto della vicenda, bensì dell’intera storia. Una badante ha avuto un grave incidente durante un diverbio con il datore di lavoro. Ogni personaggio offre la propria versione dei fatti, facendo emergere questioni problematiche: la disoccupazione, le leggi sul lavoro, il sistema giudiziario. Avremo il coraggio di giudicare o di parteggiare per una delle due fazioni coinvolte? Nelle lunghe sequenze di dialoghi la tensione è altissima (c’è chi ha parlato di thriller) e finalmente, dopo tanto tempo, rimaniamo incollati allo schermo per sapere come andrà a finire.

Voto: 4½/5

(Film visionato il 5 novembre 2011)


Faust
di Aleksandr Sokurov
con Johannes Zeiler, Stefan Weber, Anton Adasinsky, Hanna Schygulla, Isolda Dychauk, Georg Friedrich
Drammatico, 134 min., Russia, 2010

Non c’è altro modo di iniziare a parlare del Faust di Aleksandr Sokurov se non quello di mettere subito in chiaro una cosa: è riduttivo parlare di film perché siamo di fronte ad un’opera d’arte. Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia il lavoro sintetizza cultura e maestria tecnica, per un risultato che ci fa tornare alla mente vette della cinematografia mondiale quali Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957) e Stalker (Andrej Tarkovskij, 1979). Lontano dalla spiritualità del Faust di Goethe, quello delineato da Sokurov è un protagonista sì pieno di conoscenza ma profondamente legato alla dimensione terrena, caratterizzata dalla voglia di soddisfare gli istinti primari della fame e del sesso. Come lui anche Mauricius è un Mefistofele molto terreno, asessuato, dal ventre flaccido e l’aspetto ripugnante, che fa l’usuraio e non si cura né dei sentimenti né della cultura. Il mondo in cui i due si muovono è corrotto dalla violenza e dalla miseria, permeato da odori di cadaveri, sporcizia e flatulenze. Per la precisione l’azione si svolge all’inizio dell’Ottocento in un villaggio dell’Europa centrale (Germania?), in cui abitazioni e locande sono state arredate facendo attenzione anche ai minimi particolari. L’operazione di meticolosa ricostruzione degli ambienti si lega anche alla volontà di recuperare le atmosfere e lo spirito popolare originario della leggenda del Faust che, nata da una figura di alchimista forse realmente esistito, si era diffusa in Germania attraverso i Volksbuch (libri del popolo) a partire dalla fine del XXVI secolo e fu tradotta in rappresentazioni comico-farsesche da compagnie popolari e di marionette (Goethe era entrato in contatto con l’opera di Marlowe proprio grazie a queste ultime). La meticolosità di Sokurov si manifesta, pertanto, sia nella recitazione degli attori, che potrebbe essere a tratti ricondotta a quella dei guitti e dei giullari medievali, che nello spirito grottesco e alchemico della tradizione popolare tedesca. Non c’è allora da stupirsi dei molteplici riferimenti dotti riguardanti la cultura del periodo disseminati in tutta l’opera: una dissertazione sulle piante del bosco porta Faust a far notare a Margarete la mandragola (che sappiamo essere pianta dall’essenza afrodisiaca o all’occorrenza mortale); Wagner, allievo ormai folle di Faust, porta con se un homunculus. Come i riferimenti alla cultura del tempo non si esauriscono di certo in questi due esempi, anche i nessi con una certa tradizione cinematografica sono molteplici e rilevanti. Se l’atmosfera e i temi trattati rimandano, come anticipato, al Settimo sigillo di Ingmar Bergman, la struttura dell’opera e l’impianto narrativo richiamano invece il cinema di Andrej Tarkovskij. Non a caso l’acqua e la terra, due dei cinque elementi prepotentemente presenti nella seconda parte del film, sono proprio rimandi a Stalker e Nostalghia (1983). Sokurov è dunque riuscito nel difficilissimo proponimento di reinterpretare visivamente la complessità dell’opera goethiana, anche attraverso l’uso “pittorico” di lenti speciali (molte scene ricordano quelle dei dipinti di Hieronymus Bosh). Come ha dichiarato il regista stesso: «Abbiamo usato strumenti ottici di grandi dimensioni e lenti speciali originali, realizzate in Russia, che il direttore della fotografia Bruno Delbonnel ha usato per la prima volta. L’ispirazione viene dalla pittura europea dei primi decenni dell’Ottocento, soprattutto quella tedesca. I colori, i volti dei personaggi, l’immagine della città e i dettagli della vita quotidiana si riferiscono a quel tipo di iconografia ottocentesca. Per riprodurne l’atmosfera abbiamo cercato oggetti d’epoca in Austria, in Germania, in tutta Europa, ricostruendo esattamente dettagli anche minuti della vita quotidiana, come i vestiti, i cuscini, le lenzuola, le tazze e il cibo. I cavalli che si vedono nel film sono frisoni, la razza equina più antica, di cui ormai sopravvivono solo sessanta esemplari nel mondo. Partivamo dal presupposto che l’uomo è una razza in evoluzione ed è molto importante avere memoria del nostro passato. Uno dei compiti principali del cinema è far rinascere il tempo, con tutti i suoi particolari». Avevamo il timore che dopo la morte di Bergman un certo tipo di cinema (ricercato, erudito, ineccepibile) fosse andato perduto. Con quest’opera Sokurov lo ha salvato.

(Film visionato il 30 ottobre 2011)



This Must Be the Place
di Paolo Sorrentino
con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton
Drammatico, 118 min., Italia, Francia, Irlanda, 2011

L’11 ottobre scorso Antonio D’Orrico, il Fabio Fazio del «Corriere della Sera» (sì, perché come il conduttore di Che tempo che fa anche lui è entusiasta di tutto quello che recensisce), ha pubblicato nel sito online della testata di via Solferino un articolo dal titolo roboante: Quello che non dimenticherò mai di Sorrentino. Il pezzo, dal sottotitolo ancora più altisonante (Le 19 cose imprescindibili di This Must Be the Place), propone una lista di 19 particolarità che dovrebbero farci ricordare per sempre della pellicola in questione. Il problema, però, è che D’Orrico ha compiuto due gravissimi errori: ha portato lo spettatore completamente fuori strada; non ha aiutato il regista ad aprire gli occhi. Sì, perché This Must Be the Place è un film che inizia benino ma finisce veramente male, in un crescendo di errori tanto palesi quanto ingenui. Dal regista del Divo non ce lo saremmo mai aspettato. Quindi ora, per rendergli un servizio e per tentare di riparare agli errori del giornalista, proporrò di seguito la vera lista di motivi per cui ci dimenticheremo prest(issim)o di questo film. 1) Tipologia di film. Road movie? Sicuramente no. Film di formazione? Potrebbe, ma il percorso di maturazione del protagonista non si vede. 2) Trama. Nella prima parte del film ci viene presentato Cheyenne (Sean Penn), un’ex rockstar usurata dagli stravizi del passato che vive in una villa irlandese con la sua amata moglie e passa le giornate tra la noia e l’apatia. Fino a questo punto (contrariamente a quello che potrebbe far pensare l’esilità della trama) l’interesse dello spettatore viene stuzzicato da una miriade di domande che sorgono spontanee: chi è veramente Cheyenne? Chi si nasconde dietro la sua maschera? Perché, lui che è una rockstar, ama così tanto la moglie e le è fedele? Perché non ha avuto figli? Dov’è la sua famiglia? Ecc. Tutto cambia dopo che il protagonista viene raggiunto dalla notizia dell’aggravarsi della malattia del padre e decide di spostarsi negli USA alla ricerca di un aguzzino nazista. Qui inizia infatti una sorta di seconda parte simil on the road in cui vengono celermente risolti tutti gli interrogativi che ci avevano fatto affezionare al protagonista. Così il suo alone di mistero svanisce e del suo futuro non ce ne può più fregar di meno. 3) Temi trattati. Purtroppo (e dico purtroppo perché dal primo film internazionale di Sorrentino ci aspettavamo molto di più) viene detto poco se non addirittura niente. Quel poco che viene detto (come il rapporto padre/figlio) o viene trattato male o è addirittura già stato approfondito (e meglio) in altre pellicole. 4) Dialoghi. I dialoghi sono assolutamente irreali (addirittura più del personaggio Cheyenne), con frasi slegate tra loro che sembrano aforismi da biscotto della fortuna. Per un po’ il giochino funziona, poi diventa ridondante. 5) Regia. Dal regista del Divo tutti si aspettavano il botto. E invece Sorrentino passa da scene inutili (v. il concerto di David Byrne) a sequenze alla Sofia Coppola (ma illogiche e/o venute male). Carina la fotografia, ma ormai a certi livelli è la regola. Stucchevoli le scene della donna a mollo nella piscina e della band che suona nel centro commerciale con i passanti che muovono la testa a tempo di musica. 6) Protagonista. Il personaggio che Penn ha dovuto interpretare (lo ha fatto con talento) è e rimane una macchietta. Infatti, come recita la pagina di Wikipedia, un personaggio per essere ben riuscito deve mostrare tre diverse facce: come sembra, com’è in realtà e come diverrà (lungo l’arco della storia). La macchietta, invece, ha una sola faccia: il come sembra. Cheyenne è quindi un personaggio piatto, non approfondito psicologicamente. 7) Artifici narrativi. I ralenti sono scontati e sicuramente non epici, il montaggio sconclusionato. Inclassificabile, invece, il rapporto musica/immagini, sfruttato come peggio non si potrebbe. 8) Il finale. Per ovvi motivi non lo espliciterò. Vi basti sapere che è inutile, privo di pathos e puerile. Qualcosa di buono rimane in quella che sembrerebbe essere una valle di lacrime? Sì. Come già accennato la prima parte del film, con le sue domande, e la recitazione di Penn. Poi una scena: quella del ping pong.

Voto: 2/5

(Film visionato il 19 ottobre 2011)


Final Destination 5 (3D)
di Steven Quale
con Nicholas D’Agosto, Emma Bell, Miles Fisher
Horror, 92 min., Usa, 2011

Il copione si ripete per la quinta volta. Un ragazzo ha una premonizione, grazie a questa riesce a salvare sé stesso e qualche altro amico da una catastrofe, ma così facendo cambia il disegno della morte e allora quest’ultima li rincorre e cerca di farli fuori tutti nella sequenza in cui nella premonizione li aveva sottratti alla vita. A livello di trama, nulla è cambiato dal primo capitolo della serie. Final Destination 5, però, riesce a fare un passo in avanti. Final Destination 5 riesce laddove il 4 (anch’esso in 3D) aveva fallito e fa compiere al genere un salto di qualità. Il che, data la situazione in cui versano i film horror/splatter, non è poco. I suoi punti di forza sono almeno due. In primis le coincidenze negative che portano alla morte dei vari personaggi sono sempre più imprevedibili e benché si sappia che qualcosa di veramente brutto accadrà non si sa né quando né come. Ed è così che la tensione è crescente e finisce con il non mancare quasi mai. In secondo luogo c’è il vero valore aggiunto del film, un asso nella manica che molti registi non sono riusciti a sfruttare: il 3D. Steven Quale, già supervisore degli effetti speciali di Avatar, ha superato di gran lunga lo scadente risultato in tre dimensioni del film con gli omoni blu e qui è invece riuscito a dare vita ad una prospettiva veramente “da paura” che (finalmente) riesce a dare allo spettatore l’illusione di partecipare alla vicenda. Come se non bastasse il realismo delle tragedie è accresciuto dai numerosi dettagli tridimensionali che abitano la scena e da particolari anatomici assolutamente realistici. In poche parole un film già visto che però, grazie alla tecnologia, riesce ancora a stupire proprio grazie a quel 3D che ormai rischiava di diventare un semplice escamotage per alzare il prezzo dei biglietti. P.s. Non si può considerare la possibilità di guardare e recensire questo film senza averlo visto al cinema in tre dimensioni. Sarebbe come andare a fare una passeggiata al parco invece di fare un giro sul Blu Tornado.

Voto: 2½/5

(Film visionato il 12 ottobre 2011)


Drive
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks
Thriller, 95 min., Usa, 2011

Non stupisce che Nicolas Winding Refn sia uno dei registi più corteggiati da Hollywood. Ed infatti il suo film fa sorgere il dubbio che sia una sorta di novello Quentin Tarantino. «Come?», direte voi. Non mi riferisco tanto allo stile, anche perché a Refn sembra mancare la capacità tarantiniana di dare vita a dialoghi tanto spassosi quanto sconclusionati, quanto alla sua maestria nel dare vita ad un film pieno zeppo di citazioni. «Ma è tratto dall’omonimo romanzo di James Sallis!», esclamerete. Sì, ma non è detto che la trasposizione cinematografica non possa cogliere l’occasione per riproporre alcuni meccanismi che su celluloide hanno dimostrato di funzionare egregiamente. Ed è così che in Drive si possono ritrovare le caratteristiche di almeno quattro o cinque film famosissimi e ormai consolidati nella tradizione cinematografica mondiale. Due di questi, poi, sembrerebbero proprio essere la base dell’intera storia. Questi sono Leon (Luc Besson, 1994) e A History of Violence (David Cronenberg, 2005). Del primo ritorna il rapporto “platonico” tra un killer e una donna (ma qui già sposata e con un bambino), con quest’ultima che risveglia nel protagonista il sentimento d’amore. Del secondo invece viene ripreso quasi in toto l’impianto: in un crescendo di violenza abbiamo un personaggio dal passato oscuro che sa però come uccidere e lo fa con chirurgica precisione (ma là Viggo Mortensen era egregio, qua Ryan Gosling è troppo poco credibile). Noi siamo spinti a chiederci: chi è?; come fa ad uccidere con quella maestria?; quale sarà il suo futuro? Come nel film di Cronenberg non ci è dato sapere. Continuando con il gioco dei rimandi non stupisce poi che la pellicola si apra con una rapina, e qui è inutile elencare la lunga lista di film che principiano in questo modo (da ultimo Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, 2008), e finisca con un incidente che assomiglia a quello dell'inizio di Mulholland Drive (David Lynch, 2001). Come se non bastasse, a livello stilistico la musica e i continui ralenti sono una presenza costante. Ed è così che la mente torna alle Regole dell’attrazione (Roger Avary, 2002). Certo, la scelta è funzionale a rendere epiche anche le scene di collegamento che rischierebbero di essere fiacche ma in questo modo il regista palesa il suo timore di non riuscire a tenere alta la soglia d’attenzione nello spettatore. Un (mal)celato segno di debolezza che dimostra quanto la storia sia in fondo già vista. Dopo il Cigno nero di Darren Aronofsky (2010) avanti dunque con un’altra accoppiata film/regista che desidera più compiacere il pubblico in tutto e per tutto che proporre qualcosa di nuovo. In poche parole un ottimo prodotto senza cuore.

Voto: 3/5

(Film visionato il 7 ottobre 2011)


A Dangerous Method
di David Cronenberg
con Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassel
Drammatico, 93 min., Gran Bretagna, Germania, Canada, 2011

È vero che dopo due bellissimi film come A History of Violence e La promessa dell’assassino non ci si poteva aspettare che Cronenberg continuasse a sfornare un capolavoro dopo l’altro. Ma il suo ultimo film fa sorgere nello spettatore accorto troppi dubbi. Per prima cosa A Dangerous Method non riesce a fotografare l’epoca in cui si svolge l’azione. Siamo nella Zurigo d’inizio XX secolo ma poco traspare dell’importantissima e feconda cultura mitteleuropea del periodo (magistralmente ricostruita invece nel Nastro Bianco di Michael Haneke, 2009). Già questo è molto grave perché le scoperte freudiane e junghiane rimangono orfane del contesto in cui sono state sviluppate. Come se non bastasse, lo spettatore che non possiede un’infarinatura di tali teorie non riuscirà a comprendere fino in fondo la querelle tra Freud e Jung e neppure come quest’ultimo riesce a curare con le scoperte del primo la giovane ebrea-russa Sabina Spielrein. Che dire degli attori che li interpretano? A Viggo Mortensen non basta l’onnipresente sigaro per sembrare Freud, come non riesce ad essere fino in fondo nel personaggio Michael Fassbender, credibile nella prima parte del film ma troppo poco tormentato nel finale. Completamente inadeguata, invece, Keira Knightley troppo ostentatamente isterica per assomigliare alla sofferente Sabina Spielrein. Che dire delle situazioni? Immaginarsi un Jung che ad inizio secolo “sculaccia”(!) la Spielrein è veramente un insulto all’intelligenza dello spettatore e, come se non bastasse, gran parte dei dialoghi risultano troppo poco credibili per l’epoca. Discutibile anche la figura di Otto Gross (Vincent Cassel), che come una sorta di Lucignolo spinge l’amico e collega Jung nel vortice di sesso e trasgressione del rapporto adultero con l’ex paziente e futura collega Spielrein. Qualcosa di positivo rimane? Sì, la scena di “medicina pionieristica” in cui Jung analizza la psiche della moglie tramite associazioni mentali e una sorta di proto-macchina della verità (potete vedere stralci della scena all’inizio del trailer). Come avete potuto capire la sceneggiatura di Christopher Hampton, basata su un suo lavoro teatrale del 2002, non regge più di tanto. Non siamo dunque poi così sicuri di imputare tutte le colpe a Cronenberg. Certo il tema aveva già mietuto una vittima: Roberto Faenza e il suo Prendimi l’anima.

Voto: 2½ /5

(Film visionato il 5 ottobre 2011)


Carnage
di Roman Polanski
con Jodie Foster, Christoph Waltz, John C. Reilly, Kate Winslet
Drammatico, 79 min., Francia, Germania, Polonia, Spagna, 2011

Senza usare troppi giri di parole, è giusto mettere subito in chiaro che Carnage è un film ineccepibile. «Come?», direte voi. E io vi ripeto che sì, è impeccabile. Per vari motivi che espliciterò qui di seguito e in modo schematico. Vediamoli. La storia Nei titoli di testa si legge che la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani. Nella voce figurano infatti i nomi del regista Roman Polanski e di una donna, Yasmina Reza. Drammaturga, scrittrice e attrice francese la Reza ha scritto per il teatro nel 2007 Le Dieu du carnage (Il Dio del massacro o Il Dio della carneficina), opera dalla quale è stato tratto il film in questione. Come si può intuire Polanski avrà certamente giocato un ruolo fondamentale nel rendere il testo conforme ai tempi filmici. Ma la sostanza non cambia. La storia della Reza è molto calibrata, capace di mettere a nudo i difetti e le carenze di una generazione di genitori di mezz’età che vivono sempre di più avulsi dalla realtà dei loro figli. Per colpa del lavoro, per presunzione, per il loro meschino idealismo o per ignoranza ed egoismo. E la scrittura della Reza non mette in luce solo questo. Accentua infatti anche le differenze tra uomini e donne con sottile e caustica ironia. Insomma, una sceneggiatura assolutamente completa che fa dei dialoghi il suo punto di forza. Gli attori Tutti praticamente perfetti. C’è chi risalta di più, come Jodie Foster e Christoph Waltz, c’è chi sembra coprire il ruolo di comprimario e invece è altrettanto importante, come John C. Reilly e Kate Winslet. Come se non bastasse nessuno di loro è sprovvisto del phisique du role. Riassumendo: tutti bravi, tutti credibili. La regia La vicenda si svolge in quattro (ribadisco, 4) ambienti: salotto, pianerottolo, cucina e bagno. Nonostante questo il film non ha niente a che vedere con le tragedie italiane tutte crisi esistenziali, salotto con immancabile credenza della nonna, un tavolo e quattro sedie. Questo non solo perché l’arredamento è differente, ma soprattutto perché le scene sono state girate con assoluta maestria. Le riprese e il montaggio, infatti, fanno in modo che le immagini seguano le battute, all’occorrenza enfatizzandole, e il ritmo che ne deriva è perfettamente omogeneo e bilanciato. Da notare che non c’è un’inquadratura che duri più di dieci secondi e l’uso sapiente della messa a fuoco che, all’occorrenza, esclude o include i personaggi disposti in primo o secondo piano. E così Polanski ha creato un’opera pienamente cinematografica schivando uno ad uno i riverberi della messa in scena teatrale.

Voto: 4/5

(Film visionato il 21 settembre 2011)


Terraferma
di Emanuele Crialese
con Filippo Pucillo, Donatella Finocchiaro, Mimmo Cuticchio, Beppe Fiorello
Drammatico, 88 min., Italia, Francia, 2011

Come nella seconda pala di un dittico, ovvero dopo aver parlato in Nuovomondo (2006) dell’immigrazione italiana negli USA ad inizio Novecento, Crialese tratta in Terraferma il tema dei viaggi disperati degli africani che cercano di arrivare in Europa (la terraferma del titolo). Prima tappa obbligata del percorso le isolette che gravitano attorno alla Sicilia. Ed è proprio in una di queste (Linosa, ma tutti sono portati a pensare a Lampedusa) che si svolge l’azione. Azione che, a pensarci bene, si articola in un lungo elenco di contrapposizioni (abitanti-villeggianti, abitanti-immigrati, villeggianti-immigrati, pescatori-finanza, speranza-rassegnazione, ecc.) che è possibile palesare parlando brevemente di ciò che accade nel film. Filippo (Filippo Pucillo), giovane uomo orfano di padre, vive con la madre Giulietta (Donatella Finocchiaro) e il nonno Ernesto (Mimmo Cuticchio). Durante una battuta di pesca i due uomini prestano soccorso ad alcuni immigrati che rischiano di affogare. Tra di loro figurano anche una donna gravida ed il suo figlioletto. Seguendo la "legge del mare" Ernesto decide di dare asilo alla donna, che gli partorisce in casa la stessa notte. La mattina seguente iniziano i problemi: la guardia di finanza sequestra al vecchio la barca, con l’accusa di aver aiutato alcuni immigrati; i villeggianti sono sempre più spaventati dalla situazione ma pretendono comunque di essere serviti e riveriti; i pescatori vivono momenti di tensione con i rappresentanti di una legge che gli chiede di contravvenire alla legge del mare "girandosi dall’altra parte" alla vista di persone in difficoltà. È da notare come ogni situazione abbia un personaggio emblematico di riferimento. Nino (Beppe Fiorello) è il rappresentante di una nuova generazione che vede il futuro solo nel turismo e che è pronta a negare ogni evidenza (gli sbarchi) pur di non perdere il denaro dei vacanzieri-clienti. Filippo, interpretato da un Pucillo che nella recitazione ricorda molto il Ninetto Davoli dei film di Pasolini, vive la tensione tra i valori tramandatigli dal nonno e le pulsioni giovanili. Nonno Ernesto, nella presenza fisica e nella generosità, è una figura ieratica che si distingue dalle altre (ma non da quelle dei pescatori della sua generazione) per carità innata. Infine Giulietta è il simbolo della compassione, lei che dopo aver superato una prima reticenza si lega alla donna cui ha dato asilo grazie alla comune sensibilità materna. Come si è potuto capire l’opera di Crialese è, nella sua apparente semplicità, complessa e ramificata a livello tematico. Inoltre (onore al merito) la regia è notevole: anche questa volta ci rimarranno impresse almeno un paio di sequenze (v. l’immagine della locandina). Quello che non funziona fino in fondo è un cortocircuito che nasce dal rapporto tra la recitazione della Finocchiaro e quella di Cuticchio. La prima, pur nella sua bravura, rappresenta un cinema fatto da divi che male si sposa con le tematiche trattate. Ovvero, anche se la Finocchiaro è stata diretta con l’intento di ricordare Anna Magnani (soprattutto nella fisicità più che nella recitazione) l’effetto è quello di una falsa isolana troppo poco cotta dal sole e consumata dalla salsedine. Il secondo è invece il personaggio che funziona di più, soprattutto in rapporto al tema e al contesto. È sublime la riunione dei vecchi pescatori, nella quale è tra i protagonisti, che ci fa ripensare alla tradizione del Neorealismo che i giovani registi cercano troppo spesso di evitare (senza successo). Cosa resta da dire? I sentimenti ci sono, i valori anche, come pure gli interrogativi. I dubbi però rimangono di fronte all’ennesimo tentativo di stiparli (è proprio il caso di dirlo) tutti dentro un’unica opera.

Voto: 3½/5

(Film visionato il 14 settembre 2011)

The Tree of Life
di Terrence Malick
con Brad Pitt, Jessica Chastain, Hunter Mc-Cracken
Drammatico, 138 min., India, Gran Bretagna, 2011

Da una parte la via della Grazia, dall’altra quella della Natura. C’è chi si dedica alla prima, cercando di vivere in armonia con gli altri – che siano famigliari o sconosciuti non importa – condividendo empaticamente le loro emozioni, le loro vittorie e le loro sconfitte. C’è chi si dedica con dedizione alla seconda, cercando di raggiungere la perfezione. Ma solo la Natura è perfetta, lei che è in continuo divenire, lei che ha visto passare le ere senza scomporsi, trovando sempre il modo di mettere in evidenza la sua bellezza, la sua essenza divina. Sean Penn (nella sua infanzia interpretato dallo strepitoso Hunter McCracken) è il frutto di questa polarità: da una parte una madre (Jessica Chastain) che ha deciso di percorrere la prima strada, non senza sofferenze e sconfitte; dall’altra un padre troppo duro (Brad Pitt) perché tendeva alla perfezione, finendo così per alienarsi l’amore dei figli, che poi ha dovuto capitolare di fronte all’imperscrutabilità del futuro, parte dell’irraggiungibile perfezione della Natura. In età adulta, e solo dopo aver superato il conflitto edipico col padre, Penn capirà che solo la Grazia salva, e in questo modo riuscirà a ricongiungersi, almeno idealmente, con le persone che hanno fatto parte della sua vita. Si esaurisce qui il significato del film? Ciò che avete letto è solo una minima parte di quello che Malick è riuscito a condensare (ma attenzione, in maniera assolutamente organica) nella sua opera, che spicca per profondità, puntualità e precisione nel trattare temi filosofici quali vita, morte, religione, educazione ecc. C’è chi ha parlato di sequenze da pubblicità da profumo (il critico di Nice Matin) e ancora chi lo ha paragonato ad un bellissimo spot new age. Non scherziamo, qui siamo ad un livello superiore. La forza delle immagini è dirompente. Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, il film sembra non avere mezze misure: piace (a pochi) o non piace (a molti). Di sicuro ha il pregio di aiutarci a distinguere tra gli ignoranti e i presuntuosi.

Voto: 4,5/5

(Film visionato il 28 maggio 2011)



Machete
di Robert Rodriguez e Ethan Maniquis
con Danny Trejo, Robert De Niro, Jessica Alba, Steven Seagal
Trash, 105 min. Usa 2010

Machete è un ex agente federale messicano che assiste all’uccisione della moglie. Ma prima di potersi vendicare Torres, boss della droga, lo riduce in fin di vita. Ritroviamo il messicano oltre confine, guarito, che cerca di sabracare il lunario con quei lavoretti in nero che vengono riservati solo agli immigrati clandestini. Ben presto però Machete verrà assoldato per uccidere un politico locale proprio da quelli che gli hanno distrutto la famiglia. Ecco l’occasione giusta per vendicarsi. Almeno quattro i nudi femminili (tutti ironici), ma delle scene di sesso non c’è traccia. Tante sono le teste mozzate, ma la reazione non è quella della repulsione, bensì quella della sghignazzata. Innumerevoli i luoghi comuni, ma di quelli che riescono ancora a spiazzare lo spettatore. Incalcolabili le situazioni inverosimili, ma sono quelle che fanno applaudire il pubblico in sala. Machete è la sagra dell’ossimoro e dell’imprevedibile. Machete è come il lunapark: trash ma sempre di moda.

Voto: 3,5/5

(Film visionato il 13 maggio 2011)



Source Code
di Duncan Jones
con Jake Gyllenhaal, Vera Farmiga, Michelle Monaghan, Jeffrey Wright
Fantascienza, 93 min. Usa, Francia 2011

Anatre in volo su uno specchio d’acqua, treno che scorre su binari in mezzo al verde, interno scompartimento. Il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhall) si sveglia di colpo e viene chiamato Sean da una ragazza (Michelle Monaghan) che sembra conoscerlo da una vita. Dopo qualche secondo si dirige in bagno e, vedendo la sua immagine riflessa nello specchio, realizza di essere nella pelle di un altro passeggero. Turbato, esce dal bagno, osserva i passeggeri, intanto il treno fa una sosta, poi riprende la sua corsa, incrocia un altro convoglio e improvvisamente esplode. Colter non muore, ma si risveglia in una sorta di cabina d’astronave. Mentre non ha ancora capito cosa gli sta succedendo un ufficiale militare (Vera Farmiga) gli dice che ha solo 8 minuti e lo spedisce di nuovo su quello stesso treno. Obbiettivo: trovare la bomba e l’attentatore. E allora sono ancora anatre in volo, treno, interno scompartimento, ragazza. Sì, la storia si ripete e sono 8 i minuti che Stevens dovrà rivivere (quasi) all’infinito. Il film di Duncan Jones – figlio di David Bowie – si basa sul presupposto che nel cervello restino impressi gli ultimi otto minuti di vita. Pertanto l’esercito decide di sfruttare a suo vantaggio questa scoperta per smascherare terroristi e sventare ulteriori attentati. A posteriori. Il finale è tutt’altro che scontato. Com’è tutt’altro che scontata la fine di questa recensione. Perché, fino a qui, le mie parole potrebbero lasciare intendere che il film di Jones sia un’opera innovativa. Non è così. Questo film ha il pregio di farci capire quanto sia stato importante Inception per il cinema, gli spettatori e gli addetti ai lavori. Questo perché nell’opera di Nolan “tutto si tiene” – mi riferisco anche e soprattutto alle cose meno decifrabili – grazie ad un assunto talmente elementare da avere il retrogusto della beffa: nella mente "vale tutto" perché infinite sono le sue possibilità. Non fa una grinza. In Source Code, invece, si avverte la difficoltà nello spiegare come gli 8 minuti vengano concretamente ricreati e sfruttati da una macchina rivoluzionaria. E allora noi poveri spettatori come faremo a capirlo attraverso indizi sfuggenti e ambigui? Meglio non provarci neanche dato che, a ripensarci, sembra di vedere uno di quei vecchi film di fantascienza dove è meglio non farsi troppe domande perché di risposte logiche non ce ne sono a sufficienza. Rimane il fatto che per essere un film a basso costo, Jones lo fa “girare” bene.

Voto: 3/5

(Film visionato il 4 maggio 2011)



Habemus Papam
di Nanni Moretti
con Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi
Drammatico, 104 min., Italia, Francia, 2011 

Morte di Papa Giovanni Paolo II. I cardinali si riuniscono in Conclave ed eleggono il nuovo pontefice. Nessuno vuole diventare Papa. Tutti avvertono il peso insopportabile della responsabilità che ne consegue. Diventa Papa il cardinal Melville (Michel Piccoli) che, appena prima di affacciarsi dal balcone per la benedizione ai fedeli, cade in preda ad una crisi esistenziale e si rifiuta di iniziare il suo pontificato. Il neoeletto Papa non riesce dunque a reggere una situazione da lui non voluta. Non tanto quella di essere diventato pontefice, quanto quella di avere consacrato tutta la sua vita alla religione. Egli voleva fare l’attore (o quantomeno lavorare in teatro) e allora, per trovare sollievo dagli attacchi di panico, si rifugia nei teatrini della Capitale. Ristabilisce così un corroborante dialogo col mondo esterno, unica realtà effettiva. Intanto i cardinali, scossi da questo inaspettato comportamento, passano le giornate come bambini, giocando a carte o a pallavolo nella loro prigione dorata. Fuori il mondo si interroga: per quale motivo il pontefice non si rivela? Il vaticanista di turno, intervistato dal Tg3, prova a spiegare la situazione con giri di parole ed ellissi incomprensibili. Salvo poi arrendersi, sconfitto, all’evidenza con uno “Scusate, sto improvvisando” che ricorda molto certe omelie domenicali. Moretti vorrebbe far sorridere sfruttando la forza di situazioni caricaturali, non comiche. Talvolta ci riesce. La sceneggiatura però non è più brillante come quelle dei suoi film precedenti. Forse perché in questa sua ultima opera la disillusione prevale sulla poeticità delle situazioni. I temi trattati sono molteplici e tutti importanti (l’interpretazione delle Scritture, il Vaticano come Stato, i vescovi, la scienza contrapposta alla religione, ecc…), ma spesso già visti in ambito cinematografico. (Il tema della religione incapace di dare risposte concrete ai fedeli è già stato mirabilmente trattato da Lourdes). Si obbietterà che il film parla prevalentemente di una crisi d’identità strettamente correlata al senso di responsabilità e che il Vaticano è solo il contesto, il palcoscenico della vicenda. Ebbene, Moretti ha dimostrato che un palcoscenico di questo tipo risulta essere certamente troppo ingombrante ed impegnativo. Non si può parlare di una crisi d’identità in Vaticano senza fare i conti con questo luogo enigmatico e chi lo rappresenta. Inutile dire che, sotto questo punto di vista, le aspettative del pubblico rimangono inevitabilmente deluse. 

Voto: 3/5 

(Film visionato il 20/4/2011)



Un gelido inverno (Winter’s Bone)
di Debra Granik
con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Lauren Sweetser, Kevin Breznahan
Drammatico, 100 min., Usa, 2010

La diciassettenne Ree si occupa dei fratelli più piccoli: li lava, li nutre e si prende cura di loro in tutto e per tutto. Ree ha una madre catatonica, incapace di tutto, che si è allontanata mentalmente da una realtà troppo dura e cruda per poter essere accettata. Questo anche perché il padre di Ree è stato incarcerato con l’accusa di fabbricare anfetamine. I veri problemi (come se questi non bastassero) iniziano quando il padre di Ree usa la casa di famiglia come cauzione per uscire dal carcere, salvo far perdere le sue tracce appena libero.
Il film di Debra Granik ha almeno due pregi. Il primo. È costato solo 2 milioni di dollari. Quindi, se si conta che per Toy Story 3 ne sono stati spesi 200 e per Inception 160, il fatto che Winter’s Bone abbia concorso con loro per l’Oscar come miglior film è un risultato veramente notevole. Il secondo. La storia si sviluppa nel centro degli Usa e ha il merito di farci vedere l’altra faccia del sogno americano, quella dove la popolazione white trash, povera e scarsamente scolarizzata, tira avanti in baracche e zone desolate grazie all’aiuto delle droghe più disparate. Per il resto le parole sono poche, la disperazione e l’omertà toccano vette inimmaginabili. Ma tutto questo sembra non bastare. Il film scorre sì,  ma senza alcun guizzo. E, a dispetto dell’ostentato pragmatismo, senza quel pugno ben assestato che aspettiamo colpisca la bocca del nostro stomaco. La recitazione di Jennifer Lawrence, poi, sembra forzata. È dunque difficile poter credere a questa ragazzina, resa fin troppo granitica dalla sceneggiatura di Anne Rosellini. E allora la mente ritorna a Frozen River di Courtney Hunt dove una madre, ben più titubante e per questo credibile, aiuta i clandestini ad entrare negli Stati Uniti. Quello, sì, un vero pugno nello stomaco.

Voto: 3/5

(Film visionato il 2/3/2010)



Il cigno nero (Black Swan)
di Darren Aronofsky
con Natlie Portman, Vincent Cassel, Winona Ryder, Mila Kunis
Thriller, 110 min. USA 2010

Darren Aronofsky ha trovato il suo stile. Non è da tutti. Ha sviluppato la tecnica registica "dell’epidermide", ovvero la capacità di restituire al pubblico una gamma di sensazioni legate alla pelle. Ieri lo ha fatto con The Wrestler, oggi lo fa con Il cigno nero (Black Swan). Là la pelle era maschile, non più tonica, provata dalle botte e dal tempo che passa, puzzolente di sudore, di roulotte e di alcool. Qui la membrana è femminile, tonica, profumata di verginità, provata dagli sforzi che solo una ballerina di danza classica può sopportare. Nina (Natalie Portman), questo il suo nome, vuole e deve interpretare il doppio ruolo di cigno bianco e cigno nero nel balletto Il lago dei cigni. Ma lei, pur essendo un’ottima ballerina, è solo cigno bianco, inibita com’è da una madre che la tiene soggiogata in casa e da una professione che non le ha permesso di fare esperienze di “vita vissuta”. La lotta per la maturazione è su più fronti, ma è soprattutto una battaglia con sé stessa. Riuscirà Nina a far uscire il cigno nero che c’è in lei? Nina è stritolata dai suoi demoni, dalla sua voglia di essere perfetta, dalla sua voglia di essere, allo stesso tempo, una ragazza che si diverte come tutte le altre. Ma non può, si deve controllare: nel mangiare, negli esercizi, negli orari. Non riesce tuttavia a soffocare la sua parte animalesca, legata al sensibile. Ecco allora che la pelle comincia a lacerarsi, a tagliarsi, a sanguinare. Nina non riesce più a controllare la forza dirompente di un cigno nero che ormai si sente prono per uscire. Chi rende possibile la tensione (anche della pelle), chi ce la fa sentire, è Natalie Portman, praticamente perfetta. È impossibile non partecipare empaticamente a ciò che le sta capitando. La sua pelle è la nostra, il suo disagio pure. Anche noi sentiamo la sua metamorfosi, siamo ad un passo dal diventare come lei. Miracolo che solo una recitazione perfetta come questa potrebbe far diventare realtà. Se non fosse però per qualche pecca nella storia. Come è già stato detto Afronofsky riesce a farci partecipare empaticamente alle vicissitudini della protagonista, anche grazie al suo stile. Ma si ha l’impressione che con Il cigno nero si fermi alla superficie (all’epidermide) della questione. In primis i dialoghi, sovrabbondanti di ovvietà e di frasi fatte, talvolta finiscono per spezzare quella tensione e quel ritmo che le immagini non faticano a veicolare. Secondariamente il ricorso ad un’analisi del tema dello sdoppiamento e del rapporto madre/figlia mette a nudo tutti i suoi limiti dimostrando che sarebbe sufficiente solo in un tema di quinta elementare. (È questo il vero punto debole del film che non ci fa urlare al capolavoro). Infine risultano sbrigativi gli elementi retorici legati alla trasgressione. (I riferimenti alla droga e alla discoteca si potevano tranquillamente evitare). Buono, invece, il motivo ricorrente della masturbazione, pratica che mette in gioco l’epidermide diventando occasione di crescita che porta al conoscimento di sé stessi e del piacere. L’involucro ci può dare molte e importanti informazioni sul contenuto. Contenuto che era più profondo in The Wrestler.

Voto: 4/5

(Film visionato il 19/2/2011)



Il discorso del re (The King's Speech)
di Tom Hooper
con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce
Storico, 111 min., Gran Bretagna, Australia, 2010

Il cinema inglese continua a indagare le figure istituzionali del recente passato, dimostrando inoltre che si possono fare ottimi film senza fare ricorso ad artifici tecnici da baracconata destinata a maxischermi e dolby surround delle moderne sale cinematografiche. E così, dopo le debolezze della regina Elisabetta (The Queen), l’umanità di Winston Churchill (Into the Storm) e i “voltafaccia” di Tony Blair (I due presidenti), ora sta a re Giorgio VI dimostrare che, in fondo, anche un regnante ha un’anima perché può trovarsi in difficoltà. Elegante nella sua regia, Hooper esalta e ridimensiona l’handicap del protagonista: la balbuzie. Problema accresciuto dalla vista della radio, mezzo potente e spaventoso, che cominciava a far perdere ai reali il loro alone mistico, portandoli nelle case dei loro sudditi. Firma la riuscita sceneggiatura David Seidler, e la storia che ci sta dietro è interessante come il film. Dietro l’aplomb come stile di vita, si possono nascondere molti problemi (di cui la balbuzie è solo il più evidente). Sceneggiatura che ha anche il merito di fare capire il contesto politico, pur toccandolo superficialmente, in cui si svolge la vicenda. Colin Firth è sublime nella parte del re (molti dicono che la balbuzie è resa meglio nella versione in lingua originale, ma anche il doppiatore italiano, Luca Biagini, se l’è cavata bene). Candidato a 12 Oscar (troppi, su questo siamo tutti d’accordo), il film è misurato, elegante, irresistibile nel suo umorismo tutto britannico. Un dovizioso viaggio dentro i tabù della stagione e della cultura post-vittoriana. Il difetto, all’epoca interpretato come una debolezza, serve a far venire a galla le componenti repressive dell’educazione nazionale.

Voto: 4/5

(Film visionato il 29 gennaio 2011)



La versione di Barney (Barney’s Version)
di Richard J. Lewis
con Paul Giamatti, Dustin Hoffman, Rosamund Pike
Commedia/Drammatico, 132 min. Canada, Italia 2010

Homo faber fortunae sue: Barney è artefice di sé stesso, della sua vita. Ogni vittoria, ogni sconfitta, dipende dalle sue azioni. Tutte (giuste o sbagliate che siano) operate nel nome dell’amore.
Ne hanno parlato come di un film grottesco, irriverente, quasi di un’opera tutta da ridere. Non è proprio così. Non c’è nulla di più profondo (forza del libro da cui è stato tratto) e di così distante dalle analoghe opere americane. In poche parole “non è la solita stupida commedia americana”.
Inutile spendere altre parole per un'opera che ha sicuramente rivoluzionato il modo di trattare certi aspetti della vita, se non ricordare alcuni versi di Eugenio Montale che possono fungere da chiave di lettura per il film.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

[da Satura]

Voto: 4/5

(Film visionato il 15/01/2011)


The Social Network
di David Fincher con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake

Mark Zuckerberg è uno studente all’università di Harvard. Mark Zuckerberg è un brillante programmatore del secondo anno. Mark Zuckerberg è un nerd. Mark Zuckerberg è una persona sgradevole (non a caso la canzone del trailer è una rivisitazione di Creep dei Radiohead). Lo è perché è un saputello che parla solo di sé stesso e che ha una grandissima voglia di emergere. Per tutti questi motivi Mark Zuckerberg viene mollato dalla sua ragazza, Erica Albright. Quella stessa notte Zuckerberg crea FaceMash, un sito che diventa talmente popolare da mandare in crash i server del campus. L'episodio, mal visto dall'università, fa sì che Zuckerberg venga notato dai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss e dal loro socio Divya Narendra, i quali sono alla ricerca di un programmatore per un progetto, HarvardConnection, finalizzato a connettere online gli studenti di Harvard. Questa è solo la punta dell’iceberg. Il resto dell’opera, compenetrazione tra realtà storica e finzione cinematografica, è incentrato sulle controversie che hanno interessato coloro che hanno avuto a che fare con Facebook.

Il film ha attinto alla tradizione cinematografica più recente. Tornano alla memoria A Beautiful Mind (Ron Howard, 2001) e Le regole dell’attrazione (Roger Avary, 2002). Anche Zuckerberg, come il matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr., è caratterizzato da una genialità a tratti autistica, contraddistinta da stranezze nel comportamento, sguardo perso nel vuoto e risposte tanto intelligenti quanto irriverenti. Per non parlare di un riferimento ancora più diretto: all’inizio del film un algoritmo viene scritto sui vetri della finestra della camera di un dormitorio. Il film di Avary ritorna invece nella tecnica registica, spesso volta ad enfatizzare gli eccessi e le sregolatezze che animano i campus universitari.

C’è poi un’altra importante coincidenza, da esplicitare se si vuole capire pienamente l’opera di Fincher. The Social Network è un adattamento del libro di Ben Mezrich Miliardari per caso (Sperling & Kupfer). Fin qui niente di speciale. Tuttavia, "non tutti sanno che" Mezrich è anche l’autore di Blackjack Club (Oscar Mondadori, 2005), opera che ha avuto in 21 (Robert Luketic, 2008) la sua trasposizione cinematografica. Non ci stupisce allora osservare che i due film hanno nei fatti le stesse caratteristiche di fondo: spazio studentesco, dei promettenti studenti vogliono mettere a frutto la loro abilità per sfondare e/o semplicemente fare soldi per fare colpo, inevitabilmente si dedicano anima a corpo alla loro attività, conseguentemente perdono amici e/o fidanzata. Ecco, in quattro frasi, la struttura del film. Un po’ pochino.

Il film si caratterizza per essere un buonissimo prodotto: ottimo packaging (compreso il trailer), ottima colonna sonora (non a caso curata da Trent Reznor), qualche momento di sottile ironia. Tuttavia il film rimane sul livello di una superficialità giovanilistica che gli impedisce di essere un’opera matura, completa. Scarsa è, ad esempio, la caratterizzazione dei personaggi, risolta spesso con l’utilizzo degli stereotipi più scontati: lo studente brutto ma geniale, quello un po’ meno geniale e per questo un po’ più belloccio, lo studente bello, aitante e per questo ricco. E poi, chi è Mark Zuckerberg? Da dove viene? Quali sono le sue aspirazioni? Il suo è solo un tentativo di rivalsa nei confronti di colei che lo ha lasciato? Perché tradisce l’amico? Effettivamente lo sappiamo, ma solo perché viene esplicitato con un dialogo durante lo svolgimento del film.

Il finale funziona, ma è banale: accetterà la ex del protagonista la richiesta d’amicizia che quest’ultimo le ha mandato tramite la sua cretaura?

Voto: 3/5

(Film visionato il 17/11/2010)



Wall Street: il denaro non dorme mai
di Oliver Stone con Michael Douglas e Shia LaBeouf.

Ventitré anni dopo il successo di Wall Street (1987), Oliver Stone si ripete e propone al pubblico una storia d’amore e di denaro che funziona e che tiene incollati allo schermo. Per vari motivi:
1- Considerato nel suo insieme, il film resisterà sicuramente al passare del tempo e verrà ricordato come un interessante documento socio-antropologico relativo al primo decennio del XXI secolo.
2- All’opera non manca (quasi) nulla: storia d’amore, vicissitudini del protagonista, il cattivo del passato si redime e aiuta il protagonista a combattere il cattivo del presente, riferimenti alla realtà contemporanea.
3- È forse il primo film – senza contare Capitalism: a Love Story (Michael Moore, 2009) – che vuole parlare, in modo certamente allegorico, della crisi economica mondiale scoppiata nel 2008 e tutt’ora in corso. E lo fa con occhio critico. Proprio come deve essere.
4- Shia LaBeouf si sta gradualmente imponendo sulla scena hollywoodiana come uno dei migliori attori (se non il migliore) della sua generazione: sempre nella parte, espressivo, carismatico. In poche parole credibile.
5- Il film ha ritmo, soprattutto nella prima parte. Stone sta ritrovando la verve perduta.

Qualche macchia? Sì. Il finale. Il regista avrebbe dovuto tagliare gli ultimi cinque retorici e superflui minuti.

Voto: 4/5

(Film visionato il 27/10/2010)



Buried
di Rodrigo Còrtes con Ryan Reynolds.

Sistema solare. Terra. Medio Oriente. Iraq. Luogo imprecisato. Deserto. Sotto la sabbia una bara. Nella bara un uomo, Paul Conroy (interpretato da Ryan Reynolds). Egli dispone di: uno zippo, un BlackBerry, una fiaschetta di whisky e un pennarello. L'aria scarseggia e Paul, che non ricorda perchè è finito in quella situazione, comincia la sua personale lotta per la sopravvivenza.

Una storia, una persona e pochi oggetti sono sufficienti per tenere incollato lo spettatore allo schermo per tutta la durata del film. Senza un attimo di sosta. Senza mai - finendo inevitabilmente con l'identificarsi nello sventurato - riprendere fiato.

Per chi vuole trovare un significato al di là dell'evento rappresentato, si può osservare che l'opera spinge a porsi alcuni interrogativi sulla guerra, come: Chi ha visto la propria casa cadere sotto i colpi del nemico ha diritto a sottoporre a tortura colui che rappresenta l'invasore, qualunque sia il suo ruolo nella guerra? In questa, esistono figure neutrali? È giusto pagare i riscatti per liberare gli ostaggi?
L'aspetto più interessante di questo film riguarda proprio la condizione di questi ultimi.

Il protagonista maledice la propria sorte non solo perchè rischia di perdere la vita, ma anche perchè si accorge di non avere più un'identità (non a caso Conroy viene associato a tale Mark White, nome comune che rimanda al nostro Bianchi e che quindi veicola universalità). Della sua vita, della sua famiglia, della sua occupazione e dei suoi progetti non interessa né a coloro che lo hanno imprigionato né a coloro che dicono di essersi messi in moto per liberarlo. L'ostaggio è il mezzo per raggiungere un fine: riscatto per i rapitori; gloria per i liberatori.

Tutti gli ostaggi sono uguali. Il loro urlo è solo un "white noise".

Voto: 4/5

(Film visionato il 20/10/2010)



Inception
di Christopher Nolan con Leonardo DiCaprio, Ken Watanabe, Joseph Gordon-Levitt, Ellen Page, Marion Cotillard, e Cillian Murphy.

È innegabile, questo film è un «blockbuster per il pubblico sofisticato» (Paolo Mereghetti). È con questa definizione che sorgono i primi quesiti. Se Nolan ha impiegato dodici anni per metterlo a punto, perché dopo averlo visto ci si accorge che la trama non è poi così complicata? Perché non è accurata la caratterizzazione dei personaggi? Dove risiede – se mai ci dovesse essere – la forza di questo film?

Per quest’ultima domanda una possibile risposta c’è: il punto forte del film risiede nell’idea di fondo: il cervello è un’architettura perfetta, malleabile e il sogno ha infinite possibilità se confrontate con quelle della realtà. A fronte di questo l’opera potrebbe essere paragonata – per affinità tematiche – ad un capolavoro della letteratura mondiale come l’Ulisse di Joyce. Potrebbe.
Ma un’idea non è sufficiente. Se nel film Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) riesce ad impiantare un’idea nella mente di Robert Fischer, Nolan non è riuscito ad impiantare nella nostra l’idea che il suo film sia un capolavoro.
Palo.

Voto: 4/5

(Film visionato il 25/9/2010)



My Son, My Son, What Have Ye Done
di Werner Herzog, con Willem Dafoe, Brad Dourif, Chloë Sevigny.

Scritto e diretto da Werner Herzog. Prodotto da David Lynch.
I dietrologi hanno parlato di un film di Lynch. Del resto sono numerosi gli elementi riconducibili al regista statunitense: l’attrice-feticcio Grace Zabriskie, i riferimenti di Willem Dafoe (il detective Hank Havenhurst) al caffè, l’atmosfera talmente surreale da essere reale, le stravaganze (?) della sceneggiatura. È più plausibile che sia stato concepito dalle menti dei due geniali registi.

Il film "scorre sulle teste degli spettatori": si sviluppa in una dimensione a-spaziale e a-temporale; la recitazione sfiora la perfezione; la storia, seppur esile e dal significato non immediatamente percepibile, non risulta né scarna né ridondante. Bellissime, nella loro semplicità, la scena iniziale (omaggio ai fratelli Lumière) e quella finale (che racchiude un frammento del significato della vicenda).

Inutile cercare un’interpretazione agli eventi rappresentati. Benché si stia parlando di un film, i fatti sono realmente accaduti: Mark Yavorsky, promessa del basket e della recitazione, uccise la propria madre con un'antica sciabola lunga tre piedi nel giugno del 1979 venendo poi dichiarato insano di mente. Herzog lo incontrò verso la fine degli anni Novanta, andandolo a trovare nel camper in cui viveva. Affermò che Yavorsky era chiaramente un uomo pericoloso e non lo volle mai più incontrare.

Voto: 3/5

(Film visionato il 15/9/2010)

 
 
Toy story 3 – La grande fuga
di Lee Unkrich.

Da vedere.
Da vedere perché i personaggi sono quelli ai quali c’eravamo affezionati con il primo capitolo della serie.
Da vedere perché l’immaginazione non ha veramente limiti.
Da vedere perché, per una volta, ci si commuove senza essere stati violentati emotivamente.
Da vedere perché è animato da buoni sentimenti.
Da vedere perché l’ascensore della casa di Barbie e Ken scende a scatti a causa dell’attrito prodotto dalla plastica che scorre su altra plastica.
Da vedere perché un pupazzo-pagliaccio, in penombra, racconta una storia lacrimevole.
Da vedere perché nulla è lasciato al caso.
Da vedere perché chi guarda il film ha giocato con quei giocattoli almeno una volta nella sua giovinezza.
Da vedere perché descrive bene la "linea d’ombra".

Voto: 4/5.

(Film visionato il 21/7/2010)



Predators
di Nimród Antal con Topher Grace, Danny Trejo, Adrien Brody, Laurence Fishburne.

Terzo capitolo della serie dopo Predator (1987) e Predator 2 (1990).

Ora, io non voglio sapere quanto denaro hanno speso per realizzarlo né quanto per pubblicizzarlo. Basti dire che, dopo anni, ho rivisto l’effetto delle fiamme disegnate per aumentare la dirompenza della potenza di fuoco delle armi e delle esplosioni.

Sulle recitazioni stendo un velo pietoso. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Dico solamente che Adrien Brody avrebbe potuto continuare il suo periodo di inattività invece di compromettersi con un film del genere. Posso immaginarmi le dichiarazioni che avrà rilasciato all’uscita del film: «Dopo anni mi sono voluto mettere alla prova con un film diverso da quelli in cui ho precedentemente recitato. In più volevo tornare alle scene divertendomi anche un po’». Probabilmente aveva solo bisogno di liquidità.

Imbarazzante.

Voto: 1½/5

(Film visionato il 16/07/2010)


 
Il segreto dei suoi occhi
di Juan José Campanella, con Ricardo Dàrin, Soledad Villamil, José Luis Joia, Pablo Rago.

Rarissimo esempio di film in cui lo spettatore può trovare di tutto, presentato inoltre con semplicità, precisione e delicatezza.

Questi alcuni dei temi trattati: amicizia, amore, giustizia, morte, vendetta.

Ottima la recitazione degli attori, più che buona la tecnica.

Ci si alza dalla poltrona assolutamente soddisfatti, perché la storia è esauriente e completa.

Non mancano, inoltre, i migliori cinque minuti – ma tenete conto che il film è tutto notevole – di cinema degli ultimi anni.

Voto: 4.5/5

(Film visionato il 24/6/2010)



The Road
di John Hillcoat con Charlize Theron, Viggo Mortensen, Guy Pearce, Robert Duvall.

Come sarebbe il mondo con una catastrofe ambientale in atto pari a quella che ha portato all’estinzione i dinosauri?
Come sarebbero gli uomini e cosa sarebbero disposti a fare per sopravvivere?
Quali sarebbero i loro valori?

Il film di John Hillcoat, basato su una storia di Cormac McCarthy, cerca di rispondere a questi interrogativi. E lo fa veramente bene: ottima la recitazione di Viggo Mortensen; ottima la scelta di non dare nomi ai protagonisti; ottimo il meccanismo che porta a vivere empaticamente le loro vicissitudini; buona la costruzione del mondo in piena autodistruzione.

Due soli appunti: finale melenso e poco credibile (il film poteva tranquillamente finire due/tre minuti prima); il rapporto padre-figlio spesso sembra enfatizzato al fine di portare lo spettatore a commuoversi.

P.s. Agli appassionati di Ken il guerriero: l’anime (la serie TV d’animazione datata 1984) aveva risposto alle domande iniziali ben vent’anni fa (con l’aggiunta delle arti marziali). E se McCarthy ne avesse tratto ispirazione?

Voto: 3½/5

(Visionato il 9/6/2010)
 

 
The Final Destination 3D
di David R. Ellis con Bobby Campo, Shantel VanSanten, Nick Zano.

Quarto capitolo della serie. Inutile analizzare la trama (che rimane quella di sempre ed è conosciuta da tutti), la recitazione degli attori (il regista ha scelto di far recitare le ragazze col sedere), ecc. Film "ignorante", veramente "ignorante". Ma divertente. Non mi era ancora capitato con il 3D di schivare paletti, cacciaviti, sassi, e chi più ne ha più ne metta. Unico appunto: deludenti molte delle combinazioni di eventi che portano alla morte dei personaggi.

Voto: 1.5/5

(Visionato il 26/5/2010)



Vendicami
di Johnnie To con Johnny Hallyday, Sylvie Testud, Anthony Wong.

Filosofia e pallottole. Tante pallottole. Pallottole sparate dalle più svariate armi automatiche che, per lo più, passano attraverso lo spioncino delle porte ed entrano direttamente nell’occhio e, quindi, nel cervello di chi guarda.

Tuttavia, gli asiatici intendono la violenza in un modo totalmente diverso dal nostro. Spesso questa scaturisce da una promessa non mantenuta o vuole suggellare un accordo d’onore.

È per questo che Costello (Johnny Hallyday) non verrà mai tradito dai sicari che ha ingaggiato per vendicare l’uccisone del genero e dei suoi nipoti nonché l’invalidità acquisita della figlia.

Finale metafisico.

Voto: 2.5/5

(Visionato il 9/5/2010)



Iron Man 2
di Jon Favreau con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Scarlett Johansson.

Da una parte gli americani; dall’altra un russo.

Gli americani? Beh, di due tipi: da una parte i buoni (cum "bellona"), che vincono; dall’altra i cattivi, che perdono.
E il russo? Logicamente è lo sconfitto.

In poche parole: AMERICANATA ALL’ENNESIMA POTENZA.

P.s. Un’ora e quaranta di preparazione al conflitto tra le forze del bene e quelle del male… che si risolve in dieci secondi netti. L’unica cosa che si salva di questo film sono gli effetti audio. Deludenti quelli grafici.

Voto: 2/5

(Visionato il 6/5/2010)



Lourdes
di J. Hausner con Léa Seydoux, Sylvie Testud, Bruno Todeschini.

Il film dell'austriaca Jessica Hausner mette d'accordo tutti, credenti e non. I temi trattati sono molteplici, ugualmente importanti e tutti riconducibili al binomio religione-speranza. Molte sono le domande che sorgono spontanee alla fine della proiezione: Lourdes è più luogo di pellegrinaggio o località turistica per "diversamente abili"? La parola speranza ha senso o al termine si accompagna inevitabilmente la parola rassegnazione? C'è spazio per la felicità nella religione cristiana?

Altro interrogativo, estrapolato dal film: «Dio è onnipotente o buono? Perché se fosse entrambe le cose non ci sarebbero né sofferenze né malattie».

Un'ora e mezza di inquadrature fisse che si traducono in pochi quadri e nonostante questo il film non è mai tedioso.

Consigliato a chi ha un'anima profonda e a chi non la smette mai di interrogarsi sui grandi temi della vita.

Voto: 4/5

(Visionato il 21/4/2010)



Green Zone
di P. Greengrass con M. Damon, Jason Isaacs.

Dopo un primo quarto d’ora di "mal di mare" – il film principia con la tecnica della telecamera a mano – la storia scorre senza intoppi, tecnici e contenutistici, sino alla fine.

Non a caso lo stile è quello ritmato e coinvolgente di Paul Greengrass, regista degli ultimi due capitoli della serie di Jason Bourne. Ma, rispetto alla fortunata trilogia, questo film introduce importanti innovazioni a livello contenutistico. Il tema trattato è, infatti, di assoluta contemporaneità: dopo la conquista di Bagdad, intere sezioni dell’esercito Usa ricevono l’incarico di scovare armi di distruzione di massa. Il film parte da queste vane ricerche e si sviluppa in un intricato labirinto di interessi politico-strategici che vedono tra i loro attori l’esercito Usa, la Cia e gli irriducibili capi dell’esercito iracheno.

Per il genere, la recitazione di Matt Damon (che interpreta l’ufficiale Roy Miller) è ancora una volta impeccabile.

Voto: 3/5

(Visionato il 14/4/2010)



L'uomo nell'ombra
di R. Polanski con E. McGregor, Pierce Brosnan.

Non perdetevi quest’ultimo film di Polanski. Non tanto per la storia (sinceramente troppo semplice e lineare), quanto per l’atmosfera che il regista e i suoi collaboratori sono riusciti a creare. Un noir, non c’è dubbio, che tiene incollati allo schermo grazie alla presenza di una sensazione di costante pericolo che incombe, inesorabile, sul protagonista.

Ciò che funziona meno di tutto il resto, purtroppo, è proprio il protagonista. O meglio, l’attore che interpreta il protagonista della vicenda. Quell’Ewan McGregor che non è ancora riuscito a togliersi dal volto l’espressione da strafatto che lo aveva consacrato con Trainspotting.

Nonostante questo, gli altri attori sono tutti nella parte e il film è quasi ineccepibile sotto il profilo tecnico.

Voto: 3,5/5

(Visionato il 10/4/2010)


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