domenica 4 dicembre 2011

Nuova recensione Cineland. Miracolo a Le Havre di A. Kaurismäki

Miracolo a Le Havre
di Aki Kaurismäki
con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin
Commedia, 93 min., Finlandia, Francia, Germania, 2011

Dopo Philippe Lioret (Welcome, 2009) ed Emanuele Crialese (Terraferma, 2011), anche Aki Kaurismäki si misura con il tema dell’immigrazione. La materia trattata dai tre registi è dunque la stessa, gli approdi assolutamente diversi. Il film dell’italiano è sicuramente il meno riuscito: molta retorica, attori non sempre nella parte, facili sentimentalismi. Quello di Lioret è un capolavoro di sobrietà. Il film del maestro finlandese è invece tanto particolare quanto riuscito.

Innanzitutto Kaurismäki ha uno stile inconfondibile: colori pastello, scene da teatro di posa, dialoghi quasi da teatro dell’assurdo. Ma d’assurdo nel suo film ce n’è ben poco.

Il protagonista è l’umile lustrascarpe Marcel Marx che vive con l’amata moglie Arletty e la furbissima cagnolina Laika. Un giorno due avvenimenti sconvolgono la sua modesta ma serena vita: il ricovero in ospedale della moglie a causa di una grave malattia; l’incontro con Idrissa, ragazzino immigrato dall’Africa arrivato in Francia in un container e sfuggito alla polizia. Tra una visita all’ospedale e quella successiva, Marcel si prodiga per aiutare Idrissa a superare la Manica al fine di raggiungere la madre in Inghilterra. Lo aiutano i vicini di casa – la fornaia, il fruttivendolo, la barista – e, inaspettatamente, un detective della polizia professionale ma non integerrimo. Riuscirà Idrissa a raggiungere la sua destinazione? Quale sarà il futuro della moglie di Marcel?

La storia è stata concepita come una fiaba: Le Havre potrebbe essere una qualsiasi cittadina di mare; i personaggi non sono caratterizzati psicologicamente ma proprio per questo si caratterizzano per un’intrinseca universalità; di retorica non ce n’è traccia (v. la condizione degli immigrati nel container). Senza contare che certi personaggi e certi dialoghi farebbero impallidire anche il Woody Allen più in forma. In poche parole il miglior Kaurismäki ha trovato la ricchezza nella povertà, il miracolo in un mondo impossibile che tuttavia si ispira (o addirittura rispecchia) quello reale. Finale struggente: un ciliegio in fiore.

P.s. Anche in questo film, come in This Must Be the Place di Paolo Sorrentino, c’è la scena di un concerto. Funzionale, simpatica, ben girata, non tediosa. Bravo Kaurismäki.

Voto: 4/5

(Film visionato il 30 novembre 2011)

3 commenti:

ladywriter65 ha detto...

Mi piace Aki Kaurismaki, mi piace anche pronunciare il suo nome, quasi uno scioglilingua.
Lo trovo delicato, con i suoi personaggi così particolari, misurato nella sua eccentricità.
Questo suo ultimo film non l'ho ancora visto, ho amato la tenerezza di "una vita da Boheme" e anche molti altri.
Dei film che tu citi qui sopra mi è piaciuto molto "Welcome".
Ciao.

Volpina ha detto...

Ah! Beh, certo che letto così scritto da te mi ha fatto subito cambiare idea.
Ho visto la locandina giorni fa ma mi è sembrato uno di quei film noiosi e tipicamente francesi che mettono una tristezza e non sanno di niente, tipo quanto lasci la bustina del the immersa nell'acqua per 1 minuto.

Credo che lo guarderò.

L.Z. ha detto...

@ Volpina
Quando l'avrai visto facci sapere cosa ne pensi!
Anche a me è piaciuto molto, l'ho trovato molto poetico.e direi...minimalista.

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