lunedì 24 febbraio 2014

Nuova recensione Cineland. 12 anni schiavo (12 Years a Slave) di S. McQueen



12 anni schiavo (12 Years a Slave
di Steve McQueen 
con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Brad Pitt 
Drammatico 134 min., USA, 2013

USA, 1841. Solomon Northup ha una moglie, due figli e si guadagna da vivere suonando il violino. Ha una vita decorosa, una bella casa ed è istruito. Il suo cognome gli deriva da Minus Northup, suo padre, che a sua volta lo aveva “ereditato” dal padrone insieme alla libertà. Pur essendo nero, Solomon è dunque un uomo libero. La vita gli fa incontrare due impostori che gli promettono facili guadagni e, dopo averlo drogato, lo vendono ai mercanti di schiavi per le piantagioni degli stati del Sud. Sarà l’inizio di un calvario lungo 12 anni. 

Diretto da Steve McQueen (Hunger, Shame) e sceneggiato da John Ridley, il film ricalca fedelmente le memorie di Solomon, già pubblicate nel 1853 e oggi ristampate in Italia da Newton Compton Editori. Fedelmente perché l’opera si concentra esclusivamente sulle scene in cui compare il protagonista: non vediamo cosa gli accade immediatamente dopo essere stato drogato, non vediamo Samuel Bass (Brad Pitt) scrivere la lettera che gli ridarà la libertà, tantomeno vediamo la ricezione della lettera da parte dei famigliari e loro reazioni. Considerando anche l’esiguo numero di scene corali ed il superficiale approfondimento psicologico dei personaggi, siamo portati a pensare che McQueen abbia voluto limitare il cono prospettico a quello del solo protagonista, per aumentare a dismisura l’eccezionalità della sua disavventura. Una sola è quindi la prospettiva, e il narratore non può e non vuole essere onnisciente, per concentrarsi al meglio sulla storia di un uomo che diventa paradigma della perdita della libertà nonché emblema della schiavitù e delle sue implicazioni. Il Cinema aveva trattato questo tema attraverso scene corali di lavoro nei campi, sudore, sporcizia e sangue che si sviluppavano nel buio di una fotografia dov’erano le ombre a prevalere. McQueen opta invece per una narrazione più “pulita” che fa in modo che il sangue e le lacrime si confondano col colore della pelle (aperta, tagliata), mentre la natura si mostra in tutta la sua stupefacente bellezza e fulgore nonostante in essa si perpetrino le brutture e la ferocia dei padroni (giustificata con le sacre scritture, altro esempio di aderenza della narrazione alla Storia). È la costruzione perfetta delle inquadrature che ci fa distogliere per un attimo l’attenzione dalla materia trattata fin quasi a stemperare il dramma, perché fino ad ora avevamo visto tale artificio utilizzato solo nei film in costume in cui si parla di aristocrazia (si vedano le scene a lume di candela, che rimandano a Barry Lyndon). 

Da artista visuale qual è, il regista rimane pertanto fedele al suo stile anche rappresentando una storia di schiavitù, continuando ad esprimere la propria Poetica mediante la tecnica anziché le parole. Una scelta, già utilizzata con esiti diversi da Terrence Malick, difficile da far digerire al grande pubblico e che qui trova la sua acme nei 180 secondi della scena dell’impiccagione: la parte a fuoco del campo lungo ci fa vedere Solomon impiccato ad un albero che si tiene in vita grazie alle punte dei piedi che scivolano sul fango, suoni di deglutimento e nel contesto, sfocato, gli altri schiavi che lavorano come se nulla fosse. Un’inquadratura, un artificio tecnico che si fa metafora riuscendo a condensare qualsiasi discorso sulla schiavitù. Ciò non vuol dire che nel film non si registrino monologhi o dialoghi pregni di significato: è memorabile il discorso sulle leggi e il futuro della schiavitù di Bass/Pitt nonché quello della schiava libera sul destino dei proprietari terrieri schiavisti, presagio della guerra di secessione del 1861. 

C’è chi ha visto in questa opera una battuta d’arresto nella carriera del regista, chi lo ha candidato a 9 premi Oscar. Fuori da qualsiasi considerazione sul valore artistico del film, comunque indiscutibile, rimane fondamentale riconoscere a McQueen di aver portato sul grande schermo l’enorme insegnamento della storia di Solomon, che grazie alla sua cultura è riuscito a sopravvivere giorno dopo giorno, per dodici interminabili anni, non senza cedimenti (incredibile la scena del coro gospel Roll Jordan Roll), solo per poter riassaporare ancora una volta il valore della parola Libertà. 

Voto: 4 ½ su 5 

(Film visionato il 22 febbraio 2014)

4 commenti:

Insane Bazar ha detto...

Aspettavo con impazienza l'uscita di questo film... mi ispira moltissimo!
Bella recensione ;)

Miss Piggy

L.Z. ha detto...

@ Miss Piggy
Guardalo, è una storia incredibile girata con immagini molto belle.
Poi dimmi se ti è piaciuto!

Insane Bazar ha detto...

Partiamo da un presupposto: adoro lo stile di regia di Steve Mc Queen, i suoi film mi incantano, soprattutto perchè fa delle scelte pazzesche dal punto di vista della fotografia.
Ho amato profondamente "Hunger", film pesantissimo ma davvero forte dal punto di vista emozionale.
Di "Shame" sono meno entusiasta, non ho capito la storia e l'ho trovato piuttosto vuoto, ma rimango ferma sulla mia passione per lo stile di questo regista.
"12 anni schiavo" mi ha incantata: non tanto per la storia, che è si interessante ma niente che non si sia mai visto prima, quanto per le scelte artistiche di McQueen.
Alcune ambientazioni sembrano dipinte ad acquerello tanto sono incredibili e ho apprezzato moltissimo la contrapposizione tra natura e mondo degli uomini.
Credo che l'interpretazione migliore sia quella di Fassbender (ho una venerazione per quest'uomo!), però devo dire che tutti sono stati degni del film. Non so se Lupita Nyongo abbia meritato l'Oscar, è vero che è stata fantastica, ma per veramente pochissime scene.
Spero che McQueen non si abbandoni ai film per il grande pubblico, con questo purtroppo è già sulla buona strada!

Boo di insanebazar.com

L.Z. ha detto...

Alcune scene sono indimenticabili ed entreranno nella storia del cinema, specialmente quella interminabile dell'impiccagione, una vera angoscia per lo spettatore, che percepisce quasi fisicamente il senso di soffocamento del protagonista e il suo viscerale istinto di sopravvivenza. Credo che una delle doti migliori di McQueen sia proprio la sua capacità di oggettivare le sensazioni facendole uscire con forza fuori dallo schermo, in scene lunghissime e simboliche, come la pulizia della parete sporca di escrementi in Hunger e la corsa nella notte sulle note di Bach in Shame.

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