
«Le cose peggiori che possano capitare all’uomo sono descritte qui come fossero leggere, tenui e superabili; come se non potessero nuocere all’anima. Io dico che Lei ha restituito speranza alla letteratura moderna».
Questo scrive Elias Canetti in una lettera ad Hans Günter Adler, pubblicata in apertura del romanzo Un viaggio (Eine reise), finalmente tradotto in italiano dall’editore Fazi nel centenario della nascita dell’autore e a ben quarantotto anni dalla pubblicazione in Germania.
Questo scrive Elias Canetti in una lettera ad Hans Günter Adler, pubblicata in apertura del romanzo Un viaggio (Eine reise), finalmente tradotto in italiano dall’editore Fazi nel centenario della nascita dell’autore e a ben quarantotto anni dalla pubblicazione in Germania.
Il viaggio narrato da Adler, ebreo nato a Praga nel 1910, è quello che lo portò verso alcuni dei più temuti lager del tempo: da Theresienstadt ad Auschwitz, dove la moglie e la madre furono uccise, poi a Niederorschel, sottodivisione di Buchenwald e infine a Langestein-Zwieberge da cui, nel 1945, fu liberato. Anni dopo, trasferitosi a Londra, Adler decise di ricomporre i pezzi della drammatica esperienza vissuta, attraverso un linguaggio capace di comunicare la quotidianità del terrore, per dar vita a una narrazione oggettiva, disillusa, priva dell’indicazione esplicita di aguzzini e vittime, nella quale la vicenda dei protagonisti è calata in uno spazio e in un tempo universali, mai direttamente riferiti alla Shoah.
H. G. Adler, Un viaggio, Fazi, 2010.
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