martedì 27 luglio 2010

Voila Céline


In un solo volume, Einaudi propone per la prima volta in versione economica la cosiddetta trilogia tedesca del grande scrittore francese, costituita dai romanzi Da un castello all'altro, Nord, Rigodon, composti a partire dal 1951 quando Céline, dopo anni di esilio e semiclandestinità in Danimarca in qualità di collaborazionista, tornò in patria, ritirandosi nel piccolo villaggio di Meudon, dove si spense nel 1961, subito dopo aver messo il punto all’ultima frase di Rigodon. Le circa mille pagine della trilogia ricostruiscono il ricordo delle peregrinazioni dell’autore, della moglie Lili e del gatto Bébert attraverso la Germania in macerie, dal giugno del '44 al marzo del '45, rappresentando con efficace e pungente sarcasmo il declino di una civiltà e delle sue ideologie, attraverso una possente strumentazione verbale, in cui la ripetizione, l'interiezione, le sospensioni interpuntive riflettono tutte le zone d'ombra, e talvolta le accecanti illuminazioni, dell'affresco di un'apocalisse.
Louis-Ferdinand Céline, Trilogia del Nord, traduzione di Giuseppe Guglielmi, contributi di Henri Godard, Einaudi tascabili, 2010, pp.1136, 24 €.

lunedì 26 luglio 2010

Nuova recensione Cineland



Nella sezione Cineland (visti e recensiti per voi) - nella colonna di destra - è stata aggiunta una nuova recensione, relativa a Toy Story 3 - La grande fuga di Lee Unkrich.

Attivisti!


Sto cercando il giusto modo per raccontarvi di cinque ragazzi di provincia. Non voglio però dover ricorrere a frasi retoriche da recensione consumata. Voglio semplicemente riferirvi di una realtà che ora c’è e ora non c’è, che esce di tanto in tanto allo scoperto e poi si dilegua, perché le sta bene così. Mi riferisco agli Attivisti!, gruppo della scena underground (?) modenese – il punto di domanda è doveroso perché non sono poi così sicuro che le band modenesi se ne stiano tutto il tempo a suonare sui binari abbandonati della metropolitana. A parte le interessanti melodie dei brani, è sul loro lato letterario che mi vorrei soffermare. Nei testi di C’avevo l’amarezza (album d'esordio, 2009) ciò che si percepisce immediatamente è la costante presenza della provincia. Una provincia ancora intesa come habitat da vivere senza imbarazzi – non è di certo avvertita come una zona defilata rispetto al resto del mondo – e da descrivere senza esitazioni. Ed è così che: la periferia diventa centro; senza provincia non può esistere metropoli. Modena diventa quindi il teatro ideale per un film di Castellari: «La polizia incrimina e la legge assolve/ La polizia ti elimina e la legge assolve/ Ma se corrompi i vertici in un lampo si dissolve/ E in centro sotto i portici il male cresce, evolve» (Attivisti In Da Hauz). I problemi delle grandi città sono gli stessi della provincia e, allo stesso tempo, le contraddizioni di una piccola cittadina vengono documentate dalla difficile convivenza creata dall’incontro tra elementi propri del consumismo e prodotti della tradizione: «Gnocco fritto marcio ai bordi della strada/ Ma tu gli hai dato un calcio con le tue fottute Prada» (Attivisti In Da Hauz). Sarà forse per colpa di questi paradossi che gli animi sensibili modenesi sono costretti a viaggiare con l’immaginazione al fine di elaborare un’allucinazione credibile. Come pensare che lo scioglimento dei ghiacci possa essere un’opportunità da sfruttare più che una catastrofe: «Ma che caldo fa nel centro di questa città/ Non c’era anni fa, sarà colpa del gas/ Mentre quelli al mare non hanno le zanzare/ Non hanno più lo smog, non strippano sul blog/ […] Ma loro non sanno che i poli si scioglieranno/ Modena beach già ti vedo bagnata dal mare/ Modena beach sei il mio ideale, il più balneare» (Modena Beach). O, forse, più probabilmente, questi potrebbero essere stati gli impensati effetti del caldo uniti ad una "sbronza di mezza estate": «Qui Modena è un deserto, un forno a cielo aperto/ Mi armo di turbante ed esco senza scarpe/ La mia cammella è stanca e sviene su una panca/ Arranco in piazza Grande, mi tolgo le mutande/ È l’ora, me lo sento, ma il mare si sta alzando/ Già sento l’onda anomala, la piazza che si popola» (Modena Beach). Modena città balneare, Modena città universale. La dimensione europea viene ripresa e subito rifiutata e rigettata, quasi come se fosse una realtà troppo stretta per la dirompente creatività della provincia. Meglio essere cittadini del mondo, troppo corrotto e globalizzato, però, per poterci ritrovare la purezza di un tempo: «Siamo europei che non vuol dire proprio niente/ La sola cosa che vorrei è smarrirmi tra la gente/ E fuggir con te in un McDonald di Beirut» (Evropa). Ma vale la pena perdersi tra gli abitanti di una città esotica, quando nella provincia trovi di tutto? Per gli Attivisti! la risposta è immediata: «No!». No perché la fauna di provincia è sicuramente più interessante. Betty, ad esempio, «parla a una cagna di marmo in giardino/ Veste molto anni 80/ Odia il trattore del suo vicino/ […] Ama molto i bisonti/ Si copre di pelli e ne imita il verso al mattino» (Betty); Prana, invece, ama un’auto – una Renault Twingo che, storpiata dall’influenza dialettale, diventa Tuingo – e per questo fa dell’auto-erotismo: «Prana Prana dimmi perché/ La tuingaccia fa proprio per te/ […] Consuma poco e ti diverti assai/ Ho trovato l’amore vero/ Una tuingo di colore nero» (Prana fell in love with my Tuingo). Ma la fauna di provincia diventa anche protagonista di un – e non poteva certo mancare – inno generazionale, vero e proprio manifesto programmatico per le nuove generazioni affidato alla costruzione anaforica di Non ho mai visto Venezia: «[…] non ho mai letto Dan Brown/ non sono incline allo snowboard/ non ho mai fatto il check-sound»; e ancora: «Non riesco a fare il sudoku/ non digerisco l'indie rock/ […] non riesco ad aprirmi un blog/ […]non ho capito Van Gogh/ […] Dovrei andare a Venezia/ (per il carnevale)/ Ma sono stato a La Spezia (niente d'eccezionale)».

Un tarlo abita la mia scatola cranica e lavora incessantemente sul mio cervello mordicchiandolo, bucherellandolo, trapassandolo da parte a parte. A questo tarlo non manca niente: è ritmo, è parola. Questo tarlo sono gli Attivisti!

P.s. Non tutti sono stati a Venezia. Ma chi non è mai stato a La Spezia?!

sabato 17 luglio 2010

Nuova recensione Cineland


Nella sezione Cineland (visti e recensiti per voi) - nella colonna di destra - è stata aggiunta una nuova recensione, relativa a Predators di Nimród Antal, ultima prova di Adrien Brody.

lunedì 12 luglio 2010

Cosa unisce Carlo Levi a d’Annunzio?


«Volente o nolente ciò che accomuna gli autori analizzati è l’aver messo l’accento sulla futilità del pensiero e dell’azione umana».
È questa la tesi sviluppata da Donato Sperduto, lo studioso di letteratura che con l’opera Maestri futili? ha accostato Gabriele d’Annunzio, Carlo Levi, Cesare Pavese e il filosofo Emanuele Severino, per cogliere le affinità che uniscono i quattro autori sul tema della futilità. L’opera si apre con la comparazione tra le opere di Levi Paura della Libertà e Quaderno a cancelli con il modo di affrontare il problema dell’apparire e quello della libertà da parte di Severino. Le analogie con il pensiero del filosofo, secondo Sperduto, sono palesi: entrambi si oppongono alla concezione classica del tempo e ritengono che, al di sotto del tempo meccanico, esista il tempo vero, immagine di un «fluire eterno» per Levi e di un «apparire e scomparire dell’eterno» per Severino. Nel capolavoro di Levi, Cristo si è fermato a Eboli, ci sarebbe poi un riferimento costante a d’Annunzio: Levi, sostiene Sperduto, reinventa temi dannunziani come quelli della Figlia di Iorio e della Fiaccola sotto il moggio, anche se critica in d’Annunzio il fatto che il poeta pescarese degradi quel mondo immobile a teatro e strumento retorico di una vicenda personale. C’è poi un parallelismo tra il Quaderno a cancelli (così intitolato perché Levi si serviva di una tavoletta con una rete dentro le cui caselle poteva tracciare le lettere) che scrisse nel buio della cecità in seguito ad un’operazione e il Notturno, composto da d’Annunzio su piccoli foglietti di carta dopo aver subito un grave danno all’occhio destro durante l’occupazione di Fiume. Sperduto però, dopo l’analisi di tutti questi parallelismi, riconosce che «per l’esattezza, solo Pavese e Levi parlano esplicitamente di futilità». Carlo Levi lo fa nel già citato Quaderno a cancelli, vedendo nella futilità il punto di partenza di ogni determinazione umana, nel «fluire dell’indistinto originario» di Paura della libertà o riferendosi alla descrizione del «Pantano» nel Cristo. La tesi finale del libro è che, sebbene questi scrittori intendano in modo non uniforme l’ambiguo concetto di futilità, la vera alternativa alla crisi dell’uomo contemporaneo non può che essere rappresentata dal pensiero futile. Con questi saggi Sperduto intende dunque lanciare una sfida consistente nell’avere il coraggio di tener conto della futilità basandosi sull’etimologia del termine che significa «lasciar correre».
Donato Sperduto, Maestri futili?, Aracne, € 11, pp. 144.

Ennio Flaiano

Sceneggiatore di film di successo (Lo sceicco bianco, La dolce vita, 8 e 1/2 e vari altri), giornalista, scrittore di romanzi e opere teatrali, Ennio Flaiano (1910-1972) viene ricordato però soprattutto come autore di aforismi e per questo la sua produzione multiforme è sempre stata oggetto di possibili fraintendimenti e di facile riduzionismo.
Nel centenario della nascita, una preziosa occasione per rimettere ordine tra le sue molteplici esperienze viene offerta da Adelphi con la pubblicazione di un cofanetto comprendente tutti i testi editi in vita, corredati da un florilegio di scritti postumi.
Rimettere Flaiano nella giusta prospettiva significa dunque abbandonare il luogo comune dell'intellettuale icastico e riconoscerne al contempo le molte influenze: Camus, la narrativa russa e soprattutto il Kafka dei Diari e dei Quaderni in ottavo, da cui Flaiano recupera il motivo della solitudine come cifra esistenziale e lo straniamento grottesco e sottilmente ironico dell’individuo di fronte ad una realtà che sembra sempre sul punto di spezzarsi, di crollare in un'epifania.
Ennio Flaiano, Opere scelte, Adelphi, pagg.1516, 70 euro.

In viaggio con Adler


«Le cose peggiori che possano capitare all’uomo sono descritte qui come fossero leggere, tenui e superabili; come se non potessero nuocere all’anima. Io dico che Lei ha restituito speranza alla letteratura moderna».
Questo scrive Elias Canetti in una lettera ad Hans Günter Adler, pubblicata in apertura del romanzo Un viaggio (Eine reise), finalmente tradotto in italiano dall’editore Fazi nel centenario della nascita dell’autore e a ben quarantotto anni dalla pubblicazione in Germania.
Il viaggio narrato da Adler, ebreo nato a Praga nel 1910, è quello che lo portò verso alcuni dei più temuti lager del tempo: da Theresienstadt ad Auschwitz, dove la moglie e la madre furono uccise, poi a Niederorschel, sottodivisione di Buchenwald e infine a Langestein-Zwieberge da cui, nel 1945, fu liberato. Anni dopo, trasferitosi a Londra, Adler decise di ricomporre i pezzi della drammatica esperienza vissuta, attraverso un linguaggio capace di comunicare la quotidianità del terrore, per dar vita a una narrazione oggettiva, disillusa, priva dell’indicazione esplicita di aguzzini e vittime, nella quale la vicenda dei protagonisti è calata in uno spazio e in un tempo universali, mai direttamente riferiti alla Shoah.
H. G. Adler, Un viaggio, Fazi, 2010.

giovedì 8 luglio 2010

Oscar per la peggior copertina dell'anno



E l'Oscar per la peggior copertina dell'anno - e ci metto la mano sul fuoco che se lo potrebbe aggiudicare anche il contenuto - se l'aggiudica Cuccioli nel vento di Sandro Mayer e Osvaldo Orlandini. Come si può vedere dall'immagine sulla sinistra, la copertina mescola elementi del trash da fotoromanzo con una improbabile sequenza - peraltro confusionaria - di scritte riguardanti: autori, titolo, genere, precedenti.

L'effetto finale è quello di un rotocalco tv, di Cairo Editore.

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