sabato 9 giugno 2012

Il Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia: gli ultimi giorni


Ancora poche occasioni per partecipare alla settima edizione di Fotografia Europea, il festival che ogni anno rende la città di Reggio Emilia una delle capitali europee della cultura.
La rassegna, partita già da un mese, ha avuto inizio il giorno 11 maggio con una serie di conferenze, workshop e spettacoli, tutti basati sulla sinergia esistente tra immagine, musica e cultura pop.
Varie mostre, dedicate a oltre 400 fotografi e distribuite tra 250 sedi istituzionali e molti altri luoghi pubblici e privati, rimangono aperte sino al 24 giugno, ultimo giorno del festival.
Il tema scelto per questa edizione è Vita comune. Immagini per la cittadinanza e tra gli autori di rilievo si contano Peter Bialobrzeski, Pierre Bourdieu, Philip Townsend e gli italiani Federico Patellani e Massimo Vitali.
Agli appassionati certo non sarà sfuggita la monumentale esposizione Des Européens, che raccoglie gli scatti realizzati dal grande fotografo Henri Cartier-Bresson tra il 1929 e il 1991 nel corso dei suoi viaggi attraverso il continente europeo.
Le fotografie, tutte in bianco e nero, restituiscono un intenso ritratto dell’Europa a partire dal primo dopoguerra, mostrando i suoi paesaggi e abitanti in momenti e fasi storiche diverse, mettendo in questo modo in evidenza le molte differenze, ma anche le profonde analogie, presenti tra i paesi attraversati.
"Un pellegrino appassionato", così Cartier-Bresson viene definito da Jean Clair nel 1998: "seguendo il battito di un cuore avventuroso, palpitante, ritorna sempre alla sua Europa fatta di antiche mura. Dall’Austria al Portogallo, dalla Svezia alla Turchia, dalla Lapponia all’Irlanda, per mezzo secolo ha colto con il suo sguardo l’immagine di un territorio che nel corso degli anni, dal Piano Monnet al Trattato di Maastricht, è diventata il nostro".


Da non perdere è anche la mostra La pace impossibile a Palazzo Magnani, una rassegna di ben 160 scatti eseguiti dal fotografo Don McCullin sui più strazianti scenari dei conflitti bellici e delle tragedie umanitarie del secolo scorso.
Si parte da immagini che testimoniano la costruzione del Muro di Berlino (1961), lo scontro tra Greci e Turco-Ciprioti a Cipro (1964), la guerra in Congo (1964), la guerra del Vietnam (dal 1965 al 1968), la guerra civile in Biafra (1968-69), fino ai massacri di Sabra e Shatila (1982), i lebbrosi dell’India (1995-97) e le vittime dell’Aids nell’Africa meridionale (2000).
A queste immagini si aggiungono anche quelle di una pace abitata dal conflitto, tra cui l’impietoso ritratto della contraddittoria società inglese delle gang e dei Teddy-Boys, dei senzatetto e delle ricche corse equestri ad Ascot, le nature morte e la desolata campagna inglese fotografata sempre e solo nel periodo invernale, quando la pioggia e il gelo si accaniscono sulla natura e la luce non filtra che da qualche rado spiraglio tra le nubi.

Il tutto accompagnato da didascalie estratte dai suoi molti libri, capaci di dare forma alla figura di un artista che disdegna l'ormai abusata etichetta di fotografo di guerra, percepita come infamante, e che concepisce il suo lavoro come una missione, tanto dolorosa quanto necessaria, per comunicare al mondo gli orrori e le brutture di cui è testimone e che altrimenti cadrebbero nell'oblio: "Il mio scopo è mostrare la vergogna insita nella distruzione di esseri umani che non hanno commesso nessun crimine, non hanno nessuna colpa. Volevo ritrarre la dignità del loro dolore".  "Qualcosa stava succedendo e dovevo esserci. Ecco quello che ho sempre cercato di fare: esserci".

Il calendario completo del Festival
Fotografia Europea è anche su Twitter

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