lunedì 7 gennaio 2013

Nuova recensione Cineland. The Master di P.T. Anderson

The Master
di Paul Thomas Anderson
con Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams
Drammatico, 137 min., Usa, 2012

Se The Tree of Life di Malick è stato da molti accostato a 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick, noi possiamo ricondurre l’ultimo film di P.T. Anderson ad Arancia Meccanica (1971). Già il suo protagonista, Freddie Quell, sembra un alter ego di Alex DeLarge. Violento, disadattato, ubriaco di un intruglio da lui prodotto che sembra una versione più ruvida e meno futuristica del lattepiù kubrickiano, Freddie ha la personalità perfetta per essere manipolato da qualcuno. Per A. Burgess, autore del libro A Clockwork Orange, questo qualcuno poteva essere Dio, il Diavolo o lo Stato onnipotente. P.T. Andreson sceglie la dimensione religiosa, rappresentata da una setta nata nel dopoguerra (siamo nel 1950-‘51) pronta a sfruttare la debolezza e lo spaesamento sociale del momento (problema dei reduci e Guerra Fredda su tutti) per plasmare nuovi adepti grazie a teorie che mescolano psicoanalisi, religiosità e (fanta)scienza.

Il grande burattinaio è il capo spirituale Lancaster Dodd (interpretato da un egregio P.S. Hoffman), alter ego del fondatore di Scientology L. Ron Hubbard, che prende Freddie sotto la sua ala protettiva al fine di dimostrare a sé e agli altri che le sue teorie (più frutto d’improvvisazione che di ricerca) possano dare sollievo anche ai casi più disperati. Solo e bisognoso di affetto, Freddie (superbamente interpretato da J. Phoenix) diventa la cavia perfetta per testare nuovi “trattamenti”, sedute pseudo-psicoanalitiche condotte con domande inventate sul momento che fanno parlare il “paziente” facendolo sentire semplicemente meno solo. (E qui scatta un altro parallelismo con Arancia Meccanica: proprio come Alex durante il Trattamento Ludovico, a Freddie è proibito chiudere gli occhi).

P.T. Anderson scrive e dirige una pellicola che si distingue per la perfezione delle immagini ma non riesce a rendere la storia memorabile. Certo, la maestria tecnica è da considerare come un valore aggiunto, tuttavia essa risulta molto meno funzionale alla narrazione rispetto a quanto fatto da Malick in The Tree of Life. Per il resto bisogna specificare che, pur con tutti i suoi limiti, la storia non è così “irrilevante” come molti critici hanno scritto. Semmai il problema è il contrario: il regista affronta troppi temi importanti (le conseguenze della guerra, la religione, la società americana del dopoguerra, la Guerra Fredda, l’amore, la pazzia, il tema del doppio) in una volta sola, rimanendo inevitabilmente in superficie e risolvendo il tutto (ovviamente non vi svelo il finale) in modo un po’ banalotto.

Voto: 4 su 5

(Film visionato il 5 gennaio 2013)

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