martedì 30 novembre 2010

Libri&Libri: note, recensioni, appunti...

Nella sezione Libri&Libri: note, recensioni, appunti... è stata aggiunta la scheda relativa a The Prophet's hair (Il capello del profeta), breve e affascinante racconto di Salman Rushdie in cui si narrano le drammatiche disavventure che hanno come protagonista una famiglia del Cashmere, dopo che il padre Hashim ritrova per caso una reliquia contenente un capello di Maometto, la quale era stata rubata poco prima e poi abbandonata.
Il testo, che si sviluppa come una sorta di parabola religiosa, ha come bersaglio polemico il fanatismo religioso, colpito attraverso lucido e tagliente sarcasmo.


sabato 27 novembre 2010

Attivisti! live @ Circolo Zerbini di Parma


Un uragano (ebbro) si è abbattuto su Parma nella notte di giovedì 25 novembre. Ma non ha scelto il centro o la periferia della città. Tra lo stupore generale ha deciso di occupare le stanze del circolo Zerbini di borgo Santa Caterina, concentrandosi prevalentemente nella zona antistante il bancone del bar. Quell’uragano (ebbro) è stato subito ribattezzato Attivisti!

Sono le ventitré circa e 7i (al secolo Setti) è il primo a dirigersi verso la zona adibita a palco. È alto, imponente, risponde in modo pacato a tutti quelli che lo interpellano. Imbraccia una chitarra nera, che porta un segnale che invita a fare attenzione ai panda, e si posiziona al centro della scena. Intanto S.TE (Sante), alla sua sinistra, accorda un basso color marrone. Indossa delle All-Star completamente nere, pantaloni e giacca a tre bottoni dello stesso colore. Da quest’ultima fa capolino il colletto maltrattato di una camicia candida, tenuto insieme da un’improbabile cravattina rosa a pois grigi. BR1 (Bruno) è già seduto sullo sgabello della batteria: è compatto e fiero (petto… e pancia in fuori). I suoi capelli sono arruffati, gli occhi cotti dall’alcool, le braccia spuntano dalle maniche arrotolate di una camicia bianca. Infine P.R. LOVE (ovvero Capitan Prana), sassofonista che sembra appena uscito da Love Boat con quel suo cappello da capitano e quella giacca impreziosita da uno stemma di carta disegnato a mano e appuntato in posizione del taschino.

Sono tutti in posizione. Sante si avvicina dunque al microfono. «Noi di Modena speriamo che la nostra città possa diventare in un prossimo futuro un luogo d’attrazione. Forse, un giorno, con lo scioglimento delle calotte polari, ci ritroveremo tutti a Modena Beach!». Ottima  introduzione. Mentre il pubblico applaude, le note cominciano ad uscire dagli amplificatori indistinte, penetranti. Il volume è veramente troppo alto. Poi però, quasi come in un delirio estatico, la melodia prende corpo. La voce di Sante è flebile, ma incisiva. «Modena beach già ti vedo bagnata dal mare/ Modena beach sei il mio ideale, il più balneare». Nota dopo nota il pubblico comincia a prendere confidenza con lo stile Attivisti!: c’è chi annuisce, chi sorride, chi saltella, chi riflette. Chi era distratto comincia ad interessarsi alla performance. E fa bene, dato che la canzone seguente è Piero Angela. Ora canta Setti. È sicuro di sé, sempre conscio di quello che dice. «Piero mi dolgo e mi pento/ per sbaglio ho guardato la Macchina del Tempo/ È vero che sono un coglione/ una volta ho guardato Cecchi Paone». Risate. L’allucinazione prende corpo e si estende grazie a Betty, canzone che parla di colei che «beve birra coi [suoi] gatti, e questo proprio non si fa», impreziosita dal sax sempre puntuale di Capitan Prana. Meno precisa risulta invece Attivisti in da auz, il loro cavallo di battaglia, che diventa un mix tra garage rock e rap anche a causa dell’assenza di ^ff, il secondo chitarrista. Sifilide? Gonorrea? Epatite? Purtroppo per lui niente di tutto questo. Solo una banale influenza. È l’ora di una pausa. Il volume è troppo alto e i timpani degli astanti rischiano di lacerarsi. A dire la verità il break non serve a questo. Il fatto è che mancano l’asta ed il microfono per Bruno, che ora dovrà vestire i panni del cantante. Niente paura, gli Attivisti! sono abituati a fronteggiare ben altri problemi (ad esempio favorire il ciclo riproduttivo dei panda travestendosi da panda femmina per raccogliere il seme maschile). Prana si spersonalizza togliendosi il cappello e, a guisa di valletta, soccorre l’amico reggendogli il microfono. Subito dopo le parole cominciano a rincorrere la batteria, e la batteria a seguire le parole, sempre più stanche, sempre più strascicate. «Andavo ai cento all’ora perché guidava Sante/ Andavo ai cento all’ora saluta la volante» (Autovelox). Il pubblico è in delirio e dopo aver assimilato il ritornello – «Ti ho fottuto perché ho rubato l’autovelox, l’autovelox» – non perde l’occasione per urlarlo a squarciagola alla prima occasione. Finita la canzone, l’ovazione è unanime. Tutti vorrebbero avere un autovelox a portata di mano per portarselo via. Il pubblico chiede il bis ma gli Attivisti!, confermandosi come gruppo magnanimo e accondiscendente nei confronti dei propri supporters, optano per un altro pezzo. Manca un chitarrista, è vero. Tuttavia chitarra, sax e batteria sono sufficienti. E il basso? Chissene. Setti, che ha ceduto la chitarra a Sante, afferra un rullante e comincia a scandire il tempo. Il Capitano pompa con il sax una melodia perfetta, ipnotica e, mentre Sante ripercorre il testo di Non si esce fiki dagli anni 80, Bruno "violenta" la batteria come se fosse la prima volta. «Che sballamento l’atmosfera è proprio mitico sto bar/ Con gli Attivisti in concerto che strimpellano da urlo». Parole profetiche. Il gruppo ha finito e ora si gode i suoi meritati applausi.

C’è chi chiede e chi si chiede: ma gli Attivisti! che genere di musica fanno? Provo a dare una risposta. Gli Attivisti! sono uguali solo a loro stessi, ed è questa la loro forza

venerdì 26 novembre 2010

Novità da Blockbuster. Cosa vedere e cosa no


Da vedere

Bright Star
di Jane Champion con Abbie Cornish, Ben Whishaw
***
Una storia d’amore è un gorgheggio a due voci, tanto imperfetto quanto soave. Così è per il poeta romantico John Keats e Fanny Brawne. Quale dolcezza/ quale delicatezza nella loro/ storia d’amore. Quale poesia!

Diary Of The Dead – Le cronache dei morti viventi
di George A. Romero
**1/2
Il quinto capitolo della saga degli Zombie – ideata nel 1968 con La notte dei morti viventi – si inserisce nel filone delle opere post 11 settembre. Più precisamente è una allegoria dell’informazione in tempo di catastrofe: il cittadino diventa reporter e si cura solo di immettere in rete informazioni sempre più recenti e sempre più scioccanti per fare contatti. La telecamera del protagonista, quindi, non si ferma davanti a niente. Sta sempre a guardare per non perdere la possibilità di immortalare un’esclusiva, uno scoop. Gli strumenti per documentare la realtà sono i più disparati: telecamere professionali, piccole digitali, telefoni cellulari, circuiti di sorveglianza, videocamere integrate a portatili, ecc. Non tutti i supporti per la riproduzione delle immagini resistono però all’impatto dei morti viventi. Le televisioni sono le prime a saltare, mentre internet diventa un macabro contenitore di raccapriccianti documenti. Nonostante questo, il reporter sente l’esigenza di dover raccontare, a tutti i costi. Anche a costo di non intervenire e di vedere gli amici morire sotto l’occhio della sua telecamera. Romero si chiede e ci chiede: ha più umanità l’uomo o lo zombie?

Bocciato

Giustizia privata
di F. Gary Gray con Gerard Butler e Jamie Foxx
**
Solitamente le buone opere si caratterizzano per avere un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa ha solo il primo e l’ultima (inizio: ca. 1h e 15min di aspettative; fine: ca. 20min di delusione). Dello svolgimento non c’è traccia. E dire che il film di Gary Gray parte nel migliore dei modi, parlando di un marito e padre che si vuole vendicare non solo di coloro che lo hanno reso un uomo solo e disperato, ma anche di quelli che non gli hanno assicurato giustizia. Dopo dieci anni di silenzio, Clyde Sheldon (Gerard Butler) comincia a lasciare dietro di sé una lunga scia di delitti dettati dalla voglia di farsi giustizia da solo. Qualcosa però non torna al procuratore Nick Rice (Jamie Foxx): come fa un uomo solo, per di più carcerato, a controllare i suoi bersagli e ad ucciderli senza sbagliare un colpo? Lo spettatore, arrivati a questo punto, è legittimato ad immaginarsi qualsiasi cosa. Il problema è che la sua immaginazione supererà di gran lunga quella di sceneggiatori e regista! Semplicemente, Sheldon si serve di un tunnel per uscire e rientrare quando vuole dalla cella d’isolamento. Pensate che vi abbia svelato il coup de theatre del film? Sì, l’ho fatto. Peccato che è un colpo di scena che, nella sostanza, rovina tutta la prima parte del film. Perché il resto si rovina da solo.

giovedì 25 novembre 2010

Questa è Politica!

Ecco come Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, ha risposto al ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini, che lo aveva apostrofato dandolgi dello «studente ripetente».

La copia del libretto universitario di Bersani pubblicata su Facebook dal leader del Pd

Notevole. A questo punto tutti si chiedono: come sarà stato il libretto della Gelmini?

(Leggi l'articolo sul «Corriere della Sera»)

Dido - Lenz Rifrazioni


Dido. E Venere tutta intera si avvinghia alla sua preda

Luce soffusa. Un pannello, in alto, sistemato al centro della sala Majakovskij di Lenz Teatro propone al pubblico immagini di corpi nudi, raggomitolati, indifesi. Una donna (Valentina Barbarini), nuda e dipinta di un nero volutamente disomogeneo come se fosse una superficie sporca, posizionata nell’angolo inferiore destro dello spazio scenico, comincia a spingere un copertone. Poi lo lascia, seguendo con lo sguardo il suo moto lineare. Lo rincorre. Nello spostamento calpesta le proiezioni che, sul pavimento della sala, compongono una croce greca. È Dido – nome della protagonista e titolo del secondo spettacolo che Lenz Rifrazioni propone al pubblico della quindicesima edizione di Natura Dèi Teatri. Si tratta di una presenza ancestrale, dalle movenze animalesche e selvagge. È archetipo della donna africana. «Chi sei tu straniero che mi guardi così?».

Un uomo entra da destra. Il suo volto è dipinto di bianco. È basso, panciuto, pelato. È Enea (Giuseppe Barigazzi), futuro fondatore di Roma, che subito ingaggia con la regina fenicia una lotta ambigua, fatta di abbracci e spinte. Fino a quando comincia a penetrarla con la sua testa calva. Intanto sullo schermo scorrono immagini d’epoca. Un bianco e nero che narra di porti, di conquista. Le note di Faccetta nera risuonano, disturbate, dagli altoparlanti sottolineando il passo dell’oca con saluto fascista che Didone ora ostenta girando in tondo sulla scena. Questa figura esile e potente è figura dell’Africa, continente ormai violato, conquistato dalla follia. «Fu disgraziato quel giorno in cui la pioggia celeste/ a un improvviso scroscio d’acqua/ sotto una caverna ci ha sospinto».

I due ora sono nudi. I loro corpi si incontrano, avviluppati e sospinti dalle note di Franz Schubert (Andante con moto dal Trio in mi bemolle maggiore n. 2 op. 100, D 929). Didone, come nell’Eneide virgiliana, accoglie, ospita e ama Enea, colui che sarà fondatore del nuovo impero romano. Immagini di monete raffiguranti i Cesari vengono proiettate sullo spazio scenico e sul pannello centrale. I due si rivestono. Lei esce. «Mein Gott, quante donne ha da contare uno/ per solfeggiare tutta la scala dell’amore?/ Basta una e la nota è già piena».

Enea, rimasto solo, volge le spalle al pubblico. Subito assume una posizione fiera: petto in fuori, mani sui fianchi. Dalle casse risuona l’eco del discorso di proclamazione dell’Impero che Benito Mussolini fece, dal balcone di Piazza Venezia, il 9 maggio 1936. «I territori e le genti che appartenevano all'impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d'Italia». Enea è Benito Mussolini. Nell’udire le sue stesse parole il condottiero si ripiega su di sé, tenendosi il ventre con le mani. Ancora, si flette sulle gambe impugnando i suoi stessi genitali. Sul volto quello che inizialmente si era presentato come un ghigno di dolore ora si tramuta in una sequenza di smorfie, dalle quali inizia ad uscire come una voce d’oltretomba che intona i versi danteschi del Canto V dell’Inferno. «Intesi ch’a così fatto tormento/ enno dannati i peccator carnali,/ che la ragion sottomettono al talento».

Ma il vero inferno è ora tutto per Didone, sedotta e abbandonata. Enea/Mussolini, che nel frattempo si è disegnato capelli neri sulla testa, ha infatti deciso di lasciarla. Cori tragici di voci bianche si trasformano nelle note di Giovinezza. Sullo schermo scorrono le immagini dell’odierna Cartagine, città fondata dall’eroina tragica che, secondo il mito, era stata definita e circoscritta da pelle animale, sottile e vulnerabile. Vulnerabile proprio come un corpo amato e ripudiato. «Che colpa mi dai oltre ad averti amato?/ Se ti vergogni di chiamarmi moglie, non sposa ma tua ospite io sia;/ Dido accetterà proprio qualsiasi cosa pur d’essere tua».

Didone si scioglie in un grido di dolore. Solo il fuoco potrà porre fine alle sue sofferenze. Ora fiamme di lego circondano il suo corpo. «Io sola sarò l’assassina di me stessa;/ no, non lo sarò; sì, invece, e adesso». Di lego sono anche le onde del Mediterraneo, il mare che Enea sta attraversando per portare a compimento ciò che il fato gli ha riservato. Non tornerà. «E se facessi affondare le sue navi? Si arrabbierebbe!/ Meglio la sua rabbia che morire di dolore».

Immagini di orme sulla sabbia sottolineano i momenti dello sbarco dell’eroe virgiliano, mentre Didone, aiutata da una maschera, si trasforma in giovenca. Dall’alto scende un bue, nero, imponente. Dapprima lei tende le mani verso di lui. Poi, quando si fa più vicino, lo accarezza. Ancora, lotta con lui afferrandolo per le corna. Infine sale sulla sua groppa, mentre tutt’intorno vengono proiettate le immagini degli ossari di Cartagine e Cartagena. «Al camposanto voglio dormire,/ come un bimbo che nella sua culla si fa cullare».

> Spettacolo visto martedì 9 novembre
   alle 22.30 presso la sala Majakovskij
   di Lenz Teatro

mercoledì 24 novembre 2010

Note azzurre a luci rosse

Nella prima edizione integrale delle Note Azzurre che Adelphi pubblica in occasione del centenario della scomparsa di Carlo Dossi sono contenuti anche aneddoti e riferimenti piccanti a personaggi illustri dell'epoca.

Alcune di queste annotazioni vennero soppresse dalla moglie dello scrittore, che nel 1912 pubblicò una edizione parziale della raccolta; altre vennero censurate nel 1955 da Raffaele Mattioli, allora amministratore delegato della Banca Commerciale il quale, dopo avere accettato di stampare l'opera sotto il prestigioso marchio Ricciardi, alla fine si sottrasse per non essere vittima di ritorsioni legali da parte dei parenti dei personaggi citati.

Ma chi erano questi ultimi?
Erano nientemeno che alcuni dei più importanti protagonisti della scena politica e culturale del tempo: Manzoni, Tommaseo, Crispi, addirittura il re Vittorio Emanuele e tanti altri:

LA CONTESSA. Si dice che una contessa B (...) di Udine, immiserita per la sua prodigalità, abbia prostituito una sua figlia di 13 anni a quel re viziatore di vergini che ha nome V. Emanuele. Sta il fatto che la contessa oggidì spende e spande e trae in carozza la sua infamia pei pubblici passeggi di Udine. (n.539) MANZONI. Udii accusare Manzoni di pederastia, quando era giovine e avrebbe avuto per compagno di vizio il Bernardino Righetti zio di Cletto Arrighi. Certo è che Manzoni scrisse in gioventù poesie assai licenziose. Udii anche come Carlo Alberto nel 1849 fosse fuggito da casa Manzoni travestito da carrettiere. (n.3678) TOMMASEO. Tommaseo, egregio puttaniere. Manzoni udendo tale una sera imbrodolare di lodi il dalmatino, saltò su a dire "l'è ora de finilla con sto Tommaseo, ch'el gha on pè in sagrestia e vun in casin". Tommaseo, già attempato, entrando nell' usato bordello, chiedeva alla fantesca "c'è la candela?". Poichè il serafico poetuccio, l'autore di tanti libri di pedagogia, per eccitarsi al sacrificio venereo avea bisogna di una candela di sego nell'ano. E Tommaseo chiamava poi le mammelle "le ali dell'uccello". (n. 4952)

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lunedì 22 novembre 2010

C'erano una volta gli intellettuali. Parte V

Edoardo Sanguineti, poeta, critico, traduttore, scrittore, parla di uno dei maggiori tabù della nostra società: la morte.


domenica 21 novembre 2010

Le vere parole del Papa sul preservativo

Ieri i giornali di tutto il mondo hanno riportato la notizia di una storica apertura del Papa verso l'uso dei preservativi, cui da sempre la Chiesa si oppone sia come mezzo contraccettivo che come strumento protettivo nei confronti delle malattie a trasmissione sessuale.

Il Papa ha infatti dichiarato che «in alcuni casi l'uso del preservativo è ammesso».
Molti di noi a queste parole si sono giustamente domandati: «Bene. Ma in quali casi?»
Nessun notiziario ha risposto a questo interrogativo.

Volendo fare un po' di chiarezza, dobbiamo innanzitutto ricollocare la frase in questione nel suo contesto originario. Benedetto XVI ha pronunciato queste parole durante una conversazione con il giornalista e scrittore tedesco Peter Seewald, raccolta in un libro-intervista che uscirà il 23 novembre.
La casa editrice del libro aveva inviato stralci dell’intervista ad alcune tra le maggiori testate internazionali, invitandole a non pubblicarli prima di martedì. L'impegno è stato però violato ieri unilateralmente dall’Osservatore Romano, che ha diffuso i passaggi del libro ed è poi stato ripreso dai giornali di mezzo mondo. Tra i passaggi diffusi dal quotidiano vaticano, quello sui preservativi, in cui Benedetto XVI afferma:

«Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.»

Si capisce dunque che l'apertura del Pontefice verso i preservativi è assolutamente limitata, quasi simbolica, tanto più che essa trova posto in una semplice intervista, che non ha certo l'importanza e il valore di un documento ufficiale.

C'è poi un’altra anomalia riguardo l’affermazione di Ratzinger: il passaggio citato è stato ripreso dai giornali di tutto il mondo, talvolta con un grave fraintendimento. Infatti, a causa di quella che sembra essere una traduzione imprecisa, la maggior parte degli articoli in inglese e in francese parla di prostituzione maschile invece che di "utilizzo di preservativo da parte di una prostituta" (e dei suoi clienti). Così scrivono tra gli altri il New York Times, Time Magazine e Andrew Sullivan sull’Atlantic, i quali dunque allargano il discorso del Papa al tema dell'omosessualità, fraintendendo profondamente le sue parole.

Le nuove Note Azzurre

Zibaldone di pensieri e diario di una vita eclettica, le Note Azzurre sono una raccolta di quasi 6000 annotazioni di vario argomento scritte in oltre quarant’anni, tra il 1866 e il 1907, da Carlo Dossi, uno dei massimi rappresentanti della Scapigliatura milanese.

Aneddoti autobiografici vi si alternano a giudizi letterari e politici spregiudicati, a infiniti spunti di novelle e romanzi mai scritti, ad aforismi esemplari e fantasiose ironie. Solo apparentemente frammentario, questo monologo interiore trova coerenza e unità poetica in uno stile personale e subito riconoscibile, elaborato attraverso una capacità di invenzione linguistica straordinaria.

Concepite in origine esclusivamente come quaderno di appunti e repertorio di idee in ogni momento disponibili, le Note Azzurre – dal colore delle sedici cartelle in cui erano contenute – vennero pubblicate postume nel 1912 dalla vedova dello scrittore, in una edizione parziale pari a circa un terzo dell’opera, per ragioni di riserbo verso persone allora esistenti che venivano menzionate nel testo.

Finalmente, in occasione del centenario della morte di Dossi, l’opera viene ricomposta da Adelphi, che per la prima volta ne ha pubblicato l’edizione integrale, oltre ad una elegante tiratura speciale esemplata sull’inedita edizione Ricciardi del 1955.


Note azzurre, a cura di Dante Isella, Adelphi, pagg. 1254, euro 26.

sabato 20 novembre 2010

Hamlet - Lenz Rifrazioni


Hamlet, un'esperienza sensibile
Viaggio dentro le stanze amletiche di Lenz Rifrazioni

San Secondo Parmense. Rocca dei Rossi. Ai piedi della scalinata che dal loggiato porta alle stanze del primo piano tre attori stanno aspettando, seduti. I loro volti sono dipinti di bianco, i loro sguardi circospetti e sfuggenti. Attendono che venga fatto loro un cenno per dare inizio ad Hamlet, quarto spettacolo del Festival Natura Dèi Teatri ideato e organizzato da Lenz Rifrazioni. Improvvisamente una voce penetrante comincia ad uscire dalle casse audio che sono state poste ai lati dello scalone. Due dei tre attori si alzano, tenendosi per mano. L’uno trova la sicurezza nell’altro. Il terzo si accoda. Comincia la loro salita verso il piano superiore. (Flash di parole – strascicate, maltrattate – sono come pugni nello stomaco).

Prima stanza. Amleto e lo spirito del padre riflettono sul "marcio" di Danimarca. E sull’assassinio perpetrato dallo zio del primo ai danni del secondo. Il "marcio" shakespeariano diventa «merda», l’unione incestuosa tra Claudio e Gertrude «sperma». Le parole vengono ripetute in un vortice, sempre diverso, sempre più profondo. Gli attori devono fare attenzione a non diventarne le vittime. Per questo cercano una forma di tenero e silente conforto nello sguardo della regista. Seconda stanza. Amleto si avvicina allo zio e lo investe con parole piene di risentimento. «Mi devi amare», risponde urlando Re Claudio. Più forte, sempre più forte. Nel frattempo Gertrude, seduta alla destra del nuovo sposo, muove meccanicamente la mandibola su e giù. Il suo sguardo è fisso, disattento. Dopo lo scontro Amleto torna a sedersi. Terza stanza. Ofelia suona il piano. Polonio, il padre, l’ascolta distrattamente. La figlia si interrompe e lo prende per mano, elencando nel frattempo tutto ciò che questi le ha insegnato. Ma ora è lei che lo assiste. Senza di lei, lui sarebbe perso. Quarta stanza. Il "marcio" non imperversa più solo in Danimarca. Ora, dice Amleto, è anche «in Spagna, in Italia, in Grecia». Adieu. Quinta stanza. Subito dopo aver ucciso Polonio, Amleto riflette sulla sua condizione di peccatore non redento immedesimandosi col crocifisso Barabba: «Siamo schiavi perenni. Dolore e pianto. Tutto per niente». Sesta stanza. Re Claudio chiede perdono per le sue colpe intonando un’Ave Maria strascicata e mutila. Amleto gli giura vendetta: «Ti ucciderò. Quando sarai ubriaco o pazzo». Settima stanza. Amleto allontana Ofelia dal suo cuore: «Non sono mai stato il tuo moroso. Trovatene uno e sposati». A queste parole Ofelia si lascia andare ad un grido di dolore: «In convento non ci vado. Piuttosto muoio». E si allontana disperata. Ottava stanza. Ora Ofelia cammina nella pazzia, un corridoio illuminato a giorno. L’amore perduto le ispira un lamento ritmato, cantilenante, straziante: «Povera me. I miei occhi, i miei capelli, il mio cuore, il mio respiro, la mia pelle…». Nona stanza. Ofelia, ormai schiava della follia, è sdraiata su un divanetto. Qui ripercorre le tappe di Bambi, opera disneyana paradigma della perdita. Decima stanza. Amleto conta i morti. Vittime della sua pazzia o della loro? La circolarità del percorso ci riporta alla prima stanza. Vuota. Una voce fuori campo ci parla della sofferenza – «Ho avuto belle cose dalla mia vita. Ma la mia vita è stata anche dura. Il mio cuore è un po’ stanco» – e dell’odio – «Odio? Non ho mai odiato nessuno». Ultima stanza. Morte di Amleto. La fine è affidata al ritornello alienante «io qui, non qui», recitato da un Amleto, claudicante e appesantito, che si dirige al centro della sala.

È impossibile elencare tutta la gamma di sensazioni che questo spettacolo suscita. È incredibile pensare che la rielaborazione degli accadimenti dell’Amleto venga operata in tempo reale ed in modo così puntuale da attori ex lungo degenti psichici del manicomio di Colorno.

spettacolo visto il 3 novembre 2010
Rocca dei Rossi di San Secondo

venerdì 19 novembre 2010

BerluscoInception



Semplicemente geniale!

(Ringrazio Pensieri cannibali per la segnalazione)

giovedì 18 novembre 2010

Nuova recensione Cineland. The Social Network


The Social Network
di David Fincher con Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake.

Mark Zuckerberg è uno studente dell'università di Harvard. Mark Zuckerberg è un brillante programmatore del secondo anno. Mark Zuckerberg è un nerd. Mark Zuckerberg è una persona sgradevole (non a caso la canzone del trailer è una rivisitazione di Creep dei Radiohead). Lo è perché è un saputello che parla solo di sé stesso e che ha una grandissima voglia di emergere. Per tutti questi motivi Mark Zuckerberg viene mollato dalla sua ragazza, Erica Albright. Quella stessa notte Zuckerberg crea FaceMash, un sito che diventa talmente popolare da mandare in crash i server del campus. L'episodio, mal visto dall'università, fa sì che Zuckerberg venga notato dai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss e dal loro socio Divya Narendra, i quali sono alla ricerca di un programmatore per un progetto, HarvardConnection, finalizzato a connettere online gli studenti di Harvard. Questa è solo la punta dell’iceberg. Il resto dell’opera, compenetrazione tra realtà storica e finzione cinematografica, è incentrato sulle controversie che hanno interessato coloro che hanno avuto a che fare con Facebook.

Il film ha attinto dalla tradizione cinematografica più recente. Tornano alla memoria A Beautiful Mind (Ron Howard, 2001) e Le regole dell’attrazione (Roger Avary, 2002). Anche Zuckerberg, come il matematico e premio Nobel John Forbes Nash jr., è caratterizzato da una genialità a tratti autistica, contraddistinta da stranezze nel comportamento, sguardo perso nel vuoto e risposte tanto intelligenti quanto irriverenti. Per non parlare di un riferimento ancora più diretto: all’inizio del film un algoritmo viene scritto sui vetri della finestra della camera di un dormitorio. Il film di Avary ritorna invece nella tecnica registica, spesso volta ad enfatizzare gli eccessi e le sregolatezze che animano i campus universitari.

C’è poi un’altra importante coincidenza, da esplicitare se si vuole capire pienamente l’opera di Fincher. The Social Network è un adattamento del libro di Ben Mezrich Miliardari per caso (Sperling & Kupfer). Fin qui niente di speciale. Tuttavia, "non tutti sanno che" Mezrich è anche l’autore di Blackjack Club (Oscar Mondadori, 2005), opera che ha avuto in 21 (Robert Luketic, 2008) la sua trasposizione cinematografica. Non ci stupisce allora osservare che i due film hanno nei fatti le stesse caratteristiche di fondo: spazio studentesco, dei promettenti studenti vogliono mettere a frutto la loro abilità per sfondare e/o semplicemente fare soldi per fare colpo, inevitabilmente si dedicano anima e corpo alla loro attività, conseguentemente perdono amici e/o fidanzata. Ecco, in quattro frasi, la struttura del film. Un po’ pochino.

Il film si caratterizza per essere un buonissimo prodotto: ottimo packaging (compreso il trailer), ottima colonna sonora (non a caso curata da Trent Reznor), qualche momento di sottile ironia. Tuttavia rimane sul livello di una superficialità giovanilistica che gli impedisce di essere un’opera matura, completa. Scarsa è, ad esempio, la caratterizzazione dei personaggi, risolta spesso con l’utilizzo degli stereotipi più scontati: lo studente brutto ma geniale, quello un po’ meno geniale e per questo un po’ più belloccio, lo studente bello, aitante e per questo ricco. E poi, chi è Mark Zuckerberg? Da dove viene? Quali sono le sue aspirazioni? Il suo è solo un tentativo di rivalsa nei confronti di colei che lo ha lasciato? Perché tradisce l’amico? Effettivamente lo sappiamo, ma solo perché viene esplicitato con un dialogo durante lo svolgimento del film.

Il finale funziona, ma è banale: accetterà la ex del protagonista la richiesta d’amicizia che quest’ultimo le ha mandato tramite la sua cretaura?

Voto: 3/5

(Film visionato il 17/11/2010)

martedì 16 novembre 2010

Novità da Blockbuster. Cosa vedere e cosa no


Da vedere

Gli abbracci spezzati di Pedro Almodòvar con Penelope Cruz
***
Almodòvar è Almòdovar, non c’è che dire. Con lui anche la storia più banale porta con sé una poesia e una leggerezza che pochi altri registi possono dire di riuscire a veicolare. Tuttavia quest’ultima prova, sicuramente da vedere, non riesce a toccare le vette di Volver. P.s. Penelope Cruz si conferma come una delle attrici più credibili a livello mondiale.

La papessa di Sönke Wortmann con Johanna Wokalek, John Goodmann
**1/2
Questo film forma un dittico con Agora. Insieme, costituiscono sono una sorta di risarcimento nei confronti di quelle donne – realmente esistite e non – che hanno rivendicato un ruolo attivo e miglior dignità per il loro sesso in una società fallocentrica. Tutto sommato il film è onesto dato che si propone di narrare una leggenda senza avere la pretesa di passare alla storia come una ricostruzione storica. I pregi sono sicuramente la fotografia e l’interpretazione di Johanna Wokalek (non a caso viene da una lunga gavetta teatrale). I difetti, la storia d’amore assolutamente irreale per quel tempo e un’eccessiva approssimazione nella narrazione degli avvenimenti salienti della vita di Giovanna, la leggendaria donna inglese che, dopo numerose traversie, riuscì a regnare sulla Chiesa tra l’853 e l’855.

Urlo (Howl) di Rob Epstein e Jeffrey Friedman con James Franco
**1/2
Il film si sviluppa su tre piani che si intersecano tra loro. Il primo riguarda la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il poema Urlo di Allen Ginsberg nel 1955. Il secondo ripropone un’intervista in cui Franco/Ginsberg parla della sua poetica e della sua filosofia di vita. Il terzo è, invece, la trasposizione in immagini animate del contenuto del poema declamato dalla voce di Franco/Ginsberg alla Six Gallery di San Francisco. L’operazione riesce a metà. Il film infatti, benché sia valorizzato dall’interpretazione di Franco, risulta a tratti noioso per colpa della ripetitività con la quale il montaggio propone e ripropone le sequenze animate (peraltro non gradevoli alla vista) che hanno la pretesa di rendere comprensibile il poema. Operazione tanto azzardata e inutile quanto poco riuscita.

Gli amori folli di Alain Resnais con Sabine Azéma, André Dussolier, Emmanuelle Devos
**1/2
La mano del maestro c’è e si vede. La tecnica registica è praticamente perfetta. Il film risulta dunque molto gradevole alla vista. Gradevole è anche la storia, che fino ad un quarto d’ora dalla fine si caratterizza per avere quel pizzico di follia e di brio che sarebbero sufficienti per decretare quest’opera come una delle più interessanti del momento. Moderno, cerebrale ma… incompiuto. Proprio per colpa di quel quarto d’ora finale.

Bocciati 

The Box di Richard Kelly con Cameron Diaz, James Marsden, Frank Langella
*1/2
Un misto tra Donnie Darko – per quel che riguarda la tecnica registica ed il morboso interesse per le stranezze scientifiche – e Ultimatum alla terra – storia e sceneggiatura, soprattutto nella seconda parte. L’idea di partenza è buona: ad una giovane coppia viene recapitata una scatola con un bottone. Se il bottone verrà schiacciato una persona nel mondo morirà ma chi lo ha schiacciato guadagnerà un milione di dollari (siamo alla fine degli anni Settanta). Che fare? Dopo esserselo chiesto Norma (Cameron Diaz) e Arthur Lewis (James Marsden)… Peccato che poi il film sconfini nella fantozziana "cagata pazzesca". Alquanto deludente.

30 giorni di buio II di Ben Ketai con Kiele Sanchez
*
Avete presente il primo capitolo? Per intenderci quello del 2007 con Josh Hartnett. Ecco, questo film non ne è nemmeno il lontano parente. Imbarazzante. Se non lo guarderete avrete guadagnato novanta minuti della vostra vita.

Cutis - Giuseppe Ielasi


Foto di Gabriella Gallo

Cutis. La pelle si fa suono

Il pubblico, una trentina di persone disposte a semicerchio, attende che Giuseppe Ielasi, sound artist milanese, faccia il suo ingresso. Lo aspetta una scrivania che sembra un altare: un computer portatile sulla destra, un mixer saldamente posizionato al centro. Una lampada da tavolo spande una luce fioca, bluastra. Qualche istante e si spengono le luci. Ielasi compare da un angolo buio e si siede su un alto sgabello. Ora ha il pieno dominio sui suoi strumenti. Ora è pronto per eseguire Cutis, brano elettroacustico realizzato appositamente intorno al tema della quindicesima edizione del Festival Natura Dèi Teatri.

Nel buio della sala i suoni cominciano gradualmente ad appropriarsi dello spazio circostante materializzando un ambiente sonoro. Dapprima schiocchi, poi colpi. Sempre più ritmati, sempre più penetranti. Pioggia. Bagliori di rumori metallici. Corde pizzicate. Rumori gommosi, che rimbalzano in serie infinite. Una pelle sembra tendersi, fino a strapparsi. Fa male. E ancora scariche elettriche, passi, borbottii lontani, sfrigolii e sfarfallii metallici. Quiete. Improvvisamente un respiro. Pesante, affannoso. Che si insinua e gira vorticosamente in un tubo per poi uscire e diventare aria, vento. E nell’aria un cinguettio, accompagnato dal ronzio di un montacarichi che si alza e si abbassa introducendo un rito tribale – percussioni distorte sempre più cadenzate – in uno spazio post-industriale.

Ielasi muove i comandi del mixer con precisione chirurgica, facendo sempre attenzione allo schermo del laptop su cui può selezionare registrazioni di suoni provenienti da diverse superfici: percussioni, finestre, pelle umana. Su di lui una serie di led blu formano un arco stellato. Ora un carretto cigola nella tempesta. La pioggia cessa e, in lontananza, una melodia distorta che sembra uscire da una vecchia radio a valvole si appropria gradualmente del rumore e lo sostituisce. Completamente. Ma la musica viene subito disturbata da gocce che si infrangono su uno specchio d’acqua. Il rumore liquido diventa penetrante – più forte, sempre più forte – sino a trasformarsi in schiocchi di frusta. Colpi di frusta nell’aria e squittio di topi, che sembrano camminare su pelle tesa. Porte che vengono chiuse, ratti, scatole metalliche che cadono fragorosamente. Concitazione. Confusione. Agitazione interrotta da note d’organo dall’intensità crescente. Il volto del demiurgo è l’unico elemento umano illuminato nella sala. L’estasi viene fermata da interferenze elettroniche. Poi calma. Poi sciabolate nell’aria. Ancora silenzio. Un motorino dal suono ovattato ci riporta alla realtà. Stasi. Applausi.

Cutis > Giuseppe Ielasi
Sala Majakovskij/Lenz Teatro
31 ottobre 2010 h. 22.30

(Leggi l'articolo originale)

lunedì 15 novembre 2010

Visioni della CUTE


Visioni della cute è il nome della redazione temporanea che si è occupata di raccontare la quindicesima edizione di Natura Dèi Teatri, il festival di teatro e arte contemporanea ideato e organizzato da Lenz Rifrazioni svoltosi a Parma tra il 29 ottobre e il 13 novembre.

Il gruppo di lavoro, di cui ho fatto parte, si è caratterizzato per aver raccontato i singoli spettacoli e avvenimenti con precisione e profondità di analisi. Rompendo con la consuetudine giornalistica dell’affrettata visione e cronaca degli eventi, questa redazione si è distinta per aver pubblicato i singoli contributi critici solo dopo un procedimento meticoloso che ha previsto i seguenti passaggi: interviste agli autori, visione dei singoli spettacoli, brain storming in redazione, stesura degli articoli, lettura e revisione degli articoli da parte di tutta la redazione, scelta delle immagini e, solo in ultimo, pubblicazione dei singoli contributi. In poche parole "niente di ciò che è stato scritto è stato scritto a caso".

Pubblicherò nei prossimi giorni i miei articoli al fine di farvi conoscere e farvi avvicinare al teatro e all’arte contemporanea, un mondo tanto imprevedibile quanto interessante. Difficile non rimanerne colpiti.

"Sulla critica teatrale c’è un dibattito che prosegue da anni con al centro del discorso la messa in discussione dello statuto del critico, l’utilità del suo lavoro, la finalità e il metodo. Ad alcuni di questi quesiti stanno rispondendo pubblico e operatori: sono sempre di più gli spettatori che scelgono l’approfondimento critico all’indomani di uno spettacolo e crescono quei soggetti, lungimiranti, che includono nella produzione di eventi complessi, come festival e rassegne, laboratori e nuclei critici vari, questa modalità è stata scelta anche da Lenz Rifrazioni nell’ultima edizione di Natutra Dei Teatri. Il progetto denominato Visioni della cute vede una redazione temporanea al lavoro sugli spettacoli del festival per creare una narrazione (naturalmente sul web: http://www.lenzrifrazioni.it/visioni/) costituita da immagini, contenuti multimediali e analisi critiche. A guidare il progetto c’è Piersandra Di Matteo (studiosa di performing arts e spettacolo contemporaneo che svolge attività di ricerca presso DMS/Università di Bologna) con Adele Cacciagrano (studiosa di teatro e dottoranda in Studi Teatrali e Cinematografici presso DMS/Università di Bologna) e in redazione Matteo Antonaci, Fiorita Dodi, Gabriella Gallo, Jennifer Malvezzi e Andrea Vighi. E poi le collaborazioni esterne di Gianni Manzella, Lucia Amara, Sara Baranzoni, Eleonora Felisatti, Silvia Mei, Tihana Maraviç, Massimo Marino, Laura Budriesi". (Andrea Pocosgnich)

Guardare o non guardare (ancora una volta) Vieni via con me?

Sicuramente invito, chi questa sera sa che guarderà la tv, a sintonizzarsi su Rai3. Ma non perché lo spettacolo sia da seguire, piuttosto perché non c’è nulla di meglio da vedere in tv. E questo è desolante. Desolante perché Vieni via con me non ha offerto, e penso non offrirà neanche stavolta, uno spettacolo utile alle coscienze. Ma intanto, perché parlo di spettacolo? Semplicemente perché la trasmissione di Fazio/Saviano non si discosta molto dalla tradizione del varietà: ospiti conosciuti più o meno in tutt’Italia, musica, pubblico in studio, apparato scenografico, ecc. Manca solo Fiorello.

Ma ora cercherò di analizzare in dettaglio le parti di cui si compone il programma.

I protagonisti
Saviano
La sua funzione non è ben definita. Per due ragioni.
La prima: non è televisivo. Ma questo aspetto non è poi così importante.
La seconda: ci sono giornalisti nel sud dell’Italia che non hanno la Mondadori che li difende. Ci sono giornalisti nel sud dell’Italia che vengono licenziati senza motivo perché hanno parlato di mafia o di collusione mafiosa. Ci sono giornalisti nel sud d’Italia che non hanno la scorta. Ci sono giornalisti nel sud d’Italia che hanno paura per la propria famiglia ed i propri parenti. Saviano, invece, almeno la scorta ce l’ha e ha anche una casa editrice che lo difende e che mai lo licenzierebbe (fintantoché venderà). A fronte di tutto questo mi chiedo: perché non si sbilancia? Perché, invece di parlare di eroi del passato che tutti conoscono e che i più hanno riabilitato, non ha fatto nomi e cognomi della mafia contemporanea e di chi "lotta contro"? Perché non ci ha aiutato a distinguere il marcio di oggi da ciò che dobbiamo salvare?
Infine, basta fare di Saviano un martire! Di questo la colpa non è sua. Sono colpevoli tutti coloro che lo trattano così solo per vendere più copie o, in questo caso, fare più ascolti.

Fazio
Un furbo chierichetto.

Benigni
Ormai attaccare Berlusconi è diventata un’operazione tanto scontata quanto ridicola. Non fa più sorridere e non produce risultati

Le liste
Una riproposizione trita e ritrita della celentaniana dicotomia rock/lento. Inutile soffermarsi sugli elenchi finali, ovvero sui motivi per andarsene o non andarsene dall’Italia. Non hanno senso di esistere. Ci sono e ci saranno sempre coloro che "guardano e passano" (o meglio, se ne vanno) e coloro che "guardano, si incazzano, si fermano e cercano di cambiare le cose". Chi ha ragione tra i due? Entrambi.

Cosa si salva
Tutto e niente.

Tutto perché il livello della televisione italiana è talmente basso che una trasmissione come questa non fa fatica a distinguersi dal vuoto pneumatico.

Niente perché non si capisce quale sia il fine di questa trasmissione. Approfondimento? No. Varietà? Forse. Antimafia? No. Tentativo di dare un’ultima e decisiva spallata al governo? Megalomania pura. Intento pedagogico? Neanche questo. C’è chi dice che una trasmissione come questa serva almeno per sensibilizzare gli spettatori su alcuni importanti temi della vita in società. Tentativo fallito.

C'erano una volta gli intellettuali. Parte IV

Gianni Vattimo parla di Etica e Politica.

giovedì 11 novembre 2010

James Rhodes: dall'ospedale psichiatrico a star della musica classica


Nato a Londra nel 1975, James Rhodes è l'unico pianista classico ad avere firmato, lo scorso marzo, un contratto con la casa discografica più grande del mondo, la Warner, per la quale uscirà il mese prossimo il primo dei sei cd in programma.

Poco conosciuto nel nostro paese, Rhodes è ormai una star in Gran Bretagna, dove negli ultimi anni è stato protagonista di centinaia di concerti, registrando addirittura per la BBC un film documentario per il secondo centenario di Chopin.

La strada per il successo però è stata molto lunga e tormentata.
James Rhodes infatti non è un figlio d'arte e la sua vita è stata tutt'altro che tranquilla e serena.
Iniziò a suonare il piano all'età di 7-8 anni e la musica lo accompagnò durante la sua intera adolescenza, durante la quale le droghe, gli abusi sessuali subiti a scuola e le botte non fecero che accrescere enormemente il senso di isolamento ed emarginazione provato in famiglia e con i compagni.
A 18 anni, a causa di problemi mentali, dovette interrompere la borsa di studio vinta alla Guildhall School of Music & Drama di Londra e, per volere del padre, si iscrisse alla facoltà di psicologia. Da quel momento smise di suonare e cominciò a lavorare nella City, passando da un istituto psichiatrico all'altro in preda a manie depressive e istinti suicidi.

Dopo ben dieci anni di totale astinenza musicale, un incontro casuale con Franco Panozzo, l'agente del celebre pianista russo Grigory Sokolov e la conoscenza con Denis Blais, il suo attuale manager, cambiarono la sua vita. Videro così la luce i suoi due primi lavori, Razor Blades, Little Pills and Big Pianos e Now Would All Freudians Please Stand Aside.

Oggi James Rhodes è uno degli artisti inglesi più richiesti, oltre che un punto di riferimento imprescindibile per la musica contemporanea, anche in virtù dello stile informale e moderno che porta sul palco.

sabato 6 novembre 2010

Conrad e i suoi tormenti


Jozef Teodor Konrad Korzeniewski aveva 51 anni, quando disse al suo medico: «Può darsi che il mio cervello sia sano, ma ho la sensazione invincibile che stia andando in pezzi... Un' orribile disillusione verso ogni cosa si è impadronita di tutto me stesso. Lotto ancora debolmente, ma sento che la rete è ormai sopra il mio capo, e che la lancia non è molto lontana».

Diciassette anni più tardi, a pochi giorni dalla morte, aggiunse: «Sto combattendo un attacco di grave depressione che mi ha preso alla gola». Dopo gran parte della vita trascorsa in balia di un male sconosciuto, questo aveva finalmente acquisito un nome: depressione. E questo male è stato la fonte delle sue indicibili sofferenze, ma forse anche la fiamma creativa da cui hanno preso vita personaggi straordinari come Lord Jim e Almayer, il compagno segreto e Charlie Marlow, e naturalmente Kurtz, l' esploratore delle proprie tenebre, l' uomo che scrutando se stesso e il resto dell' umanità grida: «L' orrore! L' orrore!».

E in Kurtz Conrad doveva sicuramente vedere riflesso se stesso, se è vero che il Congo del romanzo non è altro che la realtà infernale che lo scrittore ha vissuto in prima persona nel 1890 e che, da quel momento in avanti, lo tormenterà sino alla fine, procurandogli insonna, ansia, irritabilità e nervosismo cronico. Conrad trascorre perfino l' ultima notte della sua vita lottando per dormire e tra le sue carte si ritrovano dichiarazioni emblematiche: «Tutte queste ansie mi portano sull' orlo della follia, meglio sarebbe la morte: se non avessi moglie e figli...», «Ho impulsi suicidi» e ancora «Sono sempre di cattivo umore, intrattabile».

Depresso, del resto, era il padre di Conrad, Apollo, ucciso dalla Tbc ma anche dalle sue nevrosi («Potevo solo entrare in punta di piedi nella sua camera, a dargli la buonanotte...»). E un depresso sarà anche il figlio Borys, spendaccione e semifallito, tornato sconvolto dalla Grande Guerra, che pure sente in famiglia «un' atmosfera odiosa di cupezza». Nel 1910, la crisi peggiore: per 90 giorni di fila, Joseph Conrad è in ospedale, i medici parlano di «totale collasso nervoso, in arrivo da mesi». Ha anche una crisi di gotta, delira, parla con i suoi personaggi, accusa i suoi cari di volerlo chiudere in manicomio. Risorgerà, aiutato dall' affetto della moglie e degli amici: «forse la vera medicina che desiderava», l' unico vero balsamo anche per un cuore di tenebra.
Fonte: Corriere della Sera

Libri&Libri: note, recensioni, appunti...


Nella sezione Libri&Libri: note, recensioni, appunti... è stata aggiunta la scheda relativa al romanzo Cuore di tenebra (Heart of Darkness), con analisi storico-critica, descrizione dei personaggi e commento.

venerdì 5 novembre 2010

C'erano una volta gli intellettuali. Parte III

Terzo filmato della serie, che vede come protagonista Italo Calvino. Qui l'esimio scrittore parla di immaginazione e fantasia.

mercoledì 3 novembre 2010

Scanwiches



In tema di stranezze segnalo il sito Scanwiches, che raccoglie foto di panini tagliati a metà e poi scannerizzati.
Chi lo faccia, come e perchè non so.

lunedì 1 novembre 2010

Visioni della CUTE


Natura Dèi Teatri è la rassegna di arte contemporanea che si è aperta a Parma il 29 ottobre e che durerà sino al 13 novembre. Sede e fulcro del progetto è Lenz Teatro, esempio di teatro concreto ottenuto da spazi post-industriali reinventato ad abitazione creativa per volontà di una formazione artistica. CUTE è il tema concettuale di questa quindicesima edizione del festival.

Per saperne di più, e per approfondire il tema relativo all'arte contemporanea, visita il sito http://www.lenzrifrazioni.it/visioni/
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