sabato 6 novembre 2010

Conrad e i suoi tormenti


Jozef Teodor Konrad Korzeniewski aveva 51 anni, quando disse al suo medico: «Può darsi che il mio cervello sia sano, ma ho la sensazione invincibile che stia andando in pezzi... Un' orribile disillusione verso ogni cosa si è impadronita di tutto me stesso. Lotto ancora debolmente, ma sento che la rete è ormai sopra il mio capo, e che la lancia non è molto lontana».

Diciassette anni più tardi, a pochi giorni dalla morte, aggiunse: «Sto combattendo un attacco di grave depressione che mi ha preso alla gola». Dopo gran parte della vita trascorsa in balia di un male sconosciuto, questo aveva finalmente acquisito un nome: depressione. E questo male è stato la fonte delle sue indicibili sofferenze, ma forse anche la fiamma creativa da cui hanno preso vita personaggi straordinari come Lord Jim e Almayer, il compagno segreto e Charlie Marlow, e naturalmente Kurtz, l' esploratore delle proprie tenebre, l' uomo che scrutando se stesso e il resto dell' umanità grida: «L' orrore! L' orrore!».

E in Kurtz Conrad doveva sicuramente vedere riflesso se stesso, se è vero che il Congo del romanzo non è altro che la realtà infernale che lo scrittore ha vissuto in prima persona nel 1890 e che, da quel momento in avanti, lo tormenterà sino alla fine, procurandogli insonna, ansia, irritabilità e nervosismo cronico. Conrad trascorre perfino l' ultima notte della sua vita lottando per dormire e tra le sue carte si ritrovano dichiarazioni emblematiche: «Tutte queste ansie mi portano sull' orlo della follia, meglio sarebbe la morte: se non avessi moglie e figli...», «Ho impulsi suicidi» e ancora «Sono sempre di cattivo umore, intrattabile».

Depresso, del resto, era il padre di Conrad, Apollo, ucciso dalla Tbc ma anche dalle sue nevrosi («Potevo solo entrare in punta di piedi nella sua camera, a dargli la buonanotte...»). E un depresso sarà anche il figlio Borys, spendaccione e semifallito, tornato sconvolto dalla Grande Guerra, che pure sente in famiglia «un' atmosfera odiosa di cupezza». Nel 1910, la crisi peggiore: per 90 giorni di fila, Joseph Conrad è in ospedale, i medici parlano di «totale collasso nervoso, in arrivo da mesi». Ha anche una crisi di gotta, delira, parla con i suoi personaggi, accusa i suoi cari di volerlo chiudere in manicomio. Risorgerà, aiutato dall' affetto della moglie e degli amici: «forse la vera medicina che desiderava», l' unico vero balsamo anche per un cuore di tenebra.
Fonte: Corriere della Sera

1 commenti:

Junjei ha detto...

Penso che leggerò questo libro, mi sembra molto bello.

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