lunedì 31 maggio 2010

Approfondimento alla Settima lezione


Un esempio concreto di comunicazione politica
(ovvero l'intervista di Vittorio Zincone al pubblicitario Jacques Séguéla).

Il suo studio è zeppo di statuette, targhe e premi conquistati a suon di spot. Li vedi arrivando dall’ascensore, perché le pareti della stanza sono di vetro. E rendono pubblico ogni suo gesto. Jacques Séguéla, guru della pubblicità europea, 74 anni, mentre parla, appoggia le gambe sui braccioli della poltroncina hi tech. Come un ragazzino un po’ indisciplinato. Da qualche mese è sui giornali perché è l’uomo che ha fatto incontrare Nicolas Sarkozy e Carla Bruni, ma chi si occupa di comunicazione lo conosce soprattutto per i suoi slogan leggendari. Il più celebre è quello che accompagnò il trionfo di François Mitterrand nel 1981: “La forza tranquilla”. Sulla pubblicità e la comunicazione ha scritto libri su libri. Il primo è una specie di diario: Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario. Lei mi crede pianista in un bordello (1979). L’ultimo è un manuale/saggio sulle presidenziali della Quinta Repubblica francese: La presa dell’Eliseo (2007). Séguéla prende in mano i fogli su cui sono stampati slogan e motti della nostra campagna elettorale e non riesce a trattenersi. La comunicazione del Popolo della Libertà per le politiche del 2008? «Berlusconi sembra l’ombra di se stesso». Il “Si può fare ” di Veltroni? «Deboluccio». La foto in bianco e nero di Santanchè? «Fa paura».
Fermi tutti. Partiamo dal manifesto principale del Pdl.
«Non voglio fare il saccentello, però… Mi cascano le braccia. Siamo tornati alle réclame vecchio stampo».
Non le piace “Rialzati, Italia”?
«Tecnicamente lo slogan è ineccepibile. Due parole, chiare. È molto di destra. Più di quanto lo sia mai stato Berlusconi. È imperativo, volontaristico, quasi violento. Troppo per questi tempi: oggi la comunicazione di un grande leader deve essere una specie di conversazione, coinvolgente. Il contrario di quanto ha fatto il Pdl. L’errore più grave però è l’immagine…».
Qual è il problema?
«È arcaica. Ci sono tre regole della comunicazione politica che sono intangibili».
La prima?
«Si vota l’uomo, non il partito. E nei manifesti per ora manca la faccia di Berlusconi».
Il suo staff dice che c’era l’esigenza di far conoscere il Pdl, una nuova alleanza.
«E che c’entra? Si vota comunque l’emozione che ti dà un volto. Per questo la campagna di posizionamento di Veltroni è più azzeccata».
C’è la faccia del leader del Pd e scritte come: “Non rientrate nel caos, voltate pagina”.
«Qui c’è un lavoro creativo vero».
Funziona di più la faccia di Veltroni o di Berlusconi?
«Berlusconi è più carismatico e penso che negli ultimi giorni la sua faccia la farà vedere soprattutto in tv. Sa come usare quello strumento e risultare familiare ai cittadini».
Veltroni?
«Nei manifesti è sorridente, accogliente. Funziona. E segue la seconda regola».
Cioè?
«Si vota per il futuro, non per il passato: voltate pagina. Fondamentale. È una campagna seria».
Lo slogan principale del Pd è “Si può fare”.
«Quello è un po’ moscio. Blando».
È simile allo “Yes, we can” di Obama.
«Scherza? “Yes, we can” ricorda lo slogan della Nike “Just do it”. “Si può fare” sembra un “Maybe, we can”. C’è una passività di fondo incomprensibile».
Passiamo ai partiti più identitari. Che hanno esigenze di comunicazione diverse da Pd e Pdl. Per Casini dell’Udc c’è la sua faccia e il motto: “Forti della nostra identità”.
«Campagna ben fatta, non troppo originale. Mi piace molto il gioco di parole “Io c’entro”».
È vecchio di un paio d’anni.
«Allora non vale».
La Sinistra arcobaleno. Metà manifesto rosso con su scritto “Fai una scelta di parte” e l’altra metà nera a rappresentare la destra.
«Interessante e nuovo. Bella l’idea della scelta partigiana. Manca una foto del leader».
Fausto Bertinotti.
«È una campagna più adatta alle riviste che non alla strada».
Daniela Santanchè della Destra. Foto in bianco e nero e scritta: “Io credo”.
«Il nero drammatizza la campagna».
La Destra drammatizza e usa slogan molto duri: “L’Italia agli italiani”.
«Ho capito. Ma i colori… e quella faccia un po’ scavata che sembra la Callas. Fa paura».
I simboli elettorali?
«Guardiamo i principali: quello del Pd è molto grafico. Quello del Pdl è più americano, funziona molto bene. Invece è pessima un’altra caratteristica molto americana della campagna berlusconiana: l’attacco all’avversario».
Dice: «La sinistra ha messo in ginocchio l’Italia».
«Negli Usa i candidati spendono decine di milioni di dollari per denigrare gli avversari. È un po’ un modello di democrazia che si spara sui piedi. I leader dovrebbero creare speranze».
Cose tipo: “Il nuovo miracolo italiano”?
«Le vecchie campagne di Berlusconi da questo punto di vista erano perfette. Ora sembra un po’ l’ombra di se stesso. Oggi in Italia c’è una anomalia che condiziona la comunicazione».
Quale?
«Nella sua testa Berlusconi ha già vinto. Quindi non fa più di tanto. Veltroni gareggia, ma sa che la rimonta è quasi impossibile. È un falso combattimento».
Non esageriamo.
«È così. E il popolo vota chi vuole vincere veramente. Mitterrand una volta mi ha dato una definizione straordinaria della sfida elettorale».
Dica.
«Viene eletto chi racconta al popolo il pezzo della sua storia che ha voglia di ascoltare in quel determinato momento. Con una condizione: essere l’eroe credibile di quella storia».
Applichiamo la definizione mitterrandiana ai candidati italiani.
«Berlusconi ha già avuto la sua chance di essere l’eroe e ha tradito l’aspettativa degli elettori. Veltroni, anche se ora perderà, sembra portare con sé un progetto di cambiamento e ha fatto una campagna per dimostrarlo».
Entrambi hanno reclutato industriali, militari, medici. Il Pd ha messo insieme l’operaio e l’imprenditore. E Berlusconi rinfaccia a Veltroni di avergli copiato il programma.
«Regola 3: non si vota l’ideologia, ma l’idea».
Quindi?
«Basta con destra e sinistra. Non esistono più le comunità monolitiche. Esistono comunità interclassiste e transgenerazionali. I programmi si distinguono per pochi particolari e diventano importanti le vibrazioni: soprattutto quando con queste si coinvolge il popolo dell’altro».
In che modo?
«Ormai ci sono mille piani su cui muoversi: internet, la tv, i manifesti. Ma nel momento in cui gli spazi televisivi sono regolamentati, torna importante essere sul territorio».
Veltroni sta facendo il giro del Paese in pullman. Berlusconi ha piazzato migliaia di gazebo nelle piazze italiane.
«Quella dei gazebo è una buona idea, ma un po’ pigra. Il pullman mi pare meglio. Gli elettori ti vogliono toccare. Nelle scorse presidenziali, una delle chiavi della vittoria di Sarkozy è stata proprio il porta a porta. Alla fine toccava tre città al giorno».
Lei all’inizio era a favore di Ségolène Royal e poi ha abbracciato la causa di Sarkò.
«Un creativo della mia agenzia, la Havas-Euro Rscg, per Royal aveva pure coniato uno slogan azzeccatissimo: “France, presidente”. Presidente, al femminile. Ma lei lo ha usato poco e male. Alla fine ho capito che Nicolas era l’unico capace di far ripartire la Francia».
È anche colpa sua, del suo ruolo di Cupido, se Sarkò ha perso le amministrative.
«Credo di aver partecipato più alla sua felicità che non al suo malessere».
Ai francesi tutta questa storia di Carla Bruni non è piaciuta.
«I francesi hanno fatto un matrimonio con Sarkozy. Sentivano che lui era disponibile 24 ore su 24. Di colpo hanno dovuto condividere le notti con Carla. Sono diventati gelosi e un po’ invidiosi».
Non è che il rapporto tra Sarkò e Carlà è una sua mossa di marketing politico riuscita male? Sarkozy stava per essere lasciato dalla moglie e così…
«Se dice questo vuol dire che non ha mai vissuto un colpo di fulmine. Io l’ho vissuto trent’anni fa. Sto ancora con la stessa donna e ho cinque figli. Il colpo di fulmine presidenziale l’ho visto in diretta. E sì che è stato un caso…».
Perché un caso?
«A quella cena di metà novembre 2007 che ho organizzato a casa mia per Sarkozy, insieme con Carla doveva venire il cantante Julien Clerc. Se lui si fosse presentato la storia sarebbe cambiata. Invece Nicolas si è messo accanto a Carla e i due hanno parlato per quattro ore senza filarsi gli altri presenti».
Come si diventa un guru presidenziale?
«Ho studiato farmaceutica. A vent’anni ho deciso di fare il giro del mondo su una “Due cavalli”. Quella è stata la svolta: tornato ho scritto un libro».
Ed è approdato al giornalismo.
«Ho fatto il reporter per Paris Match e il caporedattore di France soir».
E come è arrivato alla pubblicità?
«Guardi che è un passaggio piuttosto comune. Noi abbiamo molti ex giornalisti in agenzia».
La sua campagna pubblicitaria migliore?
«La prima. Per i motori Mercury. Mi venne in mente una vecchia foto del presidente Pompidou alla guida di un motoscafo con quei motori. La usai e successe un macello. Era la prima volta che veniva utilizzato un politico per una pubblicità».
Per Mitterrand. Nel 1981, “La force tranquille”, e nel 1988 “Génération Mitterrand”. Come nascono questi slogan?
«Per la “Forza tranquilla” c’è stato prima un lungo lavoro di introspezione con lo stesso Mitterrand. Lo vedevo tutti i lunedì per un’ora, dalle 12 alle 13, per capire bene che cosa volesse».
Che cosa voleva?
«Voleva fare una evoluzione e non una rivoluzione. Voleva trasmettere fiducia e dare serenità. Riferii queste sensazioni ai miei collaboratori. Uno dei creativi disse: “Mitterrand mi sembra una forza tranquilla”. Schizzai in piedi: “Ecco lo slogan”. Gli altri dicevano che non era abbastanza politico».
Lei ha detto che certi slogan funzionano per un presidente come per una saponetta.
«È vero. A patto che la pubblicità abbia una corrispondenza reale col prodotto, sia veritiera. E poi deve essere calata nel suo tempo. Oggi la “Forza tranquilla” non funzionerebbe».
“Génération Mitterrand” come nasce?
«Mitterrand nel 1987 mi chiamò all’Eliseo e mi confessò che non sapeva se si sarebbe ricandidato. Perché forse avrebbe ceduto il passo a Michel Rocard. Bisognava ideare qualcosa che andasse bene per tutti e due. Come immagine usai due mani che si stringevano, la mia e quella di mia figlia, che allora aveva un anno. Misi in giro la voce che la mano adulta poteva essere sia di Mitterrand sia di Rocard. Funzionò».
È vero che ha rifiutato di lavorare per molti capi di Stato?
«Sì. Ho detto di no al libico Gheddafi, all’austriaco Waldheim, all’haitiano Baby Doc e ad alcuni dittatori africani».
Scelte ideologiche?
«No. Etiche. Non so quanto la comunicazione abbia efficacia in politica…».
Ah, no?
«…be’, non è misurabile. Ma, se ne avesse, non sarebbe giusto mettere uno strumento democratico nelle mani di chi non lo è».
Ultime domande. Il libro della vita?
«Viaggio al termine della notte di Céline».
La canzone?
«Come si chiama quella famosa di Carlà? Ah, ecco: Quelqu’un m’a dit».
Il film?
«Il cacciatore di Michael Cimino».
Lo spot/film che avrebbe voluto girare e non ci è riuscito?
«Quello che doveva raccontare il passaggio dalla Russia sovietica a quella democratica. Un video su Boris Eltsin».
Perché non lo ha realizzato?
«Malgrado mi avessero detto che non avevano i soldi per pagarci, portai a Mosca la troupe per girare. La mattina delle riprese, aspettammo il presidente per tre ore. Lo spot terminava con Eltsin che apriva una matrioska da cui usciva una colomba bianca. Alla quarta ora di attesa andai a rintracciare il suo assistente. Gli spiegai che c’erano decine di persone venute da Parigi che aspettavano Eltsin in mezzo alla Piazza Rossa».
Che cosa le rispose?
«Che Eltsin prima voleva capire quanto gli avremmo dato per girare lo spot. Dissi ai ragazzi di smontare tutto e tornai a Parigi».

(l'intervista, apparsa sul «Magazine» del «Corriere della Sera» nel mese di marzo 2008, è visibile all'indirizzo http://www.vittoriozincone.it/interviste/jacques-seguela-magazine-marzo-2008/)

Settima lezione (28 maggio 2010) IV


Alcune figure professionali della C. P.
Portavoce
La Casa Bianca ne ha una dozzina. Tutti conoscono i giornalisti che prenderanno parte alle interviste, anche se non li hanno mai visti prima. Inoltre sono deputati a veicolare, in modo referenziale, il messaggio del loro leader. Il Pdl, ad esempio, ha Capezzone; l’Idv ha Di Pietro; il Pd non si sa. Chi ha il portavoce migliore è, però, la Lega Nord: tutti gli esponenti parlano per conto di Bossi.

Spin Doctor
Sono i consiglieri strategici. Cercano di capire dove possono intervenire. O, ancora, quando e come scappare da una situazione difficile. Sono una sorta di giocatori di scacchi che fanno pensieri laterali molto lunghi.

Staff di comunicazione
Sono giornalisti che mantengono i rapporti coi mezzi di comunicazione. Hanno molti contatti.

Settima lezione (28 maggio 2010) III

La comunicazione politica in Europa

Francia
Nicolas Sarkozy ha personificato il rapporto con il cittadino. Tuttavia, dopo un iniziale picco di popolarità uguale al 70% è arrivato al contemporaneo 27%. Perché? Perché non ha adattato il modello alle persone attraverso le indagini, ovvero non ha saputo utilizzare le tecnologie per continuare a vincere.

Gran Bretagna
Perché ha vinto Cameron? Come per il modello statunitense si sapeva già: principio dell’alternanza. Ma poi, per consolidare la sua immagine ha usato solo la TV. Sino allo sfinimento. Clegg, invece, gli ha succhiato i voti nell’ultima ora di campagna elettorale grazie ad un colpo di coda ed alla capacità del suo staff di utilizzare internet.

Germania
La Merkel ha deciso di non comunicare via web. Perché? Perché in Germania c’è un enorme digital devide (l’ovest è più progredito rispetto all’est).

Italia
La C. P. è vincente solo se è coltivata (v. governo Obama). Il consenso, infatti, è difficile da mantenere. È fondamentalmente per questo che Berlusconi cita sempre i sondaggi che riguardano il grado della sua popolarità. Per alcuni questo comportamento potrebbe rivelarsi, a lungo andare, un boomerang. Invece, tecnicamente, Berlusconi ha ragione perché il sondaggio è un efficace strumento di consolidamento del proprio potere.
Ma parliamo di diversità tra la comunicazione del centrodestra e quella del centrosinistra. Perché la prima ha dimostrato di esser più efficace della seconda? Per questi motivi:
- Perché è più emotiva;
- Perché rispecchia una identità abbastanza definita;
- Perché è positiva a prescindere;
- Perché è stratificata;
- Perché è codificabile (ovvero usa codici che sono sempre gli stessi e così la gente finisce per crederci. Ad esempio, la Lega usa la parola federalismo. Il fatto è che TUTTI i partiti sono federalisti, ma loro sono gli unici che ne parlano) --> il messaggio deve necessariamente essere CHIARO.
Per la Sinistra, invece, la politica viene prima di tutto. Ma per larghi strati della società non è così. Nella mente dell’italiano medio non c’è molto spazio per la politica.
Ricapitolando, il messaggio politico deve essere:
- CHIARO;
- RIPETITIVO (ma mai banale);
- IMMEDIATAMENTE PERCEPIBILE.

La ripetizione dei messaggi deve essere in crescendo perché se si ripetono sempre le stesse cose la gente finisce inevitabilmente per non crederci più.

Settima lezione (28 maggio 2010) II


Un esempio di (efficace) comunicazione politica

Barack Obama. Ma perché ci viene in mente subito lui? Perché ha vinto le elezioni statunitensi. Se avesse perso non avremmo di certo pensato a lui. Ma ha vinto, e negli USA non è una cosa da poco. Obama – queste le parole del Professore – è però un discreto comunicatore, un po’ ripetitivo nei modi di fare. (Il più abile comunicatore europeo nell’uso della televisione è stato Charles de Gaulle. Questo perché i militari sanno fare comunicazione benissimo, avendo delle strutture finalizzate proprio alla ricerca del consenso). Come fare per essere eletti come lui? Bisogna essere dei leader e dire cose innovative. Obama è anche questo. Ma bisogna specificare che la sua vittoria era abbastanza prevedibile. Innanzitutto l’alternanza tra repubblicani e democratici era abbastanza scontata: non è mai successo che i repubblicani avessero vinto per tre volte di fila. Poi la situazione statunitense, rispetto a quella europea, è particolare: l’affluenza arriva al massimo al 55%; gli statunitensi non amano la politica e i politici, portano però rispetto per il loro operato. Ma torniamo al punto di partenza: cosa vuol dire innovare? Innovare vuol dire convincere, e questo vale per tutti coloro che vogliono fare politica. Prima e dopo le elezioni bisogna allora avere un’organizzazione fatta di persone che curino i diversi aspetti della comunicazione: raccogliere denaro, informazioni, fare ricerche, sondaggi e via dicendo. È qui che le nuove tecnologie giocano un ruolo fondamentale. Basti pensare a Bush, il primo a vincere le elezioni grazie a internet. E per ben due volte consecutive. In questo, è innegabile, Obama è arrivato sensibilmente dopo. Non solo. Ha anche contattato proprio quelle figure professionali – consulenti, spin doctor, gostwriter – di cui si era avvalso anche il suo predecessore. Non c’è dunque poesia in questi lavori, bensì una preparazione maniacale sulle piccole cose. Consiglieri, comunicatori, attivisti, analisti e tecnici hanno, in campagna elettorale, un unico obbiettivo: demolire l’avversario. Accanirsi nel voler cercare di anticipare le mosse dell’avversario porta solo ad un (non)risultato: arrivare secondi. Nonostante questo Al Gore viene considerato un grande comunicatore. Ma la storia dice che ha perso. Quali sono le regole da seguire per vincere e per continuare a vincere?
1. Studiare l’avversario: per questo internet non è affatto male. Ma va sempre considerato il labile confine tra il lecito e l’illecito. Ad esempio negli USA, protestanti, amano i disonesti che dicono di essere tali, ma non le bugie;
2. Essere feroci, ma rispettare le regole della legge. Dove essere feroci? Sugli organi di informazione: stampa, blog, siti internet, ecc.
Obama ha effettivamente usato al meglio la sua squadra di comunicatori, formata da ben 160 persone! Ma ci sono anche quelli che hanno il compito di navigare nella rete per capire quale figura del Presidente viene veicolata. Obama ha usato molto bene anche il coinvolgimento. Per questo basta iscriversi al sito del governo statunitense. Subito mi arriveranno molte informazioni. Perché? Perché più informazioni mi verranno inviate, più io sarò incentivato a rispondere e a dare a mia volta informazioni. In questo modo loro calibreranno il loro agire in merito di informazione politica.

Settima lezione (28 maggio 2010) I

La comunicazione politica

La comunicazione politica è un modello di comunicazione che interagisce con l’informazione giornalistica. È un’applicazione molto attuale, letta e studiata che implica una gestione particolare delle notizie.
La comunicazione politica funge da spartiacque tra la comunicazione istituzionale e quella di prodotto.
Di cosa è fatta? Di monitoraggio, sondaggi, interattività. I campi sono molti e poco sviluppati in Italia. Questo apre a nuove prospettive lavorative.
Che cos’è? Come può essere definita? Possiamo rispondere a queste domande in molti modi. Una sola, però, è quella corretta: è la ricerca del CONSENSO. E il consenso si raggiunge se riusciamo nell’intento di soddisfare il ricevente. Quindi possiamo parlare di marketing politico? No. Se quest’ultimo si fonda su una comunicazione immediata ed emozionale, la comunicazione politica ha alla base un percorso intellettuale che sottende una miriade di implicazioni. È per questo che la comunicazione politica (d’ora in poi C. P.) si può fare in molti modi. Infatti, bisogna saper:
- Parlare;
- Scrivere;
- Essere informati;
- Avere carisma.
Dai fattori in gioco capiamo che il fare (bene) politica è un’arte.
I canoni della C. P. dipendono da almeno due fattori:
- La linea di partito;
- La figura di riferimento, che può essere carismatica o no.

Carattere ad hoc


Debutta «Sìrin», collana della Voland dedicata ai classici russi.

Formato: 10.5x15.5 cm (quello dei Bur grigi), testo a bandiera, titolazione di copertina tutta nello stesso corpo. Il progetto grafico è di Alberto Lecaldano.

Il nuovo carattere tipografico è disegnato da Luciano Perondi. Basato su un Baskerville, si distingue per un capriccioso taglietto orizzontale nella «v».

Avatar, Sin City, Gomorra (Risposta alle obiezioni di Gaspare)

Gomorra
Parli della realtà fattuale. Realtà della quale tutti – chi più chi meno – sono al corrente. E chi non era al corrente della situazione campana di certo non è andato al cinema a vedere Gomorra, ma piuttosto si è recato a guardare un cinepanettone. Io ho parlato solo del film, di come è stato sviluppato. E il film è irrimediabilmente mediocre – e non sto dicendo né inutile né brutto. Si erano scandalizzati perché non lo avevano accettato agli Oscar? Meno male, avrebbe partecipato un film italiano mediocre.

Sin city
Hai ragione. Non sarà il capolavoro di sempre. E non lo è. Infatti, quello che mi preme sottolineare è che di certo non ha segnato – e non segnerà – la storia del cinema.

Avatar
Un prima e un dopo Avatar. Non concordo. Purtroppo per Cameron prima di Avatar c’era il cinema e, dopo Avatar, la situazione è rimasta tale. Sì, è stato utilizzato il 3D, ma i primi film a presentarlo (logicamente si registrano tentativi anche nel passato) sono stati Viaggio al centro della terra e San Valentino di sangue. Quindi non ha innovato neanche in quello. Cameron e i suoi tecnici hanno sviluppato speciali macchine da presa che acuiscono la percezione della profondità? Beh, sono stati bravini a utilizzarle. Non di più. Rimane il fatto che il 3D è stato introdotto perché le masse non andavano più al cinema (v. i fallimenti e le chiusure, solo a Parma, di Lux 1 e 2, Capitol Multiplex, Roma, Verdi, ecc.). E infatti, ora, i film che fanno e faranno incassi importanti sono solo i sequel (v. Twilight, Wall Street, Iron Man, Final Destination, Nightmare).
Ma torniamo ad Avatar. Mi preme dire che non solo la storia e i dialoghi sono gravemente insufficienti (quindi la sceneggiatura), ma anche le idee che stanno alla base del tutto. Qualche esempio:
1. Pandora è un pianeta altro dalla Terra. Ma (evviva la fantasia) è come la Terra. Uomini, foreste, animali, fiumi e spiriti la popolano.
2. Gli abitanti di Pandora (evviva la fantasia) sono creature bipedi dotate di razionalità. E che bipedi! Addominali scolpiti, glutei sodi, capelli lunghi e fluenti, super atletici e con uno spiccato senso del pudore (mi riferisco agli straccetti che coprono le loro parti basse. Il che mi fa pensare che abbiano risentito dell’influsso del cristianesimo o del protestantesimo). E dire che, rispetto all’uomo, hanno un maggior feeling con la natura che li circonda. Ma anche sulla Terra ci sono gli animisti.
3. Gli animali: una riproposizione bella e buona degli animali terrestri. Con qualche spostamento qua e là: meduse al posto di farfalle, incroci tra elefanti e rinoceronti e (evviva la fantasia) draghi volanti. Ma l’elenco sarebbe ancora più lungo.
4. I valori in gioco ripropongono uno schema preciso e standardizzato. Gli invasori sono i cattivi senza scrupoli; tra i cattivi c’è qualcuno che si redime; gli abitanti di Pandora (v. gli aborigeni della Terra) sono incapaci di contrastare l’invasore.
5. L’unica, e dico l’unica, innovazione (brutta) con un po’ di senso è la treccia degli Avatar che permette loro un collegamento diretto alle creature del pianeta.
6. L’albero fatto di led, sinceramente, l’ho trovato imbarazzante.
7. Il 3D, a parte la scena iniziale del risveglio del protagonista, mi ha abbastanza deluso.

L’elenco potrebbe essere ancora più lungo. Ma non ho voglia di perdere ulteriore tempo nel parlare di Avatar, anche perché rischio di fare il gioco di Cameron. Proprio per questo mi sento di dire – prima di concludere – che la vera innovazione del film è stato il baraccone mediatico che sono riusciti a montargli attorno prima dell’uscita. Risultato: creazione di enormi aspettative, prontamente disattese. Poi – è logico – hanno detto che per realizzarlo hanno usato chissà quale tecnologia. Ed è vero, ma se i risultati sono questi…

venerdì 28 maggio 2010

2/2 Lelio Alfonso "Nuovi modelli di Comunicazione Istituzionale" Winter School 2008

1/2 Lelio Alfonso "Nuovi modelli di Comunicazione Istituzionale". Winter School 2008

Nuova recensione Cineland

Nella sezione Cineland (visti e recensiti per voi) - nella colonna di destra - è stata aggiunta una nuova recensione, relativa a The Final Destination 3D.

Risposta a Gaspare (+ RoBy1987 e Fillo)

Una storia vera
È l’ultimo film di Lynch che mi rimane da vedere. Segnalo anche altri lavori come Dumbland (molto interessante), Rabbits (geniale) e tutti i cortometraggi, giovanili e non. Tra questi ti (vi) consiglio però – su tutti – The Alphabet, il suo capolavoro assoluto.

Totò...
hai ragione. Ma c’è un corpus di film francamente di difficile valutazione: sono tanti, molti allo stesso livello e spesso il De Curtis non ne è il principale protagonista (v. I soliti ignoti). Allora ho deciso di inserire un’opera capace di coniugare il suo talento ad un tema forte. Risultato: Uccellacci uccellini.

Metropolis
Ho il poster in camera. È un film importante per il genere fantascientifico, ma non è un film del tutto compiuto. Mi riferisco alla sceneggiatura, alquanto approssimativa.

Terminator
Gradevole. Niente di più.

Twin Peaks
Sì, devo correggermi. Mi riferivo alla puntata pilota. La prima serie comunque è un capolavoro. La seconda è nettamente inferiore. Certamente avrei dovuto inserire anche Berlin Alexandreplatz e Heimat. Se li avessi visti integralmente. Tu dirai: «Ma non sono film per il cinema». Io ti dico: «Neanche Fanny e Alexander lo è stato, eppure è meglio di un film per il cinema». E ti dico di più: «In Svezia quest’opera bergmaniana è stata trasmessa dalla televisione in, se non sbaglio, tre puntate». «E in Italia?». «In Italia abbiamo Tutti pazzi per amore».

Il cubo
Potevo anche non metterlo. Però: ottimo esercizio di regia, ottima l’idea, ottima la suspance che riesce a creare, ottimo il finale. Homo homini lupus.

Gomorra
A suo tempo avevo visto prima Il divo, poi Gomorra. Risultato: 10 a 0 per il primo. Il divo è arguzia e allucinazione allo stato puro. Basti pensare a come inizia e alla prova di Servillo. Gomorra è un (finto) documentario che non ha aggiunto e non ha tolto nulla a quello che le persone già sanno sulla realtà campana. Non capisco perché sia stato così osannato. È un docufilm assolutamente mediocre e stereotipato.

E.T.
Se, mentre lo stavo guardando, avessi mangiato una fetta di pane con burro e miele sarei sicuramente collassato per eccesso di zuccheri.

Natural Born Killer
Bello l’inizio. Poi scade in un modo scandaloso. Cuore selvaggio è nettamente superiore.

L’esorcista
Un cult. Ma ha solo quello. La storia è veramente debole. Ho preferito inserire, per storia e atmosfere, Halloween e Rosemary’s Baby.

Sin City
Scarso. Violenza gratuita e continuativa senza senso (v. Saw 2 e Martyrs).

Chi ha incastrato Roger Rabbit?
Uno dei film della nostra infanzia. Ma rimane nel limbo. Penso che piaccia così tanto perché c’è una sagoma maggiorata che non sa recitare e che fa la gatta morta. Ma per quello potevano contattare la Bellucci.

Il postino
Indubbiamente romantico. Ma troppo, troppo, troppo approssimativo. Ho sempre avuto seri dubbi sulle qualità recitative di Massimo Troisi.

American Beauty
Ma dai. Ma come fa certa gente a dire che è un capolavoro? Cinismo a fiumi. Il fatto è che è un cinismo superfluo che male si adatta alla storia. Peraltro stereotipata. Poi l’espediente dell’ombra finale mi ha fatto sinceramente ridere.

Fantasia
Sì, bello. Ma le storie di Dumbo (nettamente superiore a Bambi per quel che riguarda l’analisi del rapporto genitore/figlio) e di Wall-E sono nettamente superiori.

Qualcuno volò sul nido del cuculo
Un cult. Diciamo però che è da sala d’attesa (ovvero da Paradiso terrestre dantesco).

Collateral
Hai ragione ad avermelo fatto notare e, non posso nasconderlo, ho pensato molto prima di escluderlo. Anche questo però è da Paradiso terrestre.

Gli intoccabili
Un’accozzaglia di citazioni filmiche. Alla Tarantino. Ma la storia non è molto originale.

Se mi lasci ti cancello; Watchmen; The game
Non li ho visti.

Heat – La sfida; La 25^ ora; Roma città aperta; Io e Annie
Non li ho visti integralmente.

Toro scatenato; Il Gabinetto del dottor Caligari; La notte dei morti viventi; Il cavaliere oscuro
Sono nel canone dalla prima ora.

Avatar
Sinceramente non ho il tempo per smontarlo pezzo per pezzo. Posso solo dire che è l’apoteosi dell’assenza di fantasia. Può sembrare un controsenso ma non lo è affatto.


Mi scuso per i giudizi affrettati ma è l'unico modo che ho per dare risposte tempestive.

Risultato sondaggio Che cosa ti spaventa?

I risultati del sondaggio su Che cosa ti spaventa? sono i seguenti (su un totale di 9 votanti):

Vita: 1 voto;
Morte: 2 voti;
Futuro: 4 voti;
Prossimo: 2 voti.

Il 44% dei votanti ha così decretato che ciò che più li spaventa è il futuro. Strano, perché l’unica cosa alla quale non vi si può porre rimedio è la morte.

Sesta lezione (21 maggio 2010) III

La comunicazione istituzionale pubblica

La comunicazione istituzionale pubblica, viceversa, vuole mettere a disposizione della collettività una serie di informazioni, servizi e strumenti, senza che questo debba per forza generare un rapporto di do ut des. Non ricerca un guadagno, ma offre un servizio (mentre quella politica è orientata verso la ricerca di un consenso). Sulla Rete essa deve possedere alcuni caratteri fondamentali: usabilità, accessibilità, interattività e trasparenza. L'usabilità è la facilità di accesso, la presenza di sezioni logiche e ben accessibili, la mappa del sito (che serve per capire la filosofia che ne sta alla base).

Gli alberi di navigazione dei siti stranieri sono più semplici di quelli italiani, che presentano strutture barocche e contorte. Alcuni esempi visti in classe:

- Camera dei Deputati: Tutto ciò che riguarda la parte istituzionale si traduce in attività quotidiana (come abbiamo visto dalla lettura del comunicato sulle pensioni di anzianità dei dipendenti della Camera, notizia ripresa e messa a disposizione di tutti i cittadini a costo zero da tutti i mezzi di comunicazione, e riproposta il giorno dopo a pagamento dai vari giornali). Tutte le comunicazioni sono brevi e 'precotte', cioè redatte in forma giornalistica, in modo da agevolare il copia-incolla dei siti di informazione. Infine, sebbene sia tra i migliori siti istituzionali italiani, presenta una costruzione errata nella mappa.

- Governo spagnolo: Possiede un ottimo albero di navigazione. Presenta le notizie come fosse un giornale, senza fronzoli, una scelta coraggiosa visto che il sito non si serve dei media, ma è il governo a fornire tutte le informazioni, corredate da una buona multimedialità (video, audio, immagini scaricabili). Non c'è differenza tra un giornalista e un giornalista del sito del Governo spagnolo: se la notizia è valida, è sufficiente andare sul sito del governo, dotato anche della possibilità di recepire una serie di informazioni sull'utente (tracciabilità, percorsi, statistiche).

- Governo francese: Un sito immaginifico, molto 'visuale' e poco 'da leggere', bello ma difficile, dà emozioni. La sua particolarità è una forte interazione con il cittadino.

- Governo inglese: Coniuga magistralmente tecnologia e comunicazione, ovvero il nesso che si instaura tra il potere e il cittadino.

(Si ringrazia Alessandro Zanelli: http://iltempiodellavergine.blogspot.com/)

Sesta lezione (21 maggio 2010) II

La comunicazione istituzionale

Che cosa si intende, dunque, per comunicazione istituzionale? Essa riguarda l'identità di una realtà: rappresenta tutto ciò che identifica l'immagine di un'azienda, non legandosi strettamente al risultato economico, ma assumendo valore sociale, di rispetto della trasparenza; oppure può essere finalizzata ad un aumento della qualità percepita di quella realtà. Può essere sia pubblica che privata e mira più ad un ritorno di consenso piuttosto che di denaro (obiettivo invece della comunicazione di prodotto). Spesso però questi due tipi di comunicazione sono erroneamente associati, poiché manca una reale percezione della diversità dei due ambiti (dovuta a cattiva professionalità, mancanza di regole, opportunismo, confusione del sistema della comunicazione).

In questo campo sarebbero d'obbligo trasparenza e chiarezza e su questo punto il Web risulta vincente grazie all'arma della tracciabilità. Carta, radio e tv, invece, seguono lo stesso percorso, ma sono rallentate dal fattore tempo, mentre su Internet i feedbacks sono immediati. Altre forme di comunicazione istituzionale riguardano la pubblicità, i comunicati stampa (che presuppongono una mediazione, mentre nella Rete non c'è mediazione e l'informazione è diretta).

Fare i comunicatori significa quindi operare per una committenza, pubblica o privata, con l'obiettivo di raggiungere un risultato positivo per quella realtà grazie al proprio lavoro. La comunicazione privata istituzionale si avvicina infatti molto alla comunicazione di prodotto, ma a differenza di quella cerca sempre di mantenere alti i valori del brand (cosa che va invece evitata nella comunicazione pubblica). Il brand è il marchio, il messaggio politico, lo slogan, il prodotto di successo. Il brand isituzionale può essere una singola persona o una realtà multipla (comuni, emmenthal svizzero, coca cola, ecc.): entrambi hanno una loro storia, si riconoscono immediatamente anche senza didascalia (grazie al solo logo, come per la mela di Apple), sono comunicazione pura e vengono perciò detti comunicattivi. Il valore da trasmettere è il valore da vendere che può essere economico, personale, di condivisione o di consenso.

Il web dà molto, ma chiede anche molto: chi fa comunicazione istituzionale deve essere disponibile a rendere pubblico in modo chiaro il messaggio che intende promuovere (in forma diretta, mediata o attraverso la rete). Il messaggio deve essere breve per agganciare l'utente, per questo si usano gli script, frasi precotte che puntano sull'efficacia sfruttando le profilature delle persone a cui si rivolgono. La comunicazione istituzionale attraverso il web è più allargata, ma sempre trasparente e immediatamente verificabile poiché è aperta, in quanto fornisce la possibilità di chiedere e ricevere subito una risposta che può essere automatica ("grazie per averci contattato, miglioreremo il nostro servizio"), intelligente (il cliente viene indirizzato, magari con una serie di click che rimandano a vari link) o più specifica. Compito per la prossima settimana sarà quello di curiosare nei siti di realtà pubbliche o private per scoprire la loro parte istituzionale (comunicazione, brand image), vedere quanto è visibile la loro 'mission' e quanto essa è resa vera e credibile.

(Si rinrazia Alessandro Zanelli: http://iltempiodellavergine.blogspot.com/)

Sesta lezione (21 maggio 2010) I

Essere comunicatori

Poter dire di essere comunicatori, al giorno d’oggi, sembra valere molto di più rispetto alla professione giornalistica. La tecnologia è destinata, infatti, a diventare sempre più veloce e così diventa necessaria una figura professionale che si fa filtro e controllore di questo processo. Non solo. Paradossalmente oggi sembra essere più libero un comunicatore rispetto a un giornalista, poiché quest'ultimo si trova a dover combattere quotidianamente contro diversi fattori (come il tempo, che in un periodo precedente giocava a suo favore) e condizionamenti. Il comunicatore, invece, ha come principio di partenza il dover sottostare a certi condizionamenti. Li mette così al centro della sua attività professionale. Ciò che contraddistingue, infatti, la comunicazione dall'informazione è che la prima provvede a fornire informazione nell'ottica di un interesse specifico, mentre la seconda presupporrebbe di non essere legata ad alcun interesse.

(Si ringrazia Alessandro Zanelli: http://iltempiodellavergine.blogspot.com/)

martedì 25 maggio 2010

Risposta ad Alesbus

Ti dico: alcuni film li devo ancora inserire. Effettivamente – pensandoci bene – film come Le ali della libertà e Luci della città meritano di essere inseriti in questa mia specie di canone. Anche se non considererei mai il primo come una pietra miliare. In quanto agli altri – quelli che mi hai segnalato – mi permetto di dissentire. Alcuni si basano su di una bella storia e niente di più; altri sono meri esercizi di tecnica cinematografica, ma le tematiche trattate non sono interessanti e/o esaurienti. In poche parole li definirei I FILM DEL LIMBO. In tutti i modi, ora, devo argomentare. Poi, in fondo, trovi film che mi sono dimenticato di inserire e che inserirò nel canone a breve.

La leggenda del pianista sull’oceano
Tecnicamente non è al livello di Nuovo cinema paradiso. E se non fosse per la storia, peraltro troppo immaginifica e ridondante, sarebbe un film assolutamente mediocre.

I Blues Brothers
È un film ruffiano. Ti conquista (solo) con la musica. Per il resto è un film che, nato come semplice operazione commerciale, non aggiunge né toglie nulla alla cinematografia mondiale.

Ritorno al futuro
Sì, ha segnato una generazione. Come Mamma ho perso l’aereo. Ma non si può certo dire che sia un film imprescindibile.

Blade Runner
Mi hai dato una bella gatta da pelare. Indubbiamente ha influenzato molti film successivi. Ma, se devo essere sincero, l’ho trovato tedioso (come un altro film osannato dalla critica: Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante). Sì, è un giudizio insufficiente. Ma anche il film, sotto alcuni punti di vista, lo è. Ho cercato l’illuminazione un anno sì e l’altro pure. Non l’ho mai trovata. E lo stesso discorso vale per Alien.

Braveheart
Altro film che ha segnato la nostra generazione. Buona la recitazione, buona la storia. Stop.

Il buono, il brutto, il cattivo
Purtroppo, pur amando molto il cinema, devo ammettere che i western non li ho mai digeriti. Troppo lontani dalla storia dell’Europa. Non ho gli strumenti per poterlo giudicare.

Kill Bill
Ottima prova davvero. Ho entrambi i dvd originali. Ma se una persona non l’ha ancora visto, pazienza.

Leon
Storia carina. Carina anche la regia. Carina anche la Portman.

Il corvo
«Ah, sì. Quello dove è morto Brandon Lee». (Reazione comune a tutti). Basta! Un film interessante che, per sua sfortuna, è stato in piedi proprio grazie alla morte reale del protagonista (lo stesso discorso vale per Parnassus e, in qualche modo, anche per Poltergeist – Demoniache presenze).

Frankenstein Junior
Sì, l’ho visto tutto. E non so come ho fatto! Mi dicevano tutti che faceva morire dal ridere. Risultato? 105 minuti di impassibilità. A me fa ridere Fantozzi.

La vita è bella
Bravo Benigni. Ha toccato tutte le possibili corde della compassione e della partecipazione alla sofferenza. Con finale inaspettato. Mi sono sentito tradito e violentato.

Stargate
No, non ci siamo proprio. Carino, ma inutile.

Matrix
L’idea è una evoluzione di The Truman Show. Il saggio è una “resdora” (lo dico in dialetto) con grembiule e che vive in cucina? Mi sono sentito veramente preso in giro. E poi, dov’è tutta la filosofia della quale parlano i fans? Il settimo sigillo è filosofia, Fanny e Alexander è filosofia, Sussurri e grida è filosofia. Matrix è una “cagata pazzesca” (v. il mio amore per Fantozzi).

Jurassic Park
Effetti speciali sbalorditivi. Punto. Come diceva Dawson a Joy: «Pensavo che i teenagers andassero a vedere Jurassic Park per la storia. Poi ho scoperto che ci andavano solo per pomiciare».

Il signore degli anelli
Carino.

Titanic
Stendiamo un velo pietoso.

Il silenzio degli innocenti
Incompleto. E non c’è nemmeno troppa tensione.

I soliti sospetti
Davvero bella la soluzione finale. E quindi anche lo svolgimento. Ma rimane nel limbo.

Patch Adams
Che ansia! Passo.

L’attimo fuggente
Ovvero il film che ha illuso più di una generazione. O ancora, il film più visto nelle scuole superiori insieme all’Albero delle pere. A parte questo: buoni i valori in gioco, ottime le recitazioni, buona la regia. Penserò se inserirlo o no.

Rain Man
Molto, molto, molto ruffiano. Carino. Però ruffiano. Del resto l’autistico risveglia l’umanità che c’è in noi.

Il miglio verde
Che cosa mi ricordo di quel film? Il topolino. Anche il gigante. Ma più il topolino. C’erano altri attori?

Altri film che inserirò nel canone:
Le ali della libertà (F. Darabont, 1994)
Amarcord (F. Fellini, 1973)
American Graffiti (G. Lucas, 1973)
I quattrocento colpi (F. Truffaut, 1959)

domenica 23 maggio 2010

Cine Story (i film che non puoi non aver visto)


A tutti gli amanti del cinema!

Sulla colonna di destra potete trovare la nuova pagina tematica Cine Story, ovvero la pagina dei film che "non puoi non aver visto".

Spero vi possa essere utile.

Cancellature alla Isgrò - Copertine


Richiama (volutamente?) i lavori di Emilio Isgrò - righe e parole cancellate ma percepibili - la copertina che la bravissima Francesca Leoneschi ha scelto per il libro di Paolo di Stefano Potresti anche dirmi grazie (Rizzoli). Il libro è una sequenza di ritratti di editori. E davvero, forse, ciò che loro fanno è in questa copertina. Cancellano e lasciano solo ciò che si vede.

(«Domenica, Il Sole24Ore», domenica 23 maggio 2010, p. 29)

giovedì 20 maggio 2010

I dati di vendita di ADS (Accertamento Diffusione Stampa)

Periodici cartacei (febbraio 2009-gennaio 2010):

Tra i mensili quello più venduto è «Cose di casa» (500.524 copie stampate; 343.792 copie vendute), seguito da «Al volante» (542.822 copie stampate; 431.577 copie vendute).
Quotidiani: Il «Corriere della Sera» è il più venduto con 548.000 copie. Seguono il quotidiano gratuito «E Polis» (497.000) e «Repubblica» (488.000). Poi la «Gazzetta della Sport» (344.000), «la Stampa» (302.000), il «Sole24Ore» (296.000).
Tra i settimanali regnano incontrasti «TV Sorrisi e canzoni» (934.000 copie), «Settimanale di Più» (742.000), «Famiglia cristiana» (563.000), il preferito dalle nonne «Oggi» (525.000) e, infine, il «Venerdì di Repubblica» (521.000).

Questi invece sono i dati relativi al numero di utenti che visitano i giornali on-line:

Nell'ottobre del 2009 il quotidiano online più visitato è stato «Repubblica.it» (1.133.000 utenti unici medi al giorno), mentre «Corriere.it» si ferma a 1.025.000. Il testa a testa rimane tra queste due grandi testate. Ci sono poi il sito della «Gazzetta dello sport» (582.000), del «Sole24ore» (243.000), della «Stampa» (210.000), del «Giornale» (151.000), del «Messaggero» (102.000) e, infine, dell'«Unità» (81.000).

I dati sono presi dall’indirizzo http://tiesse.blogspot.com/2010/01/le-statistiche-dellinformazione-online.html

Quinta lezione (14 maggio 2010) II

«Da un lato l'informazione vuole essere costosa, perché ha molto valore: l'informazione giusta nel posto giusto ci cambia la vita. D'altro canto, l'informazione vuole essere gratuita, perché produrla sta diventando sempre più economico. Quindi queste due tendenze sono in rivalità». Questa frase di Steward Brand è probabilmente la più importante e fraintesa dell'economia di Internet. Chris Anderson l'ha ben esplicitata affermando che: «L'informazione abbondante vuol essere gratuita. L'informazione scarsa vuole essere costosa». Il contenuto culturale non può essere gratuito. Possono esserlo i titoli, i flash, le breaking news, ma non il commento dell'esperto, né l'intervista, l'inchiesta, o l'approfondimento. L'idea che sta alla base del paywall consiste nel favorire il riconoscimento del mestiere dei giornalisti, delle loro capacità professionali e, dunque, dell'esclusività della riproduzione dei contenuti.

Strettamente legato al tema della gratuità è il problema del diritto d'autore. Copiare una notizia e pubblicarla senza darne riconoscimento all'autore significa commettere una violazione del copyright. Poiché la rete non ha confini, a livello giuridico è molto difficile individuare e accusare qualcuno per questo tipo di violazione. A ciò va aggiunto il fatto che non esiste una legge completa, attuale e affidabile in questo ambito.

Nei paesi UE ci sono stati dei tentativi di legiferare in materia, come ad esempio in Francia, dove il presidente Sarkozy si è fatto promotore di una legge che puniva chi scaricava illegalmente files, bocciata però dalla Corte Costituzionale. In Italia invece il sito della Camera dei deputati riporta allegramente nella sezione della rassegna stampa tutte le prime pagine dei principali quotidiani, proprio mentre gli stessi parlamentari proponevano un progetto di legge che voleva far registrare i blog come testate giornalistiche.

Si può sostenere che la latitanza delle leggi è legata ad una difficoltà di definizione del "bene di consumo online": cosa si può mettere in rete? cosa no? è giusta la filosofia del copyleft, basata sulla gratuità di tutti i documenti e dunque opposta al copyright? Una legislazione più precisa consentirebbe un maggiore controllo sullo stesso contenuto del web, sulla diffusione di contenuti discriminatori o criminali e sulle diffamazioni e violazioni del diritto alla privacy (variabile da paese a paese, anche se esiste un protocollo comune gestito dal garante europeo).

Si chiude così l'argomento del giornalismo online, ricordando l'importanza di andare oltre alla home page e di scavare più in profondità "alla ricerca dell'informazione perduta". Non si è trattato il tema delle IPTV, delle tv di broadcasting e di produzione di video all'interno del web (si rimanda per questo ai corsi di Triani-Gavazzoli). La prossima volta si parlerà del web e di tutto ciò che giornalismo online non è, ovvero di COMUNICAZIONE.

(Si ringrazia Alessandro Zanelli: http://iltempiodellavergine.blogspot.com/)

martedì 18 maggio 2010

Laborintus, 1

composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis
riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo
immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale
noi che riceviamo la qualità dei tempi
tu e tu mio spazioso corpo
di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell’idea del nuoto
sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso
lacuna lievitata in compagnia di una tenace tematica
composta terra dalle dimensioni dialogiche insistenze intemperanti
le condizioni esterne è evidente esistono realmente queste condizioni
esistevano prima di noi e esisteranno dopo di noi qui è il dibattimento
liberazioni frequenza e forza e agitazione potenziata e altro
aliquot lineae desiderantur
dove dormi cuore ritagliato
e incollato e illustrato con documentazioni viscerali dove soprattutto
vedete igienicamente nell’acqua antifermentativa ma fissati adesso
quelli i nani extratemporali i nani insomma o Ellie
nell’aria inquinata
in un costante cratere anatomico ellittico
perché ulteriormente diremo che non possono crescere
tu sempre la mia natura e rasserenata tu canzone metodologica
periferica introspezione dell’introversione forza centrifuga delimitata
Ellie tenue corpo di peccaminose escrescenze
che possiamo roteare
e rivolgere e odorare e adorare nel tempo
desiderantur (essi)
analizzatori e analizzatrici desiderantur (essi) personaggi anche
ed erotici e sofisticati
desiderantur desiderantur


(Edoardo Sanguineti, Segnalibro, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 13)




Addio Maestro

lunedì 17 maggio 2010

Nasce Edigita

È nata Edigita, la prima piattaforma italiana dedicata alla distribuzione degli ebook. A promuoverla sono tre tra i maggiori gruppi editoriali di casa nostra – Feltrinelli, Messaggerie Italiane con Gems e Rcs Libri –, che insieme raggruppano oltre quaranta sigle editoriali. Il progetto vuole mettere gli editori italiani in condizione di offrire le proprie edizioni anche in formato e-book attraverso i più popolari device presenti e futuri (Kindle, iPad ecc.), agendo sia come fornitore di servizi per le librerie on-line (ibs.it, Libreria Rizzoli.it e laFeltrinelli.it in primo luogo) che per i siti di e-commerce stranieri (come Amazon.com o iBooks.com).
Entro il prossimo autunno Edigita renderà disponibili almeno duemila titoli e gli editori sperano nel successo natalizio, sulla scia di quanto è successo lo scorso anno in America. Resta fuori dalla piattaforma, ma non dal mercato digitale, il gruppo Mondadori che da tempo ha annunciato il lancio, entro l’anno, dei primi e-book.
Ma c’è realmente un mercato per gli e-book? La quota negli Stati Uniti è stata nel 2009 inferiore al 2% e secondo le previsioni crescerà fino al 15-20% entro il 2015. Edigita prevede che il mercato italiano possa raggiungere almeno i 60-70 milioni di euro nel 2015 con una quota non inferiore al 4-5%.

Se canta lo que se pierde

Ovvero, «Si celebra ciò che si sta perdendo» (Antonio Machado)

«La sparizione dei "veri libri" (come la sparizione già avvenuta dei giocattoli) mi sconcerta: è una delle cose che mi fanno capire che sua maestà il Futuro è già qui e che di lui mi importa poco. Una vita senza libri, senza scaffali pieni di libri, una vita senza il piacere di leggere e sfogliare vecchi libri ritrovati e senza il piacere di scrivere a mano appunti di lettura su un taccuino, la considero davvero una vita post umana, una specie di aldilà o una triste anticamera del nulla. I libri materiali di cui abbiamo riempito le nostre case e che contempliamo nelle librerie e nelle biblioteche alimentano il nostro super-io e il nostro istinto vitale. Sono promesse e sono rimorsi. E che cos’è la vita senza promesse e senza rimorsi?».

Alfonso Berardinelli, Una vita senza libri di carta da sfogliare è l’anticamera del nulla, in «Il Foglio Quotidiano», a. XV, n. 114, sabato 15 maggio 2010, p. 2.

Quinta lezione (14 maggio 2010) I


Requiem per la carta stampata?
Al salone del libro di Torino quest’anno non ha fatto notizia la qualità dei libri usciti ed in uscita. La scena è stata tutta per i supporti che si stanno sviluppando per visualizzarli. Di conseguenza si fanno sempre più ricerche sui cosiddetti "nativi digitali" che potrebbero fruire di queste nuove tecnologie. Ma quali sono queste nuove tecnologie?
Ora ci sono i TABLETS. Questi, sino a qualche anno fa, costavano un migliaio di dollari. Ora, invece, il prezzo è sceso a 500 dollari. Ci sono gli E-Reader, supporti dello spessore di qualche centimetro che permettono di sfogliare virtualmente il giornale o il libro che si desidera visualizzare.
Editoria e pagamenti
A detta di molti, i servizi internet dovrebbero essere gratuiti. Del resto internet è un servizio gratuito per definizione. Però, da questo assunto, nasce una domanda fondamentale per il futuro dell’editoria: i contenuti editoriali devono essere gratuiti o a pagamento? Dare una risposta risulta un’operazione assai ardua. Se si rendessero gratuiti i contenuti editoriali dovrebbero lievitare, per compensazione, i prezzi dei vecchi supporti, come la carta stampata. Ma sappiamo che tutto ciò non è possibile. Farli pagare allora? Chi ci ha provato ha rischiato di affondare.
Qual è ora il futuro dell’editoria? Per adesso i tablets. Tra questi c’è quello prodotto dalla Apple, l’iPad, che arriverà in Italia a giugno. Per quella data i grandi gruppi editoriali usciranno con dei programmi ad hoc. E come si farà a pagare le visualizzazioni? Le tariffe ormai le decidono i produttori delle macchine, non i creatori di contenuti. Apple, ad esempio, ha deciso che farà pagare la visualizzazione dei quotidiani o 0,79 o 1,39 euro.
Ora il problema riguarda sempre più i giornali. Con il web, infatti, tutto ciò che è su supporto cartaceo è andato in crisi. Ma torniamo al primo problema. Se ogni cosa sulla rete, in ambito editoriale, sarà gratuita, questo decreterà un suicidio volontario per lavoratori ed editori. E il fatto è che sono stati proprio questi ultimi a commettere in passato un gravissimo errore, mettendosi in concorrenza tra di loro sul web a colpi di servizi gratuiti.

giovedì 13 maggio 2010

Nuovo futuro per i quotidiani cartacei


Una veste grafica che richiama la prima pagina dei quotidiani statunitensi e porta quante più informazioni possibili sulla copertina. È l’idea che sta alla base della collana «Special Books» di Isbn. Alice Beniero, la grafica di Isbn, ha dichiarato: «Skippy muore mette in evidenza il taglio sensazionalistico con cui si apre il libro: la morte del personaggio principale».

Interessante.

domenica 9 maggio 2010

Quarta lezione (7 maggio 2010) III

Abstracts

- Tutte le innovazioni di internet sono sempre partite dalle periferie (del resto sulla rete non esiste un centro). Tanto è vero che in Italia il primo giornale a sbarcare sul web è stato «L’unione sarda»;

- Le testate più blasonate sono sbarcate su internet tardi e, comunque, riproponevano la versione cartacea del giornale del giorno prima;

- Il business dei periodici web si fonda sul numero delle pagine visitate. Per questo, quasi tutte le pagine si possono ricollegare alle quattro S: sesso, sport, salute, sangue;

- Frutto delle quattro S è IL BOXINO MORBOSO, collocato a destra nella parte alta della stragrande maggioranza delle home page della versione on line dei periodici più famosi;

- Perché i quotidiani europei si assomigliano tutti? Perché il loro restyling è stato affidato ad un’unica agenzia catalana.

Quarta lezione (7 maggio 2010) II

I siti internet delle più importanti testate nazionali

video

Nel video potete vedere un estratto dell’intervento del Professor Ferrandi sui due più importanti quotidiani spagnoli, «El Paìs» ed «El Mundo», e sul più importante quotidiano argentino, «Clarin».

La stampa di qualità tedesca è estremamente ben scritta. L’altra si basa principalmente sulle 4s: sesso, sport, salute, sangue.

«Le Monde» è un quotidiano di indiscussa qualità, sia nella sua forma cartacea che in quella on-line. «Le Figaro», quotidiano conservatore, è affine all’impostazione dei quotidiani italiani: grandi titoli, grandi foto, titoli a slogan, ecc.. «Liberation» ha un orientamento di sinistra e, ora, ha enormi problemi di definizione della propria linea. A livello cartaceo hanno cercato di renderlo visivamente come un settimanale (molte foto in prima pagina e molte pagine tematiche).

Ci sono poi i cosiddetti news aggregator, blog che linkano contenuti da altri siti. Tra questi c’è «The Huffington Post», che ha addirittura scalzato il «Washington Post» nel totale dei contatti. Spesso i news aggregator devono la loro fortuna a fondatori conosciuti, dalla grande personalità, con molta disponibilità di denaro e numerosi contatti (anche con vecchi giornalisti che lavorano per loro quasi gratis). «The Daily Beast», ad esempio, è stato fondato da una ex direttrice di numerosi settimanali statunitensi. «Real Clear Politics» è, invece, un news aggregator tematico: al suo interno ci sono solo link che rimandano ad articoli di politica americana. Anche «Politico» è tematico, ma in più dà un numero impressionante di inside, ovvero di opinionisti che parlano di retroscena politici.

Un news aggregator italiano è «Il Post», ideato da Luca Sofri con Banzai. Questo blog, che ha più l’aspetto di un sito, offre una parte di contenuti e una marea di sezioni che contengono le info di secondo livello. È il primo tentativo in Italia di blog con redazione.

I news aggregator SONO MECCANISMI PER TROVARE DEI PERCORSI DI LETTURA IN RETE. Del blog è rimasto ben poco, sembrano vere e proprie testate.

Quarta lezione (7 maggio 2010) I


Diversità tra giornali web e cartacei

Tra «Corriere della Sera» e «Repubblica», nelle rispettive edizioni cartacee, ci sono ormai soltanto 30.000 copie di differenza in merito al numero delle copie vendute. Pochissime. Questo potrebbe far pensare che l’informazione dei quotidiani cartacei abbia raggiunto un livello talmente soddisfacente che la tiratura si è omogeneizzata perché la qualità delle notizie ha raggiunto il suo grado massimo. Non è così.
L’enorme problema dei quotidiani cartacei è che questi non riescono a stare al passo coi tempi. O meglio, coi siti web. Questi ultimi, infatti, lavorano 24 ore su 24. Il giornale cartaceo ha quindi puntato sull’approfondimento. Tuttavia i siti web, se fatti bene, offrono anche questo. Il vero tallone d’Achille dei siti web è che spesso danno una notizia senza verificarla. Ad esempio, negli USA riportano notizie su allarmi bomba che spesso si rivelano infondati. Altro punto a favore dei siti web è che questi possono aggiornare in tempo reale grafici, cartine, video e fotografie.

Il problema delle testate web italiane è che i loro editori sono andati sempre al risparmio. Le redazioni di «Repubblica» e «Corriere» sono estremamente ridotte rispetto a quelle del giornale cartaceo. In poche parole 20 persone si ritrovano a fare il lavoro di 100. Se poi il giornale cartaceo ha dei momenti di riposo (le redazioni cominciano a lavorare alle 10 del mattino), quello internet lavora sempre. Per le redazioni web ci sono dunque poche persone e tanto lavoro che si risolve in un asettico copia e incolla. Risultato: molte notizie pubblicate sono inesatte. L’unica soluzione sarebbe quella di ingrossare le redazioni. Perché, invece, le redazioni rimangono ridotte? Perché non si sono trovate fonti di investimento adeguate. E così le redazioni web si ritrovano a fare sempre di più il doppio lavoro.

Qualche quotidiano ha provato a rendere la consultazione dei giornali on-line a pagamento. In questo caso, però, sono crollate le visite ai siti e, di conseguenza, anche gli introiti derivanti dalla vendita degli spazi pubblicitari.

Nuova recensione Cineland

Nella sezione Cineland (visti e recensiti per voi) - nella colonna di destra - è stata aggiunta una nuova recensione, relativa a Vendicami.

sabato 8 maggio 2010

Nuova recensione Cineland

Nella sezione Cineland (visti e recensiti per voi) - nella colonna di destra - è stata aggiunta una nuova recensione, relativa ad Iron Man 2.

venerdì 7 maggio 2010

Il vuoto

Ora, io non voglio essere pesante, però vorrei esporvi un mio pensiero in merito alle dimissioni del ministro Scajola avvenute lo scorso martedì 4 maggio.
Ho letto, mercoledì 5 sul «Corriere della Sera», le seguenti dichiarazioni del nostro premier:
«Ha assunto - riferendosi a Scajola - una decisione sofferta e dolorosa che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato per poter dimostrare la sua totale estraneità e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito».
Ecco, alle parole «il suo alto senso dello Stato» mi sono fermato a pensare. Stando a queste parole, dunque, un ministro che viene accusato di qualcosa dimostra di avere «senso dello Stato» se si dimette non solo per difendersi, ma anche perchè non sarebbe più in grado di ricoprire serenamente ed efficacemente il suo incarico istituzionale.
E allora Berlusconi?
Ma non è questo ciò che mi preoccupa. Ciò che mi preoccupa e mi spaventa è l'assoluto DIVARIO DIALETTICO CHE ORMAI SI È VENUTO A CREARE TRA LA CLASSE POLITICA E NOI.

giovedì 6 maggio 2010

Chi partecipa al Questionario di Proust?

Il Questionario di Proust era un gioco di società in voga nei salotti del XIX Secolo. Il celebre scrittore francese, però, non l'ha inventato. Lo ha reso celebre partecipandovi: qui ci sono le sue risposte, complete di riproduzione del foglio su cui le scrisse.

Di seguito trovate le mie risposte.

Vi propongo di partecipare. Se vi piace l’idea, copiate le domande e postatele con le vostre risposte!



Il tratto principale del mio carattere
La passionalità

La qualità che preferisco in un uomo
La comprensione

La qualità che preferisco in una donna
Una vitale arguzia

Quel che apprezzo di più nei miei amici
La lealtà

Il mio principale difetto
La suscettibilità

La mia occupazione preferita
Pensare

Il mio sogno di felicità
Non potrei mai rivelarlo per paura di vanificarlo

Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia
Fare del male senza averne l’intenzione

Quel che vorrei essere
Mi basta essere me stesso

Il paese dove vorrei vivere
In un paese in cui il denaro non sia importante

Il colore che preferisco
Il rosso

Il fiore che amo
La giunchiglia

L'uccello che preferisco
La rondine

I miei autori preferiti in prosa
Conrad, D’Annunzio, Tondelli

I miei poeti preferiti
Dante, Campana, Pasolini

I miei compositori preferiti
Bach, Mozart, Wagner

I miei pittori preferiti
Géricault, Schiele, Freud

I miei eroi nella vita reale
I minatori

Le mie eroine nella storia
Antigone

I miei nomi preferiti
Letizia, Giovanni

Quel che detesto più di tutto
Il pressapochismo

I personaggi storici che disprezzo di più
Tutti colpevoli, tutti innocenti

Il dono di natura che vorrei avere
Cantare come Frank Sinatra

Come vorrei morire
Soddisfatto

Stato attuale del mio animo
Inquieto

Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza
Tutte quelle che riesco a comprendere pienamente

Il mio motto
Memento Audere Semper

martedì 4 maggio 2010

Risultato sondaggio sul Programma televisivo più arguto e irriverente

I risultati del sondaggio sul Programma televisivo più arguto e irriverente sono i seguenti (su un totale di 5 votanti):

I Simpson: 2 voti;
American Dad: 1 voto;
I Griffin: 1 voto;
Futurama: 1 voto.

Il 40% dei votanti ha così decretato che il Programma più arguto e irriverente della tv è I Simpson, sitcom animata ideata da Matt Groening nel 1987.

domenica 2 maggio 2010

Terza lezione (30 aprile 2010) III

Com’è strutturato «Corriere.it»

Il sito ha ancora uno sviluppo verticale - a differenza di «Repubblica.it», che nella nuova veste si sviluppa in orizzontale per essere meglio visualizzato su iPhone e BlackBerry. Inoltre la sua home page annovera molte tipologie di contenuti, non molto immediati da visualizzare nella loro interezza. Questo dipende anche dal fatto che ogni notizia è riassunta in otto righe, un’enormità se si pensa ai tempi della rete.
Lo scrolling è più breve e più banale. Molti sono i riferimenti allo sport nazionale, il calcio.

Ci vuole dunque molto tempo per guardare tutta la home page, e questa caratteristica si scontra con le richieste degli utenti che utilizzano la rete: concisione e velocità.

Terza lezione (30 aprile 2010) II

Com’è cambiato «Repubblica.it»

«Repubblica.it» ha cambiato volto perché vuole essere molto più multimediale di prima.
Fino a tre anni fa era molto difficile trovare in esso gallerie fotografiche e video. Del resto mancava la capacità di banda. Ora, invece, anche dispositivi di piccole dimensioni, come iPhone o Laptop, permettono di scaricare velocemente qualsiasi tipo di dato. Questo è stato possibile grazie all’evoluzione delle tecnologie: in pochi anni siamo passati dal wi-fi al wi-max, dalla banda larga alla maxi banda.
È anche per questo che, all’interno delle sedi dei maggiori quotidiani nazionali, sono nate vere e proprie redazioni finalizzate allo sviluppo e all’aggiornamento dei rispettivi quotidiani on-line: sono ben 45 le persone – tra giornalisti e tecnici – che lavorano a «Repubblica.it»; 20 quelle che lavorano per il sito del «Corriere della Sera». Sono redazioni che macinano, al mese, decine di milioni di contatti. Nonostante ciò, queste persone sono poche e non lavorano neanche con un contratto da giornalista. Il giornalista del web è infatti ancora considerato un giornalista di serie B, e non dovrebbe essere così.
Ma, tornando ai cambiamenti del sito, in che cosa consiste la multimedialità di «Repubblica.it»?

Abbiamo notato che, per ogni argomento, ci sono video e foto. Non solo. La proposta di immagini è veramente eccessiva. Non stupisce allora che molte di queste siano uguali, non solo all’interno del sito, ma anche in relazione a siti diversi e concorrenti.
Un’altra novità riguarda la presenza dei collegamenti a blog tematici, inerenti ad argomenti specifici o legati a firme conosciute.
Abbiamo poi potuto notare che tutte le notizie contenute nella home page sono estremamente sintetiche. Spesso non superano il titolo e le cinque righe di lunghezza. Questa constatazione ne ha originata un’altra, poco edificante: la professione di giornalista web consiste in un lavoro di back office, ovvero un immediato copia e incolla delle notizie di agenzia.
LA SCRITTURA AUTONOMA NON ESISTE. Non c’è un articolo che uno che non sia stato preso e copiato da un altro sito, spesso di agenzia. Sono pochissimi gli articoli redatti, o almeno modificati, dalle redazioni web.

La barra dei menù, situata sotto il titolo, ora risulta molto più evidenziata rispetto a prima (l’idea è stata rubata alla concorrenza). Non a caso in questa si trovano i link cliccabili delle sezioni tematiche – arte, cultura, sport, cinema, società, ecc. – in cui viene fatta la pubblicità, diretta o indiretta, dei prodotti. Questo ci ha poi spinti a fare una considerazione ancora più approfondita riguardo la pubblicità sul web. Abbiamo notato che sui giornali cartacei la pubblicità ha sempre avuto – e ha ancora – spazi rigidi: in colonna ai lati, sotto gli articoli in riquadro, in ultima pagina. Sul web, invece, la pubblicità è di preferenza – come è stato detto precedentemente – nelle pagine tematiche. Perché? Perché così il giornale ha la coscienza "pulita", in quanto le pagine tematiche vengono aperte solo per volontà dell’utente.
Nel sito di «Repubblica» si può inoltre notare che la pubblicità non è dichiarata. Tutto ciò crea un misto di redazionale e pubblicitario poco chiaro. In Francia, invece, la scritta publicité è obbligatoria.

In ultima analisi, LA VERA NOVITÀ è costituita dall’introduzione del quotidiano digitale, che si caratterizza per avere dei contenuti a pagamento. Il sistema adottato – quello PDF – è però già stato superato da sistemi ancora più multimediali che permettono di sfogliare il giornale e di guardare, invece delle immagini, video ad alta definizione e, all’occorrenza, di fare domande direttamente ai giornalisti. Anche questo sottolinea quanto il testo sia ormai il corollario di video e immagini.
IL FUTURO È SEMPRE PIÙ DIGITALIZZATO.

Infine abbiamo notato che è stata rimossa dalla home page la tag clouds. Perché? Perché ormai non c’è più tempo per quelle e, comunque, ognuno si fa ormai la sua play list.

Terza lezione (30 aprile 2010) I

Quotidiani cartacei vs Quotidiani on-line

Nella costruzione e organizzazione dello spazio di un quotidiano on-line, la logica editoriale è quella di non penalizzare il giornale cartaceo. Anche perché quest’ultimo sta vivendo un periodo di notevole calo delle vendite. Bisogna fare però un distinguo tra quotidiani a vocazione nazionale e quelli a vocazione locale: i primi si stanno realmente trovando in serie difficoltà; i secondi, essendo indirizzati ad un pubblico fortemente legato ai fatti del territorio e alla tradizione, stanno sentendo meno la flessione.
Uno dei tradizionali strumenti per la misurazione della diffusione della stampa è l’ADS, ovvero l’associazione che si occupa di certificare i dati di diffusione e di tiratura della stampa quotidiana e periodica pubblicata in Italia. I dati vengono resi noti mensilmente, ed ogni divulgazione contiene i dati relativi ai dodici mesi precedenti.
Questi dati si chiamano "profilature dell’utente", e, per le edizioni cartacee, sono molto meno indicativi e più difficili da raccogliere (i concorsi a premi erano proprio finalizzati al raccoglimento di informazioni) rispetto alle edizioni on-line e i moderni sistemi di rilevamento dati che si trovano sul web.
Google, ad esempio, offre questo tipo di servizio con Google Analytics. Un programma, gratuito, che raccoglie le informazioni non solo in riferimento a tutto il sito, ma anche rispetto ogni singolo articolo. Le statistiche, poi, si possono modellare anche in relazione ad immagini e video in modo da cambiare quei files che "non funzionano" (questo, su un quotidiano cartaceo, non si potrebbe mai fare).
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